La passeggiata autunnale

Un’aria fine e fredda e un po’ di nebbia tra cielo e aria sui prati avevano suggerito d’entrare nella baita deserta: cosa che non dispiacque a nessuno; erano stanchi e al riparo si mangia, si beve, si riposa meglio. Dentro, un filo d’acqua spicciava dal sasso, condotto con una scorza di ramo a gocciolare in una pozza per terra; lì faceva un bello specchio limpido e scuro, marginato ruvidamente di pietre, e per un canalucolo attraversava il suolo, ed usciva. Richiusa la porta, la luce filtrò da sotto e da una finestretta nella parete adiacente in misura così scarsa, che fu bene cercar le candele. Le aveva Alberto: frugò e trovò e rese un po’ di luce alla stanza. Muri di pietre nude, mal messe, affumicate; impalcatura di tronchi neri e contorti; ragnateli dovunque; in un angolo un camino di sasso.

Lasciarono i sacchi, mentre le due ragazze si lavavano le mani. In breve salì dal camino un bel fuoco di sterpi, di fieno, di roba resinosa e secca, che pareva una festa; i cinque tutt’intorno a guardare, dimentichi per un momento della refezione necessaria: qualche testa piegava leggermente da un lato come per seguir meglio i disegni delle fiamme; chi sporgeva un piede e chi gettava là una parola.

Alberto volle riprendere la storia interrotta; ne richiese Marco: «Tu ci credi o non ci credi?» Tutti guardavano il fuoco, e nessuno il viso degli altri: Nerina ne fu contenta; la fiammata le doveva aver messo, sulla faccia fin sotto i capelli un bel colore cotto: e anche questo le fece piacere. Prima della risposta venne un consiglio di Rineri: «bisogna aprir, gli altri sacchi». Anche Giovanna fu dell’avviso: gli ossi duri della sua faccia risaltavano contro la luce del camino: aveva già troppo, caldo; e diede una mano ai preparativi del pasto. L’odore delle vivande richiuse negli involti di carta si sprigionò nella piccola stanza; adesso cercavano di sedere, e Marco non rispondeva; a due o tre domande sui salumi e sulla precedenza dei cibi Nerina parve cader dalle nuvole. «A che pensi, dunque?», le chiese brusco il fratello. «E tu?», ribatté questa; «rispondi ad Alberto».

«Se ci credo o non ci credo?», riprese l’interrogato come volendo annullare il ritardo: «che vuoi? Non se ne capisce mai nulla. Chi ha paura per le gambe e chi per le mani». Nella luce strana, fatta di bagliori di brace e d’un po’ di giorno e di quel mortorio della candela, la forma di Rineri chino a disporre alcune vivande sopra una panca accostata da Giovanna; ritta davanti a lui, a guardare dall’alto, la ragazzona saltamontagne, un pezzo di granatiere. «Che spalle da cariatide!», pensò Nerina, paragonando con la virago la figura ferma e composta di Rineri. Quel giovanotto era pure un bravo ragazzo, un bel ragazzo; quale sobrietà di tratto, quale secchezza di parole e che gamba anche lui nelle montagne! Non era mai stanco. La giovanetta ricordò l’incontro nella foresta, quando i faggi pareva volessero andar via con il vento: se ne tornava dal Martello, quieto quieto davanti la guida; un altro sarebbe mezzo morto dalla fatica. Salutò senza parole, con la compostezza d’un soldato, con l’indifferenza d’uno straniero. Che tipo! «Chissà che cosa pensano gli uomini quando c’incontrano? È possibile che non pensino a nulla? No, no». E dietro alla figura di Rineri e nonostante la presenza di Giovanna, della realtà Giovanna, e a dispetto della galanteria signorile d’Alberto, della ruvidezza fraterna di Marco; al di là del muro, al di la dei prati, della montagna, della foresta, della nebbia, Nerina rivide e seguitò quel povero ragazzo.

Quello non la salutava composto, il suo gesto non aveva stile, la sua parola non aveva fermezza; ad ogni incontro un viso di brace, come i bambini; soltanto il passo cadeva misurato e sicuro perché così glielo avevano fatto i suoi monti. Un tale turbamento diceva ben qualche cosa: qualche cosa di strano, dapprima, e di ridicolo, poi di certo e di pietoso. Lo sguardo vivissimo pur nella prostrazione temporanea della fatica, il viso turbato e intento, come a chiedere perdono d’un sentire modesto, l’impaccio di tutta la sua forte persona significavano allora nella ruvidezza del giovine la commozione di troppe diseguali energie: l’urto della volontà, della dignità, della ragionevolezza contro una cosa troppo più forte e più cara. Lo sguardo di lui che s’accomiatava e s’allontanava verso il monte o la valle diceva l’umiltà e la sommissione senza termine, la serenità disperata contro la beffa del caso. Un viluppo di capelli profumati, due mani di signora, due occhi di principessa fermarsi nel cuore a lui, figgersi, come un ferro, dentro al suo cuore. Lui era un legnaiolo, un minatore, una guida; correva i passi della montagna. Lui rincasava dalle cave a tarda sera, lui portava ai signori la lepre o un involto di funghi e talora fardelli più cari. Lui aveva quella forza che viene dal piccone e più dalla mazza e dalla montagna, quel cuore e quei polmoni che non si spezzano, mai, ma che i signori non hanno o hanno troppo di rado. Lui aveva pianto, tante volte! Contro il nevischio per ore e ore, prima d’assaggiare il suo latte e il suo pane. Andarsi a incontrare con chi non l’avrebbe nemmeno guardato; non poter vivere senza vedere la faccia alla figlia d’un conte!

