La Madonna dei Filosofi

Raffaello Franchi

L’arte, veramente singolare come resultato, di Carlo Emilio Gadda, nasce da un giuoco di gravità, di bonomie e di sortite settentrionali.

Il Gadda è un umorista, ma un umorista per il quale dire che non ride è dir poco. Bisogna aggiungere che gli manca fino il sospetto che altri, ascoltandolo, possa esser tratto a ridere. Quand’egli scrive, la deformazione umoresca della realtà gli diventa un bisogno, paragonabile a quello di chi, per discorrere intelligibilmente, debba schiarirsi la voce al modo dei cantanti che sortiscono e durano in un tono naturale ma d’occasione. E non è ch’egli non abbia la percezione del suo deformare, del suo ironizzare. Piuttosto si potrebbe dire che la trasformazione della realtà avvenuta attraverso la vis comica del suo naturale atteggiamento gli diventa la sola realtà tangibile, irriportabile allo stato che, per la visione comune, è la realtà normale. Il suo mondo, benchè umoresco, è serio, anzi addirittura grave. Il Gadda può assuefarsi all’esprit francese, all’humour inglese, che son climi. L’impromptu, la bottata fiorentina, per esempio, imprevista e improvvisa spillatura di vento forante di fredda meraviglia un mondo atono, gli son perfettamente aliene.

Originale uomo del settentrione, provvisto di una cultura a formar la quale ha convertito, con la sua varia e spiritual sete di completezze, una vita pratica, professionale, gremita di fatti; un uomo di cui, e fondatamente, i pochi recensori han sentito il bisogno di statuirsi biografi, accennando alla sua vita di combattente, di ingegnere, di costruttore di ponti e di case, di vagabondo non ozioso nè romantico, almeno nel senso vile della parola. Da un esistenza gremita come la sua l’espressione letteraria doveva sortire per forza pacata, densa, e scegliersi argomenti che non tanto conteranno in se stessi quanto per la materia in cui si concreteranno. Si vuol dire, insomma, che non l’otium gli è stato mai familiare, l’otium pronubo di versi che s’incidono, di frizzi che sfrecciano l’aer vuoto; sibbene, in tutti i sensi, l’onesto costruire, campire, modellare durante una rigorosa utilizzazione di ogni momento.

Questi dati di fatto, da me tanto imperfettamente adombrati, son quelli che hanno indotto i critici, da Giuseppe De Robertis a Vittorini, a cercargli onorevole paternità in Jahier, in Dossi, in Lucini, laddove non esisteva, semmai, che una consanguineità di specie etica ed etnica, riassumibile nel segno del nord. Chè se poi dovessimo tener conto di certa incisività gaddiana, da rude e preciso tagliatore e calettatore di pietre, perchè non rammentare anche lo Slataper del Mio Carso!

«I grandi e nobili cavalli, sul sinistro pesantemente il forte artigliere, avanzarono fra gli arbusti e le rocce affioranti, col collo robusto dicendo: Sì, sì».

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Ma veniamo ai racconti. L’indice del volume (La Madonna dei Filosofi, Edizioni di Solaria, Firenze, 1931. L. 10) è poco numeroso e i pezzi l’un dall’altro si staccano con una varietà che a taluno, nel breve numero, è parsa quasi eccessiva. Gli è che, come s’è detto, non contano in Gadda gli argomenti, quanto il suo modo di lavorarli, intimamente coerentissimo.

Teatro è la descrizione di una sera durante la rappresentazione di un’opera osservata da parte di chi non si preoccupa di seguir il filo musicale o drammatico dello spettacolo, ma piuttosto di partecipare al dramma umoresco e meccanico che va dai recessi delle quinte all’ultimo limite della platea: anacronistici antichi eroi dorati della scena, pubblico sintetizzato in volti familiari, pompieri poltrone e lampadarii.

