La cognizione del dolore

Parte seconda   VII

Nessuno conobbe il lento pallore della negazione. Balie torquate di filigrana o d’ambra, scarlatte chiocce tra i bimbi: occhi e riccioli di bimbi nei sereni giardini. E clamorosi fredoni dentro i loro stalli, dove a disegno dello Scamozzi o del Panigarola s’è fatta rara la tarsìa, l’immagine s’è articolata nel racconto, è divenuta poema. E Santi d’argento, vescovi mitrati sul pulvinare, bevono la nube ricca, l’ebbro crassume della gloria. Ma i momenti del negare anche questi il tempo li adduce verso chiuse anime, suggeritore tenebroso d’una legge di tenebra.

Lo hidalgo era nella sala, davanti lume e scodella. Si era lavate le mani, aveva riposto alcuni indumenti, o una spazzola, in un tiretto, di sopra.

La sua secreta perplessità e l’orgoglio secreto affioravano dentro la trama degli atti in una negazione di parvenze non valide. Le figurazioni non valide erano da negare e da respingere, come specie falsa di denaro. Così l’agricoltore, il giardiniere sagace móndano la bella pianta dalle sue foglie intristite, o ne spiccano acerbamente il frutto, quello che sia venuto mencio o vizzo al dispregio della circostante natura.

Cogliere il bacio bugiardo della Parvenza, coricarsi con lei sullo strame, respirare il suo fiato, bevere giù dentro l’anima il suo rutto e il suo lezzo di meretrice. O invece attuffarla nella rancura e nello spregio come in una pozza di scrementi, negare, negare: chi sia Signore e Principe nel giardino della propria anima. Chiuse torri si levano contro il vento. Ma l’andare nella rancura è sterile passo, negare vane immagini, le più volte, significa negare se medesimo. Rivendicare la facoltà santa del giudizio, a certi momenti, è lacerare la possibilità: come si lacera un foglio inturpato leggendovi scrittura di bugìe.

Lo hidalgo, forse, era a negare se stesso: rivendicando a sé le ragioni del dolore, la conoscenza e la verità del dolore, nulla rimaneva alla possibilità. Tutto andava esaurito dalla rapina del dolore. Lo scherno solo dei disegni e delle parvenze era salvo, quasi maschera tragica sulla metope del teatro.

La mamma gli si accostò con una tenerezza indicibile, gli mise una mano sul braccio, la sua scarna mano. (Egli era più alto della madre, già curva). «Non mangi, caro?» gli disse, quasi implorando, in un susurro d’amore.

Egli allora si riscosse; come a rompere, bruscamente, lo stanco, l’inutile ordito degli atti: quasi che una rancura segreta gli vietasse di conoscere la tenerezza più vera di tutte le cose, il materno soccorso. Si separò dalla mamma. La gratitudine appassionata di cui germina ogni coscienza pareva spegnersi in lui. Anche questo, forse, bisognava negare? andare soli verso la notte? Uscì nell’andito: la madre lo udì schiudere uno degli sporti, rovistare nella libreria grande.

Poi risalì nelle camere, forse a prendervi o a riportarvi dei libri. Ridisceso, porse alla mamma alcuni giornali che aveva comperato per lei, dicendole con voce rispettosa, ma opaca: «Ti ho portato la Gazeta, il Fray Mocho,… El Mundo,… se vuoi; ci sono anche i giornali della sera, la Razón…». Ella prese e guardò il fascio dei giornali, gli occhi le si velarono in una riconoscenza commossa, felicità e pianto: levò la faccia scarnita come ad attendere un saluto, un bacio, come se fino a quel momento le fosse stato impedito di esser la mamma! Il figlio allora la strinse a sé, disperato: la baciò a lungo. Una vecchia spilla d’argento, con un granato, fiore dei materni anni, adornava, (e ne ricadeva), il povero addobbo della vecchiezza.