Nerina andava immaginando queste vicende dell’amico non senza una commozione dolce e accorata, non senza una sottile voluttà di dominio: sapeva di potergli comandare la morte. Lo sentiva appartenerle come una cosa che si possiede, come un oggetto suo proprio. E in questo il suo pensiero aveva fatto, più grave all’amico il peso d’un amore ch’egli riteneva felice; in quanto l’umanità, la bontà, la signorile dolcezza di lei erano state, per il povero diavolo, in certi momenti, un tal premio che neppur la speranza o il sogno avevano prima raggiunto.

Anni andati: Nerina rivedeva il ragazzo allontanarsi in certe fredde sere, dopo esser passato per dove un saluto gli fosse possibile; allontanarsi verso i monti che non han carità. C’era vento di temporale, lividori nel cielo, c’erano gli uomini che ritornavano, c’era ad accogliere lei il suo letto bianchissimo nella sua casa ricca e sicura e calda: e il ragazzo s’allontanava felice d’un saluto, prendeva la salita, si perdeva là tra le prime macchie dei faggi. Non aveva paura di andar così solo nel buio? Non aveva paura dei briganti, della pioggia, della montagna? Doveva essere orribile camminar notte e giorno con l’acqua a rovesci, con il vento, con la neve, con poco pane, senza fuoco, senza potersi mutare di vesti. Ma dicono che anche i contrabbandieri hanno certi loro ritrovi nelle caverne dei monti, certe radunate di notte, dove bevono e mangiano e fanno fuoco col bosco. Devono esser per altro i contrabbandieri prepotenti quelli che godono di più: Stefano non era prepotente, era forte, fortissimo. E poi anche le guardie sono cattive; sono instancabili; hanno la carabina; postano lungo i sentieri. Ma quegli altri s’avvedono; mettono avanti chi corregge in tempo il cammino: Stefano era all’avanguardia sovente. Più strada, più salti, più pericolo e meno guadagno. Nerina rivedeva l’amico: dopo giorni d’assenza, esausto dal tormento della marcia e spesso affamato, portava sempre qualcosa: aveva sempre un pretesto per bussare alla porta, sempre a sera fatta, quando la valle ha già preso le ombre. Una volta recapitò una lettera di Rineri dal rifugio della Cortina Grande: non volle dire come diavolo c’era passato. Spesso ci fu al castello una buona minestra per lui, ch’era una pietà a vedergliela trangollare, con una fame da belva; spesso da bere presso il camino, coi servi.

Ma poi, quando quella cosa era cominciata, quando lui non fu più lui, l’alpino senz’altro pensiero che le nuvole e le guardie e la sua mamma al fuoco, allora respinse ogni regalìa. Continuò a portare i suoi poveri doni, la sua selvaggina, i suoi fiori, il cioccolato(1) ma non volle compensi. Bisognò rifiutare ogni cosa: il babbo ordinò che quelle stranezze cessassero. Marco, una sera, al rincasare, se lo vide apparir davanti così turbato, che corse con la mano alla tasca. Marco amava tanto la sua sorellina! Era sveglio anche troppo e le raccontò dell’incontro: «Sul momento non s’intendeva che cosa volesse; doveva esser più rosso e più confuso del solito; quando ha cominciato a parlare aveva già il pianto a mezza gola; ha fatto un imbroglio di parole e di preghiere, implorandomi per i miei morti, per la sua mamma: che per carità non abbiamo a rifiutare i suoi fiori, che lo lasciamo venire al castello. Evidentemente si confuse, perché accennò alla povertà e alla scarsità di lavoro e cercò poi di ritrattare la confessione».

