Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Premi letterari

Marco Gaetani

Dal premio Mondadori, occasione per l’intrapresa del Racconto italiano, al Prix international de littérature per La cognizione del dolore, consacrazione di Gadda «scrittore europeo» (Gadda 1993b: 207), è possibile seguire tutta la carriera dell’autore milanese considerandone il controverso rapporto con l’istituto del premio letterario. Rapporto configurantesi essenzialmente nei termini di quella ambivalenza che in modo inequivoco appare come la marca forse più caratteristica dell’atteggiamento gaddiano nei confronti del reale, nella sua interezza (e dunque della stessa parimenti odiosamata prassi letteraria: propria e altrui).

La decisione di partecipare al premio Mondadori (si veda quanto Dante Isella osserva al riguardo –Isella 1983: vii ss., e Isella 1993b: 1257) rappresenta, per il Gadda reduce nel 1924 dall’esperienza argentina, molto di più che il tentativo, vissuto come estremo, di sottrarsi all’altrimenti inevitabile ripresa del cursus ingegneresco. Si trattò infatti soprattutto di una scommessa identitaria, dell’ultima chance per dare forma e senso ad una esistenza sulla quale incombeva sempre più pesantemente l’ipoteca del fallimento. Dopo lo scacco di Caporetto (culmine e sintesi di una catena di traumi rinsaldata dalla scomparsa del fratello) e l’amara presa d’atto della incapacità di una fuga emancipatoria oltreoceano, l’ormai trentenne Carlo Emilio sente di doversi definitivamente risolvere, cioè di dover azzardare («perché domani non sia troppo tardi») il tentativo per mettere fine ad una crisi esistenziale che, esplosa forse nell’estate del 1913 (Roscioni 1997: 96-97), rischiava di cronicizzarsi. Gadda si accinge alla composizione del Racconto nella maturata eroica convinzione che sia «meglio giocare una volta un gioco disperato che vivere inutilmente la tragica, inutile vita»; egli aspira – attraverso il premio – ad essere finalmente riconosciuto dai propri simili, a guadagnare cioè quel posto nel mondo sfumato drammaticamente con la «fine delle fini»; e pare ora deliberato a conquistarlo, un tale ruolo, in quanto scrittore: vale a dire conferendo profilo pubblico ad una vocazione fino ad allora costretta nelle consuetudini della scrittura privata, fosse il pur brillante esercizio epistolare o la profonda e ricca d’umori riflessione diaristica (ma c’erano pure già stati, avverte Isella nel secondo dei luoghi sopra menzionati, La passeggiata autunnale e i conati di Retica).

Anche l’impresa del Racconto (caratteristica di una personalità, quella gaddiana, adusa a rilanciare e puntare in alto quanto più le difficoltà oggettive sembrano frustrare ogni slancio progettuale), pur notoriamente destinata a rivestire un’importanza decisiva nella elaborazione di temi e stilemi del futuro narratore, e a costituire una tappa cruciale nella presa di coscienza da parte dell’autore di alcune proprie specifiche attitudini (valga esemplarmente, su quest’ultimo aspetto, l’esplicitazione delle celebri cinque maniere), naufraga ben presto: tener dietro alle scadenze per Gadda sarà sempre impresa problematica, a fortiori quando tali scadenze si configurano come obiettivamente impossibili a fronte della ambiziosa complessità del disegno (e in mezzo alle difficoltà pratiche della vita).

Resterà l’esigenza – per il Gadda che faticosamente e soprattutto per i buoni uffici degli ex compagni di prigionia Betti e Tecchi cerca di guadagnare «il sospirato “ingresso in Parnaso”» (Rodondi 1988a: 786) e di offrire le sue prime prove al vaglio della società letteraria dell’epoca (nello specimen costituito dal diffidente, e non certo immune da snobismo, gruppo solariano) – del riconoscimento, della legittimazione. Investitura cui l’autore pare particolarmente sensibile – proverbialmente lungi da esso ogni narcisistico desiderio di gratificazione – non tanto in virtù di quella lucidità e di quel lombardo realismo che gli fanno avvertire come oggettivamente necessario, in vista di una auspicata carriera umanistica, instaurare relazioni entro un ambiente, quello letterario, che egli sente congeniale ed attraente quanto per molti versi anche distante dalla propria indole e cultura; ma soprattutto perché resovi ricettivo da motivazioni profonde, sulla natura delle quali occorrerà ritornare.

