Un romanzo giallo nella geologia

Alti monti, con disegno e nomi d’una gravità chiara ed antica, circonvènnero me transpadano dagli orecchi pieni di pizzi, corni e bocchette. Andavo, prigione muto, dentro le mura de’ Marsi, che serrano fra spalti di duemila metri il pianalto fucense: Monte Bove, il Greco, il Sirente, il Velino. Contro le radenti luci della sera, la groppa nevosa e lontana della Maiella. Avezzano non aprì al mio sgomento il tempio del dio bifronte, terminale e frugale: levò la rifatta ossatura della chiesa (in calcestruzzo armato, con capriate di ferro) che nessun telegramma plutonico riescirà mai ad abbattere. (1)

Larghe vie, nitidissime, con mattonelle d’asfalto, si diramarono dal giardino della stazione (uno zampillo, pini, vetture, cocchieri) in lieve discesa verso l’apertura del piano: nell’ultima luce, sotto i leggeri veli delle nebbie, subito lo imaginai frugifero e governato dalle opere, com’è difatti: pioppi soltanto ne fiorivano fuori, dorati, in esilità sparse, o fuggenti. I globi si accendevano: la gente usciva dalla sua giornata nell’ora tra gli uffici e la cena, a gruppi: vi erano drogherie, bars, negozî di scarpe, qualche calesse, biciclette, qualche automobile. Visi chiari e sereni. Giovani e ragazzi scherzavano e si rincorrevano, come dovunque nel mondo. (2)

Dentro di me la mia cognizione insopportabile, quella che mi fece vivere gli anni di minuto in minuto, partecipe d’ogni dolore, d’ogni angoscia e destino: (3) e già tutto era di nuovo a posto: ragazzi tra i piedi, continuamente: il maresciallo sorrideva bonario, conversando con due signori dal soprabito color nocciola: in un bar, dunque, presi un caffè.

Vasto edificio il liceo: col sùbito rigore della immaginativa gli imposi una struttura intimamente antisismica: di fuori giallino: superpopolato, (mi dissero poi), d’anno in anno, per l’émpito di ricresciute falangi.

Camminai nelle vie: le divinità marsiche non mi esecrarono. Finché la notte, poco a poco, dilagò nella pozza, giù, giù, dal cerchio dei monti: salvando, alle prode, lontani lumi; come alle riviere d’un lago. I monti, a circolo, chiudevano tutto, vietavano i cieli nemici quasi in una vigilia di guerra. Le divinità marsiche volevano col loro silenzio ammonirmi che, penetrato nell’area (4) sacra, vi conoscerei una legge: la dura legge di vita: «perenni la fatica e le armi onde un popolo, nelle solitudini della montagna, custodisce il lento avvenire».

Il dì dopo, verso le quindici, l’ingegnere Antonio Pietrantoni mi accompagnava all’Incile: così chiamano, come già i romani, l’opera che forma testata al canale di drenaggio e serve in un medesimo tempo da bacino di imbocco per l’emissario Torlonia.

La vettura favoritaci dall’amministrazione del Fucino, con cuscini bleu, rotola veloce appresso il morello sudato e vigoroso al trotto, via, via, lungo le allineate dei salci e dei pioppi, verso tenui nebbie e più là; dov’è caduta, nello stagnar del meriggio, la sùbita ombra del monte.

L’ingegnere mi dice della Marsica e dell’orogenesi d’Abruzzo come l’anatomista può descrivere i fasci d’un volto. La lenta e formidabile estruzione che ha plasmato l’anticlinale d’Italia suscita, nel suo dire preciso, note d’inesprimibile poesia: forse Lucrezio o Plinio mi avrebbero parlato con tanto amore a quel modo. Nato a Celano, gli è piaciuto rivivere in profondo la storia geologica della sua terra: non è più pensabile a lui, oggi, poeta, un lirismo «di superficie», alla maniera dell’Addio! manzoniano. Rimango male: la sua voce ed anima affermano: «il paesaggio non è se non affiorante parvenza della ragione e della causa geologica».

La catena delle cause remote, cioè l’acquisita cognizione del profondo, forse il vissuto dramma del 15, gli fanno spregiare l’accorato singhiozzo della filatrice. La sua voce è pacata, quasi dolce: dall’Aquila, dove lavorava, era disceso alle case distrutte.

Le sue parole vengono ora smistando, nel caos, le formazioni giurassiche dagli accumuli dei cretaceo; il morello s’impenna all’incontro de’ buoi bianchi e lenti, che vanno trainando allo zuccherificio carri campestri, colmi di barbabietole.

I contadini guidano dall’alto, seduti sul carico. Hanno dei visi calmi e seri: neri sguardi dal bruno della fatica: gli zigomi cadono a piombo sulle mascelle, la parte bassa del volto è come un duro quadrato, col mento in avanti. Sui loro occhi, oscuri da parer torvi, noi passiamo ridestandoli: noi, imagini dell’amministrazione messe in velocità dal cavallo.

Si corre lungo il perimetro della bonifica, il quale misura 52 chilometri. Dalla rotabile di circonvallazione, nel tratto che conduce all’Incile, si spiccano strade parallele e diritte, fiancheggiate di pioppi, lontanando nel piano, oggi asciutto quasi per magìa, che costituiva il fondo dei lago: distanziate un chilometro l’una dall’altra, salvaguardate ognuna da due fossi. L’autunno indora le piante. Il silenzio è fatto d’empietà e di paura: la distesa rasciugata potrebbe rivoler l’acque e le canne, e rièssere limo e fondale. Alterni alle strade vanno i canali di drenaggio, con prospettive di fuga, verso gli sbocchi creati dall’opera: raduna tutte le acque il collettore di mezzo: che, in contropendenza rispetto al declivio lentissimo del fondo (m. 669-665), percorre otto chilometri dal Bacinetto (m. 655) all’Incile (m. 644). Il Bacinetto è la parte più depressa dell’ex-lago. Il collettore, al suo fine, è largo una quindicina di metri: e vi perviene affossato tra due ripe erbose, a mano a mano più fonde quanto più procede verso l’Incile.

Questo è dunque una pozza, con cui, dal livello naturale della sponda fucense (cioè proprio dalla riva del lago) si è discesi, cavando terra, alla quota 644: necessaria a ottenere il deflusso nel collettore, oltreché nei canali immittenti.

L’opera del moderno Incile, dovuta al Torlonia, ha un che di misterioso e di sacro: alti pioppi torno torno la cava erbosa e la vasca: una silente saggezza sembra tutelare la solitudine de’ coltivi. Per un tacito, continuo rito ogni ettaro è immune dalle acque. La bianca opera ha validità magica a vincere l’imperfetta costruzione di natura. Gli ingegneri del principe hanno tramutato il bacile in un agro: perforato con la sottile fìstola del loro cunicolo il monte, riversando nel Liri quant’acque non avevano esito fluviale dalla chiostra dei Marsi.

La totale portata del collettore sparisce entro il monte, inghiottita dai due archi del padiglione di manovra. L’edificio è in pietra calcare d’un color d’avorio, tutto morso, al fondo, da freschi licheni. Sul fastigio il simulacro della Vergine.

L’opera di Don Alessandro Torlonia ha ripetuto con sezione migliore quella immaginata da Cesare, eseguita da Claudio. Da secoli i Marsi avevano alle rive del Fucino la loro gente, le loro città, le terre, i templi: Marrubio, Angizia: quando vi erano armi con Roma, molto avanti che Narciso imprendesse, con trentamila operai, e durandovi undici anni, i lavori dell’emissario claudiano. Il livello del lago non era fermo, com’è quello dei bacini provveduti di uno scarico fluviale. Paurose crescite tenevano periodicamente all’angoscia i coloni, come inesorabile minaccia o condanna: con lento e quasi inavvertito salire le acque invadevano il declivio delle sponde frugifere: d’anno in anno, di mese in mese rubavano, alla fatica del pane, il terreno.

Ostruitasi la galleria claudiana per le negligenze dei beneficiarî (dòmini o utenti consorziati?) nelle more d’una età senza capitali e senza Claudii, l’irregime del lago andò manifestandosi con le più gravi minacce e pericoli: fu, sulle nuove sponde, rinnovato malanno. Una bizzarra ed ermetica aperiodicità governava le crescite.

Le maggiori e più calamitose, negli ultimi secoli, attinsero gli otto metri sul livello ordinario dell’acqua: e la memoria di esse ci dà un’idea delle antiche. Quali le cause di questi colossali invasi, dell’ordine di un miliardo di metri cubi? Le ipotesi e le congetture fanno, della scienza geologica, il più interessante romanzo giallo.

Il Fucino aveva un suo sfioro naturale, per quanto lunatico, nella spaccatura di faglia che tuttavia corre lungo circa tre chilometri della riva occidenale, da Luco de’ Marsi all’Incile.

Si immagini una fenditura diritta, ostruita da franamenti e da massi, larga poco più o poco meno d’un metro, accessibile agli scalatori quanto un crepaccio di ghiacciaio; dal fondo buio e perduto: come quella che distacca, torno torno, la massa del ghiaccio dalle rocce emergenti e che è detta dai tedeschi «Bergsrunde». In alcun punto logorato dalle acque precipiti, la spaccatura si apre in caverne e voragini d’aspetto carsico: ivi, paurosamente, l’inghiottitoio si beveva il supero d’acque del lago, agiva come lo sfioratore d’un bacino. L’antica religione de’ Marsi paventò ivi l’inizio del fiume infernale, il Pitòneum, che decedeva, per cateratte nere, all’Erebo popolato di ombre. Perché poi questo Pitòneo patisse, di tempo in tempo, le sue misteriose intasature, è problema ancora dibattuto: v’ha chi lo imagina discendere ad abissi più profondi del mare.

Luco, alla sponda, sorge presso la città disparita e la sacra selva di Angizia, che Vergilio ricorda: amiamo immaginare i sacerdoti della federazione vi convenissero nei riti propiziatori della dea, vigile sulla sua gente, e custode della sanità e del male alle oscure porte dell’Erebo. Il culto delle arti e dell’erbe medicamentali, le nenie degli incantatori di serpi rivivono nella magica anima del poeta che commemora nomi e genti del Fucino, e gli incanti del sopore vipereo: «Cantus somniferi et Marsis quaesitae in montibus herbae».

Dalle sapienti parole della mia guida si esprimeva l’amore di quella terra: a lei andava, come all’origine di sua vita, ogni pensiero del figlio, legato a quelle montagne da un vincolo eterno, che nulla fortuna può sciogliere. L’ingegnere mi parlava ora di Capistrello, dove la galleria del Torlonia viene a sfociare immettendosi nella vallata del Liri, avendo percorsi più che sei chilometri per entro i calcari e le argille di Monte Salviano. Mi diceva dei minatori di Capistrello e di Luco, gente andata pel mondo nei lavori di ferrovia e di miniera: reduce sempre dal mondo ai luoghi dell’infanzia, con grevi le spalle d’ogni fatica, per posarvele. Uno, mi raccontò, divenuto ricco alla Cina e morendovi, tanto anelava di risalutar Capistrello che in agonia volle disporre per il rimpatrio da morto: e dopo anni ed anni, il paese e la gente che lo avevano scordato si videro arrivare la cassa.

Ma i nostri occhi erano, dopo ogni nuovo sussulto, ai monti: galoppava omai al ritorno l’indiavolato morello, con fiocchi di spuma nella corsa. La groppa lontana della Maiella era tutta rosa contro sera, lontanissima: più mi vinceva l’imminente furore del Velino, posatosi davanti la coorte di tutti, a sbarrare la via del nemico. Un terrore bianco, una luce d’incantesimo, irradiava dai bastioni del Sirente, che nascondevano la vetta. Di quella bianchezza impavida volli chiedere alla mia guida: ed ecco tutta l’orogenesi d’Appennino parve risospingere fuori i pianalti e le vette, lenti secoli lavorarono al sollevamento e alle scissure profonde, le glaciazioni occuparono le valli, eròsero e polirono i fondali marmorei. Il lias accumulò gli strati compatti della pietra che oggi amiamo, nei conci e nelle speronature de’ castelli; grigio-chiara sul monte, acquista a polimento una tinta più calda, un carnicino con leggere vene di bistro, turchino e rosa: per cui la dimandano avorio antico. Tutto l’Abruzzo ha un’ossatura calcarea.

Salvo la cima del Gran Sasso, che pertiene al lias, e alcun’altra vetta più giù, quelle sommità chiare dei monti sono ascrivibili al cretaceo, emèrgono in una luce spettrale dalle valli, sopra il vivagno rugginoso delle faggete. Tinteggiate dal tempo, l’erosione del rigelo conferisce loro, quasi adusandole, quel color bianco d’ossa. Leonardo ne attribuiva il nitore alla «percussione delle folgori».

Si aprirono nella estruzione le scissure delle valli, le faglie parallele e profonde del Salto, dell’Aterno, del Liri, del Sagittario, del Sangro. Il bacile fucense dové accogliere, senza esito in fiume, le piogge versate dagli scirocchi. Chiuso entro gli spalti della Marsica come la cisterna di una fortezza.

Sul fondo di una cotale cisterna il pliocene accumulò d’anno in anno il suo banco d’argilla, avente una superficie pari alla superficie dell’ex-lago e anche maggiore: 200 chilometri quadrati. Al banco si attribuisce uno spessore centrale di 600-700 metri. Esso ha di sé colmato l’imbuto, spianando la conca del Fucino. La deiezione torrentizia dei monti di sponda ha ristoppato i margini dell’enorme catino, salvo che ad occidente si aprì lo spacco della fessura infernale: il Pitòneo.

Sul liscio spianato dell’argilla, impermeabile, sostarono le acque d’impluvio di tutto il bacino imbrifero: (900 kmq.). Il lago acquisì una profondità massima di 15-18 metri; che è circostanza essenziale agli effetti della possibilità di svuotamento, di drenaggio, di bonifica. La lama liquida ha da venir immaginata come una lastrina tenue di vetro, come un umidore di superficie, sulla marmellata dell’argilla che aveva riempito il bacile. Il fondo del Fucino, un’ellisse di chilometri 19 x 10, è pressoché piano: soltanto facendovi caso ne puoi avvertire la china lentissima, che segna una livelletta del due o dell’un per mille. Donde la possibilità dei canali e dei fossi di drenaggio, e il rimando dell’acqua, mediante il collettore a contropendenza, verso la pozza dell’Incile.

Il pliocene ha livellato l’imbuto, colmandolo: le deiezioni dalle gronde calcaree hanno fatto stagne le rive: il lago ha deposto al fondo il suo lento escremento, il limo ferace. Sul limo di fondo, poiché Cesare ebbe disegnata l’opera e i Marsi apprestate le braccia, si distende oggi il coltivo.

 

1. Il terremoto del 12 marzo 1915 distrusse Avezzano e danneggiò gravemente Celano e diversi borghi e villaggi della Marsica, atterrando – con le case – migliaia di vittime. Secondo un etimo favoloso il nome avezzano dovrebbe discendere da «Ave Jane». Poco discosto, infatti, il rudere d’un tempio che si suppone fosse dedicato a Giano.

2. L’asfalto delle mattonelle, di probabile provenienza regionale: e cioè dalle rocce bituminose ed asfaltiche della Maiella. Miniere di Valle Romana, Acquafredda: di Piano Mònici, di Cese: ed altre. «Come dovunque nel mondo»: l’invitato speciale (sic) dovrebbe andare a caccia della specialità.

3. Il terremoto del 1915 fu patito dalla nazione (e perciò dall’autore) in tutta la sua gravità, nella vigilia di guerra.

4. Area, nel senso latino di piazza e quasi mercato di granaglie: tale è l’aspetto del prosciugato Fucino: una ellissi perfettamente spianata, nella cerchia dei monti. Geometrizzata (chi guardi dall’alto) nelle diritte lineature delle strade e dei canali.

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