Dopo alcuni giorni Stefano venne assunto come guardiano d’una riserva del conte; faceva da batticaccia, da ragazzo di casa, da guida. Pochi dei giovani conoscevano come lui la montagna e pochi la praticavano con tanta dimestichezza, con tanto amore. Marco lo ebbe da quel tempo compagno delle sue fervorose esplorazioni lungo i crinali e le pareti e sotto le torri rupestri, a traverso il ghiacciaio e la slavina. Lo ebbe fedele, appassionato, devoto, come un amico d’adolescenza e più d’uno schiavo. Stefano raggiava dal viso ciò che può emanare da un animo profondo e puro, da un corpo di ferro, a diciott’anni. Nerina, Marco, la mamma erano arridenti divinità nel primo cielo dell’alba, e quando i culmini più alti fiammeggiano e c’è ancora nel settentrione una stella; erano le forme d’umanità popolanti la terra inventata dalle speranze e dai sogni quando la luce lascia le valli e le cime si fanno di viola; i suoni del lavoro tacciono, i fiumi si sentono andare. La ricchezza, il dominio, il piacere passarono davanti agli occhi di lui come la pratica di mostruose tendenze d’avanti alla ragione d’un uomo puro; la lotta degli uomini sopra di essi gli parve un vano accavallarsi di cumuli che il vento della montagna travolge nel cielo; la cupidigia dei giovani verso di essi gli fece orrore, come quando si combatte sulla casa paterna. Con i fratelli, come quando si fa male ai fratelli per il vino e per la sposa della vergogna.

Le vivande cominciavano a sparir dalla panca, un po’ di liquore aveva conferito al buon andamento della prima digestione e il tepore d’un’altra fiamma al camino vinceva la minaccia del vento di fuori, che gettava pioggia contro la porta e filtrava da sotto, di tanto in tanto. Marco si arrese alle insistenze d’Alberto: parlava però a malincuore, cincischiando dentro la pipa, nelle pause tra una boccata e l’altra, tenuto dalla tristezza; Rineri comprendeva appena come le vicende d’un discolo potessero dare alla sua voce certi suoni d’accoramento; Giovanna preparava il tè davanti alla candela.

«La certezza ce l’hanno i nemici: chi odia crede».

«Anche gli amici sono certi; certi del contrario», interruppe Nerina: il tono fece volgere Alberto e Rineri.

«Gli amici cosa? Gli amici non dicono nulla; ho parlato loro; non sanno che far congetture, non sono buoni da niente». Fingeva d’interpretare così quella designazione d’affetto di cui il suo riserbo personale e la sua cura gelosa per la sorella avevano bruscamente adombrato. Nerina aveva inteso altro, egli lo sapeva bene; aveva detto con la voce troppo forte della gentilezza ferita che lei, che Marco potevano giurare sull’innocenza del ragazzo; gli amici erano loro.

«Anche l’altra volta lo si accusò ed era senza colpa: ha sopra di sé la malora, ha contro di sé la bestialità dei morti, che vogliono darci a bere d’essersi fatti ammazzare da lui».

«Anche l’altra volta? Quando?», chiese Alberto: «Mi sembra d’aver sentito qualcosa. Ci sono dei precedenti?» La storia gli prendeva l’animo fresco con il veleno della sua paura. Era proprio per lui la storia che si ripete vicino al fu0co, ma quando si è in molti e guardando bene le porte, se sono schiuse; la storia truce per i ragazzi, che fa intenti anche i grandi, anche il babbo. Per Marco no; il racconto gli riusciva penoso; era una cosa infinitamente triste; gli ricordava le parole di Ludovico: «La purezza e il fervore sono un danno per chi li vive: recano spesso il sogno a farsi tragedia». «Per me c’è un precedente;» continuò raccontando, «quello dell’altra volta. È stato un pasticcio infernale. Stefano, da qualche mese presso di noi, faceva un po’ di tutto e anche la guardia alla nostra tenuta sul fiume. Quel giorno, un lunedì di settembre, caldo che pareva fuoco di luglio, avevamo preso il fucile e giravamo da un pezzo nel bosco dei pioppi; si sentiva scorrere il fiume; pensavo già ch’era preferibile lasciar quieto tutto quel verde, che si sudava troppo, che un buon bagno era mille volte la miglior cosa; le cicale mi rompevano i timpani. A un tratto Stefano, che mi veniva dietro, si staccò da me; disse: “torno subito”, perdendosi nel frascame verso il canale della Cantarana».

«Che ora?», interruppe Alberto.

«Ma! forse le nove; questo non importa. Era un’ora terribile, anche a stare sotto le piante. Non feci caso al deviare di Stefano: credevo un bisogno. Vidi invece qualche cosa saltare da una frasca all’altra, più avanti, e cercai di farmi vicino preparando il fucile. Doveva essere una cincia. Piegò anche lei verso la Cantarana e io dietro, come potevo. Più la sentii un trepestare di frasche, pensavo il ragazzo. Quando vidi che la cincia stava per lasciarmi a bocca asciutta spianai il fucile e feci fuoco, per dirle che andasse in malora; non credevo davvero di prenderla e fui lieto di vederla cadere. Mentre mi chino frugando, un altro colpo da presso; proprio allo sbocco della Cantarana nel fiume, dove sai che l’argine fa una radura e c’è quel bacino, a cui avevo la mente per il mio bagno. “Anche Stefano si diverte” mi dissi nel cercare la bestia. Sentivo ora un frusciare a sinistra, come d’uno che volesse correr nel folto, e gridai: “Stefano! Stefano!”. “Signor Marco! È lei? Venga, venga!” La sua voce, presa dall’affanno, suonò invece più là; ma volli vedere chi moveva lì quelle fronde e balzai scostando i rami».

