EJGS Supplement no. 5, EJGS 5/2007
Archivio Manzotti – Le ragioni del dolore

Guttierez Ladders Etching

Un d’après Gadda:
I giovedì della signora Giulia di Piero Chiara

Raffaella Castagnola

1. Cronaca di un caso giudiziario

Nell’aprile del 1970 un originale televisivo in cinque parti tenne col fiato sospeso gli appassionati di gialli e di cronaca nera: i Giovedì della signora Giulia, tratto dall’omonimo romanzo di Piero Chiara, si presentava come una sorta di Twin Peaks del momento: chi era stato ad uccidere la signora Giulia Zaccagni-Lamberti in Esengrini?

Nessuno, fra i commentatori di Chiara, ha fino ad ora messo in luce che la vicenda trae spunto, in modo palese, da un avvenimento realmente accaduto negli anni sessanta: l’omicidio di Farouk Koourbagi, ventisettenne, libanese di origine egiziana, laureato ad Oxford, miliardario. Il giovane venne trovato morto, dalla sua segretaria, nella sede romana di una società per azioni, di cui l’uomo era amministratore delegato (il fatto avvenne in via Lazio, ma per la vicinanza della più celebre via Veneto fu etichettato sui quotidiani come «delitto di via Veneto»).

Accusati di aver sparato i quattro colpi di pistola e di aver cosparso il viso con il vetriolo, che aveva deformato il volto di Farouk, furono i coniugi Bebawi: lei, Claire Ghobrial Bebawi, amante dell’ucciso e residente a Roma in un appartamento pagatole dal marito; lui, Youssef, separato dalla moglie e residente a Losanna, avrebbe dovuto sposare di lì a poco Giselle Henke. Claire e Farouk si erano conosciuti in Svizzera, in un albergo dove si riunivano i profughi d’Egitto, fedeli di re Faruk. Il padre del malcapitato era stato un uomo potentissimo durante la monarchia, avendo ricoperto la carica di ministro del Tesoro. Giunto in Svizzera aveva fondato una banca ed aveva grandi progetti per suo figlio.

Claire, invece, era arrivata nella Confederazione Elvetica seguendo il marito, che aveva un ufficio di import-export. Spaesata e spesso sola (poiché il marito viaggiava molto), Claire aveva trovato la felicità con un uomo di dieci anni più giovane di lei. La relazione era durata senza problemi per due anni: poi tutto era precipitato.

Il marito, scoperta la relazione, aveva ripudiato Claire e per procedere più velocemente si era fatto musulmano, lui che era cristiano-copto. L’amante era andato a Roma e, intenzionato però a liberarsi di Claire, che lo minacciava continuamente per non aver tenuto fede alle sue promesse di matrimonio, aveva persino ingaggiato un’attrice perché, recitando la parte della moglie, lo aiutasse a lasciare l’ex-amante. Il 18 gennaio 1964 i Bebawi, anche se già divorziati e in procinto di dividersi, erano incredibilmente insieme a Roma. La sera del delitto fuggirono da Roma e in treno raggiunsero Napoli. Lì, secondo la loro testimonianza, noleggiarono un motoscafo per gettare in mare l’arma del delitto, una pistola acquistata in Germania. Poi scapparono a Brindisi e in aereo fuggirono ad Atene. Scoperti furono raggiunti da una richiesta di estradizione per via diplomatica. Il 20 gennaio 1965 inizia il processo che va avanti fino al 23 maggio 1966 con 152 udienze.

Il caso, reso eclatante dalla ferocia del delitto (il vetriolo era indizio di premeditazione) e dal coinvolgimento della polizia di Italia, Svizzera, Grecia e Germania, divenne di grande interesse al momento del processo: il marito fu accusato di aver ucciso l’uomo per gelosia; la moglie, invece, si ipotizzò fosse stata spinta all’assassinio dal timore di essere veramente abbandonata dall’amante. L’uomo dichiarò di aver aiutato la moglie nella fuga soltanto per amore dei loro figli; lei, al contrario, disse di aver seguito il marito sotto choc. Ma tuttavia era difficile spiegare perché mai un marito, che pur intratteneva ancora buoni rapporti con la moglie, avesse aiutato questa a vendicarsi dell’amante; o perché avesse accompagnato la sua ex-coniuge in un viaggio d’incontro con l’amante. Mancavano però, per tutte le ipotesi formulabili, prove certe e univoche, tanto che il processo fu solo indiziario. Ma ciò che fece scalpore fu il comportamento dei coniugi durante la fase giudiziaria: entrambi esibirono, l’uno contro l’altro, prove ugualmente attendibili e coerenti, che davano luogo a due diverse e parallele ricostruzioni dei fatti, plausibili e lucide, senza cadute di tono o dimenticanze di particolari importanti. Una versione, insomma, annullava l’altra: fu quindi impossibile accertare la sincerità dell’uno o dell’altro imputato, come fu irrealizzabile la linea di accusa che tendeva a dimostrare una complicità fra i due (complicità – detto per inciso – che l’opinione pubblica, resa partecipe alla soluzione del caso dalla singolare attenzione dedicata ad esso dalla stampa, dava invece per certa).

