Genti e terre d’Abruzzo

Salivamo, lungo la muraglia, dall’area de’ Marsi, lasciato nella luce del meriggio il Fucino: che si distese ampio allo sguardo nella sua tremolante fumèa non appena l’autocorriera ebbe superato Celano. Di nuovo saliva. Vividi e spessi pini macchiarono del loro folto il monte, battuto dal sole. Ad Ovindoli disparve, dopo volte e risvolte, la Màrsica: bandierine tricolori erano su alcune case montane, il camino d’alcun tetto fumava un esile alito contro il cielo biancoazzurro.

Tra il passo d’Ovindoli, dopo lieve discesa, e Rocca di Mezzo, l’altipiano sereno, di magra erba: dolcemente conquistato dalla corriera. Da ritta gli spettrali biancori del Sirente. Un cacciatore seduto, accomodatosi avanti, aveva stivali, e tra le gambe il fucile: guardava lui pure, assorto, alle luci, alle macchie. Da settentrione ed oriente il nuovo rilievo di una giogaia: di pendenza tenue, e poco rilevata sul pianoro, del quale costituiva l’alto margine. Com’era vasto il monte! Con quale amore, a vent’anni, ne avrei cercato e corso le forre! Ma l’autopostale fuggiva, portandomi traverso le piane del tempo.

Una contadina tenace, dal viso di Aletto, l’aveva riempita di sacchi di crusca, di fagotti: cocche gialle aveva annodato, da contenere la roba. Ecco, ancora ed ancora, sulla giogaia battuta dalla luce, la rugginosa macchia dei faggi: cespi uniti e rotondi, popolo dorato dell’autunno. Ivi le stame, dal tepido cuore in gola, e la spaurita masnada delle coturnici.

Due giovani si parlavano, seduti accanto, incontratisi per un caso in quel viaggio: ella era salita ad Ovindoli, egli tornava di giù: avevano lente frasi, a tema e risposta, e le dicevano pensandoci prima un poco, differendo la parola a dopo la guardata, così come per un convegno od un ballo, ci si mette il vestito più migliore. (1)

(Alzammo i vetri; che si appannarono). I due scesero a Rocca di Mezzo, scese Aletto: e a ritirare, dopo i sacchi, tutti i fagotti, rimontò scarmigliata all’impiedi sul sedile di marocchino rosso, lasciandoci l’orme polverose delle ciabatte e forse qualche graffio de’ chiodi. Il conduttore fu aspro: «Avete pagato una lira di biglietto e fatto un danno di venti!» La recriminazione-sigillo non mutò il male. Io soffrii molto per quei graffi e strusciamento sul bel marocchino, tanto più che me li ero già delibati in anticipo nel midollo spinale.

A Rocca di Cambio, sul ciglio della nuova ombra, (2) una famiglia piangente, forse in lutto, si accomiatò da due giovani uomini che discendevano alla città, forse per il notaio e le tasse: ci fu, in tutta la scena, qualcosa d’antico e di stranamente lento, quasi il rigore d’un’osservanza e d’una tradizione immutabile.

Così la strada prese a discendere, con volute di serpe, avvallando sui contrafforti boscosi del monte, verso l’Aterno: già la sera ci portava le ombre e nuove cose e segni: il Gran Sasso ci riguardava come sovrano pensiero, screziato, nel triangolo nero-grigio di Corno Grande, di bianche venature delle nevi. «Chi sono» pareva meditasse «quei quattro filuzzi d’omuncoli, dentro la rossa formica della vettura? Ah! c’è quel tànghero venuto di via, di cui Giove mi avvertì a tempo, che, quando parla, nessuno lo capisce ».

Al mezzo d’una giravolta, dove un gruppo di contadine era fermo, che recavano vasi o cestelli sul capo, sorretti mediante il capitello nero d’uno scialle, o panno, la corriera frenò, si arrestò: erano quattro o cinque venute dal sentiero fra i castani e ci erano apparse tacitamente, magre e brune canéfore con gli occhi lucidi e un poco affossati nel viso color terra, emunte dai parti: ritenevo salissero per vendere alla città: invece offrivano a noi di che ristorarci, vino e scamorze, (3) alla dolce sosta del viaggio, nell’ora della merenda, fra i vecchi castani.

