Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Gadda e Foscolo

Giuseppe Papponetti

«Nicoletto, Basetta, Basettone-Moralone, Bel-collo, poeta iperbolico, Zacinzio»; sono questi alcuni degli epiteti ricorrenti riguardo ad Ugo Foscolo puntualmente registrati nell’Indice che, a cura di Dante Isella, completa l’edizione dell’opera omnia gaddiana. Che Carlo Emilio Gadda non amasse il Foscolo è di dominio pubblico, vista la notorietà del tardo pamphlet dedicato al «vispo Nicoletto», i cui «endecasillabi gocciolati dai lavacri delle Càriti» si risolvevano spesso in accesso «trubadorico-mandrillo». Mi sembra però che la critica, fatta eccezione per un acuto saggio di Pietro Gibellini, si sia finora limitata a registrare solo una sorta di epidermica idiosincrasia, senza chiedersi o ricercare più opportunamente ragioni e motivazioni profonde. E non è trascuranza di poco peso se si tien conto che, per l’attacco a Foscolo, Gadda fu costretto non solo a documentarsi opportunamente, ma addirittura a far violenza ad un suo giudizio precostituito; sicché sentiva onestamente di non poter mancare di rispetto «al Poeta, all’Erudito, all’Uomo», stante il fatto che «Un pigmeo come me non può parlar male del capobanda del villaggio, che sbatte i piatti».

Converrà allora ripartire da capo, a seguire tutta una serie di piccole o maggiori incidenze in cui affiora una conoscenza della poesia foscoliana di fatto risalente agli studi liceali, e comunque fuori della condizionante triade Manzoni-Carducci-d’Annunzio da esplicitamente ammessa. Così, per esempio, nella Madonna dei Filosofi, dove Gadda inserisce riferimenti ai giorni del Viceregno napoleonico che videro fra i protagonisti anche Foscolo, e innesta il motivo poi più volte ricorrente in altri suoi scritti dei francesi pseudo-liberatori che rapinavano argenterie, posate, tele e stoffe; e d’altro verso chiama in causa la sua splendida amica, quell’Antonietta Fagnani Arese per cui «i garzoni obliavan le danze» «e in novelli pianti vegliavano trepide madri ed amanti oltremodo sospettose». Per il resto, a seguire, nulla più di una citazione memoriale contenuta in una pagina del Castello di Udine, ove è quasi d’obbligo l’emergere di una fugace immagine al momento della navigazione del piroscafo «Conte rosso» verso Corfù.

Sta di fatto, però, che l’immagine del Foscolo a volte si sottende ed altre si sovrappone a quella del nuovo vate nazionale, quel Gabriele d’Annunzio dal cui modello Gadda volle negli anni tentare una progressiva liberazione della propria scrittura; ed è appunto Foscolo l’autore deputato a metafora-catarsi dal dannunzianesimo. Non a caso nella parodia presente nella Cognizione del dolore il vecchio aedo Carlos Caçoncellos/d’Annunzio viene colto nel suo declino senile al Vittoriale/Villa Giuseppina «educando rose e amaranti, e pomidoro»; e ancora alla fine degli anni Cinquanta, riferendosi alla onomastica dannunziana, ingenerosamente Gadda la definisce «altrettanto fatua della onomastica ellenica del Foscolo» (La battaglia dei topi e delle rane), benché molto in precedenza, pur lasciando cadere la richiesta di Alberto Carocci di un articolo celebrativo per il centenario della morte del poeta, si era lasciato andare privatamente ad un giudizio estremamente positivo, successivamente esternato fra le pieghe di un saggio del 1949, Conforti della poesia, affermando esplicitamente che «La divina poesia del Foscolo ha sciolto alle Càriti i tre inni immortali. Il discrimine tra poesia e non-poesia è stato da lui vittoriosamente superato col prendere della non-poesia e farne della poesia».

Altre occasioni si possono evincere spulciando la sparsa produzione in riviste, ove spesso si colgono citazioni en passant solo a titolo esemplificativo del discorso sostenuto, oppure faville in positivo-negativo a seconda del momento, quali il riferimento ai «non irrisibili emolumenti a Pavia, per alcune lezioni di letteratura italiana» (All’insegna dell’alta cultura) o la precisazione sul carme catulliano 101, «riecheggiato in modo meraviglioso dal Foscolo: “parla di me col tuo cenere muto”» (Catullo-Quasimodo); ma qui non si può dimenticare la paritetica vicenda gaddiana legata alla perdita del caro fratello Enrico, con tutte le implicazioni connesse.

