Il pasticciaccio

Il giallo di cui Garzanti ha intrapreso e condotto a termine la non facile stampa era uscito per una parte nella rivista fiorentina «Letteratura» (non ne dirò le lodi che potrebbero apparire interessate) creata e diretta da Alessandro Bonsanti. Questa parte vide la luce, ossia gli occhi dei lettori ne delibarono per cinque puntate, nei cinque numeri di «Letteratura» dal 26 al 31, saltato il 30: dal fascicolo gennaio-febbraio 1946 al fascicolo novembre-dicembre 1946. Io abitavo allora a Firenze, via Emmanuele Repetti 11. Per la edizione Garzanti il giallo del 1946 è stato riveduto nella stesura, corretto nelle accessioni dialettali romanesche e nelle napoletane mediante ricorso ad ausiliatori qualificati, e in più punti o locupletato d’infarti o sminuito d’anticipazioni che mi parvero anacroniche in rapporto alla necessità base del racconto, la salvaguardia del suspense. L’espunto più notevole è quello dell’intero capitolo quarto della edizione fiorentina a puntate («Letteratura» 29: pagine da 27 a 54 comprese): come i critici potranno constatare a colpo d’occhio, o un disgraziato laureando in lettere acclarare mediante raffronto, ove crudeltà del fato cioè del professore lo condanni a una tesi sul Gadda. Tra gli espunti che la parte «bene» cioè naturalmente signorile del mio essere avrebbe voluto operare non figurano ahimè le «parolacce»: i modi e gli stilemi sgarbati o illeciti (onde magari alludo ad azioni illecite di terzi e di quarti), vocaboli e stilemi di cui chiedo umilmente venia non tanto agli uomini, ai concittadini risfolgoranti di idee morali, quanto alle stupende lettrici: se mai avvenga che il loro luminosissimo occhio abbia a posare sulle mie notazioni aberranti. Vogliano indulgere, vogliano compatire alla pena, alla fatica, alla umiliazione, alla fame, di che ho dovuto tacitare gli anni, gli interminabili anni, a ottenere di lor grinfie lo scampo, la fuga «verso gli evi liberi». L’obolo che pagherò a Caronte si chiama dolore.

Oltre al testo del giallo, per Garzanti Editore 1957 riveduto e corretto, infarcito e sfrondato come sopra, e decurtato del quarto capitolo, figurarono in «Letteratura» certe note, come nell’Adalgisa, ossia ne I sogni e la folgore. Tali note, nel mio intento, o ad onore del vero in una sorta di incontenibile ed esplosiva urgenza del mio animo 1945-1946, orchestravano di significazioni e di motivazioni laterali, marginali, il referto schematico, per quanto minutamente scenografato, del giallo. Di codeste note quella che concerne il caso (storico) del vagheggiatore digitante che «dameggiava in allora una sua dama anzichenò butirrosa comeché stagionatuzza» («Letteratura» 28, pagg. 40-41) è stata fusa nel testo dell’edizione Garzanti (pagine 108-110) in quanto i fatti in essa narrati costituiscono motivo, o pretesto, per il fermo, non plausibile secondo legale procedura, del commendator Angeloni, lo integerrimo se pure un tantino malinconico funzionario statale che appare ghiotto a carciofini sott’olio, a tartufini, oltreché peregrino, all’or di notte, verso il «gentile elefante» di Piazza Santa Maria sopra Minerva, che il popolo romano suol chiamare «er purcin de la Minerva»: e periodico visitatore, in ora chiara, della cappella Contarelli a San Luigi de’ Francesi a la Scrofa, dove le tre tele del Caravaggio sembrano vivere in un tempo sospeso, in un attimo eterno. Se mi è permessa una battuta auto-esegetica dirò che codesto fermo di un ghiottone solitario, celibe e malinconico, soggetto a crisi di ipotimia ciclica, codesto fermo risponde pienamente, in misura un po’ caricata, e vero, al clima eroico dell’epoca sitibonda di prole: epoca ove il celibe era schedato a spregio, fosse pure Gesù Cristo, Michelangelo, Beethoven o Mazzini Giuseppe: e pagava una speciale tassa, quasi una multa infamante, come se la condizione di celibato costituisse – dopo che frode continuata nel riguardi del santo numero (qurantaquattro milioni, allora) – anche una fonte di reddito. In un mondo in cui bisognava «credere» per forza era proibito essere malinconici. Talché il ritrattino del commendatore prosciuttòfilo ridonda anche a uno scherno, da parte mia, di quell’entusiasmo alquanto verbale e fittizio, di quel buonumore fresconcello, di quel dinamismo scenico e meramente teatrale, di che lo zelo clamoroso dei commossi, o degli pseudo commossi, in ogni stagione della patria, s’è fatto vanga e zappa da tirar l’acqua al molinuccio. E poi, e poi: nessuna legge umana o divina inibisce a un cittadino italiano di amare i carciofini all’olio: e di essere malinconico e celibe come Nostro Signore e come l’apostolo e profeta Mazzini (esule antico, al ciel mite e severo – leva ora il volto che giammai non rise). Tenete presente l’anno, 1946, in cui il Pasticciaccio è nato, e la sopradescritta urgenza esplosiva. Vale per me, come per altri più generosi di me, la battuta di Tacito: «per silentium ad senectutem pervenere». E dei sacrificati si deve scrivere «ad mortem». Non ho potuto esprimere se non una parte del mio sentire, la parte ovviamente «agnostica», o almeno quella che non avrebbe offuscato la faccia alla «gnosi» degli anni che vaporarono via dalla vita, fra il ’24 e il ’45. «Letteratura», la rivista di Bonsanti, non ha mai stampato un nome, né ha mai percepito le gesta che di quel nome si etichettarono. Al primo numero un egregio e intelligente funzionario di Palazzo Balestra la titolò di «astratta». Quel funzionario, evidentemente, intese mettere in guardia Bonsanti senza piantar grane, senza formulare la minaccia della soppressione al secondo numero.