Ecco che allora – con il pensiero a quel summenzionato desiderio di legittimazione e di riconoscimento – già in occasione dell’uscita del suo primo libro Gadda, con l’entusiasmo del neofita, s’impegna in una puntigliosa attività di promozione del volume, ivi compresa la pur soltanto formale e di prammatica discesa nel difficile agone dei premi letterari (Viareggio e Fracchia – cfr. Rodondi 1988a: 796). Con un occhio al bilancio, proprio e degli editori: secondo un’attitudine che nel confindustriale Gadda fu costante, e che gli farà dichiarare ad esempio: «Dei premi letterari penso tutto il bene che se ne può pensare. [...] I premi costituiscono un positivo aiuto per lo scrittore, maschio o femmina che sia, un incitamento quasi sempre utile al vigoreggiare dell’arte» (Gadda 1993b: 35). Forma di moderno (borghese) mecenatismo, dunque, l’istituzione-premio letterario: sostenuta come essa è da munifici benefattori che hanno nome Olivetti o Mattioli, occorre guardarvi senza soverchie illusioni e innestando la consueta ironica sordina all’idealismo; che l’aristocratica liberalità è pur sempre il frutto del liberismo mercantile non poteva certo sfuggire a colui che ebbe ad osservare una volta come fosse stato pur sempre l’accumulato capitale paterno a consentire la mistica rinuncia dell’Assisiate. E la lettera a Garzanti riportata da Raffaella Rodondi (Rodondi 1989: 1253-254) mostra un Gadda perfettamente in grado di quantificare la ricaduta di un premio letterario in termini di incremento nelle vendite librarie.

Agognato con la consueta discrezione, il riconoscimento arriverà per il secondo libro, anch’esso solariano: Il castello di Udine viene insignito nell’aprile 1935 (ma per il 1934) di quel milanesissimo premio Bagutta che si vale il profetico epiteto di «protopremio» (cfr. la risposta dell’autore a un’Inchiesta tra gli scrittori laureati, del 1937, ora SGF I 812-15) – il riferimento alla priorità cronologica, nel novero dei premi letterari nazionali, del concorso legato alla Fiera letteraria retrospettivamente e appunto profeticamente appare alludere anche alla propria prima importante pubblica gratificazione, cui altre seguiranno negli anni.

Il Premio Bagutta costituì per Gadda, in effetti, una sorta di vero e proprio battesimo nei confronti della propria attività di scrittore; l’importanza del riconoscimento ricevuto nel ’35 è infatti dall’autore stesso avvertita in maniera inequivocabilmente caratteristica: se egli non manca come di consueto di valorizzare anche l’elemento economico (ancora: per sé e per l’editore; ma cfr. pure, in Salvacondotto per l’eternità..., SGF I 1021-022, la perdurante punta d’acrimonia verso quanti parlarono del suo Bagutta come di un «buon affare»), non nasconde – e pur attraverso le consuete schermature ironiche – che si trattò principalmente di una legittimazione professionale (e ciò verosimilmente anche, all’altezza cui ora ci si riferisce, nei confronti della famiglia e del ceto politecnico di provenienza), di una sorta di placet o lasciapassare accordatogli da quanti potranno essere finalmente considerati come colleghi. Ma quel che più conta è forse, a cogliere quelle motivazioni profonde più sopra preannunciate, il riferimento (sempre nel testo della risposta all’Inchiesta, e al di là del registro difficilmente decidibile: tanto l’ironia nella zona che ci interessa diviene impalpabile) al risvolto etico, per così dire, che agli occhi dell’autore è pur sempre sotteso all’attribuzione di un premio letterario, ad onta di ogni ostentato atteggiamento di machiavellico realismo economicistico:

[...] quasi l’assicurazione di una sodalità o fraternità nel lavoro che oserò chiamare comune. Credo molto nella natura collegiale di ogni tecnica, e in una sorta di mutuato calore delle anime credenti. || Così vivono, contro il vento, gli steli della moltitudine arborea, affiancati nelle lor selve: e noi anche siamo affiancati, prevenuti, e seguiti. [...] || Ora i premii letterarii, il Bagutta poi in modo eminente, sono conferma di un vincolo che s’è stabilito, mediante il riconoscimento, tra la categoria, o arte, e l’adepto: sia esso la recluta o il veterano.

