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Gli sfoghi di rabbia del soldato Gadda
Giuliano Gramigna
Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, Milano, Garzanti, 1999, 438 pp.
Dopo tre letture, a distanza di anni secondo le stampe (la sansoniana, 1955, peraltro incompleta; l’einaudiana, 1965, integrata; e questa garzantiana, senza però l’incremento delle Appendici che il prezioso curatore dell’Opera Omnia, Dante Isella, aveva assicurato) il Giornale di guerra e di prigionia di Carlo Emilio Gadda appare definitivamente sotto due aspetti solo in apparenza opposti: uno psicodramma, dove Gadda mette in scena se stesso dentro la tragedia della guerra 1915-18; un atto squisitamente formale del «convoluto Eraclito di via san Simpliciano». «In questo libro, scritto tutto di prima mano, anche nei luoghi di bello stile o quasi… sono sfoghi di rabbia d’un povero soldato italiano, pieno di manchevolezze come uomo, pieno di amarezza per motivi intimi, familiari, patriottici, etnici, ma forse non pessimo come soldato…».
Nell’Armageddon del conflitto mondiale, il sottotenente Gadda si accampa, «Christus patiens et vociferans», con tutti i suoi furori, traumi, allucinazioni (splendide!); insomma con la «sua» guerra. «Ho bell’e visto che ben difficilmente io potrò distinguermi in questa guerra: sono capitato in un punto morto». Durante la prigionia nel campo tedesco di Celle, sopra l’angoscia per le sorti dell’Italia, la lontananza dei cari, la fame belluina, il freddo straziante, l’impossibilità a fare: «manco all’azione». I cinque quaderni della milizia gaddiana (un sesto andò perso a Caporetto) sono questo «atroce piagnisteo» – detto con il più alto rispetto per l’uomo Gadda, oltre che per lo scrittore. Ma la testardaggine dello «sforzo testimoniale» non può essere separata dalle soluzioni lessicali e sintattiche del materiale di dolore, delirio, contumelia (le mosche: «le più puttane troie scrofe merdose porche ladre e boia forme del creato» – in questa direzione saremo portati, cinquant’anni dopo, ai parossismi di Eros e Priapo).
Gadda doveva accumulare la massa inespiabile di sofferenze del Giornale, per conseguire poi il Grande Stile: dal Castello di Udine (1934) via via a tutti gli altri libri. Però le avvisaglie del Gadda-Gadda il lettore le degusterà già nell’avant-Gadda, diciamo così (subito una indicazione a pagina 20: «Hodie quel vecchio Gaddus e duca di Sant’Aquila arrancò du’ ore per via sulle spallacce del monte Faetto»; e avanti, «Massì: adoremus»).
Corriere della Sera
16/2/99
Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
ISSN 1476-9859
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