Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Dossi

Riccardo Stracuzzi

Il nome di Carlo Dossi compare tra le pagine gaddiane in due occasioni. La prima è rappresentata da un brano della Cognizione, nel quale l’autore implicito prende la parola per fare un’incidentale e polemica dichiarazione di poetica:

Pedro non era un signore in villa, come quelli a cui sorvegliava la villa, nottetempo: e nemmeno, Dio liberi!, uno scrittore: uno scrittore arzigogolato e barocco, come Jean Paul, o Carlo Gozzi, o Carlo Dossi, o qualche altro Carlo anche peggio di questi due. (RR I 578)

La seconda è motivata da un breve articolo dal titolo La scapigliatura milanese, pubblicato originariamente sull’Illustrazione Italiana nel ’49 (ora in SGF I 970-73), e verosimilmente steso in vista di un progetto radiofonico. (1)

A ben guardare si tratta di due riferimenti lievemente contraddittori: nel primo, infatti, Gadda stila una pur succinta ed ironica nota in ordine a un suo albero genealogico-letterario; nel secondo, invece, prende le distanze dalla Scapigliatura, giacché descrivendola ne rileva soprattutto gli aspetti folcloristici. Il breve scritto del ’49, a questo riguardo, sembra confermare l’opinione negativa che l’Ingegnere avrebbe avuto degli scapigliati. (2) Il rapporto tra Gadda e la Scapigliatura, e quindi il suo corrispettivo tra Gadda e Dossi, è dunque marcato da una qualche ambiguità – tramutatasi poi, nella critica, in dubbio dichiarato: è conveniente alla lettura di Gadda confrontare la sua scrittura con quella di Dossi?

Molto è stata discussa, su questo punto, l’interpretazione di Contini, generalmente inteso quale più convinto propugnatore del parallelo. (3) Ora, l’accostamento fatto da Contini è ispirato, il più delle volte, dall’idea di naturale colleganza dei due scrittori, di spontanea appartenenza a una medesima famiglia: in altre parole, secondo un principio tipologico e non genealogico. (4) In un luogo, però, il filologo e critico militante è più asseverativo:

Ma la Scapigliatura lombarda, nei suoi autori più proverbiali tutt’altro che calligrafica, ebbe almeno uno scrittore rilevante, e certamente attivo su Gadda, in Carlo Dossi. (5)

Ecco un ulteriore segno di oscillazione e di dubbio, in certo senso speculari all’ambiguità osservata in Gadda stesso. A deporre a favore di una diretta, ancorché limitata, influenza di Dossi sull’Ingegnere concorrerebbero il parere di Contini appena citato, l’amicizia e la stima di Gadda per Linati, tardo erede del clima scapigliato e antologista di Dossi e, non ultima, l’analisi della scrittura di Dossi sopra citata, la quale mostra se non altro che l’Ingegnere aveva letto, e bene, il suo conterraneo. (6) Contro l’idea di un’influenza Dossi-Gadda si schiererebbero le stesse cautele di Contini, negli scritti precedenti e successivi a quello sull’espressionismo letterario, i ricordi di Cattaneo già menzionati in nota, le care giùggiole o la toscanità immaginata con cui, come s’è visto sempre in nota, l’Ingegnere ritraeva Dossi.

Genealogie e influenze a parte, è sufficiente leggere un passo da L’altrieri o dalla Vita di Alberto Pisani, o magari anche da quel bizzarro romanzetto edificante che è La colonia felice, per riconoscere nel lombardo ottocentista un prefiguratore del novecentista conterraneo. Preleviamo un brano da quest’ultima opera, così lontana dal gusto di Gadda e quindi tanto più utile per un confronto, e leggiamo:

E, infrenellendo i marinài le grondanti pale, s’insinuò la scialuppa tra le molte altre ammarate, e blandamente approdò. Due officiali ne ascèsero: il primo, giòvane d’armi e di grado, offrì la mano al secondo dal molto oro al berretto e dal molto argento al crine. (7)

Qui, il tratto lessicale espressionistico (infrenellendo) si sposa alla severità ipotattica del periodo, con tono classicheggiante, nel quale poi s’innesta la minuzia della notazione quasi sineddochica (al secondo dal molto oro al berretto, etc.). Oppure leggiamo dal Margine alla «Desinenza in A»:

E, cominciando dall’ùltimo, e facendogli sopportare una seconda chirùrgica operazione, io mi arbitrerò anzitutto di collocare l’Opposizione della mia nessuna Maestà, come la conquistatrice acies romana, in trè file – una dei saggiatori della purezza delle parole, l’altra degli investigatori della castità della frase, la terza de’ stimatori delle qualità dello stile. Come vedete, per spartizioni e per tagli io non la cedo a un beccajo… nè ad un metafisico». (Dossi 1995: 667)

Ecco un esempio di quella polemica sulla lingua e sul purismo, che la baldanza esclamativa e la rilevata soggettività enunciativa accostano a una prefazione gaddiana, Tendo al mio fine (RR I 119-123); d’altra parte, non è raro incontrare nella Cognizione luoghi di severa compostezza sintattica e di lessico allusivo o espressionistico:

Le campane tacevano: le cicale gremivano l’immensità, la luce. Un senso di puchero deglutito in famiglia era succeduto al metallo accomunante della liturgia. (RR I 628; puchero è ispanismo per zuppa, minestrone, cibo ordinario, cfr. Gadda 1984a: 95)

In genere, chi rifiuta il parallelo tra Dossi e Gadda lo fa perché intravede nell’opera del primo una rivoluzione mancata, un’oltranza espressiva solo apparente; (8) o addirittura perché vi scorge, a livello scrittorio, un tenace monostilismo. (9)

Ora, si può concordare con Donnarumma (2001: 150) quando distingue tra un’espressionismo intensionale (Dossi) e un espressionismo estensionale (Gadda). In altre parole, si noterà senz’altro che l’armamentario retorico e tropologico di Dossi è più elementare di quello gaddiano, che quest’ultimo cioè scaturisce da un’oltranza espressiva affatto sconosciuta al primo. Si noterà che il lavorio linguistico di Dossi agisce piuttosto a livello lessicale che non sintattico, fondandosi così sulla variata combinazione di quei pochi elementi che Isella ha isolato: i lombardismi, le voci dialettali in genere, le forme personali (elaborate perlopiù su verbalizzazione dei sostantivi), le voci rare o culte, le permutazioni della intransitività in transitività. (10)

Per quanto, poi, non vada sottovalutata la costruzione sintattica della pagina dossiana. Basterebbe rileggere il calcolato esordio dell’Altrieri, per rilevare la giustapposizione di segmenti frasali brevissimi e lunghi: di qui l’effetto di suspense che ciò comporta, da una parte; e una sorta di mise en abyme scritturale della struttura narrativa del romanzo, dall’altra. (11) Tuttavia, a meno di non voler imputare a Dossi di non-essere Gadda, varrà la pena di considerare, a partire dall’empirica verosimiglianza del parallelo, riguardo a cosa i due scrittori lombardi finiscano per divergere.

Di là dalle differenze linguistiche, in effetti, è sul piano narrativo che si possono verificare ulteriori ragioni di consonanza e di distinzione. Dossi, evidentemente, non ha la vocazione del narratore di estesa visione: gli si adatta la misura del bozzetto o della figurina, non quella del romanzo. Per contro, la sua vena caricaturale tende a moltiplicare il bozzetto, a iterarlo sino a disegnare una corrosiva comédie humaine meneghino-ottocentesca. Gadda, diversamente, ha la vocazione del narratore, del grande romanziere, pur così frustrata ed impedita a dispiegarsi nella linearità inconcussa di una opera-mondo. Dossi è lo scrittore del frammento, ad esso si limita e in esso indulge soddisfatto; Gadda invece non cessa di condurre la sua scrittura tra le avverse destinazioni del racconto e del meta-racconto.

Ed è Portinari, nonostante le perplessità circa le somiglianze tra i due scrittori, a suggerire sotto quale aspetto riproporre la questione: «In altri termini, semplificando: cosa racconta Dossi? Racconta il suo stile, con piena coscienza, da subito, intrecciandolo in contrappunto teorico con le Note azzurre e con le Prefazioni». E il critico aggiunge che: «il vero “contenuto”, il vero “intrigo”, il “romanzesco”» in Dossi è lo stile stesso della scrittura. (12) Del resto, lo aveva annotato l’autore medesimo:

Poca parte dei romanzi odierni, specialmente i francesi, appartengono all’umorismo. L’umorismo fonda in gran parte nella forma, la quale dà il sapore alle idee. Quelli invece sono scritti tutti in un sol modo – incoloro. Il loro interesse sta puramente nelle favola mentre negli umoristi sta nella stoffa della favola. (13)

A ben guardare, la disposizione metalinguistica che Guglielmi ha così ben descritto per quanto riguarda Gadda è, per molti aspetti, una simile riduzione del romanzesco allo stile (Guglielmi 1967: 133).

Ecco, allora, che mettere in relazione l’opera di Dossi con quella di Gadda non mira a confondere o a semplificare la complessità di due scritture che differiscono. Non si tratta, in altri termini, di cercare nel primo una pre-incarnazione del secondo, magari per amore di facili integrazioni storiografiche o essenzialistiche. Si tratta invece di scandagliare le differenti modalità di quel canone espressionistico di cui Gadda è senza dubbio l’autore principe, nella tradizione italiana, di quella attitudine alla deformazione spastica del materiale verbale che trova il suo corrispettivo in un ansioso, robusto, e sempre frustrato, anelito verso la Cognizione del linguaggio.

Università di Bologna

Note

1. Scrive l’Ingegnere a Contini, nell’aprile del ’49: «Mi ha dato incarico, il Seroni, di una breve presentazione radiofonica per gli scapigliati. […] Se si fossero fatti tagliare i capelli, questi lendenoni! Ci avrebbero risparmiato questo capitolo parrucchieresco. D’altronde sono dei cari e rispettabili pródromi e bisogna amarli. Pródromi delle nostre scariche. plur. majest.» (Gadda 1988b: 66).

