Le Meraviglie di Carlo Emilio Gadda

Pietro Pancrazi

Ho frequentato poco Carlo Emilio Gadda; ma, per quel poco, mi pare già di conoscerlo e (s’egli mi consente) di volergli bene. Il nostro incontro più fruttuoso, (fruttuoso a me), fu una volta a Venezia, in Palazzo Ducale. S’era una brigatella di giornalisti e ci avevano invitato lì, in una saletta della Segreteria, a vedere da vicino un famosissimo quadro di Giorgione acquistato in quei giorni dallo Stato. Come in questi casi suole accadere, di fronte al quadro, tutti insieme e ognun per volta ci eravamo via via mossi e rimossi, avanti, indietro e di fianco, come ad aggiustare o rettificare il tiro; più o meno ognuno aveva poi detto la sua, oppure s’era tenuta la bocca stretta nel più intelligente e carico dei silenzi; e il dotto uomo che ci guidava già aveva ormai risposto e contentato tutti… Quando, urbanissimo e delicato com’è, gli si accostò Carlo Emilio Gadda e gli rivolse lui le domande sue. Domande che a nessuno di noi erano saltate in mente, e tuttavia le più naturali e le più giuste: quali le misure esatte del quadro x × y, l’anno di composizione, il commissionario, l’occasione, e via via i proprietari, i viaggi, i prezzi pagati per quella pittura? Qualcosa Gadda chiese anche (mi pare) dell’impasto e dei colori. E tutto chiedeva, con una grande e un po’ apprensiva intelligenza degli occhi e della fronte; e ogni risposta trasportava poi adagio, col lapis, in un suo calepino bislungo da ingegnere (com’egli è). Gli amici e i colleghi che intanto gli sciamavano intorno, come non ci fossero.

Quanto mi piacque! Come colui che poco sa, ma gli duole, io ammiro volentieri quelli che sanno; ma sanno cose. E in Gadda che pure è scrittore artista, scrittore estroso, quel piacere di cose esatte e non solo di impressioni, quella curiosità dell’economia e della tecnica e non solo dell’estetica, mi parvero, e tuttavia mi paiono, garanzia anche dell’estetica; certo poi quello è oggi un raro segno di distinzione.

Me ne sono ricordato più d’una volta, leggendo ora le prose che il Gadda ha radunato sotto il bel titolo Le meraviglie d’Italia.

Ritratti dell’Italia, libri dello stesso argomento e press’a poco dello stesso taglio, in questi anni ne abbiamo visti parecchi. Meglio che nel romanzo e nel racconto (che han poi tradito tanti), alcuni scrittori hanno trovato nel foglio di via la loro misura più giusta, lo stimolo e l’equilibrio delle loro qualità, l’accordo tra la vena del dire e le cose da dire. Letteratura minore? Può anche darsi. Ma non è poi sempre maggiore la letteratura che si presenta e si dà per tale. E certo è che dallo scaffale della letteratura del ’900, forse faticheremmo a scegliere dieci romanzi da reggere al tempo, ma senza punta fatica sapremmo tirar giù una diecina di libri di paese – ritratti di casa nostra, l’Italia vista dai suoi scrittori – che, se oggi piacciono, probabilmente piaceranno di più domani, per il vivo e mobile specchio che allora faranno di noi.

E i modi fin qui sperimentati per fare il foglio di via furon molti (per non dire che furon tanti quanti gli scrittori); questo è il più liberale dei generi letterari: possono entrarci dentro tutti i paesi e tutti i sentimenti, tutte le sapienze e altresì le ignoranze. Ma una distinzione forse si può fare: ci sono fogli di via dove il ritratto delle cose, del paese, del viaggio, prevale; altri, dove prevale il sentimento dello scrittore che alle cose chiese soltanto un primo stimolo, un avvio a cantar poi lui.

La più forte caratteristica di Gadda sta qui: che nei suoi fogli di via egli si mostra uomo curioso e curiosissimo del reale, come un ottocentesco collaboratore del «Politecnico», e insieme scrittore insofferentemente presente a se stesso, tutto personale lirico. Da queste due esigenze che ora si accordano ora stridono, nasce un’arte e uno stile talvolta non grati, ma stimolanti sempre, e di forte sapore.

Già la scelta degli argomenti ci dice qualcosa sulla natura dello scrittore; i temi di Gadda quasi sempre sono un po’ diversi da quelli dei suoi compagni; nelle città e nelle terre d’Italia, egli scopre volentieri «meraviglie» che i più non curano. A Milano, l’attirano, sì, e il Castello e il Parco, quello per le ombre del passato che gli covano intorno, questo per alcuni suoi personali e acri ricordi di fanciullezza ora quasi freudianamente risentiti; ma anche e più l’interessano il nuovo grande stabilimento dei macelli e il mercato delle frutte e verdure che forniscono vitamine alla città, e la sala della Borsa, e i nuovi piani o sperimenti edilizi. L’Apuania, com’è, regala anche a Gadda luci, sole e salso; ma molto intanto l’incuriosisce la tecnica degli scavi e l’evoluzione del mercato dei marmi dagli Etruschi e dai Romani a noi. L’Aquila e l’Abruzzo, quel forte nodo di natura e di storia, gli muovono la memoria e la fantasia; ma la geologia del Fucino, la funivia del Gran Sasso, gli fanno intanto riempire di ruote leve e drenaggi parecchie pagine del calepino. L’Istria lo rasserena, ma le miniere di carbone dell’Arsa gli fanno scrivere molti numeri. In Novellina, le mondine tornanti dalle risaie gli si affollano intorno troppo da vicino («chino la faccia, anche per sfuggire la potente e inconscia allusione della femminilità»); ma Gadda non si distrae poi tanto da non studiare anche la tecnica della raccolta e del ripianto del riso.

