Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Leopardi

Alessio Ceccherelli

Sembra esserci un legame particolarmente forte tra Carlo Emilio Gadda e il secolo in cui egli è venuto al mondo: non è raro rintracciare nei suoi scritti prestiti di Manzoni, Carducci, o di altri scrittori minori ad essi contemporanei, e il legame verso le declinazioni dialettali di Porta e Belli sono tra le componenti più evidenti del suo scrivere. E infatti, nello sfogliare i tanti saggi, gli articoli, le monografie sullo scrittore lombardo gli accenti su questa serie di ascendenze non mancano, culminando non di rado in riletture del famoso incipit dell’ottavo capitolo del Pasticciaccio e dell’Apologia manzoniana a riprova del rapporto privilegiato tra Gadda e Manzoni.

Ma se Manzoni rappresenta il punto di riferimento dello scrivere in prosa, maestro nella costruzione dei personaggi e nella composizione architettonica del romanzo, l’altro versante del sistema retorico letterario, quello poetico, è totale appannaggio di Giacomo Leopardi – eppure sulla presenza di Leopardi in Gadda non s’è scritto poi così molto. E la cosa è tanto più sorprendente perché una lettura mirata rivela che Leopardi per Gadda rappresenta un fratello di elezione, qualcuno col quale ha condiviso esperienze biografiche singolarmente simili, mentre sul versante letterario costituisce uno strumento di riuso continuo, cui attingere quasi meccanicamente, soprattutto in determinate situazioni poetiche.

La prossimità a livello biografico ha come perno la figura della madre. Adelaide Antici (madre di Giacomo) e Adele Lehr (madre di Carlo Emilio) si somigliano non solo nel nome. Si tratta in entrambi i casi di figure forti, povere o addirittura prive di moti di affetto verso i propri figli –donne sposate a uomini deboli e poco lungimiranti dal punto di vista economico (si pensi alla enorme biblioteca acquistata da Monaldo Leopardi e alla casa a Longone al Segrino di Francesco Gadda, investimenti fallimentari per le risorse delle due famiglie), tanto che proprio loro hanno dovuto ristabilire le sorti finanziarie della casa. Il rapporto dello scrittore milanese con la propria madre è fin troppo noto, e un intero romanzo (La Cognizione del dolore) è incentrato su questo rapporto. Nel caso di Leopardi e della madre si sa invece molto poco; solo tre lettere, nello sterminato epistolario del poeta di Recanati, sono indirizzate ad Adelaide: la prima spedita da Roma, il 23 novembre 1822; la seconda, sempre da Roma, il 22 gennaio 1823; l’ultima da Firenze, il 28 maggio 1830. Particolarmente eloquente l’inizio della seconda lettera: «Cara Mamma. Io mi ricordo ch’Ella quasi mi proibì di scriverle, ma intanto non vorrei che pian piano, Ella si scordasse di me». La stessa contessa non fu molto più generosa: al figlio lontano sembra ne scrisse appena due, o almeno tale è il numero conservato da Leopardi.

Adelaide Antici appare agli occhi di Gadda come modello negativo di madre: (1) non solo è definita «a-genetica» e «sbagliata», ma viene fatta simbolo di castrazione (Anime e schemi, SGF I 605). Il tema tanto presente in Gadda del «diniego oltraggioso» (Dalle specchiere dei laghi, SGF I 228), della «maternità insoddisfatta» si arricchisce di un’altra sfumatura: il profondo, irragionevole disprezzo che Adele Lehr sempre nutrì verso le pulsioni letterarie del figlio ingegnere, l’evirazione psicologica nella sua passione intellettuale. L’argomento della castrazione, per quanto pienamente e a ragione attribuibile alla figura della Antici nei riguardi di Giacomo e di altri membri della famiglia, risulta ancora più calzante nel caso di Adele e suo figlio.