Non si udiva ancora il cannone, a Firenze, nel marzo del ’44. La sua voce si sarebbe approssimata a grado a grado più tardi, ogni notte un poco più, nel giugno. I bombardamenti a tappeto, tappetini lungo la ferrovia, avevano mezzo diroccato certe case, polverizzato altre, nei dintorni immediati di via Repetti. Il mio misero terzo piano tre locali, pieno di libri e di polvere, con le piastrelle già bilicanti da sempre sotto i passi, era stato rintronato a dovere: il tetto reso a crivello dai sassi, dalle schegge. Una scheggia di ventidue chili di ferro tutta sfrangiata, e tutta arricciolata la frangia dalla diruzione esplosiva, s’era posata sul letto ove avrei dovuto esser io, se non avessi preso il due di coppe dopo la prima volta, voglio dire dopo il primo di codesti scherzi (23 settembre 1943). Avevo, nel marzo ’44, avevo cinquant’anni sonati: ventisei di più di quanti ne aveva lo sposo novello Giosuè Carducci nel marzo del 1859: di quanti ne avevo avuto io stesso nel Carso, o in riva dell’Isonzo, durante la villeggiatura del 1917. Uscivo di villa ch’erano le sette: cercavo nella solitudine paurosa della campagna, in direzione di Ponte a Ema, di Badia a Ripoli, o verso il cimitero dell’Antella, uno scampo al pericolo sempre incombente (tutti i giorni, alle undici, Liberatori nel cielo; diciotto, o trentasei, o settantadue) nonché a quell’altra minaccia, di certe facce. Male affagottato in un vecchio soprabito, denutrito, esausto, dopo pochi chilometri posavo su di un rialzo del terreno in cui si affossava la strada o la stradiccia: respiravo nel sole, quasi implorandone alcuna medicina alla fame, al gelo della persona e delle ossa. Mi pareva che Dio, dopo aver visto fucilare i miei fratelli, dopo avermi concesso di udire, atterrito, il crepitio delle scariche, gridasse dall’alto: «dove vai, imbecille?». L’Annona del Comune, a onore del vero, mi largiva un ovo fradicio ogni due mesi, l’unico mezzo di cui il Comune disponeva per farmi rivomitare, con un po’ di succhi verdastri, quel nulla di cui, durante due mesi di funzionamento della carta annonaria, mi aveva oppilato lo stomaco. Nella rabbia, nella disperazione, sognavo tartufini: pollo in gelatina sognavo. Macché! Dalle mie scarpe rotte, dalle stanche, lente, acciabattate fughe di- allora, è nato forse a contrasto il pezzo dei sandali e degli alluci apostolici nel giallo pasticcio dell’edizione in volume. E poi un problema estetico, ed etico, mi ha sempre scavato l’anima: a me, sì, che venni imputato di calligrafismo, di barocchismo. Qual è il grado di adesione interna, di accensione intima nei confronti del tema, che induce ad opera l’artista, che gli guida la mano sulla tela? Sì: la mano e il pennello? Crede, e spera, nella Madonna, il fabbricante di madonne? Il problema si riconnette, grosso modo, certi canoni dell’estetica romantica: ha radici multiple, e radici complesse. Taddeo di Bartolo e Bartolo di Taddeo ne fabbricarono in serie, di madonne in trono col bambino: quale col collo torto verso destra, quale verso sinistra: le dita sempre più affusolate, sempre più lunghe. Taddeo I pensò: «Le belle donne hanno le dita lunghe. La Madonna è la più bella di tutte. Mio padre ha fatto faville, cioè fama e quattrini, con dei diti di dieci centimetri. Io li farò di undici, e sfavillerò più di lui». E il nipote di dodici, e il pronipote di tredici. Finché i diti di madonna, all’officina bartolo-taddea, giù giù di padre in figlio si sono allungati a ventidue: come dei diti trampoli, o degli uncinetti pel golf. Vero è che il racconto non è tutto, forse non è nulla, per la sapienza orchestrante i toni, i colori. I pittori adducono a loro giustificazione d’aver inteso dipingere: ma insomma la Nunziata è pur sempre la Nunziata e non è un cavallo. (A Santa Maria del Popolo, 1952, due sposini in viaggio nuziale: Paolo atterrato dalla folgore: raccorciato, nanificato a terra dalle leggi inesorabili della prospettiva. Tutto il quadro occupato dalla Bestia. Scartabellamento della guida del Touring. Con voce soave la sposina: «Icché l’è?»: indi subito, ma un po’ delusa nel tentativo di esegesi: «e’ l’è un ca-àllo».) La tela di Paolo e del ca-àllo, a Santa Maria del Popolo, no, non può considerarsi priva di una tal quale accensione romantica, o di significazione drammatica. Sull’altare, certo, non è possibile collocarla, dopo i suggerimenti o dopo i veti del Concilio. La Bestia immobile, insenziente, davanti al fulgurare della Luce: il negoziante di tappeti sbattuto a terra, sulla strada che lo dilungava dal Verbo: che lo portava all’emporio, a Damasco: richiamato nella direzione opposta, la giusta.