Era insomma il «cestini caldi, bibite in ghiaccio!» di quella montana stazione, persa fra i sogni della sera: già mite questa sulle pendici addolcite e nei coltivi e nelle macchie, presso l’attesa del ricovero e del capoluogo. Non potei cibare scamorze, cercai di esprimere con un cenno cortese le mie nulle possibilità; se ne approvvigionarono i conduttori. Esse ci salutarono con una luce nello sguardo, quasi allegre, e, in un chiuso gruppo, vidi, si rifecero al solitario sentiero.

Ecco, ora, la valle.

Su clivi e su colli sereni, al di là della sua fossa ombrata, già vedevo correre attorno, salendo, scendendo, avanzando, rientrando, il muro antico: a munire con diligenza accorta le balze da cui germinò la città. Ricingeva case e torri che le luci dell’etrusco occidente coloravano d’ocra. Erano, sul fondo dello scenario, alti monti: e questi celavano l’Umbria: il Terminillo cereo, quasi violetto contr’ombra: dai quali, dopo Rieti, e per Città Ducale e Antrodoco, fuoresce con bianchi gitti con ansimi eroici il vapore. Viene da Piediluco e da Terni, dove lavorai anni sono.

Dove Curio aveva emendato dagli indugi il defluire dell’acque, riversato nel Nar profondo ogni soprappiù del Velino: prosciugando ai frumenti la piana davanti Rieti.

Sopra i gorghi del Nera, potenti alternatori tramutano oggi, a Galleto, la gravità nell’elettrico, bevendo le acque della montagna: ed hanno già conosciuto il mio dire. Dove la valle si apriva bipartendosi in due direzioni, una all’Umbria, una seconda al Piceno, fra campi aperti e casolari sparsi e villaggi, imaginai le pietre ancora polite e squadrate della sabellica e romana Amiterno: donde Sallustio, il proconsole di Numidia «rerum romanarum florentissimus auctor», «subtilissimus brevitatis artifex». (4) Il miliardario dalla potente prosa, il più ricco, in tutta la Storia Universale, de’ miei colleghi innumerabili, il bersaglio della mia doppia invidia, era venuto di lì.

Adesso l’Aquila sorgeva davanti ad accoglierci, e fu, dopo gli eremi strani (5) del monte, il capoluogo munito, «città castellana, religiosa e pastorale» secondo l’ha salutata il Bacchelli: (6) con gelide nevi dietro, e il nero vertice dell’Italia nei cieli, quasi richiami d’una idea fredda dei venti sopra il tepore dell’ostello, dov’è il lume, il fuoco: e radunati, intorno, gli umani.

Avevo qualche indirizzo d’albergo: e «dovevo» mangiare il capretto da Macallé. La rossa corriera valicò, sul ponte, la forra dell’Aterno: e saliva alla sua posta, in città. Entrammo da porta Napoli, dove nuove case e fabbriche dicevano le fortune nuove, l’ardito volere: poi si andò per il corso di Federico. Grigi palazzi rinserrarono l’eseguità lontana del cielo: poi le chiese, la torre, i militi. Fuori, a monte, vigilava il castello.

Ma l’ora di sera volse a una gran luce (7) i miei passi, finché la cercata chiarità mi fu tutta nota nell’animo: vigeva nel solitario silenzio per me, per me disperso. Quadrato ed alto, il disegno di Nicola dell’Amatrice specchiò la tristezza dorata dell’occidente, adempiutosi il cammino del Santo, spentasi la creante febbre del mastro. Bionda luce! Oltre i monti e le valli, il senese l’aveva potuta raggiungere. Ai suoi marmi, con fili di erba tra le commessure stancate dagli anni, ci guidano i giorni e gli atti: senza paura o speranza camminiamo lungo taciturni sentieri, dove camminano al nostro lato le figure larvali della memoria, e gli invisibili mali.

La scalea larga ed erta, mal connessa ne’ gradi, con lombardi ippocastani e acacie spettinate ai due margini, era dura come ogni modo dell’ascendere: non un mendico vi tremava, né uno zoppo, implorando; mentre che un’anima, una presenza imploravo io dalla tristezza del tempo: se anche il misero avesse levato, contro il declino della luce, due cieche, smarrite pupille. Invano. Tutto convergeva salendo verso l’oro alto degli ostensori: Nicola, ne’ due grandi occhi della facciata, aveva messo il fulgore della Particola, che irraggia contro la morte. (8)

Così uscirono di caserma, incalcinata da poco, lenti soldati, e avevano guanti bianchi, di filo. Una stella di legno, con lampadine di tre colori, decorava il portale: sotto l’andito basso la libera uscita pericolava, davanti la sciarpa dell’ufficiale di picchetto. «De Amicis», arrivai a leggere. (9)

Si avvicinavano le ore della notte, già la stanchezza del viaggio pesava. E il vento venne, messi in fragore i castani, dalle gole del Piceno abbuiato. Oppure lambiva la muraglia della montagna color pervinca, divallando ad investire la città. Ombre, salendo, rincasavano da fuori le mura: qualche bicicletta portava il suo padrone al contado.

Poi anche i lumi dell’elettrico apparvero, dondolando, nella fredda limpidità della sera. Da uno spalto guardai a lungo, in direzione di Pagànica e di Poggio, ed oltre, verso i Vestini: giù, dentro valle, d’un calesse udivo schioccare la frusta, e il trotto, generoso al ritorno. I fari di alcuna macchina mettevano in corsa coni luminosi nelle rotabili, celati o palesati dai colli, secondo il giro e l’andare. La favola del dì si chiudeva.

Volevo arrivare all’altra delle due più celebri chiese dell’Aquila, ch’è fuori della cinta de’ muri, sul solitario colle, verso la discesa del fiume: ma vi arrivai con la notte, indugiatomi ne’ pensieri e ne’ passi, ad ogni canto e pretesto.

E serbai quel disegno al dì dopo, che la luce mattutina me lo avvivasse. Da manca, un complesso di chiari edifici, un recinto, erano la clinica psichiàtrica della provincia, «antiquitus» manicomio: (10) da ritta, imminente alla valle, un’ala nuova della costruzione che fu già il romitorio de’ Celestini ospitava adesso, come brefotrofio, ciò che vagisce a un tratto nella chiarità della vita senza incomodo previo del parroco, o disturbo del podestà. Più avanti, nella parte addossata alla chiesa, il ricetto degli inabili e degli invalidi, quasi aggrappato, sopra gli abissi, a un lembo della misericordia di Dio. Accanto la tenue lampada a mensola trovai la scritta e la porta, contro il garrire del vento, chiusa.

Qualche lume nei casolari, al di là della valle: contado, provincia! e i deserti sentieri della notte: qualche casa invisibile, dove il cane ululerà nel buio, a un tratto, se avverta un disperato passo discendere il monte, venuto da valichi strani.

Il capoluogo della terra scoscesa accoglie, come ogni centro d’un sistema di pensieri e di atti, gli uffici e le opere della socialità: l’albo del pretore sotto l’antica torre, in palazzo; la corte, il banco, il liceo, le terme, l’ospitale, il carcere, il monte: (11) e ogni tetto lo guarda, come un mastino, il dado del tenebroso castello. Tempi di Spagna. Alte vette sovrastano, tutto all’intorno, questa riparata suppellettile della convivenza, solitarie nel nero dei cieli. Qui sono i rifugi e i tetti degli uomini: la clinica, l’ospizio, il ricovero: da quale erpice o marra sono venuti i racchiusi, manovali senza più denti, a rabbrividire nel lettuccio del capoluogo?

Discende l’impeto che ha corso l’Illìrico e l’Adria, superato il Piceno, e s’è ammorzato, ansimando, contro le spalle del monte; da cui, stanco, trabocca. Le vecchie ossa de’ travagliati si raccolgono, coperte ancora di pelle, davanti il ceppo dalle rubescenze tenaci, superstiti al fuoco. Abbacinati, essi vi figgono gli occhi, vi radunano e legano gli stanchi pensieri della memoria, che sfiorirà, come quello, in buio ed in cenere.

Macallé, il trattore-nano dal nomignolo color d’Africa, mi riverì nella sua stamberga assai linda, ove, alla tavola, dimandai coscia di capretto e un boccale. Quel nome, con gli anni oramai dileguati che lo accompagnano, (12) suscitò un vespaio in cervello, dove arzigogolava da qualche ora, come un raggio di perduta poesia.