L’affinità tra le due donne, e la comune perdita di un fratello (Enrico per Gadda e Luigi per Leopardi), sono le fondamenta di una fratellanza ancora più profonda con il poeta stesso:

Perché un autore lo interessi, bisogna – si direbbe – che abbia vissuto o narrato esperienze accostabili, per somiglianza o per contrasto, alle sue […]. Gadda proietta istintivamente la propria ombra sulle ribalte dove altri drammi sono stati rappresentati in passato. (Roscioni 1997: 50)

L’irrefrenabile tendenza dello scrittore lombardo a sostituire la propria esperienza biografica a quella degli autori da lui amati trova proprio in Leopardi il palcoscenico prediletto, il più consono, il più sentito, il più rispettato. Non una sola pagina, non un solo riferimento (tra i tanti che costellano l’opera omnia gaddiana) risulta negativo o ironico; una piena abnegazione, quasi religiosa, all’uomo, al filosofo e allo scrittore. Gadda non perde occasione di segnalare la vicinanza, si tratti dell’indigenza economica di cui entrambi hanno sofferto, del celibato o di una malattia: «Dice con ottocentesca verecondia il Ranieri del suo povero ospite, che “il povero Giacomino soffriva di ftiriasi”. Anch’io, senza essere Giacomo, ho avuto occasione di soffrire di ftiriasi» (Il faut d’abord être coupable, SGF I 618). Somiglianza e contiguità: egli sente Leopardi come qualcuno con cui condividere le stesse vicissitudini, un fratello di vita e di dolore; oppure come figura di se stesso, nello stesso modo in cui Adelaide Antici era figura di Adele Lehr.

è questa assimilazione esistenziale che fa da base a un rapporto testuale fitto e continuo, seppure quasi invisibile, sottocutaneo, intessuto nelle maglie della rete gaddiana. Come succede ad esempio nelle pagine iniziali del Pasticciaccio, dove sia per stile (l’uso della terza persona e dell’imperfetto: diceva, sosteneva, seguitava) che per impostazione filosofica (la formulazione di detti proverbiali), si configura una vicinanza notevole tra Gadda/don Ciccio e Leopardi/Filippo Ottonieri. La rassegnata socraticità dell’Ottonieri si riverbera nella presentazione di Ingravallo, impostandone la Weltanschauung e operando sul giro delle frasi: «Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto “latino”, benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne» (RR II 15); un brano in cui si rintracciano senza difficoltà tre diversi sintagmi dell’operetta del recanatase, smembrati e ricostruiti insieme: «la esperienza e la cognizione degli uomini e della vita»; «la maggior conoscenza e pratica delle cose umane»; «cognizione pratica degli uomini». (2)

Ma per una prossimità testuale ed esistenziale massima bisogna volgersi soprattutto al corpus poetico leopardiano, il quale sembra svolgere una funzione strutturale ed evocativa: nel momento in cui ha bisogno di ricreare un’atmosfera idillica, di descrivere una situazione lirica, Gadda va quasi meccanicamente a ripescare nei Canti: nel lessico, nello stile, nella figuratività. Una vera e propria esigenza dello stereotipo, che si sviluppa in una ripartizione trinitaristica, ovvero nelle tre forme che normalmente assume l’idillio leopardiano: la pensosità notturna, e la congerie di riflessioni che questa particolare atmosfera riesce a provocare nella mente del poeta; lo sguardo sulla modulazione dolce delle valli, che si perde fino alle pianure ordinate e che genera una breve serenità nell’animo di chi l’osserva; l’umile laboriosità – infine – dei più poveri, capace di far credere e sperare per un momento nella grandezza semplice dell’uomo, nel suo significato sulla terra. Ciascuna di queste forme mantiene una propria autonomia di senso, pur collegandosi immediatamente alle altre due: ricostruendo così l’unità originaria dell’idillio e amplificando la sensazione di leopardianità del testo.

La ricerca dello stereotipo inquadra meglio il rapporto che si stabilisce con il personaggio Leopardi: Gadda, infatti, non elabora – almeno all’inizio – una concezione particolarmente dissimile dalla comune interpretazione critica di quei primi anni del secolo; ad essere apprezzata è la figura del poeta sfortunato, solo, malato e costretto a cercare i mezzi di sostentamento lontano da casa, grazie all’aiuto di alcuni amici: si tratta di un’immagine pienamente collimante con quella che ha provocato nell’Ottocento lo strano movimento emulatorio noto come leopardismo. Ne è riprova già il primo racconto gaddiano, La passeggiata autunnale del 1918, in cui l’alter ego dello scrittore si chiama Rineri e l’amata che non corrisponde Nerina, nomi leopardiani che esprimono sentimenti e pensieri leopardiani, con parole, spesso, ricalcate dai versi del poeta:

Giravo sempre e solo da parer dannato per malefizio, subivo la compagnia della gente come i rami che frustan la faccia a camminar nelle valli, con la volontà di lasciarli al più presto […]. E a casa mi facevo passare il male della solitudine tra la folla dei libri; folla immobile, netta, disciplinata, fedele, quale bisognava per me […]. Ho dentro quanto nella vita non ho portato fin qui, quanto non ho pensato di aver a portare, un giorno. Vita deserta, senza compagni, senza pietà, senz’amore; con un pensiero centrale a pervaderla di dominazioni feroci, fissità d’uno spalto sopra ogni terra all’interno; pensiero che non serve a nulla, altro che ad arrivar stanchi nel vuoto. Adesso che sono il più stanco non m’è dato parlare: da nessuno avrei pietà, né soccorso; adesso che sono l’ultimo nel pensiero di lei! (RR II 945-48)

Questo pastiche leopardiano non reca traccia dell’immagine che del poeta si comincerà ad avere intorno agli anni ’30-’40, quella quasi eroica di Binni e quella progressiva di Leporini; è l’immagine tipica, prodotto della mitizzazione ottocentesca e – in qualche misura – vicina all’interpretazione crociana del pastorello d’Arcadia. Quantomeno sul piano testuale, questa percezione non varierà di molto nel corso degli anni, tanto che un pastiche tutto sommato simile si avrà anche a suggello dell’edizione ’63 della Cognizione del dolore, dove ad essere scomposti e ricomposti sono ancora una volta i versi più noti e le declinazioni più liriche dei Canti leopardiani:

Più giù, dentro la valle, era la carità del villaggio, donde esala dopo le stagioni e le pene il tremante fumo dei poveri: sull’ancudine udivasi per tutta la luce il martello del maniscalco a battere, battere: piegando, piegando, scandiva l’ora di siesta, nel tacere della fatica di tutti ripreso per sé solo il travaglio. Dall’antro della fucina rendeva la percossa al monte: il rimando del monte precipitava sulle cose, dal tempo vuoto deduceva il nome del dolore. E dalla torre, dopo desolati intervalli, spiccavasi il numero di bronzo, l’ora buia o splendente. (RR I 714)

L’edizione critica curata da Manzotti ha ampiamente messo in risalto tutti i riusi gaddiani, dall’ora della torre (Le ricordanze) al rumore della maniscalco (Il sabato del villaggio) all’immagine della valle dei poveri (La quiete dopo la tempesta); in questo come in altri brani del romanzo, tra cui quello celeberrimo del V tratto (RR I 678-79). La cognizione del dolore è letteralmente pervasa da stilemi e termini leopardiani, specialmente nei tratti in cui Gadda necessita di un’autenticazione lirica al suo scrivere, e il fatto che in un primo momento essa si concluda all’insegna di Leopardi sottolinea un’ulteriore cosa: il poeta e l’ingegnere osservano il mondo nello stesso modo, dallo stesso terrazzo da cui Gonzalo Pirobutirro posa gli occhi sulla valle e sulla carità del villaggio. Si tratta dello stesso sguardo, che dolorosamente giunge all’arido vero. Per il protagonista della Cognizione, per il suo scrittore, non è più pensabile partecipare alla vita, la vita è solo apparentemente vera: l’armonia della valle viene ricreata solo grazie a un pastiche, a una reminiscenza letteraria. Il dolore si amplifica: non soltanto egli è inadeguato al mondo, ma quel mondo risulta ordinato e significativo solo nella memoria, nella finzione letteraria. L’intelligenza lo condanna. Leopardianamente.

Università di Urbino

Note

1. La lettura del commento di Michele Scherillo all’edizione Heopli 1920 dei Canti leopardiani posseduta da Gadda ha poi senza dubbio contribuito alla visione negativa della figura della contessa Antici.

2. G. Leopardi, Detti memorabili di Filippo Ottonieri, in Operette morali (Milano: Rizzoli 1995), 213, 222.

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ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

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