«Chi era?»

«Faccia a faccia, quel cane di La Costa; sbarrò tanto d’occhi, come atterrito; anch’io rimasi male: “che diavolo accade?” Stavo per interrogarlo, quando notai che dalle labbra tumide e aperte gli colava una sbavatura di saliva e che l’occhio era torbido come d’un trasognato; aveva un fucile alla spalla; un fiato di vomito vinoso mi ventò nella faccia. Capii ch’era bevuto e mi turbai anche più, leggendogli nel viso l’esasperazione della rabbia. “Maledetti i signori e chi gli fa da ruffiano! per loro i merli e per noi le schioppettate; ma la pagheranno anche loro!” e s’allontanò bestemmiando. Tutto questo fu due minuti; Stefano era sopraggiunto con un pallore addosso che mi mise paura; guardò l’altro tra l’affanno della corsa e disse: “Venga, venga, andiamo, andiamo!” Ma lo vidi invece levare il fucile: “Eh? Che cosa c’è”, soggiunse, spianandolo contro La Costa. Ricorderò sempre quel trapasso dalla pena a una fermezza rabbiosa. Costui s’era fermato, s’era come gettato sotto una macchia: all’intimazione di Stefano riprese via con un riso falso e una faccia da cane, con un nuovo seguito di bestemmie. Vigliacco!»

«Ma che cos’aveva?»

«Aveva, aveva! è naturale, in una bestia di tal fatta. Stefano m’aveva preso pel braccio e mi fece largo in direzione dell’argine. Appena lì, inorridii: c’era per terra un uomo, delle vesti, un fucile, una rete. Vidi subito: era scalzo, senza la giubba; la faccia, contro l’erba, non si ravvisava; l’occipite fracassato faceva un pasticcio di capelli, di sangue, di roba biancastra.»

«Che orrore!», disse Giovanna, a cui la storia era nota: offerse dell’altro tè a Nerina che non ne volle, poi a Rineri che lo accettò. La pioggia batteva alla porta con un’impressione di freddo sui rifugiati della baita.

«Stefano, chinatosi riluttante per voltar la testa al cadavere, si levò più smorto di prima: “Ma come, come? L’amico di La Costa. Che cosa è stato?”

“Che cos’hai combinato? Che cosa hai visto?”, gli feci.

“Insomma, signor Marco, è una giornata tremenda: quando ho deviato per venir qua, avevo sentito delle voci; volevo veder chi era, coglier la volpe almeno una volta, se no la riserva è di tutti prima che sua. Venti franchi di multa sono una buona legnata. Ma ho dovuto girare e girare perché il garbuglio dei rami era troppo e sono arrivato che le voci non s’udivano più. Avevo ancora il capo nel mezzo le frasche quando sentii un colpo, doveva essere Suo, e i pallini dar contro i pioppi per aria; c’era uno lì ritto sopra la diga a guardare nel fiume: si levava le calze; né potei capire chi fosse. Tutt’a un tratto, sul margine del bosco e dallo stesso lato dello spiazzo, suonò ancora una schioppettata e quello andò giù di botto, senza parole.

Che cosa, signor Marco! perché al momento credevo fosse lei per isbaglio e mi son gelate le vene: lei doveva essere giusto da quella parte, a fare il conto da quando l’avevo lasciata. Ma poi ho potuto riflettere: il colpo era troppo vicino, era partito di lì vede? ottanta metri da me, trenta e forse meno dall’uomo. Non si può sbagliare da così presso e vedendoci: lei che non isbaglia neppur da lontano! Son corso al sito dond’era venuta la schioppettata, mentre qualcuno se ne allontanava scavezzando rami a tutt’andare. Allora lei mi chiamò e le risposi: ero ancora sossopra, ma tirai un respiro.” Povero diavolo! mi strinse la mano, quando diceva questo…»

La pipa di Marco patì un intoppo improvviso, che Nerina quasi aspettava. L’accenno al tratto di Stefano, a quel moto d’affetto più forte d’ogni soggezione, (ed era dir molto!), poteva sfuggire soltanto ad un Marco alquanto lontano dall’abituale riservatezza. I sentimenti più profondi e più teneri si chiudevano dentro la sua testa senza sorriso con la forza gelosa che i pensieri del male nelle anime e nelle facce cattive.

«È stata proprio una cosa tremenda», commentò Giovanna. Alberto voleva i particolari: se il sangue era molto, se l’erba n’era bruttata, che cosa avevano fatto i due; c’era a terra una bella trota di fiume, la trota che poi aveva riempito il processo. Rineri ascoltava poco: la storia era vecchia; guardava invece quella fiamma bizzarra, cercandovi come la strada per un pensiero che non voleva procedere, che non voleva neppur presentarsi; l’odor delle resine, conferendo una determinazione materiale all’incertezza delle sue sensazioni in quell’ora, gli sembrava un filtro benefico, atto a dipanare il groviglio delle cose e delle persone e del suo proprio cervello; un filtro al di là del quale fosse per venirgli manifestato limpidamente un mondo tersissimo e certo. Che cosa ci sarebbe in quel mondo? Dei pini gocciolanti nella foresta, in battaglia con il vento che tormentava la porta? E lui solo in mezzo?