Vi erano stati, nel paese e nel tempo, fucili modello ’87, coscritti dalla nappina scarlatta con impressovi il numero del reggimento, sul keppì cerato e rotondo. Avevano pantaloni lunghi, di panno bleu, con un bordino rosso in costura; e baffi giganteschi, i furieri, in onore del Re. E il forte d’Africa aveva tenuto, contando i colpi, sete e fame. Tante cose ed uomini erano dovuti andare nel tempo! Le caserme d’Appennino (13) ricevono dono d’intonaco ed imbiancatura ogni 25 anni, il carme secolare, per esse, è il latte di calce. Il caldo sole, pensavo, è pur quello, sempre quello, sull’ammattonato adacquato: tra gavette e brande e dove la rastrelliera di legno accoglie l’allineata de’ fucili.

Macallé, grosso nano in ciabatte, servendosi d’una cocca del suo grembiule color lepre, manovra pel manico dimolte casseruole e padelloni: con due sorelle intorno: da bollire la pasta, ed affettare il salame. Egli mi guarda dalla sua cucina, ed io però lui: « Servimi a modo veh! ».

Difatti venne subito il cosciotto col rognoncino attaccato, presso a una montagnola di rudi spinaci: venne il boccale. La qual vettovaglia e pozione mi rinfrancò. Mi quetai: le ubbie uscirono di casa, tanto per prendere una boccata d’aria anche loro: quasi quasi mi pareva d’essere doventato un uomo normale, e anche abbastanza intelligente.

Andasse, il vento, a vagabondare la notte, la buia valle! Andasse dove diavolo voleva.

 

1. L’autore deferisce alla parlata dei personaggi.

2. La valle dell’Aterno, dal margine dell’altipiano, mentre l’autopostale sta per iniziare la discesa, è percepita come un lago di ombra.

3. Piccoli e squisiti formaggi d’Abruzzo e d’Apulia.

4. Dalle epigrafi del monumento di Crispo Sallustio, all’Aquila.

5. Strani, cioè stranieri alla società e alla cultura degli uomini.

6. In un elzeviro de «Il Corriere della Sera».

7. «A una gran luce»: è la facciata della chiesa di San Bernardino, disegnata da Nicola Filotesio detto Nicola o Cola dell’Amatrice e datata Anno Domini 1540.
L’Amatrice è il noto borgo (m. 955) fra l’Aquilano e il Piceno. «La cercata chiarità».... «Ai suoi marmi».... Tali espressioni debbono riferirsi a una specie di malinconia quattrocentesca dell’autore: (Cola dell’Amatrice lavora in Ascoli Piceno dal 1521 al 1547, ma con qualche ritardo di stile). Questa malinconia dà luogo a una astrazione del sentimento e a sogni «antistorici». «Disperso» non è parola casuale, ma biograficamente vera ed esatta. Come i «dispersi» di guerra.

8. La Particola irraggiante, con il monogramma di salute, IHS, è l’emblema di San Bernardino da Siena; aggiuntavi la Croce, sarà poi quello del Loyola e della Compagnia di Gesù.
Bernardino patì accuse d’eresia, per quel simbolo, e i due processi del ’27 e del ’31-32.
Nella pittura nostra è quasi costantemente raffigurato in atto di ostendere un quadro con l’imagine della Particola e il monogramma. (Pietro di Sano nel Palazzo dei Signori a Siena).

9. La visione è bruscamente interrotta dalla modesta luminaria della attigua caserma. La successione scenica denuncia anche il trapasso di luce, da sera a crepuscolo.

10. La vecchia dizione «manicomio» era stata da poco e piacevolmente emendata in quella di «clinica psichiatrica». Ciò in tutta Italia.

11. «la corte» = la corte di assise; «il monte» = il monte di pietà.

12. La visita all’Aquila è di fine ottobre 1934: il nome di Macallé era allora un semplice ricordo della campagna del 1895-1896, associato a quello del maggiore Galliano, suo valoroso difensore: (8 dicembre 1895 – 21 gennaio 1896). Perciò «gli anni oramai dileguati».

13. Riaffiora, e questa volta in una evocazione, il tema della caserma e dei soldati. Riaffiorano gli anni dell’infanzia e la paura- umidore di certe vecchie caserme milanesi, (ex-conventi), come quella di San Vittore ad Corpus. A sondare con lo sguardo quei cupi antri lo guidavano allora, traendolo per mano, le ancelle curiose d’artiglieria. Poi vi bazzicò (a San Vittore ad Corpus) come «volontario» nel 1914-15. Esercitazioni del battaglione Negrotto, con fucili modello ’87.

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Framed image: Abruzzo – the people, the land (Monte Marsicano area); detail from a photograph by R. Almagià, in L’Italia (Turin: UTET, 1959), I, 323.

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