Il Castello di Udine (1)

Raul Radice

Il nucleo, la sostanza del nuovo libro di Carlo Emilio Gadda, risiede nei cinque capitoli di guerra. Altre pagine rivelano qualche aspetto caratteristico del Gadda che qui non appare, qualche suo difetto, qualche estrosità congenita. La figura dello scrittore, insomma, come è naturale, vien fuori da tutto il complesso del libro. Ma il suo sentimento, la sua umanità, la sua virescenza, balzano da quelle prime cento pagine che non esitiamo a collocare fra le più belle di vita guerresca e fra le più significative uscite da penna italiana. Poi esse sono importanti perché si riflettono e, credo, si rifletteranno su tutta l’opera del Gadda, appunto essendo la guerra, se ne discorra o meno, per chi l’ha vissuta con l’animo e fisicamente patita, motivo dominante e incancellabile.

Scrive il Gadda, annotando se stesso camuffato sotto il nome del dottor Averrois: «I cinque capitoli ebbero vincoli di rigorosa unità infino dalla gestazione. Essi più tosto esprimono l’animo dell’Autore che non costituiscano una narrazione di fatti bellici. Il Ns. mi delega a dichiarare una cosa del tutto superflua: il diario non era nel suo intento, e invece una espressione-sintesi “del modo d’essere del suo sistema cerebro spinale durante e dentro la guerra”. (L’Elogio della guerra presentita dall’adolescente, ovverosia la profezia della guerra. Tipico, in esso, il mezzo sentitamente liceale della profezia e cioè il terzetto Cesare-Livio-Orazio. Il Ns. non rinnega la sua grammatica). – La chiave dell’esposto cronologico, nel caso di questa figurazione evocativa, non serve, tutti e cinque gli “articoli” comportano questo fatto: d’attorno a un nucleo lirico (Udine) o etico (Elogio-Calvi) si aduna, si coagula una certa quantità di materia espressiva, come reminiscenza».

Vincolo d’unità, nucleo lirico e etico attorno al quale fiorisce il ricordo. Ecco, dunque, se non erriamo, venuto il tempo di far distinzione fra gli scritti di guerra. Qualche anno fa, a taluno sembrò che ormai la letteratura bellica avesse concluso il suo ciclo, che la verità risiedesse tutta nelle poche pagine annotate durante l’evento, cui sarebbe inevitabilmente seguita l’ora delle menzogne. Se menzogne sono venute, una volta bollate come tali, il critico e lo storico non hanno ragione di tenerne conto. Ma la cronaca è una cosa, un’altra l’arte. E poichè sono rarissimi i libri in cui questi due aspetti si confondono, bisogna pure affermare che la capacità di rivivere il ricordo prospetticamente, anzi la capacità di trasfigurare il proprio animo attraverso il ricordo, supera la cronaca e il documento.

è quello che si rileva nelle pagine del Gadda, nelle quali la guerra è suscitata veramente come mondo, non come susseguirsi di fatti. Basta un evento minimo, un semplice aspetto perchè dall’animo dello scrittore quel mondo si sprigioni con una forza e un’evidenza che trovano la loro giustificazione proprio in un atteggiamento che precede i fatti. Il Gadda, insomma, la guerra ha saputo viverla, prima di combatterla, durante e dopo.

Perciò, si diceva all’inizio, sarà per lui difficile staccarsene. L’immagine e la vita guerresca, del rimanente, gli hanno insegnato una sincerità e una immediatezza di espressione invidiabili. La letteratura, è ben vero, nel Castello di Udine, come in tutti gli scritti del Gadda, ha la sua parte. Già non si capisce per quale ragione dovrebbe essere altrimenti, trattandosi di professione e di civiltà letteraria. Ma poi è anche vero che il Gadda si rivela acuto giudice di sè medesimo. Egli possiede la facoltà tutta lombarda di impegnarsi seriamente, e nello stesso tempo di saper guardare sè stesso con una bonaria ironia.

Se non che nel Castello di Udine, qualora si escluda qualche capitolo come quello sulla Musica cittadina, l’umorismo e l’ironia sono riflessi successivamente scissi dalla pagina originaria. Essi si assommano nelle note dell’incomparabile dottor Averrois. Certo il libro sta in piedi benissimo e ha gambe bastevoli per proceder com’è nato; ma quelle righe a piè di pagina giovano a chiarire e a completare l’immagine di Gadda per moltissimi aspetti davvero singolare.