Intanto entrò, zoccolando, la miseria e il fetore d’un peone. Recava due legnuzzi per il caminetto, e un fastello di steli secchi di banzavóis. La tempesta aveva raffreddato i campi, tenuti oramai dalla notte. Tacevano, distesi lungo le misure del buio, sotto zaffiri tetri. Il peone annaspava con la testa dentro la bocca del camino, poi si levò: sembrò che da un momento all’altro gli dovessero cadere i pantaloni, tanto li aveva bassi alle anche in rapporto alla cintola. Si sprigionava dalla di lui persona e brache un odore bonario, (così voleva la tradizione), ma di certo odore era, tutt’affatto serruchonese, come di «oh là, Giuseppe, come la va?», non abluito da anni. A ragione, del resto. Nessun Diocleziano aveva costruito terme nella campagna solitaria.

Lo hidalgo, pur nelle dilaganti ombre della nevrosi, non pretendeva speciali abluzioni dai villici del Serruchón: per essi, dopo la defunzione di Caracalla, il Santo Battesimo gli pareva lavacro sufficiente. Solo constatava il fatto odorifero con una tal quale costernazione e talora con ira. Nel caso in oggetto, poi, sapeva che il contadino avrebbe potuto tenersi un po’ più in ordine. Il delirio insorgente della còllera gli lasciò identificare in quello sconcio una premeditata ostentazione di miseria, una dimostrazione a carattere sindacale: rivendicativa d’una qualche ulteriore larghezza de’ padroni in soccorso della miseria stessa. Già da tempo il peone aveva detto e ripetuto alla mamma, e lasciato comprendere a lui, come i proventi (esigui) della campagna poca, verberata quasi a ogni anno dalla grandine, dovessero di ragione andar integrati da uno stipendio, forse anche a sensi di legge: considerato che lui peone non era affatto un mezzadro, in quanto non si restringeva a lavorar la campagna, bacchiare, mietere, cogliere, segare e vendemmiare; ma per la sua stessa presenza sul fondo, e nell’ambienza d’una villa padronale, ch’era comodità de’ padroni, e non sua, veniva a rivestire la figura economica e giuridica di «custode della villa». Anche in letto, nottetempo, con la mogliera, russava e moglieggiava in camicia da custode. Così sosteneva: e andava ridacchiando, cavillando, (con la mamma), a furia di «crederei » e di «sto per dire».

Ora, un custode ha diritto a una paga. Anche i regolamenti la esigono: c’erano disposizioni tassative.

Questa suspicione ebbe per effetto di imbestiare lo hidalgo: un furore nero gli bolliva sull’anima, dentro la pentola dell’avarizia. Essere tenuto per legge a devolvere una quota de’ propri emolumenti in onore del bacchiante! L’idea lo mise in una rabbia senza precedente esempio nella lunga storia delle sue bizze. Lo impacciava per altro la timidità naturale, più forse lo conteneva la paura delle complicazioni burocràtiche, stormo di buste gialle in franchigia e di citazioni davanti la bidelleria tabaccosa, ch’erano il postumo prevedibile d’un eventuale rifiuto.

Sei milioni di buròcrati maradagalesi terrorizzavano il suo spirito alieno dagli sportelli come un oceano di brace potrebbe terrorizzare la prudenza cautelosa della serpe. Egli non amava il triplice registro dei Paleòloghi. La sua ragione ordinatrice di fatti necessarî (che non fossero cioè parvenze, ossia sostituti menzogneri del Pragma) aveva in orrore il cavillo e tutte le procedure della inanità. Ma il contribuire al pane dei pòveri è forse una specie di inanità? Il sangue germanico, o unno, gli serviva di ben còmodo pretesto per dinieghi duri.

Certo è che quei pantaloni e quegli zòccoli lo condussero a disperare della propria clemenza. La mamma, beninteso, indulgeva alla rivendicazione villereccia, come al solito: tutto ciò che nasceva dalla Villa, o dalla Idea-Villa, era manifestazione e modo dell’Essere, sacro forùncolo sul collo della Bestia-Essere. Anche il sentore.

Se egli, figlio, obiettasse qualche parola di rimprovero a quella esibizione olfìmica di valerianati, formiati e capriliti (1) serruchonesi, Dio guardi! i riflessi del peone potevano facilmente presagirsi: anzitutto una mimica gesticolare e facciale a carattere nettamente ebefrènico, accompagnata dai borborigmi di un ventriloquio paleo-celtico, con susseguenze di boati gutturali a tipo belluino: poi, sul fiotto-pilota della cataratta celtica, adeguatamente esagitata dalle pale agitatrici d’una specie di sindrome di Parkinson, ecco si sarebbe diversata nel buio della stanza la non meno orripilante richiesta di una corresponsione di salario. Ora, da antica data erano i patti che il villico avesse a poter raccogliere «pro domo sua» tutto il raccolto del terreno: (mandorle e pere butirro escluse, le quali ultime rincoglionivano a loro conto, senza doverci abbadare per nulla, col solo aiuto di San Carlo di Arona): (2) e che lui, il padrone e marchese, gli rimanesse da vedersela lui con la Ricevitoria delle Imposte, e con le singole Imposte: ossia con tutte le Imposte: comunali, provinciali e statali, e altre ancora che via via si fossero presentate alla porta, in prosieguo di tempo e di provvidenze. Caso non del tutto improbabile. Dal primo all’ultimo centavo. Escluse poi dal ricolto le frutta, d’alcuni alberi più prossimi alla casa: ciliege, qualche nespola, un po’ di amarene: e le mandorle sopraddette, che però il peone anche troppo mattiniero soleva bacchiare e perticare nottetempo, lamentando e incolpando la grandine, poca sì, e di passaggio, ma ogni volta bastèvole; da mandare alla malora ogni drupa. Il villico usufruiva inoltre l’alloggio con luminose finestre sulla campagna: un buon alloggio; che il marchese padre aveva incorporato nella Villa, e protetto di un unico ed egualitario Tetto, parificando in principio ed in fatto l’abitazione dei contadini con l’abitazione dei signori, nonché marchesi e padroni. Egli, poi, il figlio, ma tanto più la mamma, retribuivano il peone di speciali mance per servigi speciali: e sempre piuttosto largamente in confronto alla recalcitrante parsimonia dei feudatari lukonesi, buggerati alcuni dalla ruggine degli anni, altri assai lesti in faccende e provveduti d’un mezzo palmo di buon naso, ma tutti egualmente tirchi in sul prezzèmolo e accaniti nella tutela del proprio: non cessavano poi di violoncellare e flautare, pieni d’un entusiasmo coglione, la salubrità, la placidità, l’ossigeno, la poca spesa di quella beata villeggiatura, di quei colli tanto dolcemente acclivi alla rispettiva Enrichetta, o Maria Giuseppa, dalle cilestri bacinelle dei laghi.

Il peone uscì, rientrò, zoccolò come un forsennato tra corridoio e cucina. Egli, il figlio, lo regalava dei vestiti dimessi, uno o due l’anno, biancheria disusata, scarpe. Ch’erano roba o robba tuttavia decente e comunque valevole ad annullare in quel caso la purità francescana dell’immagine, (se robba significasse vestito, come non accade):

lo villanello, a cui la robba manca

Tale infatti, pensò, è la funzione sociale dello hidalgo, e tanto più del marchese, al cui nome venga intitolata, nei registri del catasto maradagalese, la proprietà di una villa serruchonese: insaccare le pudenda del villico nei propri ex-pantaloni, pagando a di lui conto le tasse, dopo averlo intensamente amato, profondamente riverito, dolcemente carezzato, festeggiato, usmato, celebratane la odorosa virtù ne’ pastrufaziani ritrovi, ed estromessa congrua razione di bava eròtica nel percepire l’asprigno olezzo, l’afrore dei di lui piedi ed ascelle, e qualchecos’altro.

Zoccolando, quasi con un acciacchìo di nàcchere pedagne, lasciando per tutto frittelle di letame secco che gli si venivano desquamando disotto agli zòccoli, il buon uomo era andato e rivenuto più volte, per degli zolfanelli; che poi non arrivava ad accendere, per quanto se li strofinasse un po’ per tutto, sagrando, sulle cosce, sul culo: ed anche sul pavimento, sul muro. E intanto imprecava alla Compañía de Fósforos. (Essa detiene il monopolio maradagalese dei zolfanelli, fiammiferi, cerini). La fiamma, innescata dalle biastime, prese finalmente a crepitare nei vepri, nel tirchio fastello degli spini e in quei pochi steli risecchi di banzavóis dell’anno precedente. Il vincitore proruppe allora ad alcune proposizioni amplificatrici violentemente accentuate in sincope. A ogni eruzione del suono gli si vedeva il pomo di Adamo andar giù e su per il collo, con la prestezza di un ascensore in un albergo di Manhattan. Abbandonàtosi a una agitazione sussultoria delle spalle e del capo, celebrò la sua bravura di fuochista, lamentò i danni dello spietato uragano, e l’umido, e il settembre, e quanto son care le legna al dì d’oggi, e un bel fuoco (sic) fa bene alle ossa, ecc. ecc. Propòsiti che la mamma si benignava di accogliere quasi compiaciuta d’un sì valido raziocinio. Nulla infatti ci raddolcisce tanto la pituita, e ci emolce a clemenza, quanto il buon criterio degli umili e il sano discernimento che talora traspare dal loro logo e si fa strada nel laberinto dei loro impeti vocali.

Povera mamma! Avrebbe anche contribuito allo svolgimento del tema, sopra un piede di parità navale e di grande cordialità (ch’era una caratteristica dei Pirobutirro), se non avesse avvertito a tempo che l’umore del figlio era di nuovo per mutare. Quel tànghero in zoccoli si dava l’aria d’essere il mecenate e il provveditore della situazione. Il figlio lo guardò, preso da una collera sorda.

I calami risecchi, gli spini morsi da una ràbida gloriòla, s’erano accesi via via e si consumarono in due minuti, tra i due alari di ferro, crepitando e sprizzando spari di faville sul pavimento, come se il fatuo spirito di una zucca stesse celebrando il suo transito in quella poca fiamma credenzona. Diede luci basse, gialle, alle gambe delle seggiole e della tavola, d’una labilità molle, quasi agitate da flabello di mistero: polverose penombre occupavano la felicità disumana del soffitto.

Nessun aumento di temperatura si verificò nella sala, davanti a quella macchina operante per sentito dire, a rendimento termico nullo, che è il fesso e assolutamente rimbecillito caminetto. Antica età bisognava, e chiome di faggete sul monte, anziché i bernòccoli delle calve sierre o la scheggiata montagna di Terepàttola, per aver ricorso a una così povera trovata.

L’uomo in zòccoli riprincipiava. Gonzalo fermò lo sguardo sulle sue brache periclitanti:

«Vi ho già detto che non voglio discorsi. Risparmiateci le vostre premure.... e i vostri discorsi.... Troppo chiasso fate, per due legni secchi!». La mamma principiò a trepidare: sulla sua faccia era di nuovo l’angoscia.

Il contadino allibì, ma si riprese: è noto che i signori, per darsi importanza, vogliono che in sala si parli a voce bassa, come al confessionale.

«Dovete levarvi di casa, una buona volta: andarvene!…». L’altro guardava. «Andarvene: avete capito?… andar via… e guardarvi dal tornar indietro…».

«Come sarebbe a dire?», domandò quello, interdetto: ma subito aggrottò i sopraccigli. «Gonzalo!», implorò il viso della mamma, pallido nelle sue rughe, come dietro sbarre del tempo finito. Serrò una mano nell’altra.

«Non c’è nulla da dire», soggiunse il figlio, «liberateci…».

«Ah!», ridacchiò il fuochista. «Non sarà forse una cosa da deciderla così… sui due piedi…».

«Uscite di qui!», fece Gonzalo con una violenza repentina: e apri un battente, come a render più ferma l’intimazione.

Il contadino uscì dopo qualche conato di parola: che sfociò a sussulti del pomo (d’Adamo), e a una breve concitazione di suoni rauchi, indistinti, come d’un muto che avesse tentato di protestare.

Gonzalo, allora, sedette a tavola: e cominciò a recare il cucchiaio alla bocca, senza che l’introito del liquido sfigurasse la gentile figura del silenzio.

Il peone non era quasi mai ubriaco: e ciò gli conferiva una tal quale superiorità sul suo predecessore, che pur usufruendo lo stesso nome di Giuseppe, e il soprannome di Estrella, ogni giorno però cadeva preda del dèmone: quello che sta di casa, pare, un due dita o tre sotto al collo di ogni fiasco.

Normalmente incapace di uno sguardo che non fosse la guardata in tràlice della diffidente avidità, di tanto in tanto, ma il più di rado possibile, recava un ovo alla padrona: e ne celebrava con pochi accenti sacrali e bestiali ad un tempo la rarità e il pregio estremo, in tempi assai difficili per le galline. Talora aggiungeva qualche fogliaccia d’una certa cicoria pelosa come l’urtica, o un mezzo cespo di macilente lattuga.

Gonzalo seguitò a deglutire la sua zuppa. Il postumo tentativo della mamma di introdurre il caro Giuseppe nell’anticamera della clemenza non sortì esito alcuno. Poi Gonzalo si offrì un bicchier d’acqua, poi si alzò, aprì la finestra ed uscì sul terrazzo.

Con le mani alle tasche della giacca, levò il viso, quasi a rimirare alcune stelle. Ma non le vedeva neppure (come non si odono parole troppo ripetute) nella banalità superflua del cielo.

Dopo alcuni giorni tersi, limpidissimi, la mamma pareva serena. Scorgendolo, il volto stanco le si contraeva in un sorriso, ma la luce di quel sorriso era spenta in un attimo, come al subito cadere d’uno sforzo. Il trascorrere della settimana avvicinò le luci d’autunno, avvolgendone i monti, le ville. In quella regione del Maradagàl, così simile, per molti aspetti, alla nostra perduta Brianza, parevano le luci dei laghi di Brianza. Un tenue, dorato velo di tristezza lungo l’andare della collina, dal platano all’olmo: quando ne frulla via, svolando, un passero: e le chiome degli antichi alberi, pensose consolatrici, davanti ai cancelli delle ville disabitate dimettono la loro stanca foglia.

Gonzalo era andato e rivenuto più volte. Con la sua piccola valigia di cartone color pegamoide, gemelli da polso a smalto, di cuarenta centavos. Da un anno o due aveva giurato a se stesso di comperarsi un orologio: ma non aveva mai trovato in sé l’energia morale necessaria all’acquisto. Avrebbe tanto voluto che qualcuno glie lo regalasse. Chi? Non ne aveva la minima idea; davvero, chi?

Molti anni prima, alla laurea, la mamma voleva regalargliene uno, d’oro, che un profugo russo, o armeno forse, le aveva offerto a prezzo piuttosto vantaggioso. Egli si inquietò terribilmente: poiché vi erano spese più necessarie (così giustificò la sua collera) e non voleva sapere d’oggetti usati, che fossero stati d’un altro. La mamma, impaurita, non diede corso alla compera.

In quell’occasione egli proruppe in orribili vituperi contro i russi e la gente del levante e singolarmente contro «quel» russo. Sbagliò geografia, nella collera, e la mamma allora, timidamente, lo corresse, quasi come si porge la mano ad un bimbo in capricci: sperando che la correzione, come altre volte, lo avrebbe distratto. Egli ammirava molto la memoria e il sapere della madre, se ne commoveva, era fiero, appassionato, ch’ella conoscesse tante cose e le potesse richiamare con tanta prontezza, esattezza! Ma quella volta non valse. Impazzò all’idea. Se il russo si fosse presentato, urlò, lo avrebbe ricevuto a revolverate. Non c’era alcuna probabilità che si presentasse. Poiché il russo era in una piccola città delle province, (verso la grande ansa del Río Tinto), dove la madre dirigeva una Scuola magistrale. Staccò dalle pareti un quadro, un ritratto, (come usò anche in un altro accesso, dopo anni), lo appiastrò al suolo. La lastra di vetro si spaccò. Dopo di che vi montò sopra: calpestandolo come pigiasse l’uva in un tino, ridusse il vetro in frantumi. I talloni disegnarono come dei baffi al ritratto, due spaventose ecchimosi del ritratto. Egli accusò la madre di adoperar lui, suo figlio, come mezzo o «pretesto» per regalare del denaro al russo.

La mamma, sfigurata dal pallore, coi labbri esangui che le tremavano convulsivamente, e bevevano disperate gocce, rimase con le mani giunte sul grembo, senza osare di abbassar gli occhi alla memoria straziata del marito. Guardava davanti a sé, nell’incredibile, rifiutando le immagini come se tutto il vivere fosse un oltraggio: a chi non può riscattarsi dal suo silenzio!

Molti sacrifici ella aveva durato per i figlioli; perché potessero compiere i loro studî, studiare ancora, laurearsi. Ora voleva testimoniargli, con quel dono, la sua tenerezza e il suo orgoglio per il buon esito di tutta una carriera di studî, per la laurea: la sola raggiunta, povera mamma! L’altra infatti era stata conferita alla memoria, la tenebra se l’era colta per sé. Ma nulla accade senza ragione. Un mero arbitrio della iniquità è a stento pensabile in un animo non crudele. Pur incombendoci di dare il più severo giudizio circa l’aberrante violenza de aquel perdido, tenemos todavía que abrir el ánimo al residuo de una duda; y este sobrante caritativo es en el concepto y quizás en la inquietud de que un mal tan profundo tuviese en alguna parte su origen, aún recóndito y obscuro: che vi fosse una ragione o una causa, o più ragioni o più cause, forse, ignote agli umani, irreparabili, perché l’animo dello hidalgo andasse così privo di ogni gioia.

La laurea fumò via senza festeggiamenti e nessuno gli ebbe offerto neppure un cinzano. Non anco spiccato, che il fiore della pergamena finta principiò ad appassire, col suo bollo a secco, nel grande erbario della withwortheria recibida.

Ora la nuova angustia del muro era venuta ad aggiungersi a quella del terrazzo, (perdeva l’intònaco, da sotto i volti, inverni e piogge angariàndolo), delle scale umide, delle scolopendre, degli scorpioni, delle porte e finestre malsicure, dei cancelli malfermi. Trovava la gente in camera da pranzo, come bisce, ammèssavi da un’affabilità popolareggiante o da una licenza villana, che tutt’e due lo tiravano alla rabbia. Già è stato allegato agli atti il mappale della tristezza, è stata disegnata, in tutti i particolari, la scena della violenza. La terrazza da un lato, cioè verso i monti e le configurazioni antartiche, era a livello di giardino, poiché la casa appariva sorgere in corrispondenza di un salto. (Il declivio, nei terreni tenuti dal coltivo, si esprime a salti). Quattro metri circa, l’altezza di un piano. Sicché, davanti al lato della casa e nel versante del colle que los toscanos llaman a bacìo, es decir en el declive de la colina hacia el Norte (en España), o hacia el Sur antártico (en Maradagàl), un piccolo spiazzo triangolare, con guijarrillos, dava ad ogni intruso facoltà di pervenire direttamente sul terrazzo, dal cancellino di ferro, dopo un breve cri-cri. Il muro di cinta, simbolo più che munizione del privato possesso, da un ragazzo agile si poteva ingroppare e scavalcar facilmente, con poca spellatura di ginocchi, tant’era nano e ciuco, e sprovveduto anco, in arcione, delle rituali schegge di bottiglia. Ringhiosi georgòfili sogliono ingemmarne la propria clausura: «tutta dedita al lavoro e alla famiglia», come si imparerà poi, un bel giorno, dall’inatteso annuncio dei loro funerali. Ma il marchese padre, con un guirlache parecido, gli sarebbe sembrato di recar oltraggio al diritto di introspetto e alla buona fede del popolo, che guarda, gode, e non tocca. E il muriccio, anche questo s’è avuto occasione di registrare, non andava parallelo alla casa, (donde il triangolo), ma invece la sfiorava in traverso, correndo giù come una diagonale. Tanto che uno spigolo dell’edificio, quello a settentrione e a sera, puntava fino a due metri dal recinto.

