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Paralipomeni – L’egoista
Discorso a parte, e particolare attenzione, merita il saggio conclusivo de I viaggi la morte (SGF I 654-67). Se non fosse per l’uso tipicamente gaddiano del linguaggio (ma non si pensi alla classica maccheronea, quanto piuttosto ad una complessa e calibrata architettura sintattica, con al più qualche glissade comica e colorita), il saggio sotto forma di dialogo potrebbe benissimo essere catalogato, e senza troppe forzature, come una delle Operette morali – o, quanto meno, come loro ipotetici paralipomeni.
Innanzitutto, la struttura dialogica – e non tanto per l’ovvia alternanza delle battute, quanto perché in Gadda questa alternanza appare alquanto posticcia, superflua rispetto a un’effettiva personalità dei personaggi. Insomma, i due colloquianti più che dialogare monologano, portando avanti un discorso che espongono e propongono con lo stesso livello di preparazione e di coscienza, ed in fondo con lo stesso linguaggio. (1) Ebbene, per quanto in Leopardi la caratterizzazione dei conversanti sia di molto più compiuta e quindi più diversificata, anche nei suoi dialoghi sembra in realtà di assistere ad una cospirazione degli interpreti ad esporre un’unica teoria di base.
Questo accade, per esempio, nel meraviglioso Dialogo di Porfirio e di Plotino, o anche nel Dialogo della Natura e di un Islandese; o ancora nel Dialogo di Cristoforo Colombo e di Gutierrez. In ciascuno di essi, infatti, le riflessioni su temi crudi, e quindi più difficili da digerire – il suicidio, l’indifferenza della Natura, l’importanza dei rischi e del pericolo nella lotta contro la noia – vengono trattate non in sceneggiature agili e snelle, magari ironiche, da recitarsi eventualmente ad un pubblico, ma attraverso una serie di battute, spesso lunghissime, che nulla hanno di immediato, e che richiedono invece la mediazione di una lettura attenta e concentrata: proprio come nel dialogo di Gadda.
Altro aspetto formale che assimila L’egoista ad un’operetta morale è quello della scelta dei nomi dei personaggi. Gadda tende in genere ad andare per nomi evocativi o significativi. Qui decide per Teofilo, letteralmente L’amico di Dio e con richiamo ad un personaggio dei Nouveaux Essais di Leibniz, e Crisostomo, letteralmente Il bocca d’oro, cioè L’eloquente. Lo stesso fa Leopardi quando ricorre all’etimologia per caratterizzare già in partenza le sue creature.
Ciò invero non accade spesso, Leopardi preferisce piuttosto utilizzare l’immagine di un personaggio già noto. Ma almeno due volte l’evocazione è tutta nel nome: nel Dialogo di Timandro e di Eleandro, Timandro sta per Colui che onora l’uomo, ed Eleandro (dietro cui si cela Leopardi stesso) per Colui che ha compassione dell’uomo; nel Dialogo di Tristano e di un amico, Tristano, altro pseudonimo leopardiano, allude all’aggettivo triste, senza intenzione di richiamo all’eroe del ciclo bretone. Una differenza sostanziale tra i due autori in ogni caso c’è – mentre in Leopardi il nome evoca per significare il carattere del personaggio, in Gadda l’evocazione è praticamente fine a se stessa.
Sebbene sia l’esteriorità della struttura ad avvicinare immediatamente i due autori (e ad avvicinare le loro operette ai tanti dialoghi filosofici e ragionamenti del ’500 e del ’600), il processo di assimilazione è possibile però anche a partire da un punto di vista interno, quello dei concetti esposti. Se Gadda infatti si adopera nella trattazione di egoismo e narcisismo (o egotismo), delineandone differenze e somiglianze, Leopardi dedica molto spazio alla riflessione su egoismo e amor proprio, ritornandovi più volte nel corso degli anni. Si può attestare l’inizio del suo interesse speculativo attorno al 20 gennaio 1820, data della prima occorrenza del soggetto egoismo nello Zibaldone; la prima attestazione di amor proprio è precedente, alla pagina 55 dell’indice leopardiano, che tuttavia non ci offre una datazione precisa. La speculazione prosegue, poi, fino al 1 luglio 1827 per egoismo, e fino al 5 maggio 1829 per amor proprio – circa dieci anni di pensiero, dunque un interesse profondo.
In Gadda le cose sono diverse, perché non abbiamo date di diari o di zibaldoni che ci confermino una meditazione costante. I primi interessi psicanalitici dello scrittore risalgono però grossomodo alla fine degli anni ’20, registrando i valori massimi nel periodo dal ’45 al ’57 (l’articolo è del ’54) – periodo che lo vede concentrarsi principalmente nella stesura finale del Pasticciaccio e nella definizione del pamphlet satirico Eros e Priapo (opera pubblicata nel ’67 ma risalente al ’45). È infatti proprio in vista dello studio psicanalitico sulla figura del Duce che possiamo congetturare lo svisceramento delle categorie narcisismo e egoismo; le conoscenze storiche, se non storiografiche, dimostrate da Gadda nel corso del saggio ne sono una spia.
Tutto questo discorso non avrebbe però senso senza il supporto essenziale del testo. Gadda, si è detto, possedeva due edizioni dello Zibaldone, una integrale, l’altra incompleta ma più antica, curata da Valentino Piccoli. Subito all’inizio, le prime due battute pronunciate da Teofilo:
– Chi immagina e percepisce se medesimo come un essere «isolato» dalla totalità degli esseri, porta il concetto di individualità fino al limite della negazione, lo storce fino ad annullarne il contenuto […]. La vita di ognun di noi pensata come fatto per sé stante, estraniato da un decorso e da una correlazione di fatti, è concetto erroneo, è figurazione gratuita. In realtà, la vita di ognun di noi è una «simbiosi con l’universo». La nostra individualità è il punto di incontro, è il nodo o groppo di innumerevoli rapporti con innumerevoli situazioni (fatti od esseri) a noi apparentemente esterne.