Uno scrittore pieno e complesso, talvolta involuto e pur sempre arioso (si vedano Crociera nel Tirreno, Tripolitania in torpedone, La festa dell’uva a Marino) il quale osserva i fatti e le cose attraverso la sua duplice cultura letteraria e scientifica, arricchendo la narrazione di interferenze che non appannano una nativa sincerità e uno stupore cristallini. La Madonna dei filosofi aveva richiamato sul Gadda l’attenzione della critica meno frettolosa. Il Castello di Udine si giova di una narrazione così sostanziosa e ricca di umori da permettere per il suo autore la previsione di molta fortuna. (2)

Note

1. [L’articolo è preceduto da una lunga nota redazionale, intitolata “Il Castello di Udine” di Carlo Emilio Gadda | segnalato da “L’Ambrosiano” come il miglior libro di Maggio | Seconda segnalazione: «Ci si trovò tutti d’accordo, il mese scorso, a citar tre libre e tre autori senza che nessuno, per una ragione o per l’altra, prevalesse. Il mese successivo dimostrò come il compito della nostra Commissione sia intimamente connesso con le vicende del mercato librario. Pochissimi libri, infatti, furono stampati nel mese di aprile; moltissimi, invece, nel mese di maggio. La ragione è nota. Celebrandosi in ogni anno in quel mese la Festa del Libro, è divenuta consuetudine editoriale far coincidere con essa la pubblicazione di opere nuove. Pareva, dunque, che la nostra Commissione questa volta non dovesse avere che l’imbarazzo della scelta. | Messi da una parte i due romanzi “La città felice” di Michele Saponaro e “Mezzo matto” di Gino Saviotti, che, secondo quanto fu deliberato iniziando i lavori, la Commissione non ha preso in esame poiché i loro autori son nostri commissari, si ebbe una prima discussione di ordine teorico. E ciò a proposito delle “Lettere” di Ferdinando Martini e di quelle di Renato Serra. La deliberazione di indicare il miglior libro spassionatamente, senza tener conto della fama e della autorità dello scrittore, spinse qualcuno dei commissari a sostenere il nome dei due illustri scrittori scomparsi. Se non che, trattandosi di epistolarii, se l’interesse documentario e il valore letterario dei loro autori assegna a quelle raccolte un posto considerevolissimo nella nostra letteratura, è sembrato ai più di doverle egualmente escludere appunto per il loro carattere di raccolta. Così è emerso il concetto di libro come emanazione diretta dell’autore, frutto della sua ispirazione e della sua volontà costruttiva. | Si passò dunque all’esame dei romanzi, che nel mese di maggio furono numerosissimi. Nessuno di essi, tuttavia, pur essendone stati pubblicati di notevoli, parve degno di una segnalazione definitiva e la Commissione ha dovuto ancora una volta staccarsene e indirizzare l’indagine sulla rimanente produzione narrativa. | Dopo una discussione animatissima si procedette alla formazione della terna nella quale furono compresi i seguenti autori: Pietro Pancrazi con “Moglie e buoi de’ paesi tuoi” (Ed. Vallecchi), Carlo Emilio Gadda con “Il Castello di Udine” (Ed. Solaria) e “Fantasie veneziane” di Diego Valeri (Editore Mondadori). | Sui tre libri i commissari, come di consueto, hanno espresso il loro giudizio scritto. Buona parte di essi diedero il loro voto a Pancrazi e a Valeri, ponendo in evidenza la sorvegliata chiarezza del primo, la finitezza e il sentimento del secondo, il carattere italianissimo di entrambi. La maggioranza dei voti, tuttavia, si è concentrata sul nome di Carlo Emilio Gadda. Ed è fuori dubbio che questa volta la Commissione, oltre che additare uno scrittore di sicuro valore e un rigorosissimo libro, è stata indotta alla segnalazione anche dalla soddisfazione di render noto al pubblico il nome di un autore italiano che, pur già apprezzato, non è ancora fra i più conosciuti». Più sotto, in calce all’altra nota redazionale riportata infra, si legge: «La nostra Commissione | Giulio Benedetti, Direttore de “L’Ambrosiano”; Raffaele Calzini; Gian Capo; Giulio Caprin; Enzo Ferrieri; Francesco Flora; Giuseppe Gorgerino; Salvator Gotta; Paolo Monelli; Luciano Nicastro; Mario Pelosini; Mario Penauti; Raul Radice; Marco Ramperti; Leonida Repaci; Gino Rocca; Michele Saponaro; Gino Saviotti; Cesare Zavattini»].