Ci sono comunque almeno due momenti di voluta e poi costretta insistenza sul personaggio Foscolo che meritano di essere presi in seria considerazione. Si tratta dapprima di quanto emerge in Accoppiamenti giudiziosi, col personaggio di Giuseppe Vernavaghi che soleva riconsolarsi delle angosce del vivere con la lettura dei Sepolcri: e Gadda vi si diverte con parodie versificatorie riferite alle vicende private del personaggio, dando via libera al congenito sarcasmo che divaga sull’esule morto quarantanovenne per «cirrosi epatica volgare» e sui suoi sogni d’Ellesponto, sui debiti contratti a scapito della figlia Floriana. Ma pure occorre l’impegnato discorso per il conferimento del premio di poesia «Le Grazie» nella Firenze del 1949 ad Alessandro Parronchi: e qui il Gadda oratore ufficiale si barcamena a stemperare la sua acre ironia nei riferimenti al culto e alla predilezione della donna tipicamente foscoliani, alla di lui ossessione immaginifica che lo portava ad «un perpetuo celebrare», ad un «interminato sacerdozio presso le are e le tombe», accorpandovi in aggiunta le Muse, le Dee, il bagaglio classico quale cimitero di memoria, e l’elenco delle donne-amanti promosse finalmente a sacerdotesse delle Càriti. In realtà, secondo la testimonianza di Giulio Cattaneo, egli riteneva Foscolo e Carducci «i più grandi strafalcionisti» della letteratura italiana, e al contempo la sua mente logica rifiutava l’esordio delle Grazie, quasi si trattasse di una sciarada:«“Entra ed adora”; che bel verso! Ma chi entra nel tempio dove è il gruppo in marmo di queste tre femmine abbracciate “ed ad-ora”, cioè si inginocchia a mani giunte, si trova con la faccia adorante all’altezza del culo delle Grazie».

Sollecitato e costretto, da Piero Bigongiari, ad intervenire a tutto tondo sulla figura e la poesia del Foscolo alla fine degli anni ’50, Gadda mostra solo una cedevole renitenza, e, nel momento in cui non può più rifiutare, mette in qualche modo le mani avanti prima di approntare il suo unico testo teatrale, appunto Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo, presentandolo sul Radiocorriere con l’articolo Niccolò Ugo e l’aurea beltade (1958). E ne scriveva in questi termini contrastanti all’amico fiorentino: «Nel Foscolo c’è, con una prosopopea insopportabile e una cialtroneria da intrigante mandrillo, c’è veramente il genio che affiora qua e là, c’è una pubertà entusiasta delle lettere e della poesia, un’applicazione ingegnosa e febbrile, un entusiasmo per le cose e gli aspetti più nobili del pensiero e del mondo»; e ancora: «Insomma sento di non poter mancare di rispetto al Poeta, all’Erudito, all’Uomo. Se lo facessi, oltretutto lo farei con mio danno e vergogna, in quanto verrei ad aggravare la mia già disperata posizione di oltraggiatore dei defunti».

Il Guerriero segna appunto la definizione e il congedo di Gadda dalla figura del Foscolo, sezionato e distrutto dall’invettiva lucidamente critica del personaggio autobiografico De Linguagi, che porta finalmente allo scoperto il distacco irreversibile dal poeta, non dissimile da quello praticato appena prima per d’Annunzio. A questo punto Gadda ha chiuso i conti con i vati e fors’anche con alcuni incubi assillanti della sua esistenza prima di poeta e poi di scrittore, e non restano che incidenze d’accatto, come nel Pasticciaccio, dove l’abbaiare a scoppi di un cane maremmano legato alla catena viene qualificato quale declamazione di «irruenti versi del Foscolo». Ma è infine alla Tina Crocchiapani (Crocchiapaìni), «stupenda serva» che si conferisce un diploma foscoliano «di sen colmo», quale il poeta non avrebbe rifiutato «in un accesso trubadorico mandrillo, di quelli che lo han fatto immortale in Brianza».

Centro Ovidiano di Studi e Ricerche
Istituto Nazionale di Studi Dannunziani

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

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