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Gadda contro Gadda
Manuela Bertone
Christophe Mileschi, Gadda contre Gadda. L’écriture comme champ de bataille, Grenoble, Ellug, 2007, 433pp., ISBN 978-2-84310-102-1.
Christophe Mileschi pubblica un corposo volume di saggi critici (436 pagine) che corona il suo lungo e articolato percorso di ricerca dedicato a Gadda. Volume importante, anzitutto perché esce in Francia, in lingua francese, rivolgendosi cioè in primis a un pubblico che, se si eccettuano pochi esperti universitari, è ben lungi dall’aver scoperto per intero la complessa fisionomia dell’opera gaddiana. Volume importante anche perché, pur non disdegnando l’affondo critico puntuale, si impegna in special modo a proporre, nella prima parte (Chantier des œuvres, capp. I-VI) un’ampia e rigorosa panoramica – nell’ordine dettato dalla cronologia delle uscite a stampa – della produzione di Gadda, dal Giornale di guerra e di prigionia al Pasticciaccio, attraverso il Racconto italiano, la Meditazione milanese, Il castello di Udine, L’Adalgisa e i racconti. Si potrebbe tutt’al più rimproverare all’autore l’omissione nel cantiere delle opere di un capitolo apposito sulla Cognizione del dolore, testo fondamentale la cui lettura ravvicinata amplia utilmente lo spettro dell’esegesi specie per chi, come Mileschi, si applica a identificare e poi decifrare gli affioramenti testuali del tema guerra nonché le particolari insorgenze e curvature (spesso implicite spesso volutamente mascherate) del motivo campo di battaglia.
L’ipotesi direttrice dello studio di Mileschi (leggibile come un tutto coerente, ma anche godibile a strati o spezzoni o capitoli: si veda in particolare la parte II, Thèmes et textes, capp. VII-XII) è appunto che Gadda non abbia mai chiuso i conti con il primo conflitto mondiale, ma abbia anzi nutrito o covato per sempre rimorso, rimpianto e pentimento, senza tuttavia decidersi a esternarli, tanto meno a proclamarli apertis verbis nei suoi scritti, dove semmai risultano seppelliti, perché rimossi, e dove fungono pertanto da elementi perturbanti del dettato, del narrato, del pensiero, e dove tocca al critico andarli a stanare per ricomporne le fattezze, per renderli fruttuosamente interpretabili.
Algida acribia e nessuna empatia (una prurigine di antagonismo, quasi) caratterizzano la postura critica assunta da Mileschi al cospetto del suo Gadda, così diverso dal nostro: il suo è un Gadda, certo, traumatizzato da un evento tragico per l’umanità, le cui proporzioni esorbitano dal dramma soggettivamente patito, ma è anche un Gadda impassibile, che non spende mezza parola contro la guerra, mentre a questa guerra e ad altre calamità che hanno segnato nella carne il Novecento non solo europeo (una seconda guerra mondiale, il colonialismo, il fascismo) dedica un’infinità di pagine. Andando perfettamente controcorrente rispetto alla critica gaddiana come la pratichiamo e la conosciamo, Mileschi non si inchina di fronte al geniale pasticheur, al cospetto delle sue impareggiabili partiture narrative, non sembra soprattutto avvertire l’autenticità del suo dolore né l’intensità travolgente della cognizione, ma, forte del postulato pacifista su cui fonda la propria prospettiva di lettore (p. 40), scosta il gigantesco schermo di parole oppostogli da Gadda e mostra prima di tutto l’esilità delle sue pretese etiche, poi ne depotenzia autodifese e attenuanti (rabbiosamente o nostalgicamente enunciate che siano) e lo trascina «devant le tribunal de la [sa] conscience» (p. 163, corsivi dell’autore), e infine ne denuncia insufficienze, confusioni, parzialità, contraddizioni. Gadda non è sempre come lo vorremmo, ma è indubbiamente ingiusto sottoporlo insieme ai suoi testi a un confronto di tipo morale e politico-ideologico, come se fosse un nostro contemporaneo in carne ed ossa chiamato a rispondere di colpe gravi dinanzi al tribunale della Storia, in particolare quella di «aver voluto e amato la guerra» (p. 78 n., ns. trad.), come se fra l’uomo Gadda e la finzione dello scrittore Gadda non corressero differenze, come se la biografia dell’uno potesse infallibilmente illuminare l’arte dell’altro. Né si può costringerlo a competere, partendo da culture e da distanze diverse, in una gara sui saperi, rimproverandogli costantemente di avvalersi di competenze degne di un positivista superato o addirittura arretrato.
La riprova sta precisamente nelle pagine in cui Mileschi parzialmente dimette questo atteggiamento che si sarebbe tentati di definire moralistico o quantomeno viziato da un partito preso di tipo ideologico, e si dedica a fruttuose indagini riguardanti i «magmatici mosaici» (cito, traducendolo, un titolo ben scelto) che compongono la testualità gaddiana. Sul versante della lettura ravvicinata Mileschi ci consegna, per esempio, una minuziosa e coinvolgente disamina del «cadavere di Liliana», che prende avvio in forma di explication de texte (esercizio niente affatto scontato, e altamente produttivo, di cui la scuola francese è maestra) a partire dalla scoperta dell’orrenda ferita mortale e procede con acute suggestioni intertestuali verso altre, meno domestiche e ancor più sanguinose scene del crimine (di guerra), visibili per chi le sa vedere attraverso la fessura del taglio alla gola della signora Balducci.
Un dovuto elogio va senz’altro alla scrittura di Mileschi, scrittura di scrittore prestatosi alla critica, quale egli peraltro è: non banale né stracca, priva di sbavature, ricca di impennate. In una parola: felice.
Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
ISSN 1476-9859
© 2007-2026 by Manuela Bertone & EJGS Reviews. First published in the Edinburgh Gadda Reviews, EJGS 6/2007.
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