Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Indefiniti (veri e falsi)

Federica G. Pedriali

Chi. Il primo e più ovvio dei pronomi indefiniti. Chiama in causa il divino, col dovuto rispetto: «Chi tutto determina», «Chi ha disegnato gli eventi», «Chi tutto giudica» (RR I 38, 129, SVP 696). Invita a guardare nell’identità, a mettere in dubbio le categorizzazioni: «contro chi ha sparato – | Contro i nemici – Chi sono i nemici?» (Gadda 1993a: 29). Consente di lavorare di retorica intorno al soggetto: «gli umili […] hanno da molti anni fermato l’attenzione di chi, e parlo di me, vorrebbe essere del loro novero» (SGF I 1224) – di predicargli contro per insegnargli la modestia: «chi immagina e percepisce se medesimo come un essere isolato dalla totalità degli esseri, porta il concetto di individualità fino al limite della negazione, lo storce fino ad annullarne il contenuto» (L’egoista, SGF I 654).

L’Io, da un’altra categoria pronominale, se ne serve per i suoi vizi. Così dice di sperare in un’identità compagna: «una carezza da chi? da chi? se non dalla vana luce d’un pensiero» (RR I 730) – esprimendo orrore quando quella si manifesta: «Conoscevo, sapevo chi era. Non poteva esser altro… altissima, immobile, velata, nera» (RR I 633). Così richiude in sé il nome dell’ineffabile Altro, il Rivale scomparso, con autocensura o rigor mortis della parola, perché «Chi si amava è nella terra» (RR I 642) – e frastornandosi, poi, disperatamente, con l’enumerazione euforica dei destini: il caso dei 27 chi, delle 27 vite di un consuntivo epistolare di fine anno che poco s’attende da quello nuovo (Gadda 1984a: 58).

Tutto-tutti, ogni-ognuno, gli uni-gli altri. Totalità è gente e popolo – con metafora vegetale: «verde gente» e «popolo dei pioppi» (RR I 55). E ancora: «plasma germinativo», «plasma della totale speranza» (RR I 306, 309), sangue vivente che adempie «interamente e sempre» all’«unica legge», all’«unica vita» (RR I 291), perché «tutto coesiste e tutto si codetermina» (SVP 865). È pienezza differenziata, quasi una beatitudine pronominale, ogni categoria il suo lavoro, la sua nota nella mormorazione collettiva: «Sopra c’è per ognuno | E per tutti il colore del cielo | Splendido ed eguale | […] Ed ognuno con l’anima prende | Quanto vuole dal sole | Quanto vuole dall’aria» (Gadda 1993a: 18).

Il soggetto, dai suoi miti (Giardino, Sera, Collettività, Progresso, Trapasso), fa prontamente voto: lavoro e pensiero saranno dedicati «alla famiglia e alla patria, a tutta l’umanità» (SGF II 693), «nessun volume, nessuna pagina deve mancare alla enciclopedia della totalità» (SVP 119). Poi però la tromba che comanda a «tutti i soldati» di rientrare, spogliarsi, coricarsi, è «da tutti […] intesa ma non ascoltata da tutti» (SVP 420) – totalità è cioè gente e popolo nella storia: «tutto è così, tutti sono così […] l’egoismo personale è l’unica legge di molti» (SGF II 472); «se tutti vigilassero e non dormissero, il nemico si troverebbe assai a disagio» (SGF II 626). A nulla vale esortare, predicare uno strano socialismo, un superato francescanesimo, «il bene di tutta la Cristianità, la salute di tutti» (SVP 593) – a nulla ribattere: «Andiamo, andiamo tutti, tutti. È il nostro cammino» (SVP 498).

Vince l’entelechia: «ognuno di noi individua la propria forma attraverso la sofferenza» (SVP 902); «ogni vizio ci singolarizza, perché ogni vizio ci separa, ci astrae dal nostro destino più vero» (SGF I 593) – male inesorabile, la differenziazione, la «separazione infinita» (SVP 401), questa, sì, paradossalmente «comune a tutti» (SGF I 678). Forse, al vecchio mito fa ancora da modello uno spezzato cielo platonico: «ognuno era un punto luminoso nella oscurità della notte e soltanto sarà stato una luce se avrà serbato per sé onore e dovere» (RR I 173) – ma sulla terra, nella storia, sono i non più «eguali rimpetto alla legge» (SVP 847), in potentissima ulteriore divisione: il soggetto e tutti gli altri.

Persino l’immagine della Mater nostra – che «a ognuno sovviene: e nell’ora di male e di guerra e nell’ora che ha morte, stanco, il nostro pensiero mortale» (RR I 103) – accoglie la recriminazione: «avrebbe dovuto riescir madre anche a me, se non era vano il comandamento di Dio, come riescì a tutti, al più povero, al più sprovveduto, e financo al deforme, o a chi resultò inetto a discernere» (SGF I 228). Mentre la favola della sacra corrente della vita della specie, chiedendo di vedere «ogni cosa» per sapere «ogni cosa» (SVP 540, 541), invoca non un’«ermeneutica a soluzioni multiple: come un enigma che avesse un numero infinito di soluzioni» (SVP 748), ma un Dio biblico, giustiziere e sbugiardatore:

Si vedrebbe che non globalmente e come unitario strumento di Dio essi dominano e «mettono in ordine» il mondo, ma come strumenti molteplici e quasi dissoluti gli uni dagli altri, con difforme ingegno, con discorde intento, con ineguale potenza; con diversa fortuna, con diversa speranza, con vita, con morte diversa. E gli uni come frutti superbi si adergono e paiono soli essere semenza del bene: e gli altri paiono sole essere parole di desolazione e di morte. (SVP 540)

Uno-nessuno. «Perché occorrono i fatti incredibili e si formano anime tanto diverse che alcune possano essere giudicate da altre e non trovino in sé medesime la possibilità d’un giudizio e d’una norma?» (SVP 406). La domanda impone che il voto del Soldato d’Italia venga mutato – impone la poetica del «romanzo della pluralità» (SVP 462), l’espressionismo del «tutto saravvi» (RR I 121), la verifica creativa a caldo, a partire da «alcune figure» cui viene affidata la «gestione della favola», mentre ad «altre», «forse le stesse persone raddoppiate», va la «coscienza del dramma» (SVP 395).

Una Madonna della Separazione Infinita attende allora nel Giardino – solo la «regola» dei «viali prospettici» all’italiana, simmetrizzandone la malinconia, sembra offrirle consolazione (SVP 401). L’assassino in potenza la cerca: «nulla di irregolare si compieva […]. Nessun turbamento era nelle cose o negli uomini poiché tutto è deformità, e nessuno nel concorde popolo delle fresche piante, nessun punto singolare si poteva annoverare negli spostamenti dei mondi» (SVP 403). Il suo motto – «Se nulla è possibile, tutto finisca» (SVP 469) – nega tanto separazione che totalità, afferma l’insceverabilità di Bene e Male: «ognuno, ogni estraneo, avrebbe potuto apparire, nero» (RR I 722).

Che è quanto sostiene il Narratore dalla sua «certezza categorizzante» (SVP 703), l’ignoto fuori Giardino e fuori campo – spende il giorno nella fatica del cantiere, la costruzione del Reale; la sera osserva il proprio operato, la capacità di classificare il sensibile: il Mondo come solido manufatto, la cernita dei Lavoratori al rientro – mentre un’idea, quella che durante il giorno non si presentava, infine si manifesta: «I battiti della vita sembra che uno sgomento li trascini come in una corsa precipite: e dove alcuno ci aspetta, muoviamo: perché la nostra avventura abbia corso e nessuno lo impedirà» (SVP 419).

Lo sostiene cioè, con invariata reticenza e, più, con cronica ambiguità, proprio a causa della certezza con cui discerne, nel dato, nella folla, gli uni dagli altri, e soprattutto l’uno dal – ossia l’Uno che ripassa in vari punti singolari dell’opera essendosi manifestato tra i Lavoratori di Racconto italiano: il Rivale mobile munito di mezzo di trasporto e, meglio ancora, munito di Ragazza, il Velocipedastro, il futuro Ciclista dell’Adalgisa. E il Nessuno che, negato da chi ha il diritto di negare, e negando di suo d’esistere, ma poi agendo, come Ulisse con Polifemo, dalla non persona – vento, spettro, animale da preda, punta che lacera, e pronome contro cui si scontrano, senza avvertire l’inganno, gli indagatori – fa da Dio isolato, e tuttavia terribilmente connesso, della propria minima Creazione. (1)