Dopo la primavera del ’47 non potei attendere al romanzo se non con applicazione discontinua. I fascicoli 30 e 31 di «Letteratura», non ingannino le date ufficiali a stampa, uscirono con qualche ritardo: il 31, forse, dopo il febbraio del ’47. Seguitai a lavorare al mio pasticcio con qualche perplessità, con intermittenze, e ad ora ad ora con lena, nei primi mesi del ’47. Ebbi ulteriori soprassalti applicativi nel ’48 e nel ’49. Altro lavoro mi impegnò. Le mie condizioni economiche si aggravarono a poco a poco fino alla disperazione. Nell’autunno del ’50 l’amichevole intervento di G.B. Angioletti mi ottenne un incarico redazionale retribuito, a Roma, presso un istituto di cultura. I doveri di ufficio «mi assorbirono», a poco a poco, fino a togliermi la possibilità, se non il vago e velleitario desire di riprendere, un giorno, a rimestare la mia polta.

Un giorno: quando? Dall’imbratto della qual polta, a certi giorni, mi pareva d’essere stato zavorrato in misura inespiabile: soprattutto per ciò che riguarda il pane. «E chi nun magna nun guadagna». (Ascanio: pag. 317.) Livio Garzanti, nel luglio del ’53, mi propose di «dare alle stampe» il Pasticciaccio. Insistette con la generosa cordialità che gli è propria, e con argomenti non del tutto inefficaci anche per un’anima eletta, com’è la mia, anima insediata, per ora, in un corpo nutricando a pane. Arrancai un anno e mezzo, prima di potermi rimettere in carreggiata: gli impegni contratti, i doveri d’ufficio mi tenevano. Verso la fine del ’54 una lettera a ciclostile, carta grama e pelosetta, mi preammonì che nel corso del ’55 sarei stato dimesso: per raggiunti o addirittura superati limiti di età. Nel cielo di un migliore domani brillava, per me, il sole poltiglioso del mio rammollimento. Chiesi, nei dovuti modi, di andarmene, così da poter essere sostituito con vantaggio, suppongo, da elementi più giovani e meglio retribuiti di me. Varie malattie mi attanagliarono, mi rubarono il mio tempo, mi inibirono il lavoro. Uno stolido mito, frattanto, mi gridava milionario, miliardario.

Nella primavera del ’55, indi nell’autunno del ’56 e nella primavera del ’57 «presi» (e ripresi) «contatto» con Mario Dell’Arco, che conoscevo poeta e filologo: Antonio Baldini, giudice benignamente severo del mio pessimo romanesco («Letteratura»: 26-31) me lo aveva nominato come pensabile e qualificato raddrizzatore del romanesco medesimo. Dell’Arco mi assisté prontamente, generosamente: con una lucidità, una pazienza, di cui sento tutto il raro valore. Rivedemmo due volte l’intero testo del volume. Frasi e battute romanesche: altre contaminate, fra italiano e romanesco. Per il napoletano mi soccorse Onofrio Galdieri, figlio del nobile poeta Rocco Galdieri. Qualche imbeccata ebbi anche da Alberto Mario Cirese, il giovane e valoroso dialettologo molisano, figlio di Eugenio, il poeta. La risciacquatura de’ miei cenci è stata una fatica da non dire. La correzione delle bozze, primavera del ’57, ci ha intricato in un tal forteto, in un tale marrucheto, da vederne fiorir per tutto, con le spine e il sangue, il fiore attossicato della disperazione, della rinuncia. «Ho dato alle stampe»: sì, «ho dato alle stampe». Se avessi un tantino di giudizio, mi dovrei davvero preparare a quel ristagno definitivo della lingua, voglio dire della penna, che è nell’ardore de’ miei voti: a quel silenzio, che farà la migliore delle opere.

1957

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ISSN 1476-9859

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