– Egoista è colui che ignora o trascura la condizione di simbiosi, cioè di necessaria convivenza, di tutti gli esseri, (SGF I 654)
somigliano nell’idea di fondo a questo passo leopardiano:
ciascun uomo poi nell’interiore è divenuto una nazione, vale a dire che non hanno più interesse comune con chicchessia, non formano più corpo, non hanno più patria, e l’egoismo gli ristringe dentro il solo circolo de’ propri interessi, senza amore nè cura degli altri, nè legame nè rapporto nessuno interiore col resto degli uomini […]; ora ci son tante nazioni quanti individui, bensì tutti uguali anche in questo che non hanno altro amore nè idolo che se stessi (3. Luglio 1820.). (2)
Più avanti, il discorso porta l’esempio dell’egoismo dei tiranni (piccola, ma ulteriore prova che questo periodo di meditazione gaddiana è assillato – se non addirittura posseduto, hanté – dalla figura di Mussolini), che Gadda afferma scaturire da un paventamento, da un timore:
i tiranni sono degli egoisti che paventano sopra ogni cosa l’egoismo feroce dei loro sudditi […]. Sono i delegati della tirannide collettiva. La loro crudeltà, lo stato di irritazione sadica nel quale vivono colmi di sospetto, è proporzionale al continuo pericolo in cui versano […]. Noi tutti siamo le vittime quotidiane di un egoismo tirannico: l’egoismo di ciascuno dei molti: l’egoismo dei pervenuti, dei maleducati, dei moralisti e dei cretini: in una parola della folla di coloro che difettano di spirito civile. (SGF I 658)
Ora, secondo Leopardi, una delle cause più probanti l’egoismo è proprio il timore; opinione che spiega in più punti, precedenti a questo:
Egoismo del timore che ho spiegato in altro luogo. Quindi si facevano imprecazioni ed esecrazioni sulla vittima, che non si considerava già come cosa buona, ma come il soggetto su cui doveva scaricarsi tutto l’odio degli Dei, e come sacra solo per questo verso. Quindi quando il timore (o il bisogno, o il desiderio ec.) era maggiore, si sacrificavano uomini, stimando così di soddisfar maggiormente l’odio divino contro di noi. E ciò avveniva o tra’ popoli più vili e timidi (e quindi più fieramente egoisti), o più travagliati dalle convulsioni degli elementi (com’erano i Tlascalesi ec.), o ne’ tempi più antichi, e quindi più ignoranti, e quindi più paurosi. E nell’estrema paura, si sacrificavano non solo prigionieri, o nemici, o delinquenti ec. come in America, ma compatrioti, consanguinei, figli, per maggiormente saziare l’odio celeste, come Ifigenia ec. Eccesso di egoismo prodotto dall’eccesso del timore, o della necessità, o del desiderio di qualche grazia ec. (6. Feb. 1822.). (Zibaldone, 2388-389)
In entrambi i casi, si assiste alla stessa consecuzione logica: pericolo del mondo circostante (le «convulsioni degli elementi» come «l’egoismo feroce dei sudditi»), paura, egoismo, violenza e crudeltà (i sacrifici o «lo stato di irritazione sadica» dei tiranni). I testi si avvicinano, inoltre, anche per l’idea della proporzionalità tra timore e egoismo, come non si sarà mancato di notare.
La parte finale del saggio gaddiano è poi tutta incentrata sul concetto contiguo, consanguineo, di narcisismo: «Strettissime, invero, le analogie tra egoismo e narcisismo» (SGF I 659). Lo studio riprende per certi versi l’articolo che precede L’egoista ne I viaggi, Emilio e Narcisso, dissertazione che analizza il legame tra parola e mito, per poi inserirlo in un più ampio discorso psicanalitico.
La parola narcisismo non compare in Leopardi, semplicemente perché inventata (come ricorda lo stesso Gadda) solo nel 1902. Eppure, nello Zibaldone qualcosa che può essere riportato all’idea di narcisismo, c’è:
non si trova quasi uomo così impudentemente e perfettamente egoista nel fatto, che non desideri grandemente di comparire almeno a se stesso, e non si persuada effettivamente, e non si compiaccia sommamente dell’opinione di essere un eroe. Perocchè a tutti è grato il fare stima di se, e si può esser certi che tutti, o in un modo o nell'altro, si stimano, e grandemente, e così continuamente come e’ si amano, che vuoi dir tuttafiata, senza intervallo alcuno, benchè la stima di se stesso (come anche l’amore, secondo che altrove s’è dimostrato) abbia in un medesimo individuo ora il più ora il manco, secondo diverse circostanze e cagioni. (20. Sett. 1823.). (Zibaldone, 3481-382)
Le parole di Leopardi non sono certo tecniche come quelle gaddiane, ma evidenziano in qualche modo il legame tra egoismo e volontà di piacere a sé oltreché agli altri.
La presenza leopardiana in Gadda insomma appare, anche a questa riprova in appendice, sempre assai diffusa, sempre poco ostentata.
Università di UrbinoNote
1. Analoga impostazione pseudo-dialogica in L’Editore chiede venia.
2. Zibaldone, 148-149. Le pagine si riferiscono alla numerazione leopardiana.
Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-04-3
© 2002-2026 by Alessio Ceccherelli & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002).
artwork © 2002-2026 by G. & F. Pedriali.
framed image: after Caravaggio, Narcissus, c. 1598-99, Galleria d’Arte Antica, Rome.
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