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Liliana Balducci e il suo boja?

Giorgio Pinotti

«Et soudain, Henri l’étrangle. Il lui serre le cou de toutes ses forces. En larmes et en criant, il secoue la tête de Jean dans ses mains et la cogne au bois du lit».

Patrice Chéreau-Hervé Guibert, L’Homme blessé

1. La diavola de corallo

Giovedì 17 marzo 1927 Liliana Balducci viene assassinata. Sono passati solo tre giorni da quando un «toso franco» in tuta da meccanico e con una sciarpa di lana verde-bruno ha derubato di denaro e gioielli la vedova Menegazzi, che vive sullo stesso piano, dirimpetto ai Balducci. Uno degli ambi, verrebbe da dire, che più raramente si estraggono in criminologia, e che rammenta il «cancro abbinato duodeno-fegato» (QP RR II 109) che ha ucciso il povero zio Peppe. (1)

Liliana è stata sgozzata. Le hanno tagliato la gola, ferocemente, con un coltello affilatissimo. Non solo: la gonna e la sottogonna sono «buttate all’indietro, fin quasi al petto» (QP RR II 58), come per un supremo oltraggio. E anche noi non possiamo fare a meno di pensare: già, don Ciccio l’aveva pur detto. Ci aveva avvertito, fin dall’inizio, che «un quanto di affettività, un certo “quanto di erotia”, si mescolava anche ai “casi d’interesse”, ai delitti apparentemente più lontani dalle tempeste d’amore» (QP RR II 17). Ma torniamo a quella gonna buttata all’indietro come «da una vampa calda, vorace, avventatasi fuori dall’inferno. Chiamata da una rabbia, da uno spregio simile, erano le porte d’Inferno che le avevano dovuto dar passo» (QP RR II 71). Fermiamoci un istante e registriamo questa prima occorrenza infernale, questo primo indizio. Il Pasticciaccio, come ogni giallo che si rispetti, (2) è disseminato di indizi. E di false piste. La soluzione finale, il lettore se la deve meritare. Registriamo anche gli insistiti riferimenti al sesso del barbaro assassino: «come ciavesse preso gusto, quer boja [...] Assassino!» (QP RR II 60), «una mano levata appena, bianca, a stornare l’orrore, a tentar di stringere il polso villoso, la mano implacabile e nera dell’omicida» (QP RR II 67-68), «e vedeva quegli occhi, non più d’uomo, sulla piaga: ch’era ancora da lavorare: un colpo ancora: gli occhi! della belva infinita» (QP RR II 68), «si era conceduta al carnefice» (QP RR II 68 e 82). Indizi o false piste? Ci torneremo più avanti.

Lunedì 21 marzo viene interrogato don Corpi, dei Santi Quattro. A lui dobbiamo la rassegna completa di quelle tormentose adozioni connesse – è la sofferta diagnosi di don Ciccio, avviata durante il pranzo in casa Balducci e completata in occasione della lettura del testamento olografo – a «una forma di omoerotia sublimata: cioè a una paternità metafisica» (QP RR II 107). (3) Quattro «nipoti» in tre anni: una «teoria, omai, un’infilata di perle» (QP RR II 130). Oltre alla Gina di Zagarolo, l’ultima, ricordata nel testamento, tre «pupille mancate»: la Milena, bugiarda, ladra e precocemente affetta da manie erotiche; la Ines, lungimirante e sagace, convolata a nozze con uno studente all’ottavo anno di legge; e la Virginia, il cui ricordo già era balenato a Ingravallo nel corso del pranzo del 20 febbraio: «La Virginia! (l’immagine fu lampo di gloria, un repentino fulgore nella tenebra)» (QP RR II 23). La Virginia che «pareva una sposa di campagna, coronata di trecce nere, forte, ampia da tener lei tutto il letto: certi occhi! un davanti! un didietro! Da sognarseli di notte» (QP RR II 18). Non sottovalutiamo questa ammirata rievocazione: Gadda, lo si è detto, elargisce indizi e false piste. Don Ciccio, che ha una memoria infallibile, nota che la domestica, Assunta, è una «faccia nuova, per quanto somigliasse, vagamente, alla nipote di prima», cioè alla Virginia (QP RR II 18). E poco dopo la sovrapposizione Assunta-Virginia è nuovamente suggerita, allorché il commissario cerca di reprimere l’attrazione che Assunta suscita in lui: «un po’ come lo strano fascino della sfolgorante nipote dell’altra volta» (QP RR II 20), cioè, di nuovo, la Virginia. Assunta e Virginia, la domestica e la nipote, devono confondersi nella mente del lettore – non diversamente da quanto avverrà più avanti per Diomede Lanciani e Iginio Retalli.

La testimonianza di don Corpi è decisiva: da lui apprendiamo anzitutto che la procace Virginia aveva «fascinato due anime: in due direzioni disgiunte» (QP RR II 135), cioè che aveva conquistato Liliana e sedotto il Balducci. Come stupirsi, del resto? Anche noi, come don Ciccio, conosciamo Remo Balducci per «cacciatore, e cacciatore fortunato. Cacciatore in utroque» (QP RR II 21). Sappiamo che agli occhi di Liliana la mancanza di figli pareva giustificare «qualche esorbitazione venatoria del marito». E poi lo ha ammesso lo stesso Balducci: «“Mbè: semo ommini. Se viaggia… Un quarche capriccetto extra: se sa…”» – ma a Fumi non è sfuggito «un attimo di titubanza: un certo incremento, sia pur lieve, del naturale rossore de la faccia» (QP RR II 97). E apprendiamo che Liliana ha subìto, con crescente terrore, gli accessi d’amor filiale di Virginia, che la abbracciava e baciava «come po bacià una pantera» – dicendole «“Ve vojo bene: bene, te vojo: ma una vorta o l’antra me te magno”» – e una volta le ha persino morso un’orecchia (QP RR II 137) con quei suoi «denti bianchi a triangolo come d’uno squalo, come dovesse laniare er core a quarcuno» (QP RR II 136). Ma a colpirci sono soprattutto alcuni dettagli: la bellezza di Virginia, la sua salute «de diavola de corallo dentro de quela pelle d’avorio» (QP RR II 135), e il commento delle amiche: «“Quella? quella cià er diavolo da la parte sua” [...] “Quella cià Farfarello corpo”» o, più esplicitamente, «“quella cià Farfarello in culo”» (QP RR II 136). Riferimenti diabolici – e belliani: dal son. 833, v. 8: «Dite puro c’ha in culo farfarello». (4) Ma c’è di più: al Corpus Domini, durante la messa, Virginia non aveva esitato a rifare il verso ai canonici di San Giovanni: «co la voce d’omo», che «solo er diavolo poteva avejela prestata, in quer momento» (QP RR II 138).

Nella sua indagine, in fondo, don Ciccio non è solo. Ad aiutarlo sopraggiunge, come ha notato Amigoni, un inaspettato deuteragonista: la Ines. (5) La sua convocazione è un colpo di genio di Fumi, che già il mercoledì 16 marzo, nello scorrere «la nota (de le belle donne del dì prima)» (QP RR II 52), era rimasto colpito dalla località di provenienza di una di esse, il Torraccio. Si rammenti che a casa della detopaziata Menegazzi era stato ritrovato un biglietto delle Tranvie dei Castelli bucato al Torraccio. Ora (siamo al 22 marzo, martedì) che il proprietario della sciarpa – il «toso franco» insomma, il meccanico – ha un nome, Retalli Enea detto Iginio, «nato e dimorante in località “il Torraccio”» (QP RR II 139), Fumi non ha più esitazioni. Tanto più che il Retalli ha dato da ritingere la sciarpa alla Zamira, e che la Ines ha dichiarato di avere lavorato come carzonara ai Due Santi. «“Sentimmo la Ines!”» ordina. La confessione di Ines è determinante: anzitutto cicala della Zamira, sarta-sibilla e ruffiana. Il suo laboratorio-bettola-harem sulla via Appia, fornito di «buon organico di nipotine apprendiste» (QP RR II 153: come non pensare a Liliana e alle sue dolorose adozioni?), è «punto d’incontro dei vitali compossibili» e presagio del migrare delle indagini dal «fumigante mistero della città» (QP RR II 177) – che apparirà al Pestalozzi «distesa come in una mappa o in un plastico», «n’orloggione spiaccicato a terra, che la catena de l’acquedotto claudio legasse… congiungesse… alle misteriose fonti del sogno» (QP RR II 191) – verso il Lazio. (6) Dalle nipotine di Liliana a quelle di Zamira, dal solitario detective-filosofo Ingravallo, «che pareva vivere di silenzio e di sonno sotto la giungla nera di quella parrucca» (QP RR II 16), all’irresistibile e seduttivo Santarella, centauro-saetta «a cui tutti obbedivano […] presi nel cerchio magico del V.E., nell’ellisse gravitatoria di quel nucleo d’energia così felicemente irradiata a’ satelliti» (QP RR II 157): così si consuma il trapasso dalla Roma mussoliniana, mortifero gorgo di psicosi narcissica, al Lazio matrice di vita, dal romanzo cittadino al romanzo albano, che prenderà ufficialmente avvio con l’incipit manzoniano (e parodistico) del cap. VIII.

Ma le rivelazioni di Ines non si fermano qui. La Camilla Mattonari, che lavorava con lei ai Due Santi, le ha parlato di un’amica «ch’era stata a Roma a servizio, ma non proprio a servì tutto er giorno» (QP RR II 162). È un punto chiave del romanzo: anzi, come ha osservato giustamente la Pedriali, è il «vero identikit dell’assassina» (Pedriali 1999a: 85). Rileggiamolo dunque con attenzione. Questa amica «“stava da certi signori che j’aveveno fatto la dote». Non v’è dubbio che non può trattarsi di Assunta. (7) Lo provano due dati irrefutabili: la ragazza era stata a Roma a servizio. E Assunta è a servizio dai Balducci. E poi c’è quella dote, più adatta a una nipote, a una pupilla, che alla «stupenda serva dei Balducci». Ma proseguiamo nella lettura: la ragazza deve sposare un «“signore, un industriale de commercio [...] che j’aveva rigalato du perle» (QP RR II 162): il che esclude Milena e Ines. Il seguito, poi, non lascia dubbi: la Ines Cionini, che l’ha incontrata a Santo Stefano Rotondo, dichiara che aveva occhi strani, quasi fosse «“una strega, una zingara. Du stelle nere de l’inferno. All’Ave Maria […] pareva ch’er diavolo se fussi vestito da donna. Quell’occhi te metteveno paura. Ciaveveno come un’idea, dentro, de volesse vendicà de quarcuno”» (QP RR II 162). L’inferno e il diavolo, l’abbiamo visto, sono il senhal di Virginia. Dove abitava la strega, la zingara? Stava «sotto a la Pavona» (QP RR II 164), dunque non a Tor di Gheppio, dove ritroveremo Assunta.

La Ines Cionini, inoltre, ha un paìno, Diomede Lanciani, «biondo come un arcangelo» (8) elettricista disoccupato e gigolò, che ha lavorato da una contessa, «“una che parla veneziano”» (QP RR II 180), cui deve aver concesso, non meno che alla Zamira, i «suoi conforti irruenti». Non solo: Diomede ha un fratello minore, Ascanio, che pure ha bazzicato il palazzo dell’oro e che vende la porchetta a piazza Vittorio. È lui il garzone der pizzicarolo che i casigliani del 219 hanno visto fuggire dopo il furto in casa della Menegazzi. Lo arresterà er Biondone, nel X capitolo, e in quell’occasione una nuova tessera si aggiungerà al puzzle: i Lanciani sono «di Grottaferrata, na frazzione che se chiamava er Torraccio» (QP RR II 256): come il Retalli. A Ines, davvero, non si può chiedere di più. Molti interrogativi restano senza risposta: chi ha fatto da tramite fra Lanciani, «’o lanci-ère» (QP RR II 178), e la vedova Menegazzi? E poi: sono stati Diomede e Ascanio a fornire al Retalli le informazioni necessarie al furto? E infine: Ascanio era lì per caso o faceva da palo al Retalli? Il Pasticciaccio tace, e il lettore le risposte deve trovarsele da sé. Ingravallo, lui, ha già capito: «Analogie strane, dubitò lo Sgranfia, occulte agli altri, erano a lavorare in quel cervello. Non c’era nesso apparente, ma chissà poi non ci fosse, chissà Ingravallo non lo divinasse, muto e nero sul suo riflettere, non c’era alcun séguito dal garzone in grembiule, dal rapinatore in tuta, dall’assassino ignoto, agli occhioni della zingara» (QP RR II 164). La soluzione del romanzo è tutta qui, in queste analogie che sfidano il senso comune. Intanto, senza essere Ingravallo, anche noi abbiamo capito che a fare da tramite tra Diomede e la Menegazzi dev’essere stata Virginia, e che sempre Virginia, la zingara, deve avere fornito al Retalli le informazioni necessarie al furto. Il Retalli, non dimentichiamolo, prima che alla Menegazzi, «aveva sonato alla sora Liliana…» (QP RR II 29), che per fortuna non aveva aperto: perché sola in casa. Virginia, con quella sua idea «“de volesse vendicà de quarcuno”» (QP RR II 162).

I capitoli VIII-X si snodano in un’unica mattinata, quella del 23 di marzo (è la «forte decelerazione» di cui parla Amigoni 1995a: 41). Una mattinata che vede i Reali e la «concorrente organizzazione di polizia» seguire piste parallele: Pestalozzi si avvia verso la bettola della Zamira insieme al Farafiliopetri «per ulteriori accertamenti» e Santarella si lancia sulle tracce del Retalli, che presumibilmente ha preso «(a un incirca) verso la Pavona e il Palazzo» (QP RR II 251), mentre Ingravallo punta verso Marino e poi Tor di Gheppio. Piste parallele, e disseminate di segrete rispondenze, di figure della morte – la vecchia di Casal Bruciato, sorda e muta, simile a «un alberello gobbo nell’orto, un sorbo già scheletrito nella morte» (QP RR II 237), il padre di Assunta, «un corpiciattolo disteso, come un gatto secco in un sacco adagiato a terra» (QP RR II 273) – e dell’immemore eternità della terra: come il padrone del calesse che conduce Lavinia e il Farafilio al casello, perso «negli interminati campi del nulla», in un «dolce vacuo torricelliano» (QP RR II 238), o la Veronica, «impietrata in una rimemorazione degli evi che s’erano viceversa dissolti nella non-memoria» (QP RR II 274).

è con il Pestalozzi, e con il tragitto da Marino ai Due Santi, che prende avvio la seconda parte del Pasticciaccio: non a caso nel sogno del brigadiere confluiscono, in una sorta di rimemorazione-presagio, eventi già accaduti (la rapina manu armata in casa della Menegazzi, la carzonara con le sue nipotine-apprendiste) ed eventi futuri e misteriosamente divinati: la visita al casello di Casal Bruciato dove sopraggiungerà il «feffe-feffe», la scoperta dei gioielli: «luminarie e ghirlande dondolavano sopra le altane a lido, nello spiro seròtino del mare [...] sotto festoni di pere gialle da due watt e palloncini sbronzi e dolcemente obesi nell’alitare e nello smorire d’ogni mèlode» (QP RR II 193, e cfr. p. 232: «Di quelle parvenze, festuche d’oro o luminosi chicchi sul color bruno del drappo, una punteggiata si disegnò, come una lineatura (che fosse però veduta dall’alto, e da lunge, dal monte o dall’aereo) di globi elettrici nel rigirare di Riviera: tale la luminaria di Botafogo imperla, nelle notti bananifere, la linea di livello del litorale e della via litoranea, torno torno la base del Pão de Azucar»). Ai Due Santi, come per incanto, il topazio/topaccio interrompe la sua pazza fuga e si materializza al dito di Lavinia Mattonari. La ragazza sostiene di averlo avuto dalla cugina Camilla (l’amica evocata da Ines), che vive al passaggio a livello di Casal Bruciato, ed è qui che Pestalozzi e Cocullo scopriranno «gli ori della contessa bionda» (QP RR II 234). La loro mirabile descrizione delinea quella simbologia bipolare verità/menzogna, valore/non-valore, logos/eros che innerva l’intero romanzo: «Gemme d’aver cristallizzato naturalmente dal sesquiossido fuso, lungo le direttrici del sistema: e non fatto finta di cristallizzare in una luce, in una gloria mentita, da una catinella di escrementi. Così l’impeto, il dolore di un’anima si raggela in un grido, coagula nella notazione, secondanti le direttrici formali del pensiero: in un diacciato grido! Che è il suo, e non il bercio di un’altra, o del mercato delle anime e dei berci» (QP RR II 232). (9) A donare l’anello con topazio a Lavinia è stato in realtà il Retalli, Iginio, che ha accortamente affidato la restante refurtiva alla «patata», alla fidanzata «brutta e sicura» (QP RR II 248) in cambio di «du mila lire» (QP RR II 249).

A Marino don Ciccio trova una comunicazione di Santarella: Pestalozzi è stato comandato dalla Zamira e lui è sulle tracce del Retalli. Decide allora di andare anzitutto a Tor di Gheppio, dall’Assunta: «“Be’ cominciamo da chella parte”» (QP RR II 266). La Pavona e la Virginia, non v’è dubbio, sono la destinazione successiva: «“E la Pavona, la stazione?”» chiederà giunto in vista di Tor di Gheppio (QP RR II 268), per poi replicare alle tortuose spiegazioni della guida: «“E va buò […] a Tor di Gheppio, ora”» (QP RR II 269). Lungo il tragitto toccherà i luoghi tenebrosi su cui si concentrano le indagini: «Discesero al Torraccio» (QP RR II 267 = Retalli), «Svoltarono sull’Appia a li Due Santi» (QP RR II 267 = Zamira), «e poi verso il Casale Abbrusciato» (QP RR II 268 = Camilla Mattonari). Ma non incontrerà mai né Pestalozzi né Santarella: al di là della temporanea «osmosi polizzia-carabinieri», l’assassinio di Liliana è, lo sanno tutti, «affare di don Ciccio» (QP RR II 233). A Tor di Gheppio riappare Assunta, altera, splendida e innocente: «Ma di qual reato o di qual colpa, argomentò tra sé, ufficialmente, la potevano punire? D’aver sollecitato troppi doni, e d’averli avuti, dalla signora Liliana?» (QP RR II 271). Lo stesso don Ciccio non la sospetta che di complicità, vuole solo, nella sua cupa furia vendicatrice, che lei pronunci il nome dell’assassino, di chi forse le ha affidato i gioielli di Liliana. Ma di fronte al grido di lei, «“No, nun so’ stata io!”» (QP RR II 276), è costretto a riflettere, «a ripentirsi, quasi».

Insieme a Ingravallo contempliamo la «vitalità splendida» di Assunta, la «fede imperterrita negli enunciati di sue carni» (QP RR II 276) che anima quel grido, e disgiungiamo l’immagine della «vergine albana senza parletico redimita di alto silenzio» (QP RR II 103) (10) – immagine, per di più, nobilmente raffaellesca – (11) da quella diabolica e infernale di Virginia. Virginia dagli occhi che mettono paura, che avevano dentro un’idea «“de volesse vendicà de quarcuno”» (QP RR II 162). Virginia che baciava e abbracciava la madrina con vorace irruenza. Virginia che al Corpus Domini ha cantato «co la voce d’omo» (QP RR II 138) – la voce del carnefice. (12)

2. Una «desideratissima spia»

Il Palazzo degli ori, che risale con ogni probabilità al 1947-1948, (13) inchioda l’assassino: nell’ultima scena («Soluzione del giallo. Catarsi»), Virginia, che ha ucciso Liliana in un accesso di «vendetta-umiliazione-cupidigia-odio» (PdO SVP 985), svela la sua follia, mentre nel riquadro luminoso della porta si staglia la nera figura di Ingravallo. E già la romantica fuga del Retalli si era drammaticamente interrotta a Pratica di Mare: «Santarella imbraccia allora il moschetto del carabiniere e spara a sua volta. Il Retalli cade gravemente ferito […] Muore» (PdO SVP 981). Ciascuno dei due detective ha portato a termine la sua inchiesta. Santarella può tornare al suo harem e Ingravallo alla sua pensosa solitudine. Il giallo ha una doppia soluzione, e noi, pacificati, potremmo persino pregustare la prossima inchiesta di Ingravallo e Santarella. Ma nella prospettiva del romanzo (il Palazzo degli ori non è forse una «sceneggiatura del Pasticciaccio completo»?) (14) la faccenda è più complicata, pone perturbanti interrogativi. Dieci anni prima della princeps, la sceneggiatura «affaccia la soluzione dell’enigma poliziesco che sarà materia del 2°. Volume» (Gadda 2006c: 134). Non solo: dell’edizione 1957 il Palazzo degli ori squaderna puntigliosamente il plot. Con un «tatràc repentino» verrebbe da dire, visto che sono esplicitati snodi costruttivi che il romanzo occulterà (15) e anticipati episodi ed «excursus che possono sembrare extra-narrativi»: (16) come quello del «tabernacolo barocco, coi Due Santi, gli apostoli Pietro e Paolo in cammino sulla via Appia. Primissimo piano con le loro fisionomie. Vasetti di primule ai piedi dell’affresco» (PdO SVP 958). (17) Non è semplice fare i conti con il Palazzo degli ori. Ma una prima cosa il trattamento ce la dice a chiare lettere: all’altezza del 1947-1948 il romanzo era già delineato – e, in gran parte, redatto. Altrimenti non si giustificherebbe la presenza in PdO di dettagli come i vasetti di primule, che ritroveremo poi puntualmente: «Due bicchieri, ed entrovi alcune primule e pervinche, consacravano a divozione e fiorivano e iridavano il sasso, del davanzale di quella specie di finestra» (QP RR II 195). O di sequenze come l’arresto di Ascanio: «sente la stretta d’Ingravàllo, il grido gli si smorza in gola: “la por... la por...”: impallidisce, intuisce» (PdO SVP 975), certo prelevata dal romanzo: «ma abbassava la voce sempre de più, “a por-ca,” sillabò esangue, “a por...” e quel po’ di fiato gli smoriva nella gola» (QP RR II 256). D’altra parte Gadda, in una lettera a Contini del 3 aprile 1948, non potrebbe essere più esplicito: «Anche l’ultimo tratto del Pa. È già scritto, un rabesco-geroglifico-campo di battaglia; e ci vuol solo ripulirlo: n’affare! Questa coda serpentesca del coccodrillone non mi par possibile arrivi a snodarsi in Litteratura mai più, data la mole, cioè variopinta lungaggine» (Gadda 1988b: 57).

Era già delineato, dicevo. La forma di QP che il treatment ci lascia intravedere non solo fornisce un séguito alle cinque puntate di Letteratura (1946), ma prevede una ridistribuzione di nuclei tematici del IV (e da ultimo espunto) tratto: alcuni «lampi» della scena 29a, ad esempio, mostrano Virginia «mentre “si accanisce” ad affettare del rosbiffe: o mentre sgozza con una certa crudeltà un pollo o un’anatra» (PdO SVP 982). È l’immagine, ferina e minacciosa, evocata dal Balducci in due momenti dell’interrogatorio cui lo sottopongono Fumi e Ingravallo: «“quarche mossaccia cor cortello… si stava a ttajà l’arrosto in cucina… Crepa, crepa! diceva: e je sprofondava drento er cortello,… che ne veniva certe fette dde fa’ paura… grosse du’ dita a momenti,… e tutte buggerate de punta de cortello. Vojjo provà come se fa, fijjo de tu madre!, je diceva… Crepa, crepa!… A l’arrosto!…”» (QPL RR II 424), «“E poi boccacce, e poi mossacce cor cortello, addosso al filetto… der rosbiffe, e crepa! E vojjo vedé come se fa a crepà!…”» (QPL RR II 431). (18) Per essere più espliciti: nel Palazzo degli ori dell’interrogatorio del Balducci non c’è traccia. La forma di QP da cui il treatment deriva sembra aver già valicato le puntate di Letteratura, aggirato il rischio di anticipazioni «anacroniche in rapporto alla necessità base del racconto, la salvaguardia del suspense» (Il pasticciaccio, SGF I 506) – prevede una soluzione e una catarsi finale. Corrisponde, sono parole di Gadda, al «Pasticciaccio completo». E l’assassino è Virginia. Non è poco: quanto basta, se non altro, per respingere le obiezioni chi potrebbe diffidarci dal sovrapporre indebitamente romanzo e sceneggiatura.

Ma incombe un’altra, e forse ancor più seria, obiezione: la sfuggente forma che leggiamo in filigrana al Palazzo degli ori – QP 1947-1948, per intenderci – non coincide perfettamente con QP 1957. È vero. Anche se, tutto sommato, mi pare poco probabile che il sia pur immane lavoro di revisione condotto da Gadda fra il 1955 e il 1957 abbia prodotto un diverso dénouement – la sostituzione di Virginia con Assunta, insomma. Ma bisogna ammettere che allorché tentiamo di far combaciare QP 1947-1948 con QP 1957 molti conti non tornano: il primo non contemplava ad esempio un episodio decisivo come la confessione di Ines. Nel treatment Ines è solo l’informatrice di Santarella, il bozzetto insomma di Clelia Farcioni. È infatti il «commendatore prosciuttòfilo», Angeloni, a rivelare l’ubicazione della bancarella dove lavora Ascanio (PdO SVP 972), (19) mentre il profilo del «fringuello de chiama», il Lanciani, è affidato alle congiunte testimonianze della Menegazzi e di Edith, la scozzese (o americana di origine scozzese) dai «capelli come stoppie gialle» (PdO RR II 972-73). (20) Ed è Diomede a puntare il dito contro Virginia: «“diceva sempre, a tutti, da quella pazza che era, che doveva sposare un “industriale”: un “industriale di Torino”: “l’industriale di Torino” non era altri che il Balducci…» (PdO SVP 978). Ancora: QP 1947-1948 elargisce al Retalli una sola fidanzata, Lavinia Mattonari – custode dei gioielli della Menegazzi e di Liliana –, che in QP 1957 si sdoppierà in Lavinia la bella, la trepidante sposa promessa di Igì, e Camilla la patata, la «fidanzata brutta». (21) Stiamo sfiorando una materia incandescente: la natura dell’audace revisione strutturale compiuta da Gadda per l’edizione in volume.

Se la convocazione della Ines è un colpo di genio di Fumi, non v’è dubbio che la re-invenzione di Ines (da «desideratissima spia» a deuteragonista) sia un colpo di genio di Gadda. Lo scrittore ne è a tal punto soddisfatto che sente il bisogno di comunicarlo a Garzanti, il 23 aprile 1955: «Valeva la pena di affrontare l’improba fatica; forse il capitolo è tra i più vivi» (Gadda 2006c: 81). Ma l’operazione non è priva di conseguenze: soprattutto complica considerevolmente (deforma) il plot. Il che in fondo non stupisce: nei tragitti elaborativi gaddiani non è inconsueto che una comparsa diventi protagonista (penso all’Adalgisa e al Fulmine sul 220), (22) talché può addirittura accadere, per dirla con Isella, che il barocco sviluppo dei dettagli dell’affresco porti con sé la distruzione dell’affresco stesso. Nel corso della revisione Ines deborda dallo spazio che le era stato inizialmente assegnato, diventa una vera plaque tournante della narrazione: viene dal Torraccio come il Retalli e il su’ regazzo è Diomede, fratello di Ascanio, il che ci riconduce alla rapina in casa della Menegazzi. Ma è anche amica di Camilla Mattonari, l’«isterica di sasso», che oltre a custodire i gioielli nel pitale è amica di Virginia, la diavola de corallo, il che ci riconduce all’assassinio di Liliana. Nel personaggio di Ines, i fili delle due indagini parallele si incrociano, annodano e aggrovigliano. Il che scompagina la scaletta di PdO (e di QP 1947-1948), dove le due storie confluiscono, trovando una doppia e simultanea soluzione nel momento in cui il pitale di Lavinia sciorina a mo’ di cornucopia i gioielli dell’elenco Menegazzi e Ingravallo, che è lì con Santarella, «riconosce subito il collier di perle di Liliana […] e altri gioielli di lei» (PdO SVP 983). (23) Non solo: i due capitoli che accolgono la confessione di Ines spostano in avanti il baricentro del romanzo, che risulta dunque avere, come ha osservato Amigoni, una «struttura a clessidra, non compiutamente simmetrica» (Amigoni 1995a: 34).

Controprova: nella V puntata di QPL Ines non viene dal Torraccio come il Retalli ed è sospettata di aver rubato un par de scarpe scompagnate e un pollo non già a piazza Vittorio, dove verrà beccato Ascanio, ma a Campo de’ Fiori. La re-invenzione del personaggio costringerà Gadda a intervenire precipitosamente, nel corso della revisione, sul già scritto: sul cap. I, anzitutto, per far conoscere subito Ines. (24) Sicché Fumi, nel convocarla, potrà poi fare appello alla pronta memoria del lettore. (25) E non sottovalutiamo, in entrambi i passi, l’insistenza su un dettaglio: Santo Stefano Rotondo. Perché è lì che Ines ha incontrato Virginia (QP RR II 163).

Non diversamente da Adalgisa (ma con conseguenze certo meno devastanti), Ines ha messo a repentaglio l’equilibrio del romanzo. Le due storie nate da un «processo di degeminazione, di sdoppiamento amebico» (QP RR II 146) si sono per un attimo incrociate al centro del romanzo, facendo scaturire una fugace scintilla di verità, e ripartono ora ciascuna per proprio conto sullo sfondo dello scenario albano. Il dénouement si allontana, schizza via, di excursus in excursus, come il topazio-giallazio. Nel IX capitolo l’impavido Pestalozzi mette le mani sui gioielli, ma rinuncia a verificare se fra questi vi siano anche quelli di Liliana: preferisce tirar dritto, respingere quel terribile incubo, e pregustare i «galloni marescialli». (26) Solo il primo caso è risolto – e il Retalli è ancora a piede libero. Si capisce dunque come mai Gadda, dopo aver consegnato a Garzanti questo decisivo capitolo, pensi ormai al romanzo come a una compagine di 12 capitoli: «Col prossimo capitolo 9.° [X nella numerazione definitiva], che conto in ogni modo inviarLe prima di Natale, si potrebbe ritener ultimato il I.° volume di cui si era detto, fermo restando che il secondo non potrebbe comprendere più di tre capitoli» scrive il 30 novembre 1956 (Gadda 2006c: 104). Una struttura compiutamente simmetrica. Garzanti gli sta di fronte col fucile spianato, e la decisione è ormai presa: inviato nel febbraio del 1957 il IX (= X) capitolo, Gadda si volge ai tratti di Letteratura e poi alla correzione delle bozze, che lo intrica «in un tal forteto, in un tale marrucheto, da vederne fiorir per tutto, con le spine e il sangue, il fiore attossicato della disperazione, della rinuncia» (Il pasticciaccio, SGF I 511). La redazione che vede la luce nel luglio e chiude bruscamente il racconto è frutto di un impossibile, temerario compromesso: è un giallo quanto mai gaddiano, incompleto eppure «letterariamente concluso», (27) autonomo eppure aperto a un séguito, con un’assassina diabolica e un groviglio di cause che ne hanno armato la mano. Del séguito si continuerà a lungo a discorrere: nel settembre del 1957, in una lettera a Garzanti, Gadda auspica una nuova edizione accresciuta, che gli consenta di utilizzare e svolgere «tratti già predisposti e gran parte del Cap. 4.° di Letteratura, desiderato dai lettori e non compreso nel volume 1957» (Gadda 2006c: 129), salvo poi accondiscendere, di lì a un anno, alla volontà dell’editore, propenso alla soluzione «col 2.° volume da pubblicarsi in continuazione del primo». «Così sarà fatto» conclude lapidario lo scrittore. (28) Non se ne farà nulla, come sappiamo. Quei «tratti già predisposti», épave di QP 1947-1948, riaffioreranno forse un giorno, insieme a tutta la «coda serpentesca del coccodrillone», imponendo la loro verità. (29) Per ora possiamo solo immaginare Santarella, che abbiamo lasciato, baldanzoso come sempre, sulla via provinciale da Marino ad Albano, mentre stana il Retalli, e Ingravallo, che – via via «livido», «furente» (QP RR II 117), «tetro, bitumoso» (QP RR II 118) – ha attraversato dolore, gelosia, rabbia, «vendicativa rancura» (QP RR II 74), mentre fa giustizia. Fa giustizia dell’omicidio di Liliana, dell’«iperlubido di sé medesimi» e del suo personale delirio. E li immaginiamo senza troppa fatica: in fondo, sono scene che abbiamo già visto.

Note

1. Sull’ossessione del duplice nel Pasticciaccio si veda Amigoni 1995a: 36-40.

2. Si deve soprattutto ad Amigoni la lettura del Pasticciaccio come romanzo poliziesco – e un romanzo poliziesco compiuto (Amigoni 1995a: 56-65). In questa prospettiva si colloca anche l’analisi di Pedriali 1999a: 77-86.

3. Amigoni ha chiarito come il personaggio di Liliana sia il «prodotto poetico di un lavoro d’incastro di tre tasselli freudiani: l’invidia del pene, il narcisismo e la malinconia» (Amigoni 1995a: 97). Ma si vedano anche i rilievi di Marina Versace, che inserisce la malinconia di Liliana nel più ampio quadro di una concezione filosofica pessimistica, dalle valenze schopenhaueriane, attiva in tutto il romanzo; concezione che contrasta il «senso comune» e la vitale felicità che gli è connessa (Versace 1998: 277-329, in part. pp. 309 e sgg.).

4. Anche il latino macaronico dell’Ave Maria nella proterva storpiatura di Virginia («“merememè merememè grazzia plena in zulla vena, come a volé pijacce p’er bavero a tutti quanti, la Madonna compresa», QP RR II 137) pare ispirarsi al Belli, son. 567: «Avemmaria... lavora – grazia prena | Nena, vòi lavorà… ddominu steco... | Uf!… benedetta tu mujjeri... Nena!… | E bbenedetto er frù... vva cche tte sceco?… || Fruttu sventr’e ttu Jeso. San... che ppena!… | ta maria madre ddei... me sce fai l’eco?… | Ora pre nobbi... ma tt’aspetto a ccena… | Peccatori... Oh Ssignore! e sto sciufeco || De sciappotto laggiù come sce venne? | Andiamo: indove stavo?... Ah, ll’ho ttrovato: | Nunche tinora morti nostri ammenne. | Grolia padre... E mmò? Ddiavola! bbraghiera! | Ho ccapito: er rosario è tterminato: | Finiremo de dillo un’antra sera». Sulla presenza del Belli nel Pasticciaccio si veda Pinotti 2006: 103-24.

5. Amigoni 1995a: 49-56. Non a caso il ritratto di Ines rappresenta il singolare punto di intersezione di due tipologie femminili gaddiane (le «vergini» e «le madri») solitamente antitetiche – cfr. Bertoni 2001: 195-213.

6. è la «mobilitazione spaziale» di cui parla Pedriali 1999a: 83.

7. Come sostengono ad esempio Amigoni 1995a: 140 e Pecoraro 1998a: 205-06.

8. Diomede rientra nella schiera dei giovani irresistibili cui appartiene anche Giuliano Valdarena, «“biondo come un angelo”» nelle parole di Liliana, schiera che rappresenta il corrispettivo maschile delle «vergini» (Bertoni 2001: 223).

9. D’obbligo, per la descrizione dei gioielli che il «pitale Creso» sciorina, il rinvio a Roscioni 1975: 4-7; e si veda anche la voce Gioielli di Federico Bertoni nella Pocket Gadda Encyclopedia.

10. E cfr. anche QP RR II 19: «la serva, più aspra, aveva un’espressione severa, sicura, due occhi fermi, luminosissimi, quasi due gemme, un naso diritto con il piano della fronte: una “vergine” romana dell’epoca di Clelia».

11. «la stupenda serva dei Balducci […] dai capelli avviluppati neri su la fronte quasi ad opera del Sanzio» (QP RR II 271).

12. Dissento dunque dalle conclusioni di Amigoni, secondo il quale il grido di Assunta – l’assassina – è una menzogna isterica (Amigoni 1995a: 123-42; la colpevolezza di Assunta-Elettra, responsabile di un assassinio-matricidio, è ribadita dallo stesso Amigoni nella Pocket Gadda Encyclopedia, alla voce Spinaci). E tanto più da quelle di Pecoraro, il quale, dopo aver sostenuto che nella redazione in volume di QP Assunta si sostituisce a Virginia, finisce per scagionarla: è infatti Liliana Balducci, che Pecoraro assimila all’Ermengarda manzoniana, a condannarsi a morte «in memoria di tutte le vittime di guerra offese dalle speculazioni paterne» (Pecoraro 1998a: 217), e solo «attraverso un’interpretazione neorealistica, che è quanto di più lontano dall’ideologia e dallo stile di Gadda, si può incriminare di assassinio la domestica di casa Balducci» (Pecoraro 1998a: 231). Infondate sono poi le argomentazioni di Lucarelli 2004: 927-39, secondo il quale l’edizione del ’57 comporta rispetto a quella di Letteratura e al Palazzo degli ori un radicale mutamento di progetto (nella direzione di «moventi più profondi, culminanti in un’idea di radicale ingiustizia») e dunque uno slittamento della colpevolezza da Virginia ad Assunta. Né più sostenibile mi pare la posizione, per così dire, conciliatoria di Robert de Lucca, che, invocando la supposta gemellarità della nipote e della domestica, postula la «confusione, o la conflazione fra le due ragazze» (si veda la voce Virginia della Pocket Gadda Encyclopedia). Incorre invece in un vero equivoco – a conferma dell’efficacia delle trappole disseminate da Gadda – Giancarlo Leucadi, secondo il quale Virginia Troddu, l’assassina smascherata, nel Palazzo degli ori, «è il nome della cameriera-figliastra che nel Pasticciaccio viene chiamata Tina» (Leucadi 2000: 151-52). All’opposto, la Pedriali sottolinea acutamente che il «“segreto ordine”del Pasticciaccio […] sta nella sopravvivenza di Virginia, rancura “a caldo”, ponte visibile e dissimulato che unisce il quarto al decimo capitolo, facendo del Pasticciaccio provinciale il luogo-corpo dentro a cui distinguere e riconoscere ciò che è corpo-corpo (esemplare, la Tina: il grido conclusivo è quello di una Lazialità a suo modo innocente) da ciò che è corpo-diavolo, principio del male, narcisismo folle del vendicatore» (Pedriali 1999a: 85). Utile, al più, come censimento di posizioni critiche è, infine, Papponetti 2004.

13. Per maggiori dettagli rimando alla Nota al testo della mia edizione critica, in SVP 1403-404.

14. Gadda 2006c: 71-183 (133) – lettera del 25 settembre 1957.

15. è stata Virginia a proporre a Diomede Lanciani un lavoro da elettricista in casa della Menegazzi (PdO SVP 935-36); il giorno della rapina il comm. Angeloni attendeva Ascanio Lanciani, che già in precedenza lo aveva rifornito di ghiottonerie a domicilio e che doveva ora recargli della porchetta arrosto (SVP 942, 949, 954, 976-77); è stata sempre Virginia, secondo la testimonianza di Diomede Lanciani, a passare informazioni al Retalli (PdO SVP 978), che ha fra l’altro rapito e soppresso la cagnetta Lulù (PdO SVP 981).

16. Gadda 2006c: 96 (lettera a Garzanti dell’8 aprile 1956). Una suggestiva chiave di lettura deleuziana della descrizione in Gadda è offerta da Dombroski 2002: 11-28.

17. Cfr. QP RR II 195-99 (sull’episodio della cappelletta si vedano almeno Nigro 1991: 20-40, in part. pp. 22-23; Bologna 1996: in part. 47-48; e Pedriali 2000b, ora in Pedriali 2007b). E si vedano anche il risveglio di Ingravallo (PdO SVP 943-44; QP RR II 258-61); il convegno clandestino di Ines Cionini [Clelia Farcioni in QP] e del maresciallo Santarella (PdO SVP 957-58; QP RR II 188); la gallina che «starnazza impaurita nel camerone all’ingresso del maresciallo» [Pestalozzi in QP] (PdO SVP 958; QP RR II 205-06); la scoperta, da parte di Santarella [Pestalozzi in QP], del topazio al dito di Camilla Mattonari [Lavinia Mattonari in QP] (PdO SVP 959; QP RR II 207-08); Lavinia incontra il Retalli in fuga «romantica», che le affida un sacchetto di gioielli (PdO SVP 967-69; QP RR II 243); Ascanio Lanciani viene arrestato mentre «grida e strilla la porchetta» (PdO SVP 975, QP RR II 254-57); Ingravallo e Santarella trovano in un pitale pieno di noci al casello ferroviario dove vive Lavinia Mattonari [Camilla in QP] i gioielli della Menegazzi e di Liliana (PdO SVP 982-83; QP RR II 227-30).

18. Sull’espunto IV capitolo di QPL si veda Pinotti 2004a: 183-204.

19. E si veda anche la testimonianza di Diomede Lanciani, PdO SVP 974.

20. «“Adesso cià d’avé un’ingresa,”» singhiozzerà Ines «“n’americana brutta, cià d’avé, io che ne so? Ma nun è vecchia, questa qui, ma co certi capelli de stoppa!”» (QP RR II 171).

21. Uno sdoppiamento forse già progettato: lo proverebbe il lapsus di PdO SVP 959, dove è Camilla Mattonari (poi sempre Lavinia) a nascondere nel palmo della mano il topazio.

22. Lo si legge nell’edizione procurata da Dante Isella (Gadda 2000b); e si veda Pinotti 2003c: 313-19.

23. Lavinia, ricordiamolo, ha avuto i gioielli della Menegazzi dal Retalli e quelli di Liliana da Virginia.

24. «Nel ramo vegetables... be’, più che un ramo è n’oceano. Rien à faire de ce côté-là. Magri risultati, insomma» (QPL RR II 322); «Nel ramo vagabondi… be’ più che un ramo è n’oceano: “Sguinzagliare i confidenti!” Nel ramo peripatetiche e relativi amici… no, non era il caso nemmeno di pensarci. Il tipo, come lo aveva descritto la Menegazzi, doveva essere un mascalzone di fuori, e uno zotico. Solo che mercoledì alle nove il dottor Fumi, allo scorrere un po’ di malavoglia e con uno sbadiglio ritardatario la nota (de le belle donne del dì prima), sostò con l’occhio sulle generalità d’una tizia fermata al Celio, e qualificata… cucitrice senza dimora fissa, da… Torraccio. Era la nota delle ripescate a ora scura dai vari pattuglioni della “buon costume”, trasmessagli per conoscenza. Il nome della località, il Torraccio, non appena intravisto da la coda dell’occhio destro, lo indusse a riflettere. Si fece portare la schedina. E la schedina ripeté: Cionini Ines, anni 20, da Torraccio, nubbile: al “senza fissa dimora” una crocetta, che voleva dire: sì, propio senza: “professione” cucitrice pant. disocc. domestica: “documenti” un tratto di penna orizzontale che voleva dir no. Aveva ingiuriato gli agenti con l’epiteto cafoni. “Pattuglione Celio Santo-Stefano, commissariato San Giovanni”. | “Che è sto pant.” “Pantaloni, signor commissario capo. Fa la pantalonaia.” Gli agenti l’avevano colta sul fatto. Il fatto era una specie di limosina, quattro lire (di allora, però), ch’ella aveva implorato e ottenuto da un passante: col quale s’ereno confabulati all’impiedi un minuto e mezzo, nel favore della tenebra e di Santo Stefano Rotondo, e da cui s’era spiccicata da tre minuti, all’appropinquarsi dei pollìni: ma il signore caritatevole s’era dileguato a tempo (dal suo punto di vista). | Il dottor Fumi scosse il capo: un ultimo sbadiglio: restituì la scheda all’agente, la nota alla relativa pila, sul tavolo. Magri risultati, per vero» (QP RR II 52-53).

25. «Fumi ricordò allora che una ragazza, certa Ines… Ines… Ines Vattel’a pesca… era stata fermata due sere innanzi per vagabondaggio, contravvenzione al dispositivo Federzoni circa il risanamento de’ marciapiedi urbani in regime stivalista, e offese agli agenti d’aa forza pubblica…, […] e trattenuta per sospetto di complicità in furto:… un furto d’un par de scarpe scompagnate a na bancarella, a Campo de’ Fiori… e d’un pollo pure… lì vicino… a n’antra bancarella… spennato, e con via er collo, povera bestia, ma in compenzo con tre penne in der culo… Na storia!» (QPL RR II 445-46); «Fumi ricordò allora che una ragazza, chella Ines, Ines… [...] Ines… Ciampini, sì, da Torraccio, o Torracchio, sull’Appia, la fermata dopo le Frattocchie, era stata fermata alcune sere innanzi da un pattuglione del commissariato San Giovanni: la sera primma d’ ‘o delitto: fermata per vagabondaggio, mancanza di documenti; e su fondato sospetto di esercitare attività meretricia in luogo pubblico (Santo Stefano Rotondo!), attività cui non era abilitata da patente: (semplice dilettante, dunque). Aveva oltraggiato gli agenti d’ ‘a forza pubblica titolando l’un di loro di “sor cafone mio”. Era incorsa, “ammettiamo pure con prestazioni sporadiche e in forma, quella sera, del tutto occasionale”, era stata sorpresa in contravvenzione flagrante del dispositivo Federzoni circa il risanamento dei marciapiedi urbani in regime stivalista [...] “E trattenuta per sospetto di complicità in un furto,” rammentò Di Pietrantonio al commissario capo. “Qua’ furto?” “Un pollo.” “Addó l’ha rubato?” “A piazza Vittorio.” […] Un furto d’un par de scarpe scompagnate a la bancarella di quest’ultima, e d’un pollo pure, lì vicino, a l’artra bancarella: spennato e senza collo, da quanto risultò, ma in compenso con tre penne ar culo» (QP RR II 144).

26. La lettera del 2 settembre, in cui Gadda, come sempre in ritardo, scrive a Garzanti di essere ancora al lavoro sull’«ulteriore complicato sviluppo-chiusura» del cap. IX («Ora sono al momento critico dell’aggiustamento narrativo, nel senso che sto mettendo a punto la chiusura, le scene e lo schema, secondo quanto già stabilito da tempo – Gadda 2006c: 100 e 101), ha indotto Cesare Garboli a formulare un’ipotesi brillante e seduttiva: posto di fronte «alla difficoltà, pressoché insuperabile, di concludere un giallo concepito come il primo di due volumi, ma non come la prima di due puntate», Gadda si sarebbe risolto, appunto, a un aggiustamento narrativo: «Lo “sviluppo-chiusura” del primo volume esigeva un sacrificio, la rinuncia all’asse portante del romanzo, il parallelismo tra l’inchiesta sul furto e quella sull’assassinio. Esigeva una rinuncia costosa, dolorosa: l’abbandono dell’inchiesta sull’assassinio della Balducci e il suo dirottamento verso un binario morto, da riattivare nel 2° volume già programmato. Bisognava colpire il romanzo alla radice, strozzarlo e tenerlo in vita; seguire una rotta (i carabinieri) tenendo l’altra in sospeso (Ingravallo). Su questa rinuncia si fondava l’autonomia del primo dei due volumi; e si fonda oggi, in absentia del secondo, la fragile, monca, ma accortamente studiata coerenza del Pasticciaccio che abbiamo letto e leggiamo» (Garboli 2003: 566). È verissimo che QP tiene in sospeso l’indagine relativa all’assassinio di Liliana (Pestalozzi non indugia in riscontri) in funzione di un futuro séguito del romanzo, ma è altrettanto vero che l’autonomia del primo volume era già decisa: essa si fonda infatti interamente sulla confessione di Ines, che fornisce al lettore, come s’è visto, gli indizi necessari all’individuazione del colpevole. Non si dimentichi inoltre che dopo la scoperta delle gioie della «contessa bionda» la parte finale del capitolo è occupata dallo straziato rovello di Lavinia e dalle affannose congetture del Pestalozzi (QP RR II 239-50). Al loro parallelo rimuginare è demandata la cruciale funzione di fornire al lettore i necessari chiarimenti sull’inchiesta Menegazzi, che si conclude (temporaneamente) qui: tre giorni prima il Retalli, «dopo un anno che se parlaveno», ha consegnato a Lavinia il topazio; è stata Clelia Farcioni a fare la spia col maresciallo Santarella, nel corso dell’incontro «a metà la straduccia di Santa Margherita in Abitacolo» evocato all’inizio dell’VIII cap.; il Retalli ha sostato al casello e affidato le gioie alla Camilla, ottenendone in cambio il denaro necessario alla fuga. Una spericolata sutura cui ben si attaglia la definizione gaddiana di «ulteriore complicato sviluppo-chiusura».

27. D. Maraini, Carlo Emilio Gadda come uomo, Prisma, I, 5, maggio 1968, pp. 14-19 – ora in Gadda 1993b: 172.

28. Gadda 2006c: 147 (lettera del 16 novembre 1958). Il lavoro intorno al séguito del romanzo è documentato anche dalle dichiarazioni pubbliche del biennio 1957-1959: «Il momento più importante [il IV tratto di Letteratura] sarebbe stato omesso dall’attuale volume per non rompere la “suspense”, e sarebbe riservato a un eventuale séguito, che ci sarà senz’altro (se non crepo prima)» (22 dicembre 1957; Gadda 1993b: 58-59); «Attualmente, oltre a un saggio su Foscolo, che uscirà sulla rivista “Paragone”, sto lavorando – ma da diverso tempo – al secondo volume del Pasticciaccio» (Italia domani, II, 13, 29 marzo, 1959, p. 17, ora in Gadda 1993b: 68).

29. Citati ricorda del resto (Citati 2004: 29); la testimonianza si riferisce all’«ottobre o novembre del 1957») che «il secondo volume avrebbe dovuto comprendere non più di 150-200 pagine […] Egli aveva già del materiale: parte di una puntata uscita su Letteratura, che egli abolì dal volume perché rivelava troppo chiaramente la colpevole, e che avrebbe dovuto riscrivere. E trenta-quaranta pagine nuove. Senza il minimo dubbio egli mi disse la verità: Gadda non mi mentiva mai, come faceva spesso col suo intelligente, generoso, terrificante editore. Poi non scrisse altro, come molte altre volte». Accantonato il secondo volume («Del “Pasticciaccio” non voglio più sentir parlare» scriverà al cugino nella primavera 1961 – Gadda 1974c: 114), a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta Gadda non perse occasione per addebitare l’incompiutezza del romanzo a un meditato disegno, a una drastica opzione (esattamente quel che ci aspettava da lui), trasformando così la resa in vittoria – su se stesso e sul suo «frammentismo» non meno che sul genere del «giallo»: «Lo snodarsi impreveduto del groviglio è simultaneo col bagliore folgorante che illumina al commissario protagonista la realtà dell’epilogo. Il nodo si scioglie a un tratto, chiude bruscamente il racconto. Dilungarmi nei come e nei perché ritenni vano borbottio, strascinamento pedantesco, e comunque postumo alla fine della narrazione. Smorzerebbe in tentennamenti l’urto repentino, a non dire il trauma, della inattesa chiusura» (21-22 gennaio 1966 – Incantagione e paura, SGF I 1215); «Il rifiuto del finito, nel caso del giallo, traînant per riprovevoli divagazioni e per alcuni accessi verbali, è dovuto al consapevole desiderio di chiudere in apocope drammatica il racconto che tendeva a deformarsi» (17 dicembre 1967 – Gadda 1993b: 149); «Il pasticciaccio l’ho troncato apposta a metà perché il “giallo” non deve essere trascinato come certi gialli artificiali che vengono portati avanti fino alla nausea e finiscono per stancare la mente del lettore. Ma io lo considero finito [...] Sì, letterariamente concluso. Il poliziotto capisce chi è l’assassino e questo basta» (maggio 1968 –Gadda 1993b: 171-72). Dichiarazioni palesemente depistanti, ma, si badi bene, autorizzate dalla geniale, temeraria soluzione escogitata da Gadda. Già Roscioni aveva peraltro ascritto l’incompiutezza del Pasticciaccio non già all’intento di mantenere «aperta» l’opera, bensì alla stanchezza del giocatore di scacchi che, «dopo aver cercato di prevedere il maggior numero possibile di mosse […] sposti la prima pedina che lo liberi dal compito di ulteriormente riflettere e decidere» (Roscioni 1975: 91-92). Ma se è vero che «il commissario Ingravallo e il narratore sanno benissimo come sono andate le cose», va anche aggiunto – ed è un elemento, credo, decisivo – che, grazie agli indizi affiorati nel corso dell’indagine, al lettore è consentito condividere la consapevolezza del detective e sciogliere il garbuglio.

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