2. [Segue all’articolo una seconda nota, non meno lunga, e anonima malgrado l’autoriferimento dello scrivente: «Carlo Emilio Gadda è noto ai lettori del nostro giornale, essendo apparsi per la prima volta nell’Ambrosiano alcuni suoi brani, fra i più vigorosi di quanti oggi compongono Il Castello di Udine. Chi scrive ricorda le prime apparizioni di lui, quando – appoggiato al bancone della tipografia – era intento a correggere le bozze dei suoi scritti e niente valeva a distrarlo dalla importantissima bisogna. Una volta che l’impaginatore, poichè l’articolo avrebbe chiuso la pagina, lo invitò a sopprimere tre righe, il Gadda rilesse la bozza da cima a fondo, poi si avvicinò ossequiosamente a quel cerbero e disse: “Non si potrebbe girare con le tre righe nell’altra pagina?”. | L’impaginatore lo accontentò. Forse vide nel Gadda il disinteresse formale che però si risolveva nel suo impegno di scrittore e della sua profonda convinzione. | Nato a Milano il 14 novembre 1893, Carlo Emilio Gadda discende da famiglia milanese conosciutissima, la quale annovera uomini politici di chiaro nome, professionisti eccellenti, buoni artisti. Si ricorda che uno zio del nostro, il senatore Giuseppe Gadda, fu ministro del regno con Giovanni Lanza. | Il Gadda passò la giovinezza a Milano, studiò al liceo e all’istituto tecnico superiore in condizioni estremamente disagiate, fu interventista e partecipò alla guerra come ufficiale degli alpini. Egli è decorato di medaglia di bronzo al valore militare, fu in trincea al Tonale, combattè sull’Adamello, sull’altipiano di Asiago, sul Carso e sul Krasij. | Laureatosi in ingegneria elettrotecnica a Milano, svolse la sua attività di ingegnere in Sardegna, poi a Milano dal 1920 al 1922, in Argentina dal 1923 al 1924, a Roma dal 1925 al 1928, indi nuovamente all’estero (Germania, Belgio, Francia). | Il Gadda seguì inoltre presso l’Università di Milano gli studi filosofici a coronare i quali gli occorre soltanto di completare la dissertazione di laurea. | Come si vede, una vita solida e concreta, niente affatto libresca e nutrita di esperienze per nulla campate in aria. Anche di ciò i nostri lettori debbono essersi accorti, allorchè nel 1931 con gli articoli letterari apparvero sul nostro giornale quelli sui metalli leggeri, suscitando attorno al Gadda grandissimo consenso. Ed è il Gadda stesso che ci tiene a far sapere di essersi occupato durante i soggiorni in Germania, in Belgio e in Francia, del montaggio di macchinario italiano per l’ammoniaca sintetica (processo Casale). | Il Castello di Udine è la seconda opera che il Gadda ha pubblicato in volume. Essa fu preceduta da La Madonna dei Filosofi e da molti articoli critici e recensioni su Montale, Manzini, Piero Gadda, Tecchi, Masino; e da notevoli saggi di letteratura apparsi in riviste specializzate, fra i quali segnaliamo I viaggi, la morte (su Baudelaire e Rimbaud), la Apologia manzoniana e uno su La lingua e l’apporto espressivo delle tecniche. | Negli appunti che il Gadda ci ha dato su se stesso si legge: “La sua biografia si completa con un accenno alla casa di campagna (Villa in Brianza) che è la bestia nera della sua psicosi”. Il lettore induca e mediti su una così decisa affermazione del “convoluto Eraclito di Via San Simpliciano”». Nelle due colonne successive è riprodotta, sotto il titolo di La morte di Calvi, una parte di Imagine di Calvi, corrispondente all’attuale RR I 171-76].

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3

© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. Previously published: R. Radice, Il castello di Udine, in L’Ambrosiano (10 July 1934): 3. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.

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