Di là dal muretto, una stradaccia. Ghiaiosa, a forte pendenza, con lùnule di piatti infranti, o d’una scodella, tra i ciòttoli, od oblìo d’un rugginoso baràttolo, vuotato, beninteso, dell’antica salsa o mostarda: tratto tratto anche, sotto il livido metallo d’un paio di mosconi ebbri, l’onta estrusa dall’Adamo, l’arrotolata turpitudine: stavolta per davvero sì d’un qualche guirlache de almendras, ma di quelli!… da pesarli in bilancia, diavolo maiale, per veder cosa pesano; parvenze, d’altronde, che la magnanimità del nostro apparato sensorio, aiutata da onorevole addobbo di circostanze, non può far altro, in verità, se non fingere di non aver percepito.

Percorsa da pedoni radi, la strada: e talora, in discesa, da qualche ciclista di campagna con bicicletta-mulo; o risalita dal procaccia impavido, arrancante sotto pioggia e stravento; o zoppicata non si sa in che verso da alcuni mendichi ebdomadarî, maschi e femmine, cenciose apparizioni nella gran luce del nulla. Vaporando l’autunno, vi sfringuellàvano battute di ragazzi birbi, a piè nudi, en busca de higos y de ciruelas, che arrivano a divinare per telepatìa di là d’ogni chiuso: d’orto (salvo l’orto del prete) o di signorile giardino. Vi si avventurava pure, col settembre, qualche puttanona d’automobile sfiancata dagli strapazzi, dagli anni, imbarcando magari tutta una famiglia gitante, con due litri di pipì a testa in serbo per la prima fermata, pupi e pupe, e il chioccione di dietro, spaparanzato a poppa, che soffocava con la patria potestà del deretano i due fili d’erba delle due figliolette maggiori. Pareva che una Meccanica latrice di prosciutti si avventasse contro l’assurdo, ruggendo, strombazzando, schioppando, sparando sassi da sotto le gomme, lacerando coi ruggiti del motore e con gli strilli de’ suoi sbatacchiati Argonauti-donne il tenue ragnatelo di ogni filosofia.

Paracarri di serizzo, fuori, proteggevano il muriccio dai sobbalzi e dalle lunghe scalfitture degli assi, de’ barocci di pietrisco e insieme ne avvilivano la statura, già trista; le carra hanno mozzi sporgenti, annerati in una morchia, e divallano sobbalzando sui ciottoli.

Più giù, dentro la valle, era la carità del villaggio, donde esala dopo le stagioni e le pene il tremante fumo dei poveri: sull’ancudine udivasi per tutta la luce il martello del maniscalco a battere, battere: piegando, piegando, scandiva l’ora di siesta, nel tacere della fatica di tutti ripreso per sé solo il travaglio. Dall’antro della fucina rendeva la percossa al monte: il rimando del monte precipitava sulle cose, dal tempo vuoto deduceva il nome del dolore.

E dalla torre, dopo desolati intervalli, spiccavasi il numero di bronzo, l’ora buia o splendente.

 

1. Sali (organici) dell’acido valerianico, dell’acido formico, e dell’acido caprilico.

2. Le pere butirro, spiccate a metà ottobre, maturano repentinamente, nel corso di una notte, tra il 2 e il 7 novembre.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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