Gadda illeggibile

Rinaldo Rinaldi

Come Gonzalo Pirobutirro nella Cognizione del Dolore, il lettore gaddiano non riesce a leggere: anche se munito di quell’infinita e paradossale «pazienza» che James Joyce augurava agli esploratori del suo Finnegans Wake, egli deve ad ogni istante scendere «dal Simposio, o forse dalle Leggi» per vedere («senza prevedere») il «crocchio» delle «parvenze non valide» (RR I 727, 703). Il suo sforzo di capire, la sua caccia dell’essenza, quel desiderio profondo e inizialmente indifferenziato di comunione che sprofonda nel vortice di ogni autentica lettura, è ad ogni istante frustrato: negato, anzi, sulla soglia stessa della lettura. Gli oggetti insignificanti, la loro nausea, incarnata nelle fisionomie mostruose dei contadini o nell’odore del formaggio, formano una barriera, un infernale sipario che separa ad ogni istante dolorosamente non solo il protagonista gaddiano dal «giardino della propria anima» (RR I 703), ma anche lo scrittore dalla scrittura e il suo lettore dalla lettura.

Gadda scrive quello che non vuole, poiché il gesto donchisciottesco della sua penna non riesce mai a distruggere lo schermo atroce del mondo fenomenico: scrivere significa allora «negare se medesimo», lacerare il sipario (pirandellianamente) «è lacerare la possibilità» (RR I 703). Ma anche il lettore di Gadda legge quello che non si può leggere: un catalogo di barocche parvenze, un opaco bric-à-brac dietro al quale si occulta, senza speranza, ciò a cui scrittura e lettura devono tendere.

Tutto lo straordinario arabesco lessicale e stilistico della scrittura gaddiana è dunque propriamente illeggibile, poiché funziona come un virtuosistico calco di questo nulla: come se lo scrittore cercasse di modellare fedelmente le pieghe del sipario nel tentativo (platonico, ma come tale dichiaratamente impossibile) di cogliere l’essenza di ciò che sta dall’altra parte. Così si spiega, ma in senso inverso, quella difficoltà o illeggibilità di superficie che per anni ogni lettore dell’Ingegnere ha incontrato come un’etichetta o un cartello di presupposto pericolo, «con l’orgasmo cinobalànico dell’antecipato giudizio» (RR II 93).

Pensiamo ovviamente al lessico tecnico e speciale, agli arcaismi, ai gerghi e ai dialetti, alle neoformazioni lessicali:

Il corindone, pleòcromi cristalli, si appalesò tale di fatto sul bigio-topo dell’ambienza, venuto di Ceylon o di Birmania, o dal Siam, nobile d’una sua strutturante accettazione, o verde splendido o rosso splendido, o azzurro notte, anche, un anello, del suggerimento cristallografico di Dio: memoria, ogni gemma, ed opera individua dentro la memoria lontanissima e dentro la fatica di Dio: verace sesquiossido Al2 O3 veracemente spaziatosi nei modi scalenoedrici ditrigonali della sua classe, premeditata da Dio. (RR II 231)

Pensiamo alla sintassi, alla meravigliosa, sublime, proteiforme sintassi gaddiana:

La sonnolenza impomatata dei guidatori d’automobile che falciano via con il parafango i ginocchi de’ claudicanti vecchi alle svolte e, svaccati dentro macchina, ma saette pazze di fuori, stracciano via i cantoni ai più garibaldofrusti marciapiedi della metropoli, ecco sonerie elettriche premonitrici li bloccarono improvvisamente ai cantoni, poi, subito, l’avvento delle trasvolanti sirene. (RR II 702)

Ma pensiamo anche alla fittissima allusività che oscura pagine e pagine di questa scrittura, spesso sul filo di un periodare che riproduce joycianamente le pieghe associative di un interiore monologo. Come in questo passo ben noto della Cognizione del dolore, che adotta metafore araldiche e termini biblico-religiosi (ma anche suggestioni sartriane) per diagnosticare l’illusione collettiva di ogni desiderio e ogni progetto:

Oh!, lungo il cammino delle generazioni, la luce !…. che recede, recede…. Opaca…. Dell’immutato divenire. Ma nei giorni, nelle anime, quale elaborante speranza !…. e l’astratta fede, la pertinace carità. Ogni prassi è un’immagine,…. Zendado, impresa, nel vento bandiera…. La luce, la luce recedeva…. E l’impresa chiamava avanti, avanti, i suoi quartati: a voler raggiungere il fuggitivo occidente, de semine in semen, di arme in arme. Fino allo incredibile approdo. (RR I 604)

Ed è una caratteristica ancora poco studiata della scrittura gaddiana, l’impiego sistematico e spesso straniato di citazioni della più varia provenienza (soprattutto letterarie e figurative, ma anche operistiche e filosofiche). Sono citazioni che formano a loro volta una rete di enigmi, un enigmatico catalogo di frammenti a cui si riduce il sapere universale: svuotato, però, rabbiosamente trasformato dallo scrittore «per cincischiarne e sottilizzarne fuori i suoi ribòboli sterili, in punta di penna» (RR I 579). «“Che cosa fai di bello?”, gli amici domandano. “Leggo le poesie del Bertacchi”, risposi loro la penultima volta» (RR I 181).

Il miracoloso contorsionismo linguistico di Gadda dà l’illusione, ad ogni istante, di una funzione mimetica: il più preciso, il più ossessivamente dettagliato, il più visionario mimetismo della letteratura europea da Balzac in poi. È come un sottilissimo foglio di linguaggio che si deposita sulle cose e sugli uomini, sul paesaggio e sugli eventi, per prenderne fedelmente la forma. E tuttavia questo esercizio davvero maniacale, che Gadda ha in comune con Gabriele D’Annunzio, si svolge ogni volta all’insegna della frustrazione: ciò che in D’Annunzio è conquista dell’universo nella parola, si trasforma in una ridicola farsa ovvero in un combattimento con l’insignificanza, con l’infinito registro dell’esistente ridotto a frivolo ghirigoro, a inezia…

Nasce di qui l’irresistibile malinconia comica dell’Ingegnere (analoga a quella di Chaplin), ma anche la tragica sproporzione fra l’immane lavoro della scrittura e il suo risultato: l’arte, suo malgrado, rimane incatenata alla «scemenza del mondo» e alla «bamboccesca inanità della cosiddetta storia» (RR I 761). Da questo caos non c’è nulla da imparare, nessuna verità può emergere se non l’illusione stessa dello spettacolo, diviso fra l’inganno del desiderio e la rivelazione di una cosmica vanitas vanitatum:

E la buffoneria si storce e s’invola nella indescrivibile curva e cadenza di uno spettacolo che ritorna continuamente allo stesso punto, illudendoci di aver dipanato un tema nel sorriso, nel gioco. Un ciclone folle e impeccabile seguita a piroettare su se stesso, descrivendo un cerchio eternamente perfetto d’attorno al carciofo della vanità. Da cui si libera una margherita innamorata. (SGF II 211)

Leggere queste pagine significa allora farsi trascinare da un vortice immobile e continuamente ripetuto, ipnotizzati ogni volta da un tema solo apparentemente diverso (gli oggetti, i bozzetti gaddiani) e insieme dal vuoto che esso rappresenta. A differenza dell’amatissimo Ariosto, però, l’Ingegnere non identifica il suo scrivere con questa dialettica fascinatoria: la subisce nel momento stesso in cui la controlla, come se ogni volta l’intima necessità di andare oltre, di innescare una dinamica, fosse dolorosamente impedita.

Impedito è anche, ad ogni istante, il desiderio del lettore, ugualmente paralizzato nel suo viaggio verso l’identificazione, il senso, la verità: «La narrazione è condotta in modo che i lettori vengano frastornati, non più e non meno dagli indagatori, degli atti stessi della investigazione regolamentare, obbligatoria» (SGF I 1215). Leggere, allora, diventa impossibile non perché l’autore moltiplica le trame e spezza la continuità narrativa, accumulando i dettagli; ma piuttosto perché questi dettagli, essi stessi inestricabili grovigli di altri dettagli fedelmente e labirinticamente mimati dallo stile, obbligano il lettore ad arrestarsi. Ogni lettura si trasforma in micro-lettura: i singoli frammenti si fanno sempre più piccoli, fino a rinchiudersi in un favoloso guscio lessicale come i ritrovati gioielli del Pasticciaccio («parvenze, festuche d’oro o luminosi chicchi», RR II 232); e al tempo stesso s’ingigantiscono fino ad occupare inesorabili tutto l’orizzonte d’interesse, come i suoni dilatati di un’allucinazione acustica. Questa vertigine, la prova ogni lettore appassionato dell’Ingegnere: l’impressione di perdersi in un punto solo (come Dante), ma non a sperimentare il profondo dell’indicibilità mistica, bensì il fascino tutto superficiale ancorchè infinito del nonnulla.

Nonostante le apparenze (lo dimostra il caso esemplare di Gonzalo Pirobutirro), questa scrittura e questa lettura dell’inutile non hanno mai la gioia ludica del puro divertissement. Esse funzionano, come dicevamo, secondo una logica ripetitiva di delusione paranoica; continuamente fissate su un oggetto insufficiente e continuamente interrotte, dolorosamente conscie della loro umiliazione:

Tendo a una brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di proponermi come formate cose ed obietti: come paragrafi immoti della sapiente sua legge. Umiliato dal destino, sacrificato alla inutilità, nella bestialità corrotto, e però atterrito dalla vanità vana del nulla, io, che di tutti li scrittori della Italia antichi e moderni sono quello che più possiede comodini da notte, vorrò dipartirmi un giorno dalle sfiancate sèggiole dove m’ha collocato la sapienza e la virtù de’ sapienti e de’ virtuosi, e, andando verso l’orrida solitudine mia, levarò in lode di quelli quel canto, a che il mandolino dell’anima, ben grattato, potrà dare bellezza nel ghigno. (RR I 119)

Se gli oggetti e i temi sognati sono sempre altrove, se l’utopia della «bellezza» è irraggiungibile, l’unica «orrida» possibilità, per lo scrittore condannato alle «sfiancate sèggiole» del reale, è appunto il «ghigno» della «deformazione». Ma non si tratta certamente di un «canto»: sono prove di voce rapide, rabbiose come colpi di martello. E chi legge si trova di fronte un mosaico frammentario, labirintico, incompleto: percorrere questo «campo oltraggioso di non-forme» (RR I 627) significa lasciarsi catturare da ognuna di esse, saltare da un monstrum all’altro annullando in ciascuno di essi l’intero progetto di lettura: ricominciando da capo a ogni pagina, affascinati dal male e dolorosamente paralizzati nel suo gorgo, come in un romanzo di Sade.

Università di Parma

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-08-6

© 2003-2020 by Rinaldo Rinaldi & EJGS. First published in EJGS (EJGS 3/2003).
artwork © 2003-2020 by G. & F. Pedriali.
framed image: after a detail from Leonardo da Vinci, The Map of Imola, ca. 1502-1503, Windsor, Windsor Leoni volume.

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