Date le circostanze i giudici furono costretti a rilasciare entrambi gli accusati (la assoluzione per insufficienza di prove fu prospettata dal difensore di Claire) e a chiudere il processo con formula dubitativa, che se pur lasciava alla coppia il peso del dubbio, tuttavia, restituendo ad essa la libertà, sembrava beffardamente premiare l’ingegnosità messa in opera. I Bebawi, usciti di prigione si separarono: lui tornò in Svizzera dai figli, lei in Grecia. Il 15 gennaio 1968, grazie ad un ricorso in appello presentato dal pubblico ministero, vennero condannati a 22 anni, ciascuno, di reclusione, pena confermata anche dalla cassazione il 30 ottobre 1974.

Al di là degli esiti (e della tardiva condanna che i quotidiani stessi davano di difficile applicazione in quanto i due si trovavano liberi all’estero), la storia del caso Bebawi fece discutere molto, dato che i giudici, convinti dell’innocenza di uno dei due imputati, preferirono lasciare libero un assassino piuttosto che imprigionare un innocente: sui quotidiani dei giorni immediatamente seguenti il primo verdetto, quello del 1966, troviamo, in prima pagina e a caratteri cubitali, titoli come questo del Corriere d’informazione: «I Bebawi assolti e liberati ma uno di loro ha ucciso». Questo, per sommi capi, il fatto di cronaca che Chiara rielabora nel suo romanzo. (1)

2. Chiara e il caso Bebawi

In Chiara cambiano leggermente i personaggi e gli avvenimenti (la signora Giulia, moglie del rispettatissimo avvocato Esengrini viene trovata morta e della sua uccisione sono incolpati, con accuse diverse, ora il marito, ora il giardiniere e uomo di fiducia Demetrio Foletti), ma muta soprattutto l’ambiente, che è quello caro allo scrittore, quello della provincia lombarda e in particolare del lago Maggiore (l’azione, infatti, si svolge nell’imprecisato paese di M., ubicato nell’alta Lombardia). E compare anche la figura del Commissario Corrado Sciancalepre, che proprio in questa occasione e forse per una volta sola vedrà fallire la sua abilità professionale, fino ad allora indiscussa. Attorno a questi quattro protagonisti – di cui uno, la signora Giulia, fisicamente assente dalla scena se non come cadavere, ma tuttavia sempre presente nelle parole degli altri e, soprattutto, nei pensieri del Commissario – ruotano figure minori, come quella di Emilia, figlia della coppia Esengrini, e del marito di lei, l’ingegner Carlo Fumagalli, un tempo innocente corteggiatore della povera signora Giulia e perciò inizialmente indiziato pure lui. E infine va ricordato anche Luciano Barsanti, nelle cui braccia di amante l’insoddisfatta signora Giulia sembrava aver trovato conforto. La sua relazione con la signora scomparsa, l’improvvisa partenza da Milano, luogo degli incontri amorosi, la sua condotta poco rassicurante fanno di lui un colpevole quasi sicuro: ma le certezze si svuotano di contenuto al momento della cattura. Il Barsanti, anzi, con le sue mosse, le sue giustificazioni, la sua testimonianza, i suoi alibi favorisce una svolta nelle indagini.

Infelicità coniugale, amore adulterino, passioni ed odi di volta in volta animano i vari personaggi, come nella vicenda Bebawi. Ma sul ricordo di questo caso sembra essersi innestato anche quello di un altro processo clamoroso degli anni sessanta, di cui pure si era occupata la stampa italiana (definendolo, persino, il processo del secolo): fiumi d’inchiostro erano stati infatti versati per narrare la vicenda umana dell’avvocato Pierre Jaccoud, noto professionista e politico: questi, accusato d’omicidio nel 1960 (geloso di Poupette, la sua ex-amica, aveva ucciso il padre del suo rivale in amore), era stato screditato da amici e colleghi nel lungo processo ginevrino che lo riguardava. Un simile destino sembra avere anche l’avvocato Esengrini che, sospettato da tutti, perde la sua autorevolezza e dignità nel piccolo paese della provincia lombarda. E come nel caso Jaccoud, anche per Esengrini funzionano da deterrente, per chi insinua i primi dubbi, la sua indiscutibile autorità, la sua grande notorietà, la sua premiata professionalità: sì che, sulle prime, proprio chi deve indagare nel privato di siffatto personaggio rimane titubante, nel timore di fare un clamoroso passo falso.