«Ebbene, che cos’era stato?», incalzò Alberto; Marco, alle prese con la pipa, forse meno incagliata di lui, non rispondeva parola; andò rovistandola finché quella si spense, la vuotò, prese a pulirla da capo. L’altro non insistette, pur continuando ad attendere.

«Il bello fu poi», seguitò il narratore. – «La prima idea venne brutta anche a me; poi no: perché no, perché non poteva essere. Che serpente!»

«Chi?» fece Alberto.

«Chi? La Costa: il colpo era suo.» «Sebbene», interruppe Giovanna, «giusto giusto non s’è mai venuti a capo di nulla.»

«Ma che dici?» (Le dava del tu.) «Sai che cos’ebbe il coraggio d’imbastire?» «Hanno fatto star male tutto il paese», interruppe lei nuovamente. «Sai che cos’ebbe il coraggio? Arrivò a casa, tra la gente: il vino gli era passato dalla paura; e disse: che l’assassino era Stefano, il guardiacaccia del Conte; ch’io l’avevo istigato al veder violata la mia riserva, che aveva fatto per fare il bravo con me e anche per vendicarsi.»

«Per vendicarsi?»

«Già. È tutta una storia lunghissima: anche allora ce ne volle, prima di poter dipanare l’imbroglio. Bisognerebbe il sindaco, che la sa tutta per filo e per segno. Insomma; nel tempo, poco prima, che Stefano correva coi sacchi, La Costa faceva l’imprenditore; è una canaglia; venuta l’ora di liquidare, non teneva parola e c’era sempre meno del promesso. Lui, Stefano, ci si rassegnava per forza, per la sua mamma; non hanno che quattro castani sul Marice; lavori chiusi; per di fuori non voleva saperne, con la mamma, mezzo malata… Un giorno dev’esser venuto a parole, e anche peggio forse, con quell’altro, l’amico, il preferito, lo spione del capo: e deve essersi visto tanto di coltello sotto la faccia. Fu quando cominciò a venire in disgusto e noi allora lo prendemmo.» (Nerina si volse) «Così dissero ch’era lui l’uccisore e la voce ebbe credito pieno e per molti ne ha tuttavia.»

«Ma s’è salvato?»

«Già.»

«Come ha fatto?»

«Ha fatto, ha fatto! Io contavo pure per qualche cosa… e poi l’abilità dello zio; ma è stato a un pelo di rimanerci; che trappola.»

«Era tanto naturale!», disse Giovanna. «Naturale da non poterla meglio inventar di proposito; il morto, non contento di essere un morto e di non saper dire una parola, era anche un nemico; nemico per modo di dire, poiché lo Stefano non tiene la bile: io lo conosco. Il vivo, canaglia come ce ne son poche, con quel ceffo di cagna, sostenne imperterrito fino alla fine; e i suoi a gonfiarsi come tanti rospi, giurando sulla sua maledetta innocenza. Ma per fortuna noi s’era andati subito dai carabinieri, s’era detto ogni cosa; trattennero Stefano e fu quando mi rivenne il sospetto. Ma Stefano non può, non sa mentire due soldi; arrossiva a ordinargli una tazza d’acqua e s’imbrogliava nelle parole a parlar di montagne!»

«E quella stretta di mano!», ricordò Giovanna. «Tuo zio fece pianger la gente, come ne parlò.»

«Già; i carabinieri poi gli trovarono il fucile carico e tutte le cartucce.»

«Questo forse non vuol dire…», arrischiò Alberto.

«E sempre qualcosa. Insomma ci ha fatto soffrire, ma l’abbiamo salvato.»

«E licenziato?»

«Licenziato? Mi conosci poco, si vede.»

«Ma allora come si spiega? E perché quei due esser proprio due che glie l’avevano addosso? Forse lo aspettavano e lui si difese: questo è ben più probabile.» Alberto si appassionava nelle congetture.

«No», tagliò secco, Marco; «non c’entra niente. La presenza di loro, proprio di loro, apparve ben chiara a tutti, perché tutti sanno che andavano apposta a sbravazzare nella riserva, giusto per spirito di provocazione, per fargliela. Se ne vantavano a voce alta, ghignando, per le osterie del paese. Lui, forse, sapeva e non avrebbe avuto bisogno di guardar la faccia del morto. Ma come rabbrividì! Adesso ripensandoci meglio, credo che non sapesse neppur quello. E poi i due erano bevuti; il vino gli va in rabbia, ai vigliacchi; avevan preso una trota; La Costa è avaro, e prepotente, non teneva coltello; e all’altro ne fu trovato uno aperto per terra, sotto le vesti: noi non l’avevamo veduto; e Stefano aveva sentito gridare. Si spiegò allora con una rissa, finita a quel modo.»

