Le opere pubbliche di Milano

Molte le opere che il Comune di Milano ha predisposte e curate sì che il 28 ottobre anno XIII se ne possa celebrare il compimento: diversa e varia la ragione di vita che le ha necessitate ed espresse. Nell’armonioso convergere di tutti i motivi di sviluppo verso l’irrompente apparizione della realtà, tiene il primo posto, per la Milano fascista modello 1935, il problema urgentissimo della sistemazione urbanistica: donde le opere dette «di piano regolatore»: una volontà ordinatrice, un preconcertato disegno (calcolo essendo stato tenuto degli interessi in conflitto, udito il richiamo delle risorgenti e pressanti esigenze pubbliche) hanno dato via libera, in definitiva, al piccone e all’ariete: così vediamo a ogni giorno i sacri muri del Bottoauto o di via Bergamini, imbibiti de’ più sacri ricordi, catastrofizzarsi frantumati nel polverone sopra la fuga generale dei topi e l’anàbasi degli scarafaggi: duri questi ancora e crocchianti sotto la scarpa.

Poi la benna zannata d’una escavatrice all’americana verrà, infaticabile, a raspare e a «ravanare» tra le fondamenta delle case disparite, raggiungerà gli strati profondi dell’antica alluvione, la vergine «gera» della nostra terra: una benna avrà lavorato: «Mediolanum funditus sustulit!»

Tutto ciò costa molto: la remunerazione del terreno, il demolire, il rifare. Devono perciò considerarsi imponenti gli esproprii effettuati dal Comune e le demolizioni in corso per l’apertura della Piazza Diaz fra le vie Carlo Alberto e Restelli: (5000 metri quadrati); e gli altri fra la Piazza Fontana e il Verziere, cui faranno seguito, nel corso dell’anno 14, quelli fra la Piazza Fontana medesima e Santo Stefano. Il simile dicasi dei lavori a San Babila e a fianco San Carlo, dove in un battibaleno fu scoperchiata e obliterata la Galleria Vecchia e quant’altro di vecchio le teneva compagnia.

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Al vecchio gasometro di San Celso ottantamila metri quadri acquistati dal Comune e liberati alle opere nuove: e ancora demolizioni in Piazza della Vetra, presso la romana grandezza di San Lorenzo. E pressoché portato al suo termine lo spianamento de’ rilevati ferroviarii di Piazza Fiume, e di quello tra via Verga e via Foppa. All’imbocco del viale Regina Margherita scomparsone pur anche il ricordo.

Non ai fasti soltanto e alle provvidenze salubri del piccone ebbe a rivolgersi l’attività tecnica e la capacità finanziaria dell’amministrazione cittadina, ma molto anche al costruire e al rifare. Il patrimonio edilizio del Comune, nel corso dell’anno, si è arricchito di nuove fabbriche: oltreché numerosi ampliamenti, riattamenti e sopralzi sono venuti ad aumentare la mole di esistenti edifici, inadeguati ieri a compito che di anno in anno si accresce. Nel qual capitolo precipue attenzioni sono state dedicate e mezzi assai larghi devoluti alle scuole, secondo l’altra e nobilissima tradizione di Milano.

La scuola è, a Milano, qualche cosa di vivo, di fondamentale e di intrinseco all’anima stessa della città: la città laboriosa si paga il lusso de’ suoi alfabeti, si regala le sue scuole: esse sono il miglior monumento. Il miglior «palazzo» che il Comune possa cavare dalle tasche dei cittadini paganti.

Le scuole sono opere di vita.

L’anno scorso il Liceo Parini in via Goito. Lungo e vario, anche quest’anno, l’elenco.

Sette fra ampliamenti e sopralzi di edifici scolastici: licei, Istituti tecnici e magistrali, scuole professionali: senza tener calcolo del già inaugurato Pietro Verri, alla Vetra.

Particolarmente notevole, fra tutti, l’ampliamento del Liceo Ginnasio Manzoni in via Orazio con l’aggiunta della nuova ala che viene a compiere il quadrilatero del cortile e che comprende la vastissima Aula Magna, due palestre, nove aule di scuola, un impianto di docce e la sede del Comando Balilla.

Massima e nuovissima opera l’Istituto magistrale maschile in Piazza Tonoli, intitolato al nome sacro di Virgilio. Dice una relazione dell’Ufficio tecnico che «la sua architettura si inspira al razionalismo, ma con una certa severità e dignità che ricorda l’antico». Bellezza delle parole povere e pure.

L’Istituto Virgilio è quasi ultimato. Ho voluto compiervi un sopraluogo per darne più diligente notizia ai lettori dell’Ambrosiano.

L’edificio ha il fronte prospiciente via Tiepolo: progettato dall’ing. Renzo Gerla della Sezione palazzi, deriva le proprie caratteristiche da un disciplinato accorrere – delle masse verso l’espressione unitaria, dalla gradevole rotondità di alcuni atteggiamenti, dalle limpide qualità de’ materiali di rivestitura: che sono il cosidetto «ceppo» di Poltragno (Lago d’Iseo) per la zoccolatura fino al primo piano, il qual ceppo è ruvido e grigio più che la pomice: sopra, il rosso polito d’un mattone quasi grès, di tipo lito-ceramico.

