Il Castello di Udine

Michelangelo Masciotta

Aperto il dibattito sul “caso” Gadda con la Madonna dei Filosofi (1931) ecco che questo Castello di Udine (Carlo Emilio Gadda: Il Castello di Udine – Edizioni di Solaria – Firenze, 1934) riporta in campo la questione. Già molti critici hanno trovato affinità e parentele più o meno lontane e più o meno giustificate con un nugolo di scrittori. Ma il mondo di Gadda deriva veramente, anche in minima parte, da un Dossi, dai Maccaronici, da Rabelais, da Edoardo Calandra, da un Lucini, da James Joyce, da uno Slataper, da un Jahier? Il gruppo degli antesignani si potrebbe, con un po’ di buon volere, anche allargare (Boccalini, Baretti, France…). Ma così non si ricercherebbero le fonti dell’arte del Gadda (questo delle fonti gaddiane potrebbe diventare un divertente motivo per il Gadda stesso), ma si farebbe piuttosto uno studio o un abbozzo di studio su un particolar genere.

Ora, invece, tenterò di mostrare una verità umana, più che letteraria, in Gadda perché tale qualità mi sembra fondamentale per l’origine e lo sviluppo della sua scrittura. Intanto dichiarerò che Gadda è letteratissimo, di una letteratura che per il troppo zelo e per il pudore che deriva da questo eccesso, si fa talvolta estrosamente sciatta. Questa base letteraria a me pare non base specifica, fondata cioè su modelli di scrittori in certo modo a lui affini, ma generale e, più precisamente, classica. L’originalità di Gadda sta nel suo sentire, che, se anche ha trovato in vecchie o nuove espressioni letterarie il suo terreno fecondo, resta personalissimo.

Egli stesso dichiara nella prima pagina del libro: “Tendo a una brutale deformazione di temi che il destino si è creduto di proponermi come formate cose od obbietti”. Nego la brutalità della deformazione, non ritrovando nel nostro scrittore l’orrore capace di brutalmente deformare. Nella stessa pagina, in nota, troviamo invece un’affermazione più convincente quando il chiosatore (il dott. Feo Avverrois: il primo pastiche: il dantesco Averrois che il gran comento feo) ci spiega che lo scrittore “devolve la pagina ad espressione lirica della propria amarezza”. L’amarezza e lo scontento sono, nelle pagine di intimità, scevri di senso umuristico e di battute di spirito (ma queste ultime sono poche in tutto il libro, e non sempre felici). Già nella Madonna dei filosofi i brevi capitoli degli studi imperfetti ci davano notazioni si sensibilità nata da una sorta di spasimo intelligente e riluttante. Ricordiamo Preghiera e Treno celere nell’Italia centrale. Nel primo un senso di smarrimento non dissimulato, sul quale incombeva la visione di cose enormi ed eterne; nel secondo un espressionismo colorito di toni bassi, rivelatori di malinconia. Ritroviamo gli stessi sentimenti, ma più intensi e meglio elaborati, nella prima parte del nuovo libro, proprio nelle cinque prose che formano il Castello di Udine. Qui anche il gergo militaresco concorre a germinar poesia. Nell’orribile delirare della memoria (sono parole del Gadda) e per altri fatti d’armi, i soldati si vedono sperduti o animati da una volontà cagna: volontà cui l’attribuzione canina dà la massima efficacia. E come non pensare alla umanità, al cuore di Gadda, quando si condensa la propria tristezza in queste righe? “Alcuni avevano una catenella al polso, e morirono come fanciulli sognando il Natale: avevano nel viso una luce: un sorriso; e l’angoscia mi riconduce pei vani sentieri della memoria, ma tutto tace, intorno, e tutto si oscura”. L’adesione all’angoscia è così intima e vera che, nei momenti solenni del racconto, ogni senso umuristico sparisce, e l’intensità affettiva è tanto sincera che il litteratissimo autore dimentica anche il suo fine gusto letterario, così che nell’angustia della prigionia e, quel ch’è peggio (e meglio), anche dopo la prigionia in piena sincerità di giudizio, trova di una musicalità perduta e nostalgica certi orribili versi di un trito pascolianesimo di un poeta compagno di sventura. Così sono contro il litteratissimo certe domande – dov’ero lo scorso anno a quest’ora? –, che danno il motivo a commozioni di una semplicità esemplare. E Gadda giunge a dirci delle verità atroci, di quelle che si confessano solo in momenti di pura esaltazione, quando ci narra di un tenente del genio già scavato, nel corpo, dalle unghie della morte. E come non avvederci di stonature irritanti dovute a un umurismo male inteso quando la penna del commentatore scrive, per esempio, in una nota: “Opaca sua luce”, amb. (che significa ambiguo): luce germanica; luce dei mondi morti dopo un brano che termina con tanta rigorosa purezza? “Qualche soldato della stazione radio, sotto il cielo germanico, forse usciva la domenica verso le croci solitarie: dalla brughiera il tratturo accedeva alla selva; forse, presso il giardino della morte, la ragazza, con un fiore, aspettava. Al di là d’ogni sentiero, al di là d’ogni male, nella opaca sua luce riposa, e non è coronata di cipressi, la immutabile morte”.

Il Gadda stesso, alla fine dei brani di guerra, ci viene incontro confessandoci che d’attorno a un nucleo lirico o etico si aduna, si coagula una certa quantità di materia espressiva, come reminiscenza. Possiamo accettare la sua affermazione, allargando però il senso che egli dà alla reminiscenza e sostituendovi tutto un apporto di sensazioni e di passioni, che si partono dalla reminiscenza e che la superano in un continuo ansito vitale.

Il mondo etico del nostro Autore mi sembra piedistallo fermissimo. E la maniera dell’umurista e del pasticheur certo deriva, come reazione, dall’impossibilità di vivere (più per gli altri che per sè stesso) in perfetta rispondenza a una moralità assoluta. Abbiamo allora un Gadda moralista? Certamente, e non soltanto in cute.

Finora ho tenuto presente soltanto la prima parte del libro, che è, a mio avviso, la sostanziale. Le due parti successive (Crociera mediterranea e Polemiche e pace) si ricollegano ai capitoli della Madonna dei Filosofi, eccettuati gli Studi imperfetti, ai quali ho precedentemente accennato. Nel nuovo libro, però, il contenuto umuristico è diventato più aspro e meno conclusivo: e anche l’espressione risulta poco chiara. Di questa difficoltà espressiva sono prove evidenti La chiesa antica e Il Fontanone a Montorio. Spesso le note del quasi aristocratico commentatore ingarbugliano maggiormente il discorso. Le idee nuove che esse ci espongono si sarebbero lette più volentieri nel testo; quelle solamente spiritose si vorrebbero eliminare. Inoltre questa inclusione di note viene a confermare un difetto dell’autore, che è la mancanza del completo dominio di certe sue particolari fantasie, proprio di quelle che a me piacciono meno. Insomma, il bello del libro è nella prima parte, nel Castello di Udine vero e proprio. Se anche la fama dell’altro Gadda, del Gadda pasticheur, ne scapita, poco importa.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3

© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. Previously published: M. Masciotta, Il Castello di Udine, in L’Italia letteraria 10, no. 32 (1934): 6. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.

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