L’orecchio di Rineri continuava a udir cose che a lui non importavano affatto, che lo irritavano anzi in modo inesplicabile. L’animo era proprio impaziente di questo annoiatore come del servizio di quegli altri due, inebetiti sulle fiamme: che guardavano mai? Perché tiravano dentro l’impressione d’ogni più stupida cosa? Se c’era un’idea da prendere, non si poteva. Adesso s’erano fissati addosso a uno stizzone balordo il quale resisteva contro il morder del fuoco. Seguitarono all’assalto una coorte di faville su nel camino che andavano a morire nel vento. Come partivano! Come i fanti delle antiche battaglie verso l’oceano: spalla contro spalla uscite da un unico incendio, anelanti nella corsa comune verso un di fuori dove tutto si confonde. Le cose morte restavano giù, ma di fuori c’era il vento dell’autunno: sopra il tetto, sopra il prato, sopra la faggeta e la valle, sopra il Martello, sopra tutti i monti e gli oceani. Perché star fermi? Perché star chiusi? Star con le donne al fuoco! Questa sua terra non era d’altro capace che di storie vecchie e finite e dimenticate, che di guardar cimiteri nella lentezza dei pascoli? Che sufolare quelle canzoni, mettendo il male della malinconia fin nei più forti? Ripensava contro la guerra degli autunni il frontale di tutto il Martello; la parete; la cordata. Aveva i denti e le due mascelle fusi in un unico osso; le dita prendevano le ruvidezze del sasso come dieci artigli di ferro; aveva rivisto in sé l’antico

madida cum veste gravatum
prensantemque uncis manibus capita aspera montis

Quello agognava una terra per il riposo e n’era divelto, dal mare e dalla crudezza degli uomini; egli agognava una terra per il suo spirito e la cercava venendo su dai canali del vuoto, da quell’orribile vuoto della sua terra, sotto la tetra veste della sua vita. Ma che cosa c’era sulla cima? La serenità, la sicurezza, la purezza, la certezza dell’effettuato: ma anche la solitudine, ma anche la fine, ma il necessario ritorno. Qui Rineri sentì perenne, schema o diagramma che fosse nelle costruzioni ideologiche della sua vita, quanto di tormento recasse all’altra parte, all’altra non meno cara e non meno degna, dell’anima: ella ricercava da ogni cima ogni tetto. Rosseggiavano in fondo alle valli. Ella sentiva la corona immensa dei monti come un muro proteggerli contro le minacce del Settentrione. Ella rivoleva allora il focolare, rivoleva le donne, rivoleva il ritorno; esule avrebbe accettato ogni patto, perché il cuore non poteva durare fino alla fine. Rivedere, ritornare, ripassare dalle prime strade, marginate di fiori, dove passano le donne verso le chiese. Come gli altri, come tutti, cercava anche lui quelle cose. Anch’esse avevano dolcezza profonda, anche lo spegnersi delle luci dentro i giardini, anche il sorriso della mamma, il sorriso primaverile di chi? di loro, di lei, di Nerina. Questo determinarsi del nome e della persona furono uno strappo netto di tutto ciò che gli aveva occupato la mente; come per uno se va tra le nebbie inteso ad accertar la sua via e il vento fa un lacero, mostrando una vetta imprevista. Nerina assisteva ora le ultime braci con un viso assorto e come soffuso d’una tristezza invincibile. A che pensava? Dall’incontro delle guardie e durante il cammino e la cena e la storia e tutto il giorno era stata così. Il giovane si levò, guardandola, studiò d’interpretare quel silenzio, quel viso: ricordò le gentili parole di lei al partire: «Che bravo! Rineri; come sono contenta che ci sia anche Lei.» Ma il suo cavaliere era stato Alberto; lui, invece, muto e chiuso sempre come un guerriero cavato dal marmo; poi, dopo l’incontro, s’erano incupiti un po’ tutti. «Che cos’è dunque?», si chiese. E, ricordando, capì. Anch’egli aveva frequentato talvolta lo Stefano, nelle imprese condotte con Marco, e lo aveva conosciuto come un buono, e fedel diavolaccio: ma conosciuto poco, perché poco osservato e perché l’altro lo aveva in tal soggezione da non poter fargli se non risposte confuse. Obbediva agli ordini come un soldato. Adesso, per altro, ricollegando episodi ed impressioni fugaci, adesso si poteva forse capir qualche cosa. Nerina, Nerina, coi poveri, coi vecchi, coi malati, con i ciechi nell’ira, che specchio davanti le sofferenze degli altri, che sguardo sopra il dolore! Quasi così profondo ed intento come verso la serenità del mattino. E l’altro, ch’egli aveva chiamato discolo, era invece uno sconosciuto. – Un rammarico sottile ma certo gli veniva adesso, tra pensiero e pensiero, nel cuore, come il brivido dell’umidità desolata lungo le crepe, tra masso e masso, in un muro malfermo. Non guardare la gente: che cieco! Non aver voluto conoscere gli uomini, quelli che le stavano attorno, quelli che facevan davanti alla sua bellezza specchiante la corona degli agonisti. Anche Alberto, quante premure! Che fermezza nel disegnare il contegno! che misura, che arte! limpida, certa, spontanea. Lui non sapeva far nulla. Guardava gli uomini come cose e tutti, e anche lei, lo guardavano come una cosa. –

