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La malattia del vivere e la terapia della scrittura
Claudia Carmina
Federica G. Pedriali, La farmacia degli incurabili, Ravenna, Longo, 2006, 178pp., ISBN 88-8063-527-1
Il volume di Federica Pedriali raccoglie sette saggi, dedicati ad altrettanti autori dell’Ottocento e del Novecento, che, pur nella singolarità dei percorsi inventivi, risultano accomunati dalla condivisione di una stessa «urgenza di salute» (9). Da Collodi al Calvino delle Città invisibili, da Verga a Gadda, al Montale delle Occasioni, a Svevo, per concludere con Pirandello: l’analisi si addentra all’interno della peculiare farmacia che alimenta la scrittura di ciascuno dei sette intellettuali incurabili, ne mette in luce le ipocondrie, le contraddizioni, le ansie di risanamento. E difatti, proprio a partire dall’avvertimento di una mancanza e di una malattia, gli autori esaminati prendono le mosse per «risintetizzare» il proprio io attraverso le misteriose alchimie della creazione letteraria, «non potendo contare di far molto altro per la risintetizzazione collettiva» (10). In tal modo, non solo la percezione di un disagio, che è insieme individuale e collettivo, porta con sé la speranza di una guarigione e il presagio di una possibile cura, ma la stessa malattia finisce per convertirsi in metafora ontologica, in parametro d’interpretazione del reale.
Nell’intento di scandagliare i processi combinatori da cui scaturisce la chimica dell’invenzione, la studiosa si avvale di un metodo critico audace, impuro e duttile. La scrittura saggistica allora pedina da presso la pagina letteraria, aderisce alle sue tensioni ideologiche e conoscitive, persino mimandone le movenze stilistiche. E tuttavia tra il testo critico e l’opera inventiva s’instaura una sorta di connivenza infedele: l’indagine, pur disciplinandosi a seguire il ritmo degli scrittori a volta a volta passati in rassegna, non si fa però irretire dalla forza attrattiva del modello, ma con uno scarto sempre se ne distanzia, per disvelarne la struttura formale e i nuclei tematici. Così, al fine di mettere a nudo le nevrosi e le intossicazioni cui vanno soggetti i suoi incurabili, la Pedriali si serve di frequente della virtù epurativa, farmaceutica del pastiche, vale a dire di quella «ricreazione vivente», che, per Proust, costituisce una privilegiata modalità di «critica letteraria “d’azione”». (1) Si tratta di una prosa che deliberatamente varca la soglia dell’artificio per competere con i propri scrittori-pazienti, sfidandoli nella pratica terapeutica di un esercizio stilistico metaforico ed evocativo.
A questo proposito, è esemplare il saggio su Svevo, redatto in «prima persona pseudosveviana» (118), che ha vinto l’edizione 2005 del Premio Internazionale di Poesia e Letteratura Nuove Lettere (mentre l’intervento su Pirandello, incluso nel volume e intitolato Le ragioni / le irragioni del libro. Piccola euforia pirandelliana, si è aggiudicato il secondo posto al Concorso Internazionale Mario Soldati del 2006). Qui la disamina procede attraverso una «mimesi impossibile» che avanza per stratificazione di interferenze testuali, esitando in una originale rilettura creativa. In questo caso, la pratica di riscrittura e di travestimento si amalgama con esplicite citazioni sveviane, esibite come tali attraverso l’uso del corsivo, e si contamina con i prestiti lessicali e tematici derivati dalla lezione di Derrida.
Proprio Derrida è il nume tutelare, il grande «farmaceuta», sotto la cui egida si pone l’intero libro, a cominciare dalle Premesse quasi derridiane che aprono il saggio, appuntando l’attenzione sul rapporto che si stabilisce tra contiguità e singolarità, tra ripetizione e innovazione. Sugli scaffali di questa farmacia dell’Ospedale degli incurabili (10), le singole opere si dispongono l’una di fianco all’altra, ma non perdono perciò il senso della propria specificità. La letteratura otto-novecentesca si presenta quindi allo sguardo della Pedriali come una serie discontinua, dove ogni autore, pur partecipando di una più generale temperie culturale, occupa il suo spazio personalissimo: in questo senso, il gesto di scrittura è un atto demiurgico, a mezzo del quale l’io dell’artista riafferma la propria individualità e comunica la sua verità sul mondo. «Per la prima volta dalla creazione del mondo sono io a dire» (10): questo è l’imperativo che, a dire della studiosa, motiva una volta e per sempre la genesi della creazione. Poco importa poi che la volontà artistica sia insidiata, già sul nascere, dalla consapevolezza della propria insufficienza: ciò che conta è invece il tentativo autoriale di riconfermare la propria identità, anche a costo di travestirla e falsificarla.
«Se non erro, gli eterogenei testi che ho enumerato somigliano a Kafka; se non erro, non tutti si somigliano tra di loro» (9), recita l’epigrafe tratta da Borges e posta in calce alla premessa. Sull’abbrivio della sollecitazione di Borges, la studiosa imbastisce una trama critica a maglie fitte, legando ogni opera al passato, alla tradizione, e insieme rivendicandone l’autonomia e la diversità. In aggiunta, del testo letterario è valutata anche la capacità di anticipazione rispetto al futuro: è quanto avviene, per esempio, allorché viene analizzato Pinocchio di Collodi, il cui finale «indirizza verso un normalizzabile non detto», tanto da giustificare e da contenere in nuce i successivi «libri paralleli, le sequele, le traduzioni in altro mezzo, i molti Pinocchi raccontati su un testo al contempo troppo pieno e troppo esile» (15). Per di più, nelle peripezie del burattino in continua fuga da una realtà claustrofobica, che si fa insieme trono e trappola, sembra già iscritta per intero la vicenda esistenziale di Kafka. A suggerirlo è la citazione che introduce il saggio su Collodi, tratta dalla Lettera al padre, in cui lo scrittore novecentesco paragona la sua condizione a quella del prigioniero che non aspira soltanto a fuggire, «il che forse sarebbe possibile», ma anche a «trasformare la prigione in un meraviglioso castello» (11).
In questo gioco di rifrazioni e di rispecchiamenti multipli, dove ogni testo rinvia a tutta un’affollata biblioteca, l’interpretazione critica procede per auscultazione: i testi si confessano da sé, si rivelano al lettore mediante le parole stesse dell’autore, ma anche attraverso i suoi silenzi, le reticenze e le omissioni. E infatti, celati nelle cavità e nei silenzi dell’opera, coperti da innumerevoli veli, nascosti sotto la coltre opaca delle menzogne, affiorano frammenti di verità profonde e inconfessabili. A guidare l’analisi nel tortuoso percorso di decifrazione e di scavo del rimosso, di cui si alimenta la pratica letteraria, sono i più flebili segnali, i più dissimulati indizi. Pertanto, passando al vaglio della lente critica l’intricato reticolo di sintomi e di spie eloquenti, disseminate nel testo inventivo, la Pedriali risale ai traumi originari, agli archetipi mitici che vengono via via riattualizzati nel presente della scrittura.
In questo senso, la Posologia dei nomi e dei luoghi principali, posta a conclusione del saggio, si qualifica al modo di una guida-indice dei temi e costituisce un utile strumento di consultazione per il lettore che intenda esplorare il libro da una prospettiva inconsueta, ricostruendo dei percorsi tematici autonomi e trasversali. Nella Posologia sono segnalati e isolati i motivi ricorrenti, che trasmigrano da un’opera all’altra: una rilevanza particolare spetta ad alcune parole chiave, quali alimento, antropofagia, capienza, cibo, fame, ingestione, pasto, rito, viscere, che rimandano al concetto antropologico del pasto o del banchetto rituale. A questo sistema semantico si associa per contiguità la costellazione lessicale relativa al mito cosmogonico, che si squaderna anch’essa nella pluralità di voci e lemmi, registrata dal glossario: pasto del figlio, erede, madre, specie, figlio, nascita, padre…
è emblematico che queste due catene di idee s’intreccino insieme a qualificare l’immaginario di molti degli autori presi ad oggetto di studio: da Collodi a Gadda. La voracità della loro scrittura onnivora, che «ha divorato l’intero narrabile» (14), sembra infatti reduplicare a livello della macrostruttura la fame insaziabile patita dai personaggi dei figli, rispettivamente eletti al ruolo di protagonista in Pinocchio e nella Cognizione del dolore.
In particolare, il capitolo su Gadda è intitolato significativamente Fame a Longone. Meditazione e rito di Carlo Emilio Gadda primogenito: qui la «fame di primogenito» (59), che tormenta Gonzalo, viene fatta risalire ad una sorta di privazione originaria, alla simbolica perdita della primogenitura. Il protagonista della Cognizione è paragonato ad un moderno Esaù: come il suo predecessore biblico, Gonzalo soffre di una fame inestinguibile; come lui, viene privato ingiustamente dell’amore della madre, che nutre un evidente predilezione nei confronti del figlio minore. Infine, al pari dello sfortunato fratello di Giacobbe, Gonzalo è defraudato della primogenitura e perde la posizione di «migliore erede», che pur gli spettava per diritto di nascita. Partendo da questi presupposti, la Pedriali traccia una minuziosa mappa intertestuale, funzionale ad esplorare la frastagliata geografia della Cognizione, anche alla luce dei tormentati nodi autobiografici intorno a cui si addensa l’ispirazione romanzesca. Sono quindi individuati e interpretati i numerosi nessi sussistenti «tra il Pasto e il Non Pasto, tra l’Offerta e l’Aggressione», tra il cibo, la pena e la colpa (72): la presenza dei continui richiami al modello biblico vale allora a trasformare la cena misera di Gonzalo in un rito liturgico e dolente, celebrato in un «mondo-Crono, capiente, ipercapiente, che si sostiene come e in quanto capienza, ma pur sempre ventre chiuso alla possibilità» (73).
Un mondo forse irredimibile e, come afferma Borges, «disgraziatamente, reale» (33): ma anche se oggi «la Farmacia dell’Ospedale degli incurabili non cura più i suoi clienti» (9), gli autori studiati dalla Pedriali continuano a parlare al nostro presente, a «dire» e ad «essere» (10), a loro modo, diversi, contraddittori, e però sempre coerenti a sé stessi, fedeli al demone della propria malattia. E nasce da questo paradosso lo strano, originale sapore di una classicità che sfida i mutevoli umori del tempo.
Università di PalermoNote
1. M. Proust, Le lettere e i giorni. Dall’epistolario 1880-1922, a cura di G. Buzzi, Milano 1996, 885.
Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
ISSN 1476-9859
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