Affermazione del tutto conforme (e non sfugga la decisiva punta lirica) ai convincimenti metafisico-ontologici (probabilmente già terremotati a quest’epoca) e, appunto, etici gaddiani: il valore che la parte assume solo in relazione al tutto, la considerazione dell’individuo in quanto inserito in una compagine più largamente comprensiva: il singolo visto sempre in funzione di un più ampio organismo adempientesi (vale sempre il paradigma militare, affiorante per l’immagine della recluta e del veterano, e da accostare significativamente a quella – sempre in Gadda religiosamente connotata – del popolo delle piante). Sarà forse da leggere con più attenzione, allora, lo stesso explicit della nota autobiografica fornita dall’autore ad Angelo Guglielmi per la Letteratura italiana dell’editore Marzorati (SGF II 875-76), con il riferimento (in cui, per l’ennesima volta, l’ironia si assottiglia fin quasi a divenire inapprezzabile) ai «concittadini italiani». Se infatti da una parte l’attività letteraria venne sempre vista da Gadda alla stregua d’alcunché di esclusivo, fisiologico (cfr. Gadda 1993b: 37), e dunque ambiguamente divaricato tra dolore e piacere, Desiderio e Cognizione, dall’altra agiscono in lui spinte sublimanti per le quali risulta parimenti enfatizzato lo spessore etico-gnoseologico di tale prassi, con la conseguente parallela valorizzazione della funzione morale e civile dello scrittore e della sua opera entro la collettività nazionale (e nell’ottica del complessivo cammino della civiltà umana attraverso le generazioni). Idealizzazione cui ovviamente fa da pendant il consueto contrappeso ironico-umoristico: a partire dalla rivisitazione (ancora una volta il Racconto è decisivo incunabolo) del ruolo svolto nella storia e nel costume nazionali da figure di letterati quali Carducci e D’Annunzio.

In una simile ben ampia prospettiva la stessa dimensione collettiva-comunitaria in cui l’opera (nella peculiare, religiosa, accezione gaddiana) dello scrittore si realizza e vive (dimensione che l’istituto del premio letterario non mancherebbe di esaltare: si vedano allora anche certe significative osservazioni del Gadda giurato al premio di poesia Le Grazie, SGF I 623-25) è costitutivamente destinata, in un certo senso, a prendere una coloritura ambigua: come la collettività nazionale, fin dal suo creduto eccelso paradigma militare, si dimostrò invece al giovane ufficiale volontario Gadda alquanto distante dall’immagine ideale che egli aveva appassionatamente elaborato, allo stesso modo sulla comunità degli spiriti confratelli nell’impresa della conoscenza (poetica) incombe il rischio della oscena carnevalizzazione, della deriva disetica (cui infatti puntualmente si cerca di contrastare attraverso la rappresentazione ironistica).

Di questa ennesima disillusione gaddiana è possibile indice (in un passaggio non riportato della già ripetutamente citata Risposta) l’accenno alla proliferazione (con implicita conseguente banalizzazione e de-sacralizzazione) dei premi letterari, accenno in cui è forse già prefigurata l’insofferenza progressivamente più accentuata da parte dello scrittore per una società letteraria (e una società tout court, quella di massa) sempre più «garrula e frivolona»: dal narcisismo dei protagonisti (gli un tempo, e puntualmente, idealizzati scrittori: ed ecco allora un Bonaventura Tecchi svegliare l’irritabilissimo Gadda telefonandogli «all’alba di un capodanno» per accertarsi della presenza in libreria di un suo romanzo, «permettendogli così di concorrere ad un premio letterario»; o anche un «allampanato poeta svizzero» penosamente postulare raccomandazioni per ottenere anch’egli il sospirato alloro – cfr. Cattaneo 1991: 39 e 67), al protagonismo fatuo e mondano del pubblico dei comprimari, aficionados e adepti di vario genere: che frequentino il salotto di casa Bellonci, gremiscano Villa Giulia o pòpolino il salone del Grand Hotel (cfr. ancora Cattaneo 1991: 44, 78, 102, 145-46).