E nei fogli di via, questi due momenti dello scrittore, la realtà e la poesia, la tecnica e l’arte, non soltanto van di conserva e non c’è capitolo, si può dire, dove non s’affaccino entrambi; ma spesso in uno stesso pensiero, in una sola espressione s’incrociano o intersecano, si scambiano la parola e il modo. E proprio di qui mi pare nasca l’originalità dello stile e della lingua di Gadda (che furono di recente catalogati e studiati anche da un filologo). Quando l’osservatore del reale, il tecnico, è in primo piano, l’artista prende la sua rivalsa suggerendogli, quasi in contrasto con la materia, costrutti più letterati, allusioni più colte, più poetiche o saporose parole. Quando invece è il poeta o lo scrittore morale che parla, il tecnico si fa sotto e gli impone qualche tecnicismo, qualche cifra, qualche abbreviatura drastica.

Tra questi due così diversi sentimenti, l’accordo armonioso è difficile, l’impasto dello stile è arduo; e tanto più dà piacere, quando Gadda riesce a raggiungerlo. Tra i capitoli di argomento più pratico e di avvio tecnico, il lettore veda quello sui nuovi grandi macelli di Milano: così ricco di motivi e mobile di colore, quasi a nascondere il malessere umano, la sottile angoscia che pure resta al centro del quadro: «I vitelli tristi e direi presaghi, paralizzati in una rassegnazione senza più gemiti…». Gli spazzini della città avanti l’alba:

Essi, gli uomini della ramazza, hanno la lenta e notturna pazienza del bovaro e del pastore che sospinge, sospinge, la carnale necessità della mandra e del gregge oltre duna e collina, fino a vedere la fascia dell’oriente.

E tra i capitoli di tema morale e poetico, i più forti e centrati sono quelli sull’Aquila e l’Abruzzo. Arrivo all’Aquila:

A Rocca di Cambio,… una famiglia piangente, forse in lutto, si accomiatò da due giovani uomini che discendevano alla città, forse per il notaio e le tasse: ci fu, in tutta la scena, qualcosa d’antico e di stranamente lento, quasi il rigore d’un’osservanza d’una tradizione immutabile. Così la strada prese a discendere, con volute di serpe, avvallando sui contraffarti boscosi del monte, verso l’Aterno: già la sera ci portava le ombre e nuove cose e segni: il Gran Sasso ci riguardava come sovrano pensiero, screziato, nel triangolo nero grigio di Corno Grande, di bianche venature delle nevi. – Chi sono – pareva meditasse – quei quattro filuzzi d’omuncoli, dentro la rossa formica della vettura? Ah! c’è quel tanghero venuto di via, di cui Giove mi avvertì a tempo che, quando parla, nessuno lo capisce.

E la mattina dopo, il primo risveglio, tra le antiche mura:

Nel chiaro mattino s’insinua, per suoi segni, nobili, il tempo: il tempo fluido ch’è irrepetibile agli atti ed è il taciturno regno delle anime. E consegnato alle chiese, ai palazzi, alle vecchie torri

La prosa di viaggio di Gadda, così intimamente snodata, così pronta ad accogliere, può senza snaturarsi, portare anche periodi ritmati così, veri nuclei poetici. E sono i più felici momenti dello scrittore.

Ma succede anche (e vorrei dire, più spesso) che in questi fogli di via l’osservatore pratico e il poeta, affiancandosi o alternandosi, però non si accordino; anzi si taglino la strada, si sacrifichino a vicenda. L’effetto è allora un persiflage stilistico molto intelligente, ma quasi senz’esito: un’autoironia molto disinvolta, ma un po’ dolorosa. Talvolta ne viene anche al lettore qualche fastidio…

Ma riesca o no all’arte, Gadda non perde mai un suo leggiero, e tanto più persuasivo, sapore morale. A differenza di molti suoi compagni in fogli di via, questo non è mai scrittore ozioso. Dalla sua arte o dalla sua economia Gadda deduce sempre (anche se non dica) una morale: che talvolta gli si manifesta come insofferenza di uomini cose e costumi che pure il viaggiatore deve incontrare per la sua via; e sempre come una virile e un po’ ombrosa fedeltà alla tradizione, al senso di simmetria; o (com’egli dice una volta) «quel bisogno d’ordine che ha reso così poco felice la mia vita!».

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3

© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. Previously published: P. Pancrazi, Le Meraviglie di Carlo Emilio Gadda, in Corriere della sera (2 September 1939): 3; then in C. Galimberti (ed.), Ragguagli di Parnaso. Dal Carducci agli scrittori d’oggi (Milan-Naples: Ricciardi, 1967), III, 164-68. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.

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