Nel romanzo di Chiara spetta al Commissario Sciancalepre il difficile compito di tessere la sottile trama dei sentimenti e, di conseguenza, di mettere in relazione fra loro fatti, affermazioni e osservazioni, al fine di ricostruire, attraverso le diverse tessere, l’intero mosaico e di iniziare, successivamente, ad attivare gli ingranaggi della giustizia. Sennonché «la giustizia è un robot senza cuore né intelligenza: colpisce a seconda della carica che ha avuto. E la carica è costituita dalle prove. Dobbiamo metterle nello stomaco le prove sicure, i documenti, le testimonianze certe. Allora colpisce giusto. Guai se le mettiamo nello stomaco delle opinioni! Peggio, se la rimpinziamo di prove incomplete, approssimative…». Queste, nelle parole di un esperto quale l’avvocato Esengrini, le considerazioni non certo lusinghiere sulla giustizia: e a tali conclusioni dovrà giungere anche il Commissario Sciancalepre che dal caso della signora Giulia esce sconfitto, per non essere stato in grado di trovare proprio quelle certezze di cui parlava Esengrini. Nell’ultima scena del giallo il marito della signora Giulia e Demetrio Foletti, lasciati liberi in mancanza di elementi sicuri, escono dal carcere, procedono per un po’ insieme per poi prendere opposte direzioni, mentre Sciancalepre li osserva a distanza, chiedendosi cosa mai si sarebbero potuti dire in quel momento. Come nel caso Bebawi, anche qui i due indiziati avevano giocato la carta vincente accusandosi vicendevolmente, senza però fornire prove schiaccianti e senza tuttavia lasciare indizi di complicità, in modo da lasciare Commissario, magistrato e giudici nel dubbio.

3. Varianti redazionali nei Giovedì della signora Giulia

Nel 1970, quando il romanzo esce in volume, la scena del confronto fra i due imputati e quella del processo occupano parte del capitolo nove e il brevissimo, conclusivo, capitolo dieci: parti, queste del tutto assenti nella precedente edizione a puntate, finora trascurata dalla critica, pubblicata su un quotidiano ticinese. Era stato infatti il Corriere del Ticino ad offrire le sue pagine a Piero Chiara per I Giovedì della signora Giulia, articolato in ventotto parti comparse fra il 2 febbraio e il 23 marzo 1962, con lo pseudonimo di Nik Inghirami.

In luogo dell’assoluzione per entrambi i protagonisti – finale, come si diceva, modellato su uno dei casi di cronaca più noti del periodo (ma si ricordi che Piero Chiara, per anni cancelliere di tribunale, aveva familiarità con risultati simili di procedure giudiziarie) – troviamo in Demetrio Foletti, l’uomo tuttofare di casa Esengrini, il colpevole dell’assassinio della signora Giulia. Ed ecco, come si presenta nel Corriere del Ticino del 23 marzo 1962 la conclusione dell’enigma:

Il Foletti aveva abbassata la testa e teneva le braccia abbandonate lungo il corpo. D’un tratto si girò e afferrò la maniglia della porta contro la quale stava appoggiato, cercando di buttarsi in cantina da dove avrebbe potuto uscire nel parco e tentare una fuga. Ma la porta era chiusa. Ci aveva pensato Sciancalepre prima di mettersi nell’armadio. Fallito quel tentativo il Foletti rimase con la faccia contro la porta e cominciò a tremare in tutta la persona. – Dove l’hai uccisa! – gli gridò un’altra volta Sciancalepre. Il disgraziato indicò con l’indice il pavimento ai suoi piedi e mormorò: – Qui. –

Un finale un po’ affrettato, che sembra imposto da ragioni di opportunità (come nel caso dello sceneggiato televisivo, in cui pure viene indicato il colpevole, del resto imposto dalla legislazione in materia di programmi televisivi): il caso Bebawi, comunque, non poteva, a quella data, funzionare già da modello, per ovvie ragioni di cronologia. Il testo dell’edizione 1970 invece ne porta evidenti le tracce: Chiara, sulla scia del caso Bebawi, rielabora in modo sostanzioso esclusivamente la parte finale del testo precedente, portando a risultati estremi il meccanismo messo in moto da Sciancalepre. Nella parte aggiunta viene infatti permesso anche a Demetrio ciò che prima era stato concesso solo all’avvocato Esengrini: e cioè di difendersi con giustificazioni, atti e parole e, in un secondo momento, di accusare il suo avversario con una versione dei fatti che capovolga l’una quella dell’ altro.

Chiara, nella prima redazione, sembra voler insistere soltanto sulla figura dell’avvocato e, sottolineando l’antica familiarità fra quest’ultimo e il Commissario, propone un gioco, interessante, di progressivo rovesciamento delle parti: è il Commissario infatti a perdere via via autorità e a lasciarsi guidare nelle indagini dall’avvocato detenuto, ed è ancora Sciancalepre a ricevere da quest’ultimo importanti informazioni. Non è insomma il funzionario di polizia a dirigere le indagini o a scoprire qualcosa, ma è l’avvocato che via via dispone davanti agli occhi del suo interlocutore le varie prove. Fino a questo punto della storia le due versioni procedono di pari passo, con qualche lieve variante, che prenderemo in esame successivamente. Ma mentre nell’edizione del 1962 il testo si interrompe, come s’è visto, con la dichiarazione di colpevolezza del Foletti (che, quindi, rende ragione delle volontà dell’avvocato e chiude, fiduciosamente, un capitolo della giustizia), il volume del 1970 ci presenta un Foletti più agguerrito e pronto a ricostruire i fatti secondo una sua propria interpretazione, utilizzando i medesimi elementi forniti dall’avvocato (come la scomparsa dei gioielli della signora Giulia), ma offrendo di questi una diversa versione. Con grande abilità retorica, giustificata anche dalla lunga frequentazione dello studio legale dell’avvocato Esengrini, Foletti riesce a rovesciare la colpa del funesto avvenimento su quest’ultimo. Segue perciò la parte, nuova, del confronto fra i due protagonisti che abbandona, ancora una volta, il lettore in attesa del colpevole. Ma la conclusione non c’è: Chiara lascia alla fantasia del lettore il compito di proseguire, in un modo o in un altro, la sua storia.