Il giorno decadente e l’esasperarsi dell’uragano, richiesero dai rifugiati una deliberazione su quanto rimanesse da fare; i pareri furono incerti. Mettersi per via con simili rovesci d’acqua sotto il vento gelato e senza mantelli era ben duro: i giovani pensavano alle loro compagne. Pernottar lì: Marco si chiedeva dove diavolo mettere le due ragazze. Di sopra la piccola baita era chiusa, c’era forse della legna. Ritardar la partenza e le decisioni parve la cosa migliore, ma la Giovanna intendeva andarsene subito, pensando al viso onde l’accoglierebbe sua madre: «Paura d’un po’ d’acqua? Mi fate ridere!» (A Marco dava del tu) «begli uomini, begli alpini; io me ne vado. Tre orette a rotta di collo fin che c’è chiaro; un bagno, lo so; ma si dorme poi meglio. Era destinata così; è cominciata male fin dal principio, con l’incontro dei tabacchini;» (chiamava a dileggio le guardie della frontiera); «sono stati loro di certo a far nuvolo. E poi, anche quest’altra candela sta per finire. Via, via, soldatini del papa!» e raffazzonava i sacchi alla meglio. Alberto ebbe l’imprudenza di rispondere che se temevan dell’acqua era proprio per lei, e per Nerina, a loro la non gli avrebbe fatto né caldo né freddo. Tanto bastò per esasperare nella cavallona quanto avea dentro d’orgoglio d’amazzone e di bizza compressa contro i maschi che si vantavano forti. Non volle più intender ragioni; si caricò un sacco, socchiuse la porta. «E adesso?», chiese aspro Rineri volgendosi ad Alberto; pareva fargli un rimprovero per quella specie di sfida; lui e Marco s’erano guardati dal fiatare, conoscendo la bestia. Giovanna protestò e protestò, dicendo che sotto l’acqua non s’incontrano cani, ma il ragazzo s’era compromesso e un cavaliere non poteva mancare.

Nerina aveva lasciato che la discussione andasse come volevano gli altri, anche perché s’affidava al buon senso del fratello come alla miglior salvaguardia; adesso non poté trattenere un sorriso di malizia e di compiacenza donnesca, leggendo nel volto al partente l’espressione del più vivo disappunto: disappunto per ciò che andava a prendere e più per ciò che lasciava. I due s’accomiatarono: «Stasera mi dirai il resto della faccenda», pregò Alberto nello stringer la mano dell’amico; e uscì dietro l’altra, nel diavolìo di quella tempesta autunnale.

Ma Rineri volle subito alcuni dettagli, non appena furono decisi d’aspettar qualche ora se le cose voltassero al meno peggio. Marco, non senza stupore per l’improvvisa curiosità d’uno che doveva già saper tutto e ch’era solito occuparsi poco degli altri, l’accontentò. Nerina aveva guardato l’amico e il fratello; seduta, chiudeva con le mani la testa, sotto il peso de’ capelli raccolti, fissando la brace.

«Stefano ha voluto lasciare spontaneamente il nostro servizio, lo sai: ci chiamavano, non me ne importa un’acca, i manutengoli dell’assassino. E s’è ridato a cavallar passi proibiti, sebbene con minor foga, perché allora ci fu molto da picconare di qui e di là del forte di Spagna. E adesso è saltata fuori quest’altra!»

«Ne ho parlato con due o tre», fece Rineri, «ma non sono concordi. Come dici tu, sembrano lavorar tutti a imbrogliare le cose meglio che possono: nella confusione si salvano. Chi ha paura per le gambe e chi per le mani: è così.»

«Ma intanto fu fatto il suo nome», disse Nerina, «e i carabinieri vanno frugando ogni sito. Quando passavamo la fontanella, m’è parso udire dei colpi.»

I due tacquero. «Se li tira dietro lui, dopo tutto», pensò Rineri, meravigliandosi subito con se medesimo di quanto fosse poco benevolo quel giudizio. Marco non volle dir nulla; ma sperava bene, per Dio, che con tanto di gambe, con tanta bravura nel mettersi fra bosco e bosco, gli sarebbe venuta pur l’idea giusta: seminare quattro macachi di schioppettoni non è cosa impossibile. «Il fatto è», seguitò l’altro, «che anch’io non so farmi nessuna certezza. Emilio Tiraboschi m’ha riferito la congettura o meglio l’accusa più comune. Il capitano odorava per aria qualcosa; hanno delle spie, com’è naturale; e, prevedendo un buon colpo, ha voluto imbarcarsi personalmente. Quale coraggio abbia, sapete. A un certo momento… le guardie ch’eran con lui dicono d’aver udito benissimo; udito un rotolare di sassi.» «Ma se il cielo rimuginava un diluvio!», interruppe Marco, «chissa che cos’hanno creduto.»

