La prova dell’altro: Gadda tradotto

Giuseppe Stellardi

L’atto, il campo semantico e la metafora della traduzione costituiscono il più ampio orizzonte del presente intervento; l’ipotesi motrice è che tale orizzonte sia produttivo di senso nell’avvicinamento all’opera di Gadda.

Il punto di partenza è dichiaratamente accidentale: la curiosità di chi scrive (e da tempo vive e lavora in ambienti anglosassoni) circa la traduzione in inglese dei testi gaddiani. Da lì, il passo verso i problemi teorici concernenti la traduzione, e però anche più in generale lo statuto e il senso del testo letterario (e di quello di Gadda in particolare), è non solo breve, ma quasi obbligato per chi, come l’intervenente, abbia alle spalle non rinnegate radici filosofiche.

Certo la traduzione del testo gaddiano si presenta un po’ come caso estremo e particolarmente arduo; non ci si aspetterà dunque che quanto si riscontrerà e opinerà in proposito sia immediatamente e sempre generalizzabile a vademecum del traduttore. Ma è forse proprio come caso limite che l’esempio di Gadda potrà contribuire all’eplorazione delle dimensioni teoriche della traduzione letteraria, e particolarmente di quelle che sembrano coinvolgere la costituzione del discorso letterario.

Si può dunque, per cominciare, tentare di seguire il testo gaddiano in quella che un teorico francese della traduzione ha chiamato «l’épreuve de l’étranger», e chiedersi: che cosa resta, una volta superato il confine della lingua? Che cosa resta al di là, o al di qua, di quella ideale, ma anche concretissima barriera? Che cosa supera la prova, che cosa passa? E invece, di converso, che cosa non si muove, non passa?

è evidente qual è la posta in gioco in questo tipo d’interrogazione. La cartina di tornasole della traduzione potrebbe mettere in gioco nulla meno che due idee contrapposte di letteratura: ad un estremo, si dirà che l’importante, anzi l’essenziale, è ciò che, passando, comprova le caratteristiche di universalità del testo di partenza, dimostrandolo dunque atto ad essere universalmente apprezzato, anche oltre i limiti provinciali e accidentali della lingua di produzione; (1) all’altro si sosterrà, al contrario, che la quintessenza del letterario risiede in ciò che, restando al di qua, coincide con lo stile proprio e inafferrabile dello scrittore, il tratto particolare che non passa da una lingua all’altra, e neppure da un autore a un altro, da un individuo a un altro: ciò che insomma fa di Gadda Gadda, e non un altro.

L’épreuve de l’étranger è la prova della lingua straniera, dell’estero, del lettore straniero, del traduttore, ma è anche di più, è la prova dell’altro: dunque l’amplificazione (quasi di laboratorio) della situazione forse essenziale del testo letterario, che, prodotto entro coordinate personalissime, sia pure interne a un contesto culturale collettivo, deve poi in qualche modo trovare la via dell’altro. E, del resto, l’altro in quanto straniero, in quanto parlante un’altra lingua è un pochino l’intensificazione quasi estrema dell’alterità essenziale del lettore; dico quasi, perché al limite veramente estremo di quell’intensificazione c’è probabilmente l’impossibilità del contatto, e il silenzio. Ma prima di quell’impossibilità, in quella zona intermedia fra autore (l’autore vero, quello che possiamo solo cercare di immaginare) e lettore (cioè la somma di tutte le possibili posizioni di lettura a partire dalle quali un testo può esser letto), c’è il campo minato della comunicazione, della fruizione, e dunque della traduzione, in senso lato e stretto.

La traduzione però esemplifica in modo quasi brutale la situazione non solo di ogni lettura, ma anche di ogni scrittura, sol che si tenga conto dello sforzo espressivo e del processo formativo che intervengono in ogni creazione letteraria: se la scrittura non è istantanea ostensione di un dato, ma laborioso avvicinamento a uno stato di perfezione del testo, allora il moto da sé all’altro, o dall’altro a sé, e cioè la traduzione, è già insito nell’atto, prima ancora che nella comunicazione dell’atto all’altro vero e proprio, ossia al lettore, e (caso particolare ma forse non radicalmente diverso) al lettore straniero.

Dunque la traduzione sarebbe un po’ il caso limite, piuttosto che l’inessenziale accessorio, di un fenomeno più ampio (chiamiamolo la comunicazione letteraria) che, com’è ovvio, concerne non solo la fruizione, ma anche la produzione del testo letterario in generale. E in quanto caso limite potrebbe illuminare, di luce utilmente radente, il fenomeno stesso.

Ma abbandoniamo momentaneamente le risonanze teoriche della questione, per tornare all’esempio specifico e concreto, al caso cioè della traduzione inglese di Gadda. Il traduttore di entrambi i libri principali è William Weaver; la traduzione della Cognizione (2) viene completata nel 1968, quella del Pasticciaccio verrà pubblicata qualche anno dopo, con introduzione di Italo Calvino. (3) Si noti che la traduzione della Cognizione (che qui più particolarmente fungerà da esempio) offre al lettore di lingua inglese, prelevandoli direttamente dal manoscritto, i due tratti inediti, prima ancora della diffusione della seconda edizione italiana in volume che li includerà, portandoli a conoscenza del vasto pubblico, due anni dopo.

La traduzione inglese comporta una breve introduzione, a carattere eminentemente pratico: in essa vengono succintamente presentati il libro e l’autore, mentre non si fa cenno ai problemi teorici o pratici della traduzione, se non per segnalare che la Cognizione è linguisticamente meno complessa, e dunque meno difficile da tradurre, del Pasticciaccio, grazie principalmente alla minore incidenza percentuale dei dialetti. Alcune note esplicative (poche e parche, solo lo stretto necessario) aiutano il lettore non italiano a cogliere alcuni riferimenti altrimenti imperscrutabili, e anche a immaginare la ben diversa (rispetto alla traduzione) ampiezza di escursione linguistico-stilistica dell’originale.

Weaver dunque, nell’accingersi a tradurre Gadda, presenta tutti i segni di un approccio filologicamente consapevole, anche se non invece quelli di un grande interesse teorico per il problema della traduzione, né i sintomi di un grande spavento all’idea di dover metter mano a un testo impervio come quello gaddiano, e procede invece tranquillo alla sua bisogna.

Ora, è certo che l’idea di una traduzione di Gadda, e particolarmente di una traduzione inglese di Gadda, suscita, ancor prima di entrare nel merito del risultato specifico, una serie di dubbi di partenza, legati da un lato alla qualità propria (soprattutto nei suoi aspetti baroccheggianti-filosoficheggianti) del testo gaddiano, dall’altro agli stereotipi sulla lingua inglese e sulla mentalità anglosassone che quasi ogni latino si porta dietro. Ovviamente non bisogna troppo lasciarsi influenzare dal preconcetto riguardante il carattere oppositivo, e quasi l’inconciliabilità strutturale fra la lingua italiana e quella inglese, a partire dal quale ci si potrebbe forse sentire autorizzati a estrapolare a priori una presunta impossibilità della seconda ad accogliere adeguatamente forme di espressione letteraria fastose, complesse, non sintetiche e non strettamente economiche, diciamo pure barocche, come quelle gaddiane: lo stereotipo, quando troppo ciecamente deglutito, può portare a conclusioni errate. Per correggerlo, basterebbe una rapida scorsa ad una storia della letteratura inglese, che non manca di offrire molti esempi di produzione letteraria (dai poeti metafisici a Joyce) ben poco rispondenti ai criteri di stringatezza e sinteticità normalmente ad essa attribuiti.

C’è però, nello stereotipo, un fondo di verità incontestabile: chi abbia avuto esperienza diretta del mondo anglosassone saprà, per esempio, quanto ostinatamente esso rifugga dalla frase lunga, e cioè dalla sintassi complessa, ma anche, oltre certi limiti, dalla paratassi protratta. E quanto comunemente, anche in ambienti colti, i vantaggi della chiarezza vengano preposti a quelli della raffinatezza, corposità e rotondità di stile. Certo si dirà che c’è altrettanta distanza (linguistica) fra il volgo italiano e Gadda, di quanta ce ne sia fra quello inglese e Shakespeare, e provare il contrario non sarà facile: ma resta, insinuante e ostinato, il dubbio che un fiore carnosissimo come quello gaddiano sia più a suo agio sulla marcita italiana che su quella inglese.

Il test della traduzione potrà forse fornire qualche risposta, tanto alle questioni teoriche sollevate prima, quanto a quelle praticissime or ora menzionate: anche se non ci renderemo colpevoli dell’ingenuità di credere che, a proposito di imponderabili quali lo stile, responsi certi possano derivare dal confronto di entità in buona misura incomparabili (se non nei limiti della mera convergenza di contenuto, o non molto oltre), quali un testo letterario e la sua traduzione.

Per chi abbia letto la Cognizione del dolore nell’originale, leggere la traduzione inglese è esperienza strana, di sapore fra l’irritante e il commovente. In effetti, a cominciare dal titolo, Acquainted with grief, si conferma l’inevitabile sospetto di intraducibilità che il testo gaddiano spontaneamente suscita; acquainted, infatti, può solo a stento pretendere a colmare il vuoto profondo e complesso lasciato da Cognizione: già la verbalizzazione del sostantivo, con l’effetto personalizzante-concretizzante che ne risulta, deduce all’astrazione e alla portata filosofico-generalizzante del titolo; e potevamo aspettarcelo, date le idiosincrasie anti-astrattive degli isolani.

E poi l’alone semantico e connotativo corrente di acquaintance, che in italiano si traduce con conoscenza, precipuamente nel senso sociale-superficiale del termine (le mie conoscenze, i miei conoscenti), fa torto allo scarto differenziale e alla ricchezza di armoniche introdotti dal ricercato Cognizione, particolarmente nella sua congiunzione così pregnante con dolore. Certo la parola inglese ha anche altre valenze culturali, ed il titolo gioca fortemente su quelle biblico-cristologiche: (4) ma resta vero che, pur prestandosi ad interessanti e stimolanti associazioni, il titolo inglese non riproduce né l’effetto straniante, né l’oscuro germinare di senso imprecisabile che quello italiano immediatamente genera. Fra i due c’è una frattura incolmabile: ma non è certo colpa del traduttore, a cui del resto non avremmo saputo suggerire nulla di meglio. È invece merito di Gadda, e del potenziale linguistico dell’italiano, che egli così mirabilmente attiva. Quanto al potenziale dell’inglese, non sarà certo inferiore: ma che lo si possa forzare a combaciare con le più spericolate (o forse anche le meno controllate) attuazioni dell’Ingegnere, questo ci risulta difficile credere, né la prova dei fatti ci convince del contrario.

Dal titolo in giù, per chi fosse in vena di enumerar pagliuzze nell’occhio del vicino, non sarebbe difficile stendere il cahier de doléances delle insufficienze della traduzione. Particolarmente macroscopica, la riduzione quasi totale della varietà di registri stilistici e linguistici che contribuisce a comporre l’impasto del libro: per esempio il dialetto, anzi i dialetti, scompaiono completamente, e molto se ne sente la mancanza, come nel dialogo fra il dottore e la Battistina, nei detti del colonnello Di Pascuale, e altrove. Solo, a fornire al lettore un pallido riflesso dei dislivelli linguistici ammirabilmente gestiti da Gadda, resta intatto l’uso dello spagnolo, per ovvie ragioni: non c’è bisogno di ritradurre lo spagnolo, lo si può lasciare tale e quale; invece la riproduzione delle espressioni dialettali, e in generale della polifonia del romanzo, avrebbe richiesto l’intervento di qualche dialetto o, meglio, socioletto di area anglosassone, distante dall’inglese standard grosso modo quanto il brianzolo o il napoletano dall’italiano. Non sarebbe stato facile, sospettiamo anzi che il risultato sarebbe stato semplicemente disastroso. Il traduttore comunque se n’è astenuto, né intendiamo censurarlo per questo.

Se è vero che la lista dei problemi della traduzione in questione sarebbe lunga, è altrettanto vero che giudicarla in base a quanto essa non ha saputo far passare dell’originale sarebbe non solo noioso, ma anche ingiusto; perché per essere tanto severi bisognerebbe poter dimostrare che sarebbe stato possibile far passare di più (il che non è certo, e neppur mi pare probabile), e inoltre non tener conto delle intenzioni (implicite ma evidenti) del traduttore. Il che, nel pratico e nel teorico, rimette istantaneamente in campo i problemi di fondo del tradurre.

In generale, la traduzione inglese in questione non tenta affatto di restituire per intero Gadda, né di emanciparsene in quanto creazione indipendente. È, ovviamente, creazione indipendente, come lo è – volente o nolente – qualunque traduzione, ma altro non intende se non essere fedele, e modestamente tale, all’originale; e certo, per essere modestamente fedele all’originale, lo deve quasi svenare, devota e mortifera ancella.

Questo fatto, questo destino tragico della traduzione, o di certe traduzioni, di certi autori, non ci indigna per nulla; prevale invece una certa commozione, davanti all’evidente passione, onestà, serietà e – diremmo – spirito di sacrificio del traduttore, nonché davanti alla parziale riuscita e – simultaneamente – totale, inevitabile fallimento della traduzione. In quella in questione si riflettono (ci si perdonerà ancora una volta il ricorso allo stereotipo) le qualità migliori di una grande cultura: non solo senso pratico e sinteticità, ma soprattutto spirito di dialogo, consapevolezza dei limiti e degli obbiettivi e dedizione al bene comune. Perché evidentemente si tratta, per il traduttore inglese (anche se non lo dice), non di riprodurre in inglese il sistema Gadda, ma di far esistere Gadda nella propria lingua, cioè in quella che, per l’autore, può solo essere la lingua dell’altro. Gadda esiste compiutamente solo in italiano; e non tenta neppure, il traduttore, di sostituirne e riprodurne globalmente e puntualmente, in inglese, la sostanza propria ed italiana: alla quale il lettore altro, e nella fattispecie anglofono, dovrà pur tornare, o in qualche modo avvicinarsi, per un più profondo contatto. Le note esplicative, i cenni introduttivi, la scarna austerità stessa della traduzione sono un primo, modesto, deciso invito in quella direzione.

E altra via non c’è. Anche se la traduzione fosse stata più ricca e adeguata alla ricchezza originale, non ne sarebbe probabilmente risultata, paradossalmente, con un più polposo testo d’arrivo, che una maggiore distanza da quello di partenza. Oppure, in una ipotesi peggiore ma non improbabile, un testo d’arrivo pesante, difficile senza essere bello, illeggibile a forza di fedeltà: come è accaduto, in un contesto diverso ma – stranamente – comparabile, di tante traduzioni (non solo italiane) di filosofi tedeschi, Heidegger in prima linea.

La traduzione inglese in questione sceglie invece, nel suo insieme (fa eccezione il titolo), di immolarsi, di esistere in quanto fiaccola, e non in quanto sosia o sostituto dell’originale. È una scelta rispettabile, tutto dipende dal senso che si dà al tradurre. Ciò che resta possibile per essa, anche in casi disperati come quello di Gadda, è produrre una specie di impronta di animale estinto, come quella di un dinosauro, o il negativo di un film: che sarà fedele, ma appunto in negativo, in absentia. Un’impronta nella lingua, nella materia culturale, nell’universo di senso dell’altro. Non traduzione come riproduzione, come sostituzione, come ri-creazione; ma traduzione come segnale nel corpo dell’altro, nulla più. Non che debba sempre e solo essere così: non è escluso che la traduzione possa realizzarsi in modi completamente diversi e non meno legittimi, per esempio appunto come ri-creazione, con ben altri margini di libertà e in vista di ben diversi risultati; ma il modo adottato nel caso in questione, presentandosi con caratteristiche di austerità estrema e consapevole purezza, concretizza un tradurre che mette forse meglio di altri a fuoco il destino della traduzione.

La ragione per cui la traduzione, nel caso in esame, non può essere più di questo è almeno duplice. In primo luogo, il corpo della lingua resiste, Gadda si lascia tradurre solo a viva forza, à son corps défendant, come credo dicano i francesi: non è un’intenzione di oscurità da parte dell’autore, ovviamente, ma invece la materialità stessa, il corpo proprio della lingua (come nota Derrida, in tutt’altro contesto) che alla traduzione si oppongono strenuamente, anche quando lo spirito, il senso fossero pronti al balzo: «un corpo verbale non si lascia tradurre o trasporre in un’altra lingua. È proprio quello che la traduzione lascia cadere. Lasciar cadere il corpo: qui sta anche l’energia essenziale della traduzione. Quando istituisce di nuovo un corpo essa è poesia. In questo senso, poiché il corpo del significante costituisce l’idioma per ogni scena di sogno, il sogno è intraducibile». (5)

In secondo luogo (ma è chiaro che le due ragioni da qualche parte comunicano), manca un oggetto extra-linguistico che si costituisca come referente. Il libretto di istruzioni di una lavatrice si traduce facilmente, anzi, è assolutamente impossibile che la traduzione possa fallire, mancare radicalmente o anche solo parzialmente il suo obbiettivo. Ma se l’oggetto del testo non c’è, non è afferrabile, non è dicibile, allora il testo prolifera, ed è, di diritto se non sempre di fatto, intraducibile. Si tende a dire, in questi casi, che il testo è auto-referenziale: potremmo anche dire che il referente del testo è un’entità virtuale, che il testo stesso può solo parzialmente attualizzare. Non ci si stupirà dunque che la traduzione, nel suo sforzo di attualizzazione, non possa che esplicitare e sottolineare lo stato di intrinseca deficienza che inerisce allo stesso testo originale, e che però in quello è solo implicito, e oscurato dalle risonanze semantiche ed estetiche che esso genera. (6)

La traduzione certo non è una cosa sola: ci sono in effetti tanti modi di interpretare, più o meno restrittivamente, l’atto del tradurre. Non mancherà chi riterrà di dover tener conto soltanto della definizione più limitativa del termine; ma molte altre voci si levano a segnalare la necessità di aprire lo sguardo sui più ampi orizzonti che il fenomeno sembra interessare. Roman Jakobson, per esempio, distingue la traduzione intralinguistica, o endolinguistica (ricerca di un sinonimo all’interno di un sistema linguistico), dalla traduzione interlinguistica (traduzione propriamente detta: trasferimento di un messaggio in un messaggio equivalente in un’altra lingua), e entrambe dalla traduzione intersemiotica (trasferimento, ad esempio, da una semiotica linguistica, come una lingua naturale, a un diverso sistema semiotico, come un mezzo audiovisivo). In un altro contesto filosofico, è al giorno d’oggi relativamente diffusa (in versioni fra loro diverse) una tesi epistemologico-interpretativa che allarga la nozione di traduzione (certo intesa nel senso più ampio, ed inglobante ogni aspetto ed ogni occorrenza dello spostamento, del trasferimento del senso oltre l’una o l’altra barriera) fino farla coincidere con la produzione e la comprensione stesse del senso in generale; con il risultato di ipotecare seriamente (in una prospettiva non filologica, ma filosofica) perfino lo statuto e l’integrità del testo originale.

Non è il caso di entrare, in questa sede, nel folto delle polemiche che simili teorizzazioni inevitabilmente suscitano. È però certo che in Gadda la traduzione è presente, in più di un senso, letteralmente e metaforicamente, in modo assai cospicuo. La scrittura di Gadda ha a che fare con la traduzione, in un modo o nell’altro, costantemente; non ci riferiamo però principalmente all’attività di traduttore esercitata com’è noto da Gadda stesso, ed al risultato di essa, che anzi costituiscono soltanto l’aspetto meno significativo del rapporto di questo autore con la traduzione.

Si consideri, piuttosto, come la scrittura di Gadda, nel caso particolarmente della Cognizione, ostinatamente risponda a una ricerca di straniazione, e si configuri nel suo complesso come sforzo di traduzione: la Lombardia, la Brianza, è trasferita, tradotta nell’America latina; la lingua italiana è ivi frequentemente sottoposta a una tensione centrifuga, verso lo spagnolo, verso il vocabolo inconsueto, la sintassi spericolata; e insomma tutto l’insieme dell’opera sembrerebbe suggerire una ricerca di immersione, di trasposizione, di traduzione nel diverso, nell’altro. Vero è che tutto ciò può essere interpretato in termini di travestimento e depistaggio (del lettore-segugio), come Gadda stesso suggerisce, finalizzati a sottrarre la materia scottante e riconoscibilmente autobiografica della narrazione alla curiosità bavosa del pubblico. Ma questo nulla detrae a quanto veniamo evidenziando: volontario o involontario, un processo di spostamento, di trasferimento del senso in una dimensione altra e, per così dire, non originale, è in atto, in più modi e a vari livelli.

Ma c’è anche, ed è visibile nel più ampio orizzonte della vita e delle opere dell’Ingegnere, un fenomeno evidente di traduzione interna, e intralinguistica, in cui Gadda sembra impegnato per buona parte della sua esistenza e del suo lavoro di scrittore, e che sembra coinvolgere le radici stesse più vitali delle sue capacità intellettive e creative.

C’è ovunque, in Gadda, un processo di traslazione di uno sforzo significante, che a tratti si produce addirittura come cambiamento di genere (dalla poesia, alla prosa, al romanzo, alla filosofia), (7) ma che sembra sussistere ad ogni livello (micro e macroscopico) della sua scrittura, e di cui sarebbe forse utile tener conto per una corretta interpretazione e valutazione di fenomeni quali il plurilinguismo, la mistilinearità, e dunque il barocchismo, l’innovazione lessicale, la tensione sintattica, l’accumulazione, che vengono ormai comunemente indentificati come i fermenti più attivi nel formidabile impasto gaddiano: giacché in ognuno di essi, a ben guardare, nel grande come nel piccolo, è presente uno sforzo traduttivo di un nucleo di verità semplice ma inaccessibile, (8) un processo di deferimento del senso nell’altro da sé, una frattura radicale della possibilità di semplicemente e direttamente dire, provvisoriamente medicata, a forza di impacchi concrescenti l’un sull’altro, dalla geniale sovrabbondanza espressiva. La quale però non perviene mai a sanare l’incolmabile difetto originale: onde l’impossibilità della conclusione e della perfezione, e l’immane caos di una scrittura alla deriva.

La lingua di Gadda è lingua sempre tradotta, che non cessa di tentare il colpo della stasi, della compiutezza, senza riuscirci, e deve dunque tornare a tradursi. Si presti attenzione ai numerosi segnali abbandonati dall’autore stesso ai margini dell’opera. L’edizione delle Poesie, curata da Maria Antonietta Terzoli (Gadda 1993a), molto opportunamente mette a fuoco il rapporto di traduzione intralinguistica (ma intergenerica) esistente fra periodi cronologicamente successivi della carriera artistica del giovane Gadda. Gli albori della scrittura, infatti, vedono Gadda imberbe ed inesperto autore di versi; in seguito è lui stesso, a proposito del Castello di Udine, a parlare di traduzione in prosa di componimenti lirici antecedenti («difficile tradurre in prosa i miei vecchî versi»). (9)

Del resto, ed è testimonianza ancor più macroscopica, seppur meno cogente (data la veste scopertamente fittizia, e dunque il tono semiserio, adottati dal narratore), nella prefazione sotto pseudonimo (a firma del «dott. Feo Averrois») al Castello di Udine l’autore si presenta come curatore-traduttore degli scritti «dell’Eraclito di Via San Simpliciano». In Eros e Priàpo, poi, Gadda torna, e ripetutamente, a parlare di traduzione, di traslazione del «mio io narcissico».

E come non chiamare in causa a questo punto le tante e inimitabili note, che quasi costituiscono genere a sè nella congerie dei generi gaddiani, le innumerevoli glosse d’autore: certamente la loro funzione testuale non si esaurisce in una pura e semplice traduzione-spiegazione, ma pare inevitabile vederle anche come una forma di traduzione intralinguistica o estensione di possibilità di senso generate o lasciate in sospeso dal testo, soprattutto alla luce di quanto siamo venuti dicendo a proposito della specifica qualità centrifuga ed ek-statica della scrittura gaddiana.

Insomma tutto ciò sembra indicare che Gadda, a partire da quei nuclei lirici che probabilmente costituiscono la sorgente della sua scrittura (e non solo in termini cronologici: si tratta anche, beninteso, di quella qualità lirica del temperamento gaddiano che Contini ha per primo messo in risalto, e che sembra attiva in ogni fase e in ogni aspetto dell’attività letteraria del milanese), si trasla dalla poesia, alla filosofia, al racconto, al romanzo, ma anche infinitamente traduce in sempre più ricche (ma sempre inadeguate) vesti linguistiche i noccioli inesprimibili che intimamente e infinitamente muovono la sua penna. (10)

E non cessa, dunque, di esporsi all’altro, prima di tutto all’altro interno, all’intimo ostacolo alla scrittura che della scrittura è il motivo fondamentale: si scrive, questo almeno ci pare di poter leggere in Gadda, perché non si può non scrivere, e si continua a scrivere perché non si riesce mai a superare definitivamente l’ostacolo interno alla scrittura, così che il risultato è sempre inadeguato. E così scrivere, per Gadda, è già e sempre tradurre: e tradurre Gadda, se da un lato ci fa chinare il capo di fronte all’impossibilità della traduzione, dall’altro ci dice (metaforicamente, per traslato) qualcosa di importante circa il senso e il dramma della scrittura gaddiana. Gadda come primo, disperato traduttore di se stesso, quindi.

C’è poi, e a pieno titolo etimologico, nel campo semantico del verbo tradurre, un significato marginale di traduzione che non cessa di interferire con quelli più correnti, e che, nel caso di Gadda, non pare marginale affatto, ma anzi nulla meno che fondamentale, e dunque centralissimo per chi voglia sforzarsi di capire. Soccorre qui l’epica immagine della tradotta: come metafora, ma prima ancora come evento fondatore, nella vita di chi ha incontrato la guerra e la prigionia, e certamente nella vita dell’alpino e dello scrittore Gadda. Nella storia di quella vita, l’esperienza bellica e la susseguente cattività appaiono essenziali; e più precisamente, per quanto qui si cerca di evidenziare, sembra centrale l’esperienza e l’immagine della tradotta, nel senso militare del termine: il convoglio ferroviario in viaggio verso il fronte, carico di soldati, o – per estensione – quello carico di prigionieri, e in lento cammino verso il Lager; e nel suo significato metaforico: movimento necessario, proprio malgrado, verso l’altro (connotato come nemico), o nel territorio dell’altro, verso destinazione non nota e non scelta, accompagnato da grave rischio, o perdita.

C’è un elemento di necessità subìta che muove l’intero sistema-Gadda e l’intero processo di traslazione linguistica in cui Gadda è impegnato. La guerra non è certo l’origine (difficile immaginare un’origine assoluta, in questo come in tanti altri casi), ma è il crogiuolo in cui si raggiunge (pare cinico dirlo) la giusta temperatura di fusione, alla quale – per chi a stento scampi all’orrore – si chiudono una volta per tutte le vie della normalità, e si apre la possibilità e la necessità, o forse la condanna, della scrittura. La guerra dunque, con le esperienze ad essa associate, avrebbe titolo a un ruolo fondatore nella storia dell’opera gaddiana; così come il Giornale di guerra e di prigionia, con l’aggiunta dei tacquini e memoriali recentemente pubblicati, (11) va visto come il vero inizio per lo scrittore Gadda, il formidabile innesto di scrittura e vita dalla cui spinta i grandi romanzi posteriori riceveranno tutti più o meno diretto impulso.

La necessità governa la vita e la scrittura di quest’uomo, manifestandosi in tutto il suo potere durante e subito dopo la guerra, traducendolo al cospetto di un destino forse già segnato, chissà come e chissà dove. Il lungo tragitto ferroviario, dalla libertà, al fronte, alla sconfitta, alla cattività, e di nuovo alla libertà, incarna grandiosamente quella necessità, e ce la rivela come necessità di traduzione: traduzione forzata verso l’esperienza dell’altro, verso l’impossibilità della comprensione, della giustificazione (12) e della comunicazione.

Ma, nei margini di quanto (ed è ben poco) resta disponibile in fatto di scelta, rimane pur sempre un minimo di gioco, ed è istruttivo vedere come Gadda gestisca questo spazio residuo; Gadda prigioniero, fisicamente tradotto in Germania, privato della libertà, umiliato, messo a immediato contatto della «belva tudesca» trionfante, gravemente impedito, oltre che nei movimenti, anche nelle possibilità di scambio linguistico e culturale, fa (fra l’altro) qualcosa che dovrebbe un pochino sorprenderci: impara il tedesco. Naturalmente, non ci sfuggono gli aspetti pratici della cosa; da un lato, la necessità di riempire lunghe giornate di ozio e disperazione con qualche attività che tenga viva la mente; dall’altro, l’opportunità di apprendere la lingua dei carcerieri, e del paese ospitante, sia in vista di possibili vantaggi materiali, per sé e per i compagni, derivanti dalla competenza linguistica, sia anche in vista di una lungamente agognata (ma poi definitivamente abbandonata) possibilità di fuga.

Non deve però sfuggirci l’aspetto simbolico della cosa; la scelta di imparare il tedesco è anche segno del rapporto con l’altro, del desiderio di comunicazione, della necessità di esprimersi, anche nelle peggiori circostanze, anche quando l’altro si è rivelato per ciò che è sempre stato, il nemico, e il nemico vincente. In guerra e in prigionia Gadda impara la lingua, quella dell’altro, ma contemporaneamente anche la propria, come se la seconda non potesse veramente esistere senza la prima, e cioè senza un terribile scontro con l’alterità, con l’assenza di senso, con l’assenza d’amore, che tuttavia non pervengono ad annullare il bisogno, e la costante ricerca, della lingua, del vero, del senso, dell’altro. Gadda in guerra impara a scrivere, o, forse più esattamente, trova la scrittura, e trova la propria vita. Certo non quelle che si aspettava di trovare: non la vita dell’eroe reduce, salvata e redenta la patria; non la scrittura di verità e bellezza, in cui la vita si redime e si sublima. Una vita e una scrittura di mezzo, invece: fra l’orrore e il silenzio, fra la vanità e la necessità, fra il nulla e il trop plein.

La tradotta dell’alpino Gadda non si è mai fermata; il suo tradurre se stesso non ha trovato requie in un’opera finalmente compiuta; ed è dunque giusto che la traduzione della sua opera possa soltanto indicare la via di un cammino impossibile. Ma precisamente in questo sta la dignità e il ruolo della traduzione: in questo suo generare un baratro nella lingua altrui che solo l’originale potrà fingere di colmare, generando a sua volta nel lettore, come suol fare nei casi migliori, quei vuoti risonanti, quelle rarefazioni del senso con cui l’esperienza estetica ha forse molto a che fare.

Per riassumere il percorso fatto: abbiamo preso le mosse da un atto di traduzione ben delimitato (la traduzione inglese della Cognizione del dolore) e poi, sull’onda semantico-metaforica della nozione di traduzione (che abbiamo ritenuto proficuo esplorare in relazione a Gadda) insensibilmente noi stessi ci siamo lasciati tradurre. Abbiamo tradotto le nostre domande, che riguardano il testo di Gadda, ma anche il senso e l’operazione della scrittura letteraria, usando la metafora stessa di traduzione. Abbiamo tradotto l’enigma in immagini, l’abbiamo associato a eventi che ci sembrano cruciali per capire Gadda, abbiamo scelto. Abbiamo tradotto Gadda, ancora una volta, l’abbiamo trascinato davanti al tribunale del lettore. Non sappiamo se un passo avanti sia stato compiuto in questo modo; ma crediamo di sapere che parte dell’impegno di capire, in letteratura come altrove, non possa andare disgiunto da quest’opera costante di traduzione, che non è mai completamente volontaria, né tantomeno definitivamente conclusa.

Possiamo dunque benissimo lamentare la povertà delle traduzioni della Cognizione del dolore, ma nella sua povertà questo Gadda tradotto, forse, incarna la situazione di qualunque lettore di Gadda. Chi legge Gadda è in stato di traduzione permanente. E Gadda stesso, scrivendo, già traduce, e già è tradotto. Quel viaggio forzato, attraverso l’incomprensibile, quello sforzo di capire, quel bisogno di comunicare (a costo di traslare, falsare e perdere), di organizzare, di tradurre il caos in ordine, quell’impossibilità, quella disperazione: questo forse è il Gadda tradotto, in tutti i sensi, e non dovremmo dimenticarli quando leggiamo Gadda, anche nell’originale. Quella tradotta, che porta Gadda oltre confine, fino a Celle Lager, il luogo dell’altro estremo, e ritorno (che però non è un ritorno nel senso della restaurazione del prima e dello stesso: dall’altro, nel caso di Gadda, non si torna), è la metafora, cioè lo spostamento, e più precisamente il trasporto, che inaugura e in modo permanente marca l’atto letterario, che è sempre traduzione, e sempre prova dell’altro, in sé e fuori di sé.

Fedeli al nostro vizio originario, la filosofia, diremmo che la letteratura è, forse sempre, ma in certi casi più che in altri, tentativo di traduzione: traduzione dall’altro, dall’oggetto indicibile, a sé (capirsi, spiegarsi); traduzione di sé verso l’altro (comunicare, dire, esprimere). Questo è la scrittura per Gadda. E per noi lettori, la lingua, anzi le lingue, di Gadda sono certo un dato, un dato di fatto immodificabile, e accertabile. D’altro canto, però, non sono una volta per tutte fissate all’interno del sistema che le rende comprensibili; il che significa semplicemente che un atto interpretativo è richiesto, per strapparle al silenzio dei segni. Bisognerà dunque por mente al fatto che la situazione del traduttore è anche inevitabilmente quella del commentatore e del lettore, e che in fin dei conti, accertato l’accertabile (con strumenti filologici, ed altri) ed effettuato il debito sforzo di comprensione e interpretazione, resterà sempre insuperabile, per noi come lo fu per Gadda, la barriera dell’alterità, l’impossibilità di bloccare e trasmettere la totalità o la sostanza del senso. Di Gadda, abbiamo sempre davanti una traduzione: quella che lui ha fatto di se stesso, di quello che aveva da dire; quella che la tradizione ha fatto di lui; e quella che ogni lettore fa del testo che gli sta davanti. Il testo è muto: sapendolo o no, per leggere bisogna tradurre.

Alla traduzione vera e propria resta il piacere dell’onestà: essa è forzata a dichiarare e fissare il risultato dell’operazione che ogni lettore, più o meno silenziosamente, compie. È una fissazione che però vale soltanto nel confronto immediato delle due lingue e dei due testi: lasciata a se stessa, senza il riferimento costante all’originale (e questo è l’uso che ne fa la grande maggioranza dei lettori), la traduzione diventa infinitamente interpretabile, in linea di principio né più né meno dell’originale. A fronte e in presenza di quello, invece, la traduzione funziona a pieno titolo come fissante ermeneutico, (13) e si dà per quello che è: lettura, interpretazione, riduzione. Anche per questo, tradurre un testo letterario in un’altra lingua è per chiunque utilissimo esercizio di umiltà, e atto quasi terapeutico, anche se – nel caso di Gadda – assolutamente disperato.