University of Edinburgh

Note

1. Tranne che in questa nota, e nei riferimenti bibliografici in corpo al testo, il nome di Gadda, referente ovvio del discorso, non figura: quasi per una sfida referenziale, in tono con l’argomento del lemma, e di certo in risposta all’oltranza indefinita all’origine, nell’opera dello scrittore. Si pensi, di nuovo, al rientro serale dei lavoratori appena citato – doveva costituire l’incipit di Racconto (SVP 419-24), lo sarà dell’Adalgisa (RR I 291-97), una volta espunti, tra l’altro, proprio i paragrafi relativi all’Uno, il Velocipedastro osservabile con Ragazza. Ne occuperanno il posto – letteralmente, visto che la diversa versione dello stesso attacco chiuderà su quel taglio – due note a fine testo, chiarimenti affatto sui generis della diversa «ufficiale ambiguità» dell’alcuno e del nessuno su cui Gadda struttura il brano. Riporto per esteso, nelle due versioni, a sostegno della validità critica della sfida:

Versione Racconto

Un’idea, un’idea non sovviene mentre i sibilanti congegni degli atti trasformano in cose le cose e il lavoro è pieno di polvere. Ma poi le prime gemme tremanti nel cielo sono un segno di quello che, se riposeremo, ancora vigilerà. I battiti della vita sembra che uno sgomento li trascini come in una corsa precipite: e dove alcuno ci aspetta, muoviamo: perché la nostra ventura abbia corso e nessuno lo impedirà. Perché poi dovremo riposare. […] (SVP 419)

Versione Adalgisa

Un’idea, un’idea non sovviene, alla fatica de’ cantieri, mentre i sibilanti congegni degli atti trasformano in cose le cose e il lavoro è pieno di sudore e di polvere. Poi ori lontanissimi e uno zaffìro, nel cielo: come cigli, a tremare sopra misericorde sguardo. Quello che, se poseremo, ancora vigilerà. I battiti della vita sembra che uno sgomento li travolga come in una corsa precipite: e dove alcuno aspetta, muoviamo: (1) perché nostra ventura abbia corso, e nessuno la impedirà. (2) Perché poi avremo a riposare. […]

1. «Dove alcuno aspetta moviamo». Avverti il carattere iponoètico dell’affermazione. «Alcuno» è sessualmente agnostico (ambiguo) perché vale nelle due ipotesi della galanteria, per maschio atteso dalla femmina e per femmina attesa dal maschio. Altre ipotesi ancora sussistono, e cagioni di convegno, e richiami altri da quelli predominanti del cuore: talché ci si può attendere un parisesso, per angoscioso lavoro nella notte, per gioco, per intercambio di pensiero, o di lucro, per premeditare o per eseguire uno scasso. Di fronte a terzi ed a quarti curiosi od ignari, o spie, valga dunque sub noctem il nostro movere segreto verso la ufficiale ambiguità di quell’alcuno.

2. «E nessuno la impedirà». Nessuno degli abilitati a pronunziare un veto, a formulare o ad imporre (altrui) il dettame della legge: padri, pedagoghi, poliziotti, pompieri, bambinaie, maestri, sacerdoti, filosofi, suocere, ufficiali di picchetto, guardie daziarie, ronde e pattuglioni ad hoc, moralisti vari, ecc. ecc., o addirittura il governatore di Maracaibo. Così rese le lenzuola a bande, il bergamasco ragazzo si cala nottetempo di finestra per andare con Garibaldi, «perché sua ventura abbia corso». E altro invece rampica o serpe lungo ferri e grondaie insino alla finestruccia dell’amata, rischiando il fil del collo ad ascendere non meno che il garibaldino la pelle a discendere. Contravvendo entrambi ai tonitruanti veti e dinieghi: del genitore, del predicatore, del governatore, di Giove Ultore. «Allem was die Eltern sagen – widerspricht das volle Herz». (RR I 296)

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2019 by Federica G. Pedriali & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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