Detto mattone è assai ben valorizzato ne’ corsi, profondamente interlineati sì da ottenerne buon gioco di sottile ombra e risalti: e i rossi corsi rinnovano gioiosamente al nostro spirito le sensazioni statiche, le orizzontali certezze che il vecchio mattone romanico e viscontèo gli aveva consegnato nei secoli.

E il mattone è usato in coltellate verticali nelle strutture salienti, quali sono i sottili ed altissimi ritti nella torre della scala posteriore, e tutto il fastigio. Non gelivo, il bel rivestimento fungerà da pelle egregia dell’edificio contro la temperie e l’inverno.

La massa comprende un fronte a curvatura convessa e, dietro, due ali simmetriche convergenti verso il fondo dell’area di fabbrica, terminate ciascuna da un muso semicilindrico. A un certo punto le due ali sono collegate da una struttura di passaggio, che è una soprapposizione di ambulacri; da cui sporge a saliente verso il fondo la torre suddetta, essa pure terminata a semicilindro.

Così le diverse parti di fabbrica vengono a rinserrare un cortile, parzialmente occupato dall’aula magna, la quale si stacca dalla struttura di fronte in corrispondenza dell’asse generale.

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Le disposizioni prese nello studio e nella definizione dell’interno rivelano un encomiabile spirito analitico, educato alle sottili attenzioni e formato alla conoscenza delle sottili necessità, oltreché alla pratica naturale del mestiere.

Buoni ambulacri, tre scale, uno scalone d’onore. Marmi alle scale, linòleum negli ambulacri fino a 2.50 d’altezza: poi intonaco tipo «Terranova» color marrone, come un bel drappo caldo. Esclusa quella scialbatura di calce da ospitale ottocentesco, che sa di cloro e d’acido fenico nello squallore della comunità. Buone aule, e ognuna per poca brigata: l’ora di studio vi volerà lieta, com’è giovinezza. Maniglie alluminio. Aerazione a camino da ogni aula, mediante bocchetta regolabile da espellere l’aria viziata. Chiamata d’aria fresca dal basso, regolabile dietro i caloriferi. Questi disposti a piastra sotto le cosiddette finestre.

Le quali, per le aule di scuola, misurano m. 5.40 di larghezza per 2.40 di altezza e sono cioè formate in vetrata di palagio novecentesco: (il calcestruzzo armato ha reso possibile ciò). Traverso i cristalli il giorno dominerà le aule, riempiendole de’ suoi chiari pensieri.

Dove sono le irremovibili grate che incarcerarono la nostra adolescenza nel vecchio Parini? Non ci sono.

La metà inferiore della vetrata, con la relativa intelaiatura di piche-pine, si solleva e si riabbassa a ghigliottina nel modo più semplice, dolcemente contrappesata: nessuna testa, o bruna o bionda, verrà ghigliottinata nel nome di Virgilio.

Impianti sanitari molteplici, com’è ovvio, e lodevolmente adeguati alle necessità di una scuola: lavabi numerosi, piastrellature di porcellana. Gabinetti separati per gli insegnanti.

Locali di direzione e di segreteria, di consiglio e di raduno dei professori, sul fronte: centrali, prontamente accessibili, opportunamente confortevoli ed eleganti: è giusto che il preside ed i professori di una scuola italiana abbiano a riconoscere anche nella murale costituzione di essa, la dignità del loro grado e della loro missione.

I locali d’angolo fra il fronte e le ali (due per piano, sei in totale) hanno le superbe dimensioni di metri 10 per 10, con dieci finestre normali cadauno. Pavimenti in legno, sono adibiti ad aule di disegno, di fisica, di chimica (queste con attigui gabinetti di preparazione degli esperimenti), a biblioteca, a sala del consiglio.

L’Aula Magna, altissima, ha pianta rettangolare terminata a semicircolo, soffitto a cassettone in calcestruzzo armato. A piano terreno palestre e docce. Questa la sede che il Comune di Milano ha apprestato per l’Istituto Magistrale Maschile.

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Oltre che al settore scolastico le cure dell’Amministrazione sono state rivolte anche altri rami dell’edilizia e segnatamente:

1) all’albergo detto degli «sfrattati», che accoglie le famiglie dei senza tetto: un nuovo padiglione per le madri allattanti è stato costruito; tutto l’edificio, ripulito, è stato affidato per la gestione al Pio Istituto Palazzolo;

2) alla casa dell’Ospitalità fascista in via De Breme;

3) alla sistemazione del Museo di Guerra nel Castello Sforzesco;

4) all’ex-Politecnico in piazza Cavour, per allogarvi la Scuola di Architettura e la Gipsoteca e Siloteca civica;

5) al palazzo Sormani, acquistato per il Museo di Milano Antica;

6) all’ampliamento della Necropoli di Musocco, di cui dirò in uno speciale articolo.

