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«Il Castello di Udine»
Piero Gadda Conti
«Il Castello di Udine» di Carlo Emilio Gadda è il secondo volume del «convoluto Eraclito di Via San Simpliciano»: così lo ha battezzato il dott. Averrois, autorizzato annotatore dei passi più accidentati del volume. Il nucleo, ed il centro d’ispirazione, dell’opera è costituito da cinque o sei prose di guerra, tra le più belle, ferme e virili che la nostra letteratura abbia dato in questi anni. Sono anche, per tutto dire, assai difficoltose: aggrovigliate, frementi. Ma la vita che vi circola è vera vita, autentici sono lo sdegno e l’amarezza: tutto vi è, come si dice, sofferto. Restiamo dunque intesi che l’oscurità del Gadda non è dilettantismo enimmistico, ma consapevole, faticante volontà di sposare con immediatezza l’ànsito e lo scàlpito del tumulto interiore. Il Gadda si chiude in sè stesso, per riascoltare, come in un tragico concerto, nel proprio animo doloroso, gli echi dei suoi anni di guerra. Vuol restare fedele a questo suo cuore profondo: perciò la pagina gli esce aggrumata e non si spiana alle superficiali blandizie della facilità. Bisogna però aggiungere che, qualche volta, questa esasperata ricerca di autenticità lavora a vuoto, e allora, invece di darci degli scorci potenti, ci mette di fronte ad esercizi di barocchismo decorativo. In questi casi l’oscurità diventa un esercizio gratuito. Quello che, «in lingua povera» come dice la nota, (ma in realtà tanto più ricca ed efficace!) è «il vino delli Castelli », diventa, nella prosa cifrata del Gadda, «il referto della tradizione albana». È un abito seicentista non dissimile da quello che traduceva ogni barba in «onor del mento».
Ritornando alle prose del Gadda, ricorderemo che la loro struttura non segue un esposto cronologico, nè comunque un ordine ordinatamente narrativo. Esse rampollano dal profondo, rotta e convulsa sinfonia della memoria. La loro forza è quindi lirica, e splendidamente vigoreggia nel dettaglio. Vi sono notazioni stupende: «Certo che la stanchezza, la fatica, l’ebetudine, la macerante attesa, e poi le atroci esperienze, l’odore di interi reggimenti accatastati ad aspettare il destino, e quei volti destinati allo spasimo, di quegli uomini che sbranavano del manzo malvagio nell’ultimo sole di lor vita, e inutilmente deglutivano l’ultimo pane, certo tutto questo non era fanfara d’orgoglio». E sotto questa virile asciuttezza, sotto questo stile rudemente risentito, eppur capace, a tratti, di accenti delicatissimi, c’è la figura morale del combattente, che mette il Gadda molto al di sopra di tutti i Remarque d’ogni letteratura. Anche il Gadda è «disceso» a guardare e conoscere il fango, il sangue, ed ogni disumano orrore: ma, come dice, «sono risalito poi sempre nella solitudine mia». Il suo concerto di guerra è retto da modulazioni e risentimenti morali, e spesso si anima splendidamente di un fiero cipiglio polemico: come nello scagliarsi contro la retorica dell’«umile fante»: «Dico che mai non mi sono sentito umile, come soldato, ma orgogliosissimo sempre: è stato questo, anzi, l’orgoglio vero, fondamentale, istintivo, della mia costituzione e della mia vita». E tutta la sua rievocazione di momenti e figure di guerra ha un risalto e una maschia intonazione che conquistano.
Infinite citazioni se ne vorrebbero trarre, di parole essenziali ed immutabili: avare come quelle che ha dettato un sentimento profondo, lungamente macerato. Il Gadda sarà assai spesso – troppo spesso – contorto e arrovellato nella sua sintassi, del resto piena di vigore, se non di ordine, classico, ma le sue idee fondamentali le ha ben chiare salde, – e scontrose, – nella testa. È un carattere. Ed il personaggio dominante delle sue prose è ancor lui, coi suoi malumori ed i suoi slanci, colle sue tecniche precisioni commiste a pindarici voli, coi suoi lombardismi e con le sue violenze verbali sposate a passaggi di virile asciuttezza: così disuguale, ma tuttavia sempre così uguale a sè stesso!
Alle prose di guerra seguono altre pagine: scritti d’occasione, come i cinque articoli della crociera mediterranea, o come «La festa dell’uva a Marino». Questo pezzo è uno degli esempi più compiuti del contrappunto gaddiano, e rende ottimamente il senso della sagra paesana, quell’insieme di popolaresco, di colorito, e di sudaticcio, proprio di tali eventi. Nè mancano, al solito, a dar sapore alla pagina, gli scatti d’umore del Gadda, in forma, questa volta, di propositi dinamitardi antiradiofonici. Il «Musagete» strilla una canzone iberica ed il nostro Eraclito ne è seccatissimo. «“Invecchiare! Morire!”, penso dal sagrato a Marino, guardando terrorizzato l’autunno. Ma il Musagete non morirà mai! Cerco sul piano i taciti archi degli acquedotti, la scìa dei fuggenti treni. Faticherò la mia vita. Riposerò. E sopra il mio riposo strillerà la spagnola. Sopra i timpani del cittadino Gadda questa fetente spagnola avrà vinto. “Radio Roma-Napoli”».
Conchiude il volume un trittico narrativo, abbastanza ampio, ma un po’ troppo oscuro nei legamenti. Le note del dott. Averrois questa volta non bastano: ci vorrebbe una guida panoramica. Nè il chiarimento della nota N. 1 è sufficiente. «L’esposto accozza, due parti… Vincolo ideale tra le due non direi essere il procedimento di effetto da causa, ma una persistenza lirica in cui la nostra immaginativa si consuma, con un vago senso di labilità e di superstiziosa irrealtà». Il senso di questa spiegazione mi pare alquanto sfuggente. Anche in questo racconto la forza è negli sparsi episodi: spassosa la presa in giro della polemica tra contenutisti e calligrafi, e robustamente tragica la fine del bracciante, vittima di ben altra polemica. Ma l’arte della divagazione, insita nel temperamento del Gadda, meriterebbe da lui più scaltra cura. A giudicare da quando essa riesce ad innestarsi felicemente nella pagina direi che il Gadda, fattosi più sicuro armonizzatore, potrà trarne effetti di grande originalità e di più denso vigore poetico.
Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3
© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. Previously published: P. Gadda Conti, «Il Castello di Udine», in Domus 7, no. 80 (August 1934): 21; then in Vocazione mediterranea (Milan: Ceschina, 1939), 276-80. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.
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