University of Oxford

Note

1. In questo senso, la relativa intraducibilità del testo di Gadda potrebbe essere vista come diretta conseguenza non tanto della sua difficoltà, ma invece del suo provincialismo: cioè della sua incapacità ad innalzarsi sopra il parrocchiale, il tribale; a staccarsi da sé e dalle miserie del soggetto scrivente per accedere ad una dimensione più universale; ad essere meno scrittura e più letteratura. Lasciamo la questione in sospeso.

2. Acquainted with Grief, transl. by William Weaver, Peter Owen, London, 1969, pp. 219 (copyright English transl. Geoge Braziller Inc., 1968).

3. That awful mess on the Via Merulana, transl. by William Weaver, Quartet, London, 1985, pp. 388.

4. «He was despised and rejected by men; a man of sorrows, and acquainted with grief» (Isaiah 53, 3; The New Oxford Annotated Bible, Oxford University Press, 1973).

5. Jacques Derrida, Freud et la scène de l’écriture, in L’écriture et la différence, éd. du Seuil, Paris, 1979.

6. Silvana Borutti, affrontando il diverso problema del valore epistemologico della metafora in generale – in Teoria e interpretazione. Per un’epistemologia delle scienze umane (Milano: Guerini e Associati, 1991) – giunge a conclusioni consonanti: «In ultima analisi il tradurre ci mostra quell’aspetto fondamentale del conoscere che è l’estraneità dell'oggetto».

7. Mi riferisco, ovviamente, al tentativo (fallito) di sistematizzazione propriamente filosofica rappresentato dalla Meditazione milanese.

8. Non c’è alcun bisogno di abbandonare questi nuclei di indicibilità al più deleterio e misticheggiante teorismo: basterà sfogliare le poche pagine di Terzoli 1993a, basterà fermare lo sguardo su quelle preziose fotografie di famiglia, fortunosamente scampate al tempo, per riuscire a immaginare quanto, di una vita, sia oltre la portata del discorso logico e compiuto, quanto debba essere abbandonato al frammento o, al contrario ma simmetricamente, alla piena delle parole. I volti e i luoghi di quelle immagini sono forse, per noi, il punto di massima approssimazione a quelle banali e inenarrabili verità; e non è escluso (è anzi l’ipotesi della curatrice del volumetto) che alcune di quelle fotografie ingiallite, nella loro qualità di residuo irriducibile e intraducibile, di ponte a senso unico fra passato e presente, possano aver contribuito ad alimentare la sorgente immediata dell’ispirazione della Cognizione.

9. Si veda in proposito l’Introduzione a Gadda 1993a.

10. è curioso notare che, nella stessa guerra che tanta parte ha avuto nella genesi della scrittura gaddiana, e sullo stesso fronte (ma dall’altra parte della linea), grosso modo mentre Gadda dolorosamente scrive il Giornale, Ludwig Wittgenstein medita il Tractatus, la cui perentoria conclusione, com’è noto, suona: «Di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere». Va detto che l’affermazione può valere soltanto all’interno delle coordinate strettissime del Tractatus, che lo stesso Wittgenstein non tarderà ad abbandonare; e che, del resto, proprio qui, forse, sta una delle ragioni che obbligheranno Gadda a non essere filosofo, e a percorrere invece le vie della letteratura.

11. Ma purtroppo senza quelli definitivamente perduti, la cui mancanza non potrà mai essere lamentata a sufficienza.

12. Si è notato in quale misura gli scritti bellici e post-bellici di Gadda siano dominati da una incontenibile necessità di giustificarsi, impostagli del resto dalla sua scomoda posizione di ufficiale caduto in mano al nemico, con l’obbligo conseguente di dimostrarsi esente da colpa all’atto della resa (che peraltro non poteva che apparire, e a lui per primo, intrinsecamente colpevole, se non giuridicamente, almeno moralmente); particolarmente significativo in tal senso è il Memoriale, destinato appunto a promemoria in vista dell’inevitabile inchiesta militare. Ma anche quando riferisce fatti che ormai nulla hanno a che fare con la disfatta, Gadda, col reiterare le autogiustificazioni, finisce quasi per suonare colpevole: si veda per esempio l’episodio dell'arrivo di pacchi viveri destinati non a lui ma a un omonimo; o l’affaire della nomina a direttore di cucina, dove solo la tragicità delle circostanze impedisce al referto di scivolare, agli occhi del lettore, nel comico.

13. In questa prospettiva, la lingua d’arrivo di una traduzione che si voglia fedele non è vera lingua, lingua a pieno titolo, ma piuttosto (almeno in parte) lingua neutra e sospesa: sospesa, nell’atto stesso di assegnare un senso a un altro testo, al filo di un senso assegnatole altrove. Ma, ancora una volta, non è forse questa – sia pure, in questo caso, artificialmente evidenziata – l’ambigua condizione naturale di ogni testo, di ogni discorso?

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

© 2000-2019 by G. Stellardi & EJGS. Previously published in M.A. Terzoli (ed.), Le lingue di Gadda (Rome: Salerno Editrice, 1995), 343-62.
artwork © 2000-2019 by G. & F. Pedriali
framed image: after Tullio Pericoli, Secondary Literature, 1982; by kind permission of Prestel Verlag – with a 1991 portrait of Gadda by Giosetta Fioroni superimposed.

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