Dopo il battesimo del Bagutta è comunque nuovamente un premio letterario a segnare la svolta decisiva nella carriera di un autore sì ormai riconosciuto e saldamente installato nella società letteraria del dopoguerra, ma il cui nome era tuttavia ancora ben lungi, aprendosi gli anni ’50, dall’esser noto presso il grande pubblico (Cattaneo 1991: 28). Il premio Viareggio conferito nel 1953 alle Novelle dal ducato in fiamme, dopo una delusione allo Strega (e, sempre al premio romano, l’ancor più cocente esito conosciuto dalle Favole l’anno prima, cfr. sempre Cattaneo 1991: 78, 102, 118-19 e Vela 1992: 931), pone le premesse per l’apertura di quel caso-Gadda che di lì a poco avrebbe condotto l’autore ad una celebrità inevitabilmente realizzantesi nelle forme della ormai dispiegata industria mediatico-culturale («il Viareggio apre di fatto una nuova fase nella carriera di Gadda, segnalando per la prima volta il suo nome a un pubblico più vasto e risvegliando attorno alla sua opera l’interesse degli editori» – Rodondi 1989: 1242; cfr. anche i tre testi relativi all’evento viareggino raccolti in Gadda 1993b: 32-43). Se è vero infatti che Gadda ancora durante la revisione in bozze del testo cui più di tutti dovrà l’ingrata ribalta, Quer pasticciaccio, continuò la prassi di programmare l’uscita dei suoi volumi in tempo utile per partecipare al premio letterario di turno (Rodondi 1989: 1240), lo è altrettanto che proprio a quest’altezza nell’autore, ormai peraltro in balia della fattiva intraprendenza di un imprendi-editore come Livio Garzanti, si estende ed accentua una nevrotica reluttanza rispetto al lato pubblico, mondano e mediatico, del rituale delle premiazioni (ma il topos del «pandemonio dei lampi al magnesio» segnalato ancora da Raffaella Rodondi può essere seguito – in scritti, lettere e dichiarazioni – fin dall’affermazione al Bagutta).

è ad ogni modo rimarchevole (tanto più tenendo conto della proverbiale misantropia gaddiana) la singolare ventura di un autore (e del resto è quanto biografi e studiosi hanno osservato pure a proposito del professionista, e dell’uomo in generale) che anche in un ambiente non sempre propriamente solidale come quello letterario riesce costantemente a suscitare la benevolenza e la simpatia del prossimo, a ottenere senza chiedere. E si pensa paradigmaticamente al caso di un riconoscimento apprestatogli ad personam, nella circostanza ben nota del premio degli Editori a risarcimento del mancato Marzotto per il Pasticciaccio (sulla vicenda si veda Pinotti 1989: 1150-153, e in particolare la nota n. 46 di p. 1153; si rivada anche a quanto scrive Orlando 1991c: 1273 e nota n. 5). Nella medesima prospettiva, in un certo senso, può essere del resto collocata anche l’assegnazione a Gadda di quel Prix de littérature che nel 1963 suggellerà la fama e l’importanza dell’autore (ma è da menzionare pure il conferimento, l’anno prima, del Premio dell’Accademia Nazionale dei Lincei per la sezione di lettere – cfr. Gadda 1993b: 239, n. 4).

Le proverbiali bizze, per un Gadda che ormai non ha certo bisogno di sollecitare i riconoscimenti (si pensi allora allo spassoso episodio, rievocato da Cattaneo 1991: 150-51, del premio Tor Margana; e a quello stesso del «mezzo premio» per Prima divisione nella notte – cfr. sempre Cattaneo 1991: 19-20, e Rodondi 1989: 1287-288, in part. la nota n. 67), hanno sempre di più l’inconfondibile tono della nevrosi (caratteristica in questo senso la reazione, registrata da Cattaneo 1991: 162, seguita a un’intervista conseguente all’assegnazione del Premio Formentor). Nel «manicomio-festival» che è diventata l’Italia del «cosiddetto miracolo», il vecchio Gadda si sottrae all’altrui sguardo, fugge «lo sbalorditivo palcoscenico» del successo e non vuole né può partecipare alla carnevalizzazione di un rito e di una funzione (con connessa identità) cui non aveva smesso, pur ironisticamente retrocedendo, di riconoscere valore e dignità.

Ancora una volta il Valore ha invece mostrato il suo volto de-verso, il classico si è rovesciato in neoclassico, la Roma di Cesare ha prodotto quella di Mussolini, la savia Civilizzazione ha preso le sembianze di una Storia perversa. Il Premio per il dovere adempiuto non è affatto quell’«alloro del merito, del vero merito» (Gioia della chiarità marina, SGF I 1003) promesso ed elargito da sodali e concittadini grati, a coronamento di una fatica durata negli anni a beneficio di (e in dialogo con) una fraterna comunità delle anime (l’imprinting deontico è ancora una volta materno – cfr. quanto scrive Roscioni 1997: 57, a proposito delle Letture manoscritte di Mouluk, e si confronti anche, nelle tavole fuori testo, l’illustrazione numero 7; ma si veda pure, p. 78, quanto sia probabilmente determinante, per l’ambivalente atteggiamento gaddiano verso ogni vittoria, il precoce e distorto investimento materno). È, piuttosto, lo sconcio orpello nella priapesca mascherata di un mondo che disconosce, tradisce e vilipende ogni alto adempimento («I sacrificati non hanno avuto premio»). Traluce, anche in questo, il destino epocale di Gadda: sopravvissuto suo malgrado, suo malgrado laureato.

Università di Siena

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

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