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Torna La cognizione di Gadda
Quell’ingegnere era un vero orso

Giulio Nascimbeni

Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Milano, Garzanti, 2000, 213 pp.

Nell’estate 1965, l’editore Einaudi pubblicò una ristampa del Giornale di guerra e di prigionia di Carlo Emilio Gadda, con l’aggiunta di un inedito Giornale di Campagna, scritto dal 24 agosto 1915 al 15 febbraio 1916. Enrico Emanuelli, che curava il supplemento del Corriere della Sera chiamato Corriere Letterario, mi propose una piccola sfida: «Te la senti di strappare a Gadda, se non un’intervista, almeno qualche dichiarazione? Non è facile far parlare quell’orso…».

L’impresa, se non è eccessivo usare questa parola, fu meno ardua del previsto, grazie all’aiuto di Ernesto Ferrero, capo ufficio stampa della Einaudi. L’orso Gadda fissò le condizioni: niente incontri, poche domande scritte alle quali avrebbe dato risposte scritte. Così avvenne. Mandai quattro domande. Gadda preferì rispondere soltanto a due, ma con un colpo di scena, che sbalordì sia me che Emanuelli, le risposte, abbastanza lunghe, arrivarono con una serie di telegrammi, di cui ero il destinatario: un consistente mucchietto di fogli giallognoli, come usava in quegli anni.

La pubblicazione avvenne il 18 luglio 1965. Emanuelli riportò nel titolo una frase con la quale Gadda definiva la ristampa del suo libro «la fioritura di questo mio spero ultimo e, in ogni modo, tristissimo lauro». Frase che veniva completata da un’ulteriore, riduttiva autodenigrazione: «La prego di non chiamare opera, ma solo testimonianza o confessione, i frammenti di un diario occasionale e incompiuto, cioè di quanto sono arrivato a salvare nel sanguinoso pandemonio della storia europea di allora (1915-18)».

Gadda mi sibilò un «grazie, grazie» quattro anni dopo, a Roma. Seduto in prima fila, accanto a Paolo Milano, era venuto a salutare l’amico Montale alla presentazione di un libro che riguardava il poeta. Mi colpirono (era maggio avanzato) il cappotto nero e i guanti di lucida pelle nera.

Può darsi che i pochi ricordi d’un cronista sembrino fuori tema, considerando che il motivo di queste note è La cognizione del dolore, nella riproposta degli Elefanti Garzanti (pp. 213, L. 18.000). Spero, però, che un tocco di «gaddismo», nel senso delle bizzarrie e dei contorti comportamenti, non stoni di fronte al capolavoro assoluto dello scrittore. Sarebbe imperdonabile azzardo percorrere in breve i luoghi (una terra di fantasia tra il Sudamerica e la Brianza), sfiorare i personaggi (il protagonista don Gonzalo Pirobutirro d’Eltino, la Madre che sarà assassinata), le allegorie del fascismo, il tema della casa scomoda e odiata. Tutto si manifesta come il suono di un’irrefrenabile tastiera stilistica, come un misto di lirismo, di pietà e di ferocia.

Il vastissimo lavoro critico che ha accompagnato il romanzo lascia spazio soltanto per essere citato. Rimane uno spiraglio: perché Gadda ha scelto «cognizione» invece di «conoscenza»? Già uno studioso, Emilio Manzotti, ha scritto che non resta alcuna traccia della genesi di questo titolo. In una dichiarazione televisiva, Gadda disse che esso «va interpretato alla lettera: la “cognizione” è anche il procedimento di graduale avvicinamento a una nozione».

Certo è che Gadda amò questa parola e i suoi dintorni come il raro sostantivo femminile «cognitiva» e l’aggettivo «cògnito», usati in altre opere. E sono da ricordare gli influssi di Machiavelli («la cognizione delle istorie») e di Leopardi («la cognizione del mondo e del tristo vero»).

Inoltre, l’ingegner Gadda non poteva rinunciare a un’idea della «cognizione» in quanto «scienza», che comprende la ricerca delle cause e, secondo un celebre saggio del Mantegazza, «la fisiologia del dolore», che il Nostro aveva nella sua biblioteca.

Penso ai possibili nuovi lettori della Cognizione. Dimentichino tutte queste righe. È meglio aprire il libro e immergersi nelle sue alchimie linguistiche, nel suo arcano pathos della distanza, nella sua violenza autolesionista. Le occasioni di scoperta sono infinite. Non c’è pagina in cui lo splendido barocco di Gadda non lasci il segno, non offra sorprese. Se si procedesse per citazioni anche esigentissime, il lettore si sentirebbe trascinato in uno di quei grovigli (o gorghi?) in cui Gadda vedeva le piaghe della vita. Azzardo una frase, sonda solitaria in cerca di un cielo o di un inferno: «Tutte le anime erano lontane come frantumi di mondi, perse all’amore». E adesso buona lettura, in compagnia di un genio.


Corriere della Sera
10/3/00

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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