Si pensa a una specie di Barilli, trasferito dal divertito criticismo della notazione cronachistica alla grave cristallizzazione storica di una medesima materia; storicismo che, dalla cronaca, resulta, in taluni particolari, più convenzionale e duro, ma col vantaggio d’una sorta di suo peso specifico che lo aiuta a meglio risolversi in istatiche e, diresti, presuntuose purezze di lingua, di stile. Applicandosi a fissar ambienti caricaturali, è proprio dall’apparente presunzione che prende sostanza, in Gadda, il suo umorismo migliore.

A Manovre di artiglieria da campagna appartien l’immagine dei traenti cavalli che per incidente abbiamo già citato, immagine che nel testo è assai più svolta, con una pertinace e mai fiaccata pertinenza rappresentativa. Il titolo spiega abbastanza l’assunto dell’autore e quanto, quest’assunto, si apparenti a quello di Teatro, riassumibile in una rigorosa tendenza al visivo, all’oggettivo rappresentabile e interpretabile nei limiti di una misura data, sì che il valore spiritoso delle pagine resulti dal tono, dall’accento, e da una patina non però superficiali, in quanto espresse da un profondo possesso delle cose tolte a narrare; tolte, dal latino tollere, sollevare.

La cultura classica persuade con serenità, in Carlo Emilio Gadda, les affres du style, come basterebbero a dimostrarlo gli Studii imperfetti formanti la parte centrale del libro. Si giunge così a Cinema, parente piuttosto delle Manovre che di Teatro perchè, mentre il racconto di Teatro è rettilineo, gli altri due intendono a costruirsi nella suggestione dei fotomontages, in bizzarre alternative e sovrapposizioni di tempi e d’immagini, e con partorimenti di scorci e prospettive, anche dai punti dove la pittura sembra fermarsi con maggior impegno di fermezza, atti a generar nei lettori letificanti meraviglie. Il racconto Cinema non prende a svolgersi dal momento in cui lo sguardo si appiccica allo svolgersi delle figurazioni sullo schermo, chè anzi codesto momento lo conclude aprendo uno spiraglio oltre i limiti dell’ultima pagina alla libera fantasia dei lettori, ma s’indugia in un antefatto prolisso e divertente in quanto prolisso. Popolarissimo antefatto! Tutta un’umanità vi circola, evidente e labile insieme, vivente insomma, come dimostra il ritrattino di donna che «in realtà non era presbite, ma strabica: sicchè se un occhio era al gatto, così morbido e pigro, l’altro le volava di là dai vetri, al di là dei passeri, di là dai tegoli, di là dai comignoli e lo fermava soltanto, tra un garbuglio di fili telefonici, la vetta stellante del Filerete».

Rinunciamo a riassumer l’ultimo racconto, che dà il titolo al volume, fedeli all’impegno preso di fronte a noi stessi di non fare, su Gadda, che osservazioni marginali, La Madonna dei Filosofi è un insieme di racconti convergenti a risolversi in un centro, come varie pietre squadrate che diverse mani concorrano a collocare dove regola d’arte comanda; una cosa ricca ma, al pari delle altre, piuttosto di materia, di voce, che di drammaticità.

Le pagine del nostro scrittore sono un po’, nel senso dello stile, chimiche decantazioni, in vista di magiche apparizioni. Ma queste apparizioni gli riescono spesso così calde, e talvolta gli si offron motivi a voli così promettenti, da spingerci a formulare per lui un augurio; che egli possa e voglia, a poco a poco, cessar di proporsi il racconto come la descrizione di un previsto oggetto mentale, di un oggetto rivestibile come l’armatura di un edificio; che egli possa e voglia tentarlo come un’avventura più audace e generosa, nel cuore di quella vita che meno si adatta a farsi deformare perchè più scotta. Ne scapiterà, un poco, l’umorista, e sarà peccato. D’altronde, la salute dell’umorismo è cagionevole. Ma se ne avvantaggerà, ritengo, la speranza del romanziere.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3

© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. Previously published: R. Franchi, La Madonna dei Filosofi, in L’Italia letteraria 3 (9 August 1931): 1. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.

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