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Importantissimi, per la fisiologia d’una città che supera il milione d’abitanti, i lavori di fognatura, copertura di canali, scolo delle acque, che sono strettamente connessi con le sistemazioni stradali, specie con le sistemazioni periferiche: la città si estende, nuove vie si protendono verso il silenzio della pianura.

Occorre provvederle di fogne profonde, occorre deviare o ricoprire i corsi irrigui delle acque, che circondano d’una antica e fittissima rete le case agglomerate degli umani. Ed ecco le opere di copertura del tombone di San Marco, quelle della Vettabbia lungo la via Castelbarco, le fognature del viale Caterina da Forlì (largo metri 80, lungo 650), delle vie Zamagna e Paravia a S. Siro, di via Piranesi, di via Caccialepori e Osoppo nel quartiere Magenta. I neri budelli della metropoli costano milioni e milioni e sono voce assai grave nel gravare dei bilanci: ma serietà e sanità vogliono ch’essi non siano negletti. Prima necessità, poi bellùria.

Strade e giardini, sistemazioni a verde hanno largamente impegnato l’amministrazione civica: Milano è forse la meno verde delle città d’Italia, ma qualche pianta si può scorgere anche a Milano; c’è poi sempre la speranza di vederle crescere e di non «veder distruggere le poche esistenti, la speranza che, come è noto, ha fior dal verde».

Citerò a titolo di civico orgoglio il superbo rettifilo di via Fulvio Testi: che, in prosecuzione di viale Zara, si avventa contro le prealpi imminenti, traversando la zona più popolata del suburbio e della provincia: nonché la pavimentazione in calcestruzzo della strada gallaratese fra piazzale Accursio e la necropoli di Musocco. Comportò grossi muri di sostegno e di sponda. Quanto ai giardini è proseguita con alacrità ininterrotta la piantatura e la sistemazione del Parco al Lambro, di cui riproduciamo una patetica veduta, come invito agli amatori del verde.

Formulo il fervido e fascistico augurio che il Parco sia popolato di nobili alberi, e soltanto di alberi: e che, appena cresciuti, essi non vengano abbattuti sotto l’accusa di essere troppo vecchi.

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Tra le opere di indole industriale va citato anzitutto il nuovo impianto per acqua potabile di piazza General Cantore il quale entrò in funzione nel giugno decorso e sopperì, se pure in parte, al continuo aumento del fabbisogno cittadino. Esso è costituito da 12 pozzi, con elettropompe di sollevamento della portata di 40 litri-secondo ciascuna oltre che da un serbatoio di decantazione e di riserva, il quale consente di elevare la totale sua somministrazione da 480 a 600 litri-secondo, nelle ore di punta della richiesta.

Gli impianti di via Milazzo e di Affori, vennero aumentati di potenza.

L’illuminazione pubblica ha pure comportato un notevole incremento patrimoniale, essendosi provveduto alle necessità più stringenti in piazzale Susa, viale Argonne e nel Velodromo Vigorelli.

«Concludendo», mi significava il dott. Baselli, ingegnere capo del Comune, «si può affermare che nell’anno XIII mentre da un lato nulla si negligeva di quanto riguardasse una efficace manutenzione degli impianti esistenti, a cui la Amministrazione civica dedica 70 milioni annuali, si attuavano d’altro lato le importanti opere di cui s’è detto, con una ulteriore spesa di 80 milioni».

L’instancabile Ufficio Tecnico ha funzionato: la città laboriosa e fascista ha dato, per le buone opere, i 70 e gli 80.

Carlo Emilio Gadda

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-10-8

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Le opere pubbliche di Milano, Piazza Montegrappa a Varese, Le risorse minerarie del territorio etiopico and L’assetto economico dell’Impero were first published in L’Ambrosiano on 25 October 1935 (p. 3); 25 October 1935 (pp. 3-4); 13 June 1936 (p. 3); 23 June 1936 (pp. 1-2). La donna si prepara ai suoi compiti coloniali, Le marine da guerra delle Nazioni belligeranti…,e le loro forze militari terrestri and La colonizzazione del latifondo siciliano first came out in Le Vie d’Italia, issues 44, no. 10 (October 1938), pp. 1248-251; 45, no. 11 (November 1939), pp. 1391-399; 45, no. 11 (November 1939), pp. 1400-408; 47, no. 3 (March 1941): 335-43. I nuovi borghi della Sicilia rurale and I Littoriali del lavoro were first published in Nuova Antologia issues 76, 413 (January-February 1941), pp. 281-86; 76, 414 (March-April 1941), pp. 389-395.

The ten articles were not included in the Garzanti edition of the Opere directed by Dante Isella and are here published for the first time as a collection.

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Framed image: after a picture of the Nuovo Istituto Magistrale «Virgilio», accompanying Gadda’s article in the Ambrosiano.

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