2. «Il Dossi è nato settimino, erano le giornate di Novara. Tranquillo Cremona lo ha ritratto diciassettenne. Rivive, nel dipinto, il volto magro ed eretto, quasi bilioso: una tagliente sfida alla banalità, una fierezza poco caritatevole al mondo». E, poco oltre: «Donde, per il Dossi, il commovente tentativo di inserire nella lingua, fra le più care giùggiole di una toscanità immaginata, sognata e non raggiunta, alcuni momenti tra i più felicemente espressivi dei dialetti (piemontese e lombardo). Questo laborioso conato perviene a un esito “sui generis”, che potremmo chiamare leziosamente parodistico» (SGF I 972-73, miei corsivi). «Gadda leggeva gli articoli che lo riguardavano con un misto di soddisfazione e scetticismo. La critica si era sempre occupata di lui con le definizioni perentorie ma approssimative del maccheronico, del barocco, dell’epigono della Scapigliatura lombarda e in particolare coi riferimenti al Dossi. […] affermava poi di conoscere poco gli scapigliati e meno degli altri il Dossi. “La vera differenza tra Dossi e me è che lui aveva dei quattrini”» (Cattaneo 1973: 79). Questo brano ha avuto grande fortuna tra i detrattori dell’accostamento Dossi-Gadda (cfr., p. es., Donnarumma 2001a: 187): mette conto rilevare che i ricordi di Cattaneo, pur così ameni, non rappresentano una fonte di particolare autorità critica?

3. Tuttavia, come nota Donnarumma, non bisogna scordare che la proposta va fatta risalire a Linati, a Gargiulo, a Vittorini e ad altri. Cfr. Donnarumma 2001a: 184.

4. Contini 1989: 3, 31, 56, 82, 86. È Roscioni a parlare di tipologia vs genealogia, riassumendo e sottoscrivendo gli argomenti di Contini. Cfr. Roscioni 1995a: 197.

5. G. Contini, Espressionismo letterario (1977), cap. 12: Per una linea espressionistica in Italia, ora in Ultimi esercizî ed elzeviri (Torino: Einaudi, 1989), 102 (miei corsivi).

6. Gadda parlava spesso dei suoi auctores con distanza e ironia: questo vale per Parini, per Manzoni, e più ancora per Carducci e d’Annunzio. Cfr. la celeberrima intervista La formazione dell’Ingegnere, ora in Gadda 1993b: 100, 106-108, 115-118, 121-123; ma cfr. anche l’altrettanto celebre Intervista al microfono (SGF I 505), dove la triade dei maestri Manzoni, Carducci e d’Annunzio è identificata definitivamente.

7. C. Dossi, Opere, a cura di D. Isella (Milano: Adelphi, 1995), 534.

8. Così Cattaneo 1957b: 50, e F. Portinari, Narrativa tra idillio e rivolta, in Un’idea di realismo (Napoli: Guida, 1976), 228; così E. Gioanola, La scapigliatura (Torino: Marietti, 1975), 18, e Verbaro 2000: 130 – ma, prima di tutti, così P. Nardi, Scapigliatura. Da Giuseppe Rovani a Carlo Dossi (1924) (Milano: Mondadori, 19682), 211-246.

9. Cfr. Donnarumma 2001a: 150. A rigore, ogni scrittura è essenzialmente monostilistica: Gadda, con ogni evidenza, non sfugge a questa regola. «La redondance du style est individualisante: elle singularise»: J. Starobinski, Le progrès de l’interprète, in La relation critique (Paris: Gallimard, 20012), 113; vedi anche G.-G. Granger, Essai d’une philosophie du style (Paris: Colin, 1968), 5-16. D’altronde l’esito, più o meno dialettico, di quella reductio ad unum a partire dalla quale può esistere qualcosa come lo stile, rende l’uno scrittore o l’altro più adeguati a canonizzazioni differenti, in differenti circostanze storiche e/o ideologiche.

10. D. Isella, La lingua e lo stile di Carlo Dossi (Milano-Napoli: Ricciardi, 1958), 14-64. Anche in questo la similarità con Gadda è considerevole, per quanto possano essere diversi e più varî gli elementi della scrittura dell’Ingegnere.

11. Circa le forme della sintassi nella scrittura di Dossi, si veda la rigorosa ed utilissima analisi che ne ha fatto F. Caputo in Sintassi e dialogo nella narrativa di Carlo Dossi (Firenze: presso l’Accademia della Crusca, 2000 – per l’Altrieri alle pp. 16-37).

12. F. Portinari, L’arte e le astuzie dell’arte, in corso di stampa presso l’editore UTET.

13. C. Dossi, Note azzurre, a cura di D. Isella, vol. I (Milano: Adelphi, 1964), n. 2490, p. 213 (miei corsivi).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2019 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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