Quasi due capitoli aggiunti (le attuali pp. 139-54 dell’edizione «Oscar» Mondadori del 1970): questa la macrovariante fra le due redazioni del giallo all’italiana (e qui si tralascia di confrontare – perché le ragioni dei cambiamenti sono altre – il copione dell’originale televisivo). Altri interventi, modesti, riguardano invece i nomi di alcuni personaggi, primo fra tutti quello della protagonista, Giulia Zaccagni-Pusterla in Esengrini (ed. 1962), Giulia Zaccagni-Lamberti in Esengrini (ed. 1970), e quelli della relativa villa padronale e via ad essa dedicata in cui si svolge gran parte della storia; poi quelli di figure secondarie, come quella del commendator Bianchi, trasformato con anagramma nel commendator Binacchi, o come quella del pignorato signor Antonio Manni che diventa Nanni, o dell’avvocato Ferrini che si trasforma in Berrini. Nomi, insomma, che non costituiscono niente di significativo. Più interessanti, invece, sono i ritocchi, anche questi minimi, della trama: Chiara toglie il superfluo e tutte quelle informazioni che spiegano troppo al lettore, o che risultano ridondanti. Fra gli esempi, tutti dettati dalla medesima logica, eccone alcuni:

i) Sciancalepre, cacciatore di delinquenti, è presentato con queste parole nell’ed. 1962:

Il dottor Sciancalepre era particolarmente amato dai delinquenti che quasi godevano nel farsi acciuffare da lui. Li sapeva trattare. Una volta, a un Pretore che si meravigliava per lo studio profondo e forse eccessivo della personalità di un truffatore che occupava cinque pagine di un suo rapporto, il buon poliziotto, nel dialetto napoletano che gli era familiare più del nativo palermitano perché a Napoli aveva vissuto nei primi anni della sua carriera, rispose: «Che vvulite, signor Pretore, a mme u delinquente me piace assai».

Il brano, con la soppressione dell’episodio particolare e l’introduzione di una significativa similitudine, si presenta invece così nell’ed. 1970:

Il dottor Sciancalepre era particolarmente amato dai delinquenti, che quasi godevano nel farsi acciuffare da lui, tanto li sapeva trattare. Nel dialetto napoletano, che gli era familiare più del nativo palermitano perché a Napoli aveva vissuto nei primi anni della sua carriera, usava dire: «Che vvulite, a mme u delinquente me piace assai!». Era nato per il delinquente, come il cacciatore per la selvaggina;

ii) Sciancalepre è a Milano, alla ricerca dell’ingegner Fumagalli. «Lo trovò in ufficio, in un palazzo del centro, sede della grande società alla cui dipendenze lavorava» (così nell’ed. 1962, mentre in quella successiva del ’70, la parte in corsivo viene eliminata);

iii) Luciano Barsanti è «un giovane dalle facili avventure, ballerino di cha-cha-cha o di mambo, cacciatore di indossatrici e di urlatrici dilettanti, che aveva accettato l’impegno di un amore difficile con una signora dieci anni più anziana di lui forse (ha, ha) per qualche mira venale» (ed. 1962). Nel ’70 i due balli diventano più semplicemente danze sincopate, mentre l’ironico commento scompare;

iv) un’ombra misteriosa si aggira nel parco della villa, un tempo abitata dalla signora Giulia e dal marito, ora dalla figlia, da poco sposata all’ingegner Fumagalli. Quest’ultimo interroga il giardiniere Demetrio Foletti (ed. ’62):

Crede di aver riconosciuto l’ombra? – Credo – Mio suocero? – Demetrio annuì. E l’ingegnere dopo avergli fatto segno di star zitto ponendosi l’indice davanti al naso e guardandolo significativamente, lo congedò battendo gli leggermente la mano sulla spalla.

Per prolungare l’effetto di mistero intorno all’identità dell’ombra, il passo viene così modificato nel ’70:

– Crede di aver riconosciuto l’ombra? – Credo – L’ingegnere non volle sapere di più e si limitò a fargli segno di star zitto, ponendosi l’indice davanti al naso e guardandolo significativamente. Nel congedarlo gli batté leggermente la mano sulla spalla.