«Come creduto? Più bella prova di quanto successe! Era per l’appunto il soffoco della bonaccia. Dicono là verso il ponticello di legno sul Rabbia: ci son delle frane, allo scendervi; bisogna passar lì se si vuole evitar Gogno, dove va spesso a bere il Maresciallo, con grand’arie di stratega fine. E il Rabbia non si passa che a’ ponti. Fatto si è che udirono; ma il capitano li tenne e volle andar solo, carabina alla mano. E dopo un bel po’ delle voci e infine quel grido a soccorso. Che cosa sia stato non lo saprà mai nessuno. Hanno cercato tutta la notte, ma solo con l’alba s’è potuto scorgere il cadavere dentro una pozza dal ponte; devono averlo strangolato e buttato, perché una stanga del parapetto s’era divelta.»

«È sempre mezzo marcia… In ogni modo, segni di ferite non se ne videro.»

«Grazie tante. La schiena spezzata…»

«Quello in causa del salto», ribatté Marco con una levata di spalle; «potrebbe essere sdrucciolato, così nell’oscuro. E poi, come si spiega che fosse sul ponte? Per loro non aveva bisogno d’andarci, dacché arrivavano sempre dalla sponda di Gogno (giù dal passo della Rossola), dove i tabacchini stavano già.»

«Ebbene? che importa? I tabacchini spiegano che il capitano voleva spostarsi proprio sul ponte, per mettergli al primo d’avanguardia la carabina sotto la faccia e fargli cambiar strada a tutti, che poi sarebbero cascati nella rete dei pattuglioni distesi. C’era, in tutto, più che sessanta guardie, in collegamento dai pian di Gogno fin sopra Saranico. Il guaio per lo Stefano è, come sai, l’incontro col Tiraboschi, dall’altra parte. Questi lo trovò verso mattina, che fingeva di cader dalle nuvole. Veniva proprio dalla foresta di Gogno, ma aveva passato Val Rabbia. Poi lo hanno visto anche altri. Così è che il vostro raggazzo ha la caccia dietro e a quest’ora, forse, anche addosso.» Nerina sussultò; Marco sentì stringersi il cuore come al cadere della speranza. Dopo una pausa, durante la quale ciascuno parve assente dagli altri e solo con il proprio pensiero, la ragazza, seguendo la traccia del suo chiuso tormento, volle accennare ad una diversa spiegazione dei fatti, che avevan dato al Conte. «Sostengono alcuni», spiegò Marco, «che il capitano avesse già fatto fronte al primo e costretti gli altri a piegare; e che ci debba esser sotto qualche cosa di peggio, magari una vendetta privata. Ma, nessuno scampò da Gogno né da Sarinico; nessuno fu visto poi, nella caccia e nel gran rovistare che fecero, né sotto la Ròssola, né sotto la costa lunga della Cenerina. Nessun sacco fu trovato. Niente. Certo è che il capitano voleva strafare; era giovane: la passione della carriera; un coraggio! Ancor più di loro, come s’è visto. Di beghe doveva averne imbastite parecchie; rancori addosso, poi, non parliamone: da quando è piovuto, qui, i più bei passi non sono sicuri. Quelli hanno a far doppia strada, salti da rompersi il collo, col fiato corto sempre. Una persecuzione accanita.»

«Rimane tuttavia l’ipotesi della disgrazia», fece Nerina. «Le cose paiono talora più brutte di quanto non possano essere; con la notte, col buio, con quelle piante popolate di paura, chi sa come tutti si son montati la testa! In realtà i contrabbandieri sono uomini come gli altri; hanno mogli; hanno figli; certi bambini ch’è una dolcezza vederli. Chi può far del male serio, sapendo che lo aspettano a casa? Corrono i monti per guadagnarsi da vivere. E poi al buio non si ha coraggio di aggredire uno ch’è armato, che ha fra le piante i compagni. Sarebbe un orrore.»

Marco e Rineri non seppero trattenere un sorriso, ciascuno per suo, conto. Quanto a Marco, l’ipotesi della disgrazia gli pareva buona da contare alla gente: ma dentro, proprio dentro nel cuore, quale ansia, quale paura! Stefano era cresciuto d’età, era cresciuto di membra e d’animo e di ragione. Un anno vuol dir molto, sulla ventina. E un anno come quello! Con la mamma malata, nella durezza, nella povertà, nella rabbia, nell’isolamento a cui il rancore di alcuni lo aveva costretto; or frequentando gli operai delle mine, molti venuti di fuori, ora per montagne con quella razza di soci, ad aiutare il governo. La devozione per sua sorella e per lui, la frenesia d’un’esuberante sensitività c’erano, c’erano sempre; ma come più feroci e più chiuse, accompagnate di gelosia e di dolore. Più volte il ragazzo aveva manifestato il suo sdegