Nuvole

Federico Bertoni

Sono a strati, a cumuli, a cirri; trasvolano e fuggono come pecore, o cavalle, in carovana o in flottiglia; sono vascello, velatura, ovatta o vello che si sfrangia e strappa; sono sogni e pensieri, e bizzarri oroscopi dei destini; sostanze senza corpo, forme senza profilo che fin dall’inizio disegnano i loro polimorfi arabeschi nei cieli dell’universo di Gadda.

Uno dei possibili titoli del suo primo libro, La Madonna dei Filosofi, era Il pacco delle nuvole irregolari, perché le nuvole – scriveva a Carocci il 27 dicembre 1928 – sono un «simbolo poetico generale» (Gadda 1979a: 103). E il simbolo, ci hanno spiegato, è disponibile, plasmabile, aperto a una virtualità di significati, il detonatore semiotico che fa esplodere «la pluralità stessa dei sensi». (1)

è proprio questo, in effetti, il tratto distintivo delle nuvole gaddiane: un po’ come se il «simbolo poetico generale» mutuasse le caratteristiche fisiche, spaziali, dinamiche dell’oggetto reale, e ne facesse un dispositivo di moltiplicazione del senso: una plasmabilità semantica pressoché infinita a cui la scrittura può affidare immagini, metafore, analogie, sensazioni, idee, concetti, visioni del mondo.

Le nuvole – ed è il primo dato – sono in alto, sopra di noi, decorano il fondale aereo della vita. Ma è tale l’energia polisemica del simbolo da innescare spesso un completo rovesciamento del dato, un cortocircuito teologico che congiunge il cielo agli inferi, lo spazio etereo e celeste al fondo buio della terra. Così nel Racconto italiano: «mi sono smarrito, ma penso, ma penso eternamente di voi, o poveri morti. | Vi sono grandi monti: ed ecco le nuvole sorgono, come sogni o come paurosi pensieri, dai monti, dalle foreste» (SVP 601). E la proto-Adalgisa del Fulmine, mentre lustra un monumento funebre al cimitero, fa penzolare una collana nera «verso la chiamata gravitale del Profondo. Quasicché la mano di Persèfone tenebrosamente si sporgesse a volere per sé quei gioielli. Nubi orrende correvano sopra i cipressi» (Gadda 2000b: 179).

Per di più, le nuvole possono abbassarsi, incupirsi, schiacciare con il loro manto compatto la vita degli uomini sulla terra. Tra le immagini di prigionia del Castello di Udine, Gadda ricorda che la sera scendeva, e «nuvole basse trasvolavano sopra i fari del campo, rotonde e livide: quasi a lacerarsi nel filo spinato» (RR I 165). Nella Cognizione, addirittura, l’oppressione si fa aperta minaccia, e le nuvole si aggregano agli altri brutali, malevoli agenti atmosferici (vento, folgori, scoppi) che aggrediscono la madre durante l’uragano:

Il cielo, così vasto sopra il tempo dissolto, si adombrava talvolta delle sue cupe nuvole; che vaporavano rotonde e bianche dai monti e cumulate e poi annerate ad un tratto parevano minacciare chi è sola nella casa, lontani i figli, terribilmente. […] Quella minaccia la feriva nel profondo. Era l’urto, era lo scherno di forze o di esseri non conosciuti, e tuttavia inesorabili alla persecuzione: il male che risorge ancora, ancora e sempre, dopo i chiari mattini della speranza. (RR I 674)

Ma le nuvole si muovono, corrono nel cielo; perdono a volte la loro cupa gravezza e diventano aeree, leggere, come queste che solcano i cieli della Fidanzata di Elio: «Allegre e bianche nuvole trasvolàvano nel cielo di aprile e saettanti rondini le divanzavano» (RR I 232). Fuggono rapide verso l’ignoto, come nel cielo del Pasticciaccio, che Gadda, in una certa fase, aveva ipotizzato di intitolare Nuvole in fuga: «Tutte le nuvole si vedevan correre: una fuga di cavalle; traversavano il listone chiaro, a momenti azzurro, del cielo, tra le due grondaie parallele: si avventavano nun se sa dove, solerte coorte» (RR II 263-64).

Talvolta il moto è più lento, e al tempo stesso inesorabile: è il cammino di una «bigia carovana» (Gadda 2000b: 178) che migra «nei cammini del cielo» (SGF I 955): è il procedere stesso del tempo, dei «cùmuli di piombo e d’oro» che presagiscono «il divenire, il mutare» (RR I 55), «quando i cumuli rossi delle nubi li trascina un vento invisibile e li deforma verso il remoto, come il destino fa delle anime» (RR II 495). Una stessa immagine del destino, questa, che dalla Meccanica trasmigra nella Cognizione: «Nubi transitavano, dalla montagna, in quel cielo, così sereno ed ampio da parere infinito. Valicavano i lontani crinali. Avanzavano, carovane pazienti: come le generazioni degli umani verso il futuro» (RR I 731).

Soprattutto, le nuvole cambiano forma, o meglio (ed è la parola chiave della gnoseologia gaddiana) si deformano. Forse non è un caso che una delle traslazioni metaforiche più ricorrenti assimili le nubi a flottiglie, bastimenti, vascelli, con tutte le vele impennacchiate e inalberate nel vento. Così nell’Adalgisa, con questa apparizione fantastica: «Dalle colline orientali doveva certamente arrivare un favoloso vascello, con le sue vele di nuvoli, cirri, che ne adombrano la tolda ed i fianchi» (RR I 292). Così, anche, nel paesaggio aurorale raccolto dagli occhi assonnati del brigadiere Pestalozzi:

flottiglie di nubi orizzontali tutte arricciolate di cirri, con falsi-fiocchi di zafferano, s’avventavano l’una dopo l’altra a battaglia, filavano gioiosamente a sfrangiarsi: indove? dove? chissà! ma di certo indo’ l’ammiraglio loro le comandava a farsi fottere, come noi il nostro, con tutti i velaccini in tiro nel vento. Labili, cangevoli fuste, bordeggiavano a quota alta e irreale, in quella specie di sogno capovolto che è il nostro percepire. (RR II 190)

Non è casuale, questa assimilazione nube-nave, perché si riconnette a un altro «simbolo poetico generale» che, come tutti i simboli, «opera nelle zone profonde e talora oscure della conoscenza» (SVP 1154). è il bateau ivre, che passa dalla foresta di simboli di Rimbaud alla filosofia per immagini della Meditazione milanese, dove diventa un emblema gnoseologico, il paradigma stesso della mobilità, instabilità, continua deformabilità del processo conoscitivo.

Perché il punto di vista sul mondo, ci spiega Gadda, non è fisso, né stabile, né irremovibile: ma è «la tolda di una nave trascinata nella tempesta: è il “bateau ivre” delle dissonanze umane, sul cui ponte, non che osservare e riferire, è difficile reggersi» (SVP 628). è un sistema analogico, quello della Meditazione, in cui Gadda dispone un intero campionario di immagini: il bateau ivre, appunto; poi l’acrocoro, il sistema montuoso che può essere osservato da infiniti punti di vista; o l’alpinista, che salendo verso la vetta modifica e riconfigura il sistema di riferimento; e le nuvole, certo, che mostrano una dialettica continua tra forma e informe, tra ordine e caos, tra pausa euristica e perenne, inarrestabile deformazione gnoseologica. Le cose, leggiamo, «si dissolvono e si deformano» «come i cumuli delle nubi che il Maestro sospinge nel cielo. […] Se leviamo lo sguardo alle parvenze del turbine, ne cogliamo un aspetto e dopo un istante esso è già cosa diversa» (SVP 675).

«Conterò sogni e chimère», annunciava Gadda in Tendo al mio fine, «come, sospinta dal vèspero, si deforma la rosea nube nel cielo» (RR I 121). Tutto il suo lavoro di scrittore, filosofo, narratore di sogni e chimere, sembra riassumersi nell’accanimento inutile di chi guarda le nuvole in cielo, e cerca di fissarle in una forma, e sa che quella forma intravista e subito svanita è solo un’istantanea, una «pausa della deformazione in atto» (SVP 667), forse il bagliore di un incomprensibile presagio. Così, tra le borgate intorno a Roma, il maresciallo Santarella:

levava gli occhi: su, su: carovane bianche di nuvole trascorrendo a mezzo marzo nel cielo da nullo reale perseguite, anche loro, però, c’era chi s’incaricava uncinarle: ed erano le vette argentate delle antenne, come punte di pettine di carda un’ovatta: nel vello del fuggente, niveo gregge si sdrucivano da una perpetua deformabilità, poi si richiudevano in una irraggiungibile alternazione di presagi, col vento alto, freddi sbrani di azzurro. (RR II 159)

Università di Bologna

Note

1. R. Barthes, Critica e verità (Torino: Einaudi, 1985), 44.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2017 by Federico Bertoni & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002). Artwork © 2002-2017 by G. & F. Pedriali.

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