Soppressioni, dunque, nella maggior parte dei casi, ma anche ritocchi linguistici (correzioni di pronomi errati) e qualche piccola aggiunta, qualche precisazione, questa volta non superflua, qualche chiarimento. Ma Chiara si mostra soprattutto attento ad intervenire sul testo là dove si manifestano evidenti incongruenze, o sfasature nella costruzione del giallo. Prendiamo in esame solo qualche campione:

a) gli incontri tra Luciano Barsanti e la signora Giulia non potevano avvenire in un appartamento ammobiliato, come è precisato nell’ed. ’62 («Ho dovuto cercare un appartamentino ammobiliato»), in quanto subito dopo il Barsanti stesso dichiara al commissario di aver venduto i mobili, prima della sua fuga per Roma: perciò, nell’ed. ’70, la segnalazione scompare («Ho dovuto cercare un appartamentino»);

b) l’ingegner Fumagalli propone un incontro a Emilia, figlia degli Esengrini, in un caffè di via Monforte (ed. ’62). Nel ’70 viene invece proposta via Montenapoleone, in quanto in via Monforte il giovane si era qualche volta già incontrato con la madre di Emilia, la signora Giulia;

c) tra le pratiche segnalate dall’avvocato Esengrini al commissario Sciancalepre figurano la querela della famiglia Rossinelli contro Scarlìa e l’istanza per libertà provvisoria di Alfredo Marchionato. Perciò, quando successivamente, si parla di «querela Marchionato»(ed. ’62), andrà fatta una sostituzione con «Rossinelli», come infatti avviene puntualmente nell’ed. ’70;

d) l’ala della villa, un tempo abitata dai coniugi Esengrini, non poteva essere chiusa soltanto da parecchi mesi (ed. ’62), ma da alcuni anni (ed. ’70), come si deduce dalla vicenda.

Ritocchi, s’è detto, per migliorare il testo: ma la revisione, che pur elimina piccole contraddizioni, ne crea altre, ben più consistenti. Come a dire che nessun giallo, nessun delitto, è perfetto.

Più logica, rispetto a quanto affermato nell’ed. ’70, è infatti la scelta di Demetrio Foletti di rinunciare a seguire l’avvocato Esengrini nel nuovo studio, dopo che quest’ultimo aveva abbandonato la casa un tempo abitata con la moglie e ora ristrutturata dalla figlia. Avvocato e giardiniere si stanno infatti preparando ad essere due perfetti rivali: non si capisce, quindi, perché Demetrio, che continuava a frequentare la vecchia casa, avesse seguito l’avvocato Esengrini nel nuovo studio (ed. ’70).

Più interessante, poiché riguarda un vero e proprio errore, è la correzione, sistematica (si incontrano una decina di casi), del numero degli anni trascorsi dalla morte della signora Giulia alla ripresa delle indagini: cinque, secondo l’ed. ’62; tre, secondo la versione del ’70. Ma gli anni non tornano in ogni caso, almeno a giudicare da alcuni elementi di datazione sparsi nel testo e che qui riproponiamo: le due redazioni concordano nell’affermare che, al momento della scomparsa della madre, la signorina Emilia aveva quindici anni e frequentava il collegio delle Orsoline a Milano. Sempre a Milano si era poi iscritta all’Università. Raggiunta la maggiore età (all’epoca 21 anni, come dichiarato nel testo) aveva sposato l’ingegner Fumagalli ed era andata a vivere nella villa un tempo abitata anche dai genitori.

Dopo pochi mesi nel parco della villa, era stato ritrovato il corpo della madre: le indagini erano perciò riprese. Ora, è abbastanza evidente che l’errore sta nella prima informazione: se Emilia avesse davvero avuto soltanto quindici anni, sarebbe passato molto tempo prima della sua iscrizione all’università. Le Orsoline, del resto, allora come oggi erano in grado di portare le proprie alunne anche alla maturità. Chiara racconta che «la signorina Emilia, ritirata ormai definitivamente dal collegio delle Orsoline di Milano, si era iscritta all’Università», ma non ci informa sui tempi: sembrerebbe comunque che il passaggio dall’uno all’altro insegnamento sia durato soltanto un anno, il tempo delle prime indagini. Se non si accetta questa ipotesi, bisognerebbe, di conseguenza, contare sei anni (quindi non solo cinque) per il ritrovamento del corpo della signora Giulia.

Se invece si dà peso alla correzione del ’70 (per certi versi più logica), bisognerà, di necessità, pensare ad un’Emilia diciottenne. Ma anche questa soluzione offre qualche dubbio, poiché nelle prime battute del romanzo Emilia è presentata ancora come una bambina, che, data la grande differenza di età, considera l’avvocato «più nonno che padre»: sembra quindi che debba trascorrere molto tempo prima di ritrovare quell’Emilia adulta e agguerrita, che sa controbattere con fermezza e decisione alle ragioni del padre, che sa affrontare nel silenzio il peso del dolore per la perdita della madre, che è in grado di gestire da sola la sua vita privata e di operare scelte difficili, malgrado le ostilità e i veti del padre.

4. Presenze gaddiane

Qualche osservazione va fatta anche su alcune varianti e parti soppresse, spie, forse troppo evidenti, di reminiscenze letterarie. Una, in particolare, merita molta attenzione. Sciancalepre, si sa, è un meridionale: è nato in Sicilia, a Palermo, è vissuto molti anni a Napoli, prima di essere trasferito per promozione al Nord. Di lui sappiamo che in certe occasioni ama esprimersi in dialetto, qualche volta in quello napoletano, che gli è più familiare del nativo palermitano («Che vvulite, a mme u delinquente me piace assai!»), altre in quello milanese («“El ghè!” gridò il Commissario rinunciando per una volta al dialetto napoletano e passando a quello milanese, quasi per rivolgersi al pubblico di M. che attendeva ormai da due mesi il successo del suo solerte Commissario»).

Queste sono le uniche espressioni dialettali presenti nel testo nel ’70. Nel ’62 ne troviamo invece una terza, poi soppressa: «Mai vui, vui pazziate, avvocà», dice Sciancalepre all’avvocato Esengrini quando questi lo rende partecipe del suo dramma, della scomparsa della signora Giulia. E, sempre ad un ambito colloquiale, può essere ricondotta la porzione di testo, successivamente eliminata, qui riportata in corsivo: «La fattispecie – mormorava il commissario tra sé – la fattispecie è quella che mi frega». Si legga, ancora, nella versione del ’62 un passo del dialogo fra Emilia e il Commissario, passo che conserva le caratteristiche del linguaggio parlato («è un mistero, un mistero – diceva il Commissario. E tentava di farla parlare, le chiedeva cosa ne pensava suo padre. – Gli ha letti i giornali? – domandò il Commissario. – Sì gli ho letti –»), e lo si confronti con l’esito, più letterario, del ’70 («è un mistero, un mistero! – diceva il Commissario. E tentava di farla parlare, chiedendo le cosa ne pensasse suo padre. – Li ha letti i giornali? – domandò il Commissario. – Sì, li ho letti»).

Che pensare, dunque, di questo commissario che si esprime, seppur raramente, in dialetto? E che pensare della prima redazione in cui sono più accentuate le espressioni del linguaggio colloquiale? Il riferimento, d’obbligo, è al Pasticciaccio gaddiano, al commissario Francesco Ingravallo, detto Ciccio, funzionario della sezione investigativa romana, che è solito parlare contaminando vari registri linguistici: ma a don Ciccio si associa, inevitabilmente, anche il ricordo del colonnello medico Di Pascuale (con la c, come specifica Gadda), che nel paese del Sud America in cui si svolge La cognizione del dolore ama qualche volta far uso dell’oriunda parlata napoletana («Chill’è nu pazzariello», «Chili’ è nu fetente»). Ingravallo e Sciancalepre sembrano essere nati da un medesimo stampo: molisano il primo, palermitano il secondo, entrambi stimati commissari di polizia, impegnatissimi e agguerriti sul lavoro ma amanti, nei momenti di pausa, della buona cucina. Decisamente pragmatici e bisognosi di certezze, hanno una specie di vocazione per il loro lavoro. Il loro fiuto, il loro naso negli affari loschi è noto a tutti: il «fiuto di segugio» di Ingravallo trova il suo corrispettivo nel «fiuto particolare» di Sciancalepre, nato, come abbiamo visto, «per il delinquente, come il cacciatore per la selvaggina» (e qui si allude, evidentemente, anche al suo cognome). Dai molti casi affrontati i due funzionari di polizia traggono persino enunciati teoretici, o dichiarazioni di spicciola filosofia: mentre Ingravallo disquisisce sul bisogno di «riformare in noi il senso della categoria di causa quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause», Sciancalepre, catalogando i «comportamenti prevedibili», elabora una sua legge che governerebbe le reazioni delle mogli in fuga con l’amante, oppure, da «psicologo consumato» ragiona sulla «cornutezza» e sugli stati d’animo che agitano gli interessati. Ma l’ultimo caso sottoposto alla loro abilità professionale è un vero e proprio smacco.

Le coincidenze fra i Giovedì della signora Giulia e il Pasticciaccio di Gadda, che sempre più si evidenzia, a livello dello scheletro del racconto, una fonte diretta e privilegiata, sono molte. (2)

Sia Ingravallo che Sciancalepre conoscevano molto bene la vittima, anzi erano soliti frequentare il luogo, teatro del fattaccio. Di qui l’iniziale imbarazzo sia a trattare il caso, sia a dialogare con il marito della vittima, sia, ancora di più, ad entrare nel privato, nei dettagli della vita familiare della donna scomparsa. L’incredulità di fronte a fatti che sconvolgono i loro schemi mentali caratterizza i due personaggi: tuttavia entrambi sono risoluti e determinati a capire quel mondo tutto al femminile di cui, da semplici osservatori esterni, avevano percepito fino ad allora solo una facciata: quella offerta agli amici, agli ospiti di casa, ai vicini. Emergono, di conseguenza, due personalità femminili simili, quasi intercambiabili, «tipicamente gravitate sugli ovarii», come direbbe Gadda: quella della signora Liliana studiata da Ingravallo, e quella della «povera signora Giulia», messa a fuoco nella mente del commissario Sciancalepre, che via via è trascinato dal succedersi impetuoso degli eventi a credere a ciò che non avrebbe mai voluto credere. Infatti, dietro ad una moralità ostentata, si nasconde, in entrambe le protagoniste, una personalità irrequieta. Anche in questo caso Chiara sembra aver modellato la sua vittima sullo schema gaddiano: Giulia, come Liliana, è una bella donna dal viso dolce, pallido, trasognato, triste: sospiri e malinconie la rendono ancor più attraente e desiderabile, sembra persino che la nobilitino. Giulia, come Liliana, è sposata ad un uomo che la trascura per gli impegni di lavoro (il ritratto del Balducci, «maritone tutto affari», si può sovrapporre a quello di Esengrini), ma che pur sembra tenere ad una borghese facciata di unità familiare. Giulia, come Liliana, è conosciuta da tutti quale donna esemplare, dalla coscienza retta, irradiata dalla fede (anche se poi le ragioni dell’amore, alla luce dei fatti, sembrano aver avuto la meglio sulle potenti forze inibitrici delle fede). Ed infatti Giulia, come Liliana, verrà definita pazza e irresponsabile da chi, con occhi da benpensante, giudica i suoi segreti, i suoi gesti, le sue scelte, ormai divenute dominio di tutti. Giulia, come Liliana, è donna assorta, elegante, desiderabile. Cerca in un amore impossibile di riscattare la solitudine della sua vita, la sua insoddisfazione sentimentale. Giulia, come Liliana, verrà trovata uccisa di giovedì, e in entrambi i casi l’imprevista novità del ritrovamento del cadavere verrà data al commissario alla medesima ora, «verso le undici di mattina», da un interlocutore che sopraggiunge trafelato. Giulia, come Liliana, ha una figlia (solo «adottiva», per ben note ragioni, nel caso della Balducci), assente dalla scena del «fattaccio», perché in quel momento frequenta un collegio privato, gestito dalle suore, riservato alle ragazze della buona borghesia: la Gina quello del Sacro Cuore, Emilia Esengrini quello delle Orsoline. Giulia, come Liliana, sembra voler affidare all’amico commissario il compito di vendicarla: gli occhi tristi di Giulia riappaiono a Sciancalepre «ad invocare la sua diligenza», mentre Ingravallo è sollecitato a trovare il colpevole da Liliana che «sembra rivolgersi disperatamente chiamandolo dal suo mare d’ombra». E ancora: nei momenti di rievocazione la «povera Liliana» celebrata dal cugino Valdarena, ha un suo riscontro nella «povera signora Giulia» ricordata, con un misto di compassione e incredulità per l’accaduto, da Sciancalepre. Anche la carne spenta delle due donne, pur nell’orrore della morte, suscita in chi la osserva, e specialmente nei commissari, il ricordo della bellezza. Infine va ricordato che sia Giulia che Liliana, assenti dalla scena, fanno risuonare per l’ultima volta le loro parole in un testo scritto, l’una in una lettera all’amante, l’altra nel testamento: in entrambi i casi è evidente una certa inquietudine e agitazione, che sembra rivelare molto sullo stato d’animo della vittima poco prima della tragica scomparsa.

Persino nella prima fase delle indagini, subito indirizzate sulla pista dell’intrigo amoroso, emergono personaggi dalla tipologia simile: all’eroe in negativo che campeggia nel Pasticciaccio, Giuliano Valdarena, fa da controfigura Luciano Barsanti. Anche per loro, pur tenendo conto dei diversi ruoli (l’uno legato da vincoli di parentela alla donna uccisa – ma a Ingravallo venne subito l’idea che il «cugino corteggiasse la signora Liliana per… ma sì! per averne favori di denaro […], un dubbio dei più ingravalleschi, dei più doncicciani» – il secondo ne era invece l’amante), si possono documentare notevoli somiglianze: siamo infatti in presenza di due figure che si muovono sulla scena del delitto in modo simile. Entrambi sono caratterizzati da un’ambiguità morale, soprattutto nei confronti delle donne, e in particolare della vittima, dalla quale sanno sapientemente ottenere denari e regali, in nome di un affetto o di un amore che non sanno però capire a fondo. Della vittima conoscono, meglio di altri, le debolezze e i sogni, e per tale ragione sono i primi ad essere inquisiti.

E ancora perfettamente leggibile sotto l’immagine dell’avvocato Esengrini, messo di fronte ad una realtà che sembra non sconvolgerlo, è il ritratto del signor Balducci: il marito di Liliana, impassibile, esibisce il suo alibi e sempre senza grandi emozioni constata la sparizione di un cofanetto di gioie; infine, senza particolare stupore e senza astio, anzi con freddezza ed indifferenza partecipa al confronto, davanti al commissario, con il Valdarena (l’uno però non imputa niente all’altro, anzi le affermazioni non risultano contraddittorie). Stesso comportamento, dettato da grande lucidità, mantiene il marito della signora Giulia, anch’egli costretto a denunciare la sparizione dei gioielli della moglie, anch’egli freddo e circostanziato nelle sue risposte al Commissario che cerca di strappargli un’emozione (o una confessione) nel confronto a due con il suo rivale e accusatore Demetrio Foletti. E mentre Ingravallo studia le «immediate reazioni psichiche e fisiognomiche» del Balducci, Sciancalepre si impegna in un analogo esercizio con Esengrini. Infine, nel Pasticciaccio come nei Giovedì della signora Giulia, assistiamo al progressivo svanire nel nulla di tutte le speranze di acciuffare l’assassino: le gaddiane «aurore del ci siamo», che ricordano il significativo «El ghè» pronunciato da Sciancalepre, si rivelano soltanto illusioni. Di qui, la significativa corrispondenza fra un romanzo e l’altro, del finale a sorpresa: un finale che non è un finale, ma che lascia al lettore il compito di continuare da solo la storia.

Mancano in Chiara la vivacità espressiva, la capacità di dominare a lungo la tensione narrativa, la genialità nel creare certi personaggi di Gadda: ma il suo testo è evidentemente un d’après Gadda, salvo l’influenza, questa volta non letteraria, del caso Bebawi. Basti, a conclusione di questa rassegna di personaggi e avvenimenti, segnalare la compresenza, nell’uno come nell’altro giallo, delle alchimie del gioco del lotto, che inevitabilmente si innescano in certi animi, abituati a voler trarre il meglio anche dai fatti più macabri. Ed ecco, alla scoperta del cadavere di Liliana Balducci, la reazione dei vicini:

Giunti a via Merulana, la folla. Davanti il portone il nero della folla, con la sua corona de rote de bicicletta. – Fate passare, polizia. – Ognuno si scostò. Er portone era chiuso. Piantonava un agente: con due pizzardoni e due carabinieri. Le donne li interrogavano: loro volevano sapé. Tre o quattro, deggià, se sentì che parlaveno de nummeri: ereno d’accordo p’er diciassette, ma discuteveno sur tredici.

La scena, anche se ambientata in tutt’altro contesto, richiama alla mente la reazione del commissario Sciancalepre alla vista di una lettera di Luciano Barsanti alla signora Giulia, lettera che a prima vista sembra di importanza capitale per il rapido svolgimento delle indagini. Ancora prima di conoscerne il contenuto, Sciancalepre si abbandona a siffatti pensieri:

– Come un’altra lettera? – La esaminò, la fiutò, la girò da tutte le parti, lesse il timbro: Roma 22 maggio 1955, XII-17. – Ventidue, cinque il mese, cinquantacinque l’anno, dodici il distretto postale, diciassette l’ora. Che cinquina! – esclamò il Commissario. – A meno di aggiungere undici, le corna, e dividere in due temi, anzi, un terno e una quaterna, perché l’undici ci vuole da tutte e due le parti! –.

Université de Genève

Note

1. Le citazioni che seguono sono tratte dalla prima edizione degli «Oscar» Mondadori, del 1970. Il testo è stato di recente riedito in edizione scolastica con commento: P. Chiara, I giovedì della signora Giulia, a cura di R. Castagnola & M. Camboni (Milano: Mondadori Scuola, 1991), su cui si veda la recensione di F. Roncoroni, Chiara, Giulia e il «Corriere», in Corriere del Ticino, 2 dicembre 1992. La bibliografia relativa ai Giovedì della signora Giulia è scarsa: il contributo più significativo è quello di G. Tesio, Piero Chiara (Firenze: La Nuova Italia, 1983), 52-55, che si limita però ad inquadrare il testo fra le altre opere dell’autore. E. Ghidetti, Introduzione a P. Chiara, Il pretore di Cuvio (Milano: Mondadori 1976), 10-12, inserisce invece brevemente I giovedì della signora Giulia in quella linea dei romanzi di Chiara che esplorano la provincia, mettendone in luce abitudini, vizi, ritmi di vita e personaggi caratteristici.

2. Chiara sembra aver costruito sincreticamente i suoi personaggi a partire da varie figure gaddiane. Per Sciancalepre, al ricordo di Ingravallo si sovrappone quello del maresciallo Santarella. Si mettano a confronto, a questo proposito, le seguenti immagini tratte dai Giovedì della signora Giulia di Chiara – «Dotato di un fiuto particolare, cioè di quella speciale forma mentale che conferisce ai grandi poliziotti la possibilità di immedesimarsi nel delinquente, il Dottor Sciancalepre aveva raccolto molti successi e non era lontano da una meritata promozione. […] Il Dottor Sciancalepre era particolarmente amato dai delinquenti, che quasi godevano nel farsi acciuffare da lui, tanto li sapeva trattare» – con quelle del Pasticciaccio di Gadda: «Certi scarcagnati con addosso tutta la migragna dell’impero imminente, certi morti de fame de ladruncoli de biciclette, strulloni in ozio a giro per le strade e per le bettole il giorno, e la notte a travaglio, non gli pareva poi vero, a colpo fatto, di lasciarsi ammanettare da lui, di venir “messi dentro” da lui. Quando arrivava lui, puttana il diavolo, tiravano un respiro: finita l’ansia, il pericolo: finito di sudare, di scalzare, di aggeggiare, di trasalire a uno scricchiolio, a un dubbio di cigolio lontano d’un cancello: di scassinare usci col cuore in gola: ecco, finita ogni pena: gli riprendeva la gioia, dentro, poveri ragazzi! la fiducia nel domani, gli riprendeva. Erano così contenti, solo a vederlo, che dimenticavano il loro triste obbligo, mannaggia er prefetto: l’obbligo di scappare con la refurtiva, e quel ch’era peggio coi ferri, anche, e stracarichi: dopo tanto affanno dover anche darsela a gambe! Checché. Lo salutavano con una guardata, con un risolino d’intesa, quello che vuoi significare “tra noi” […] e gli porgevano i polsi: nata in loro concupiscenza repentina delle catenelle da polso: come allo scassato e stanco non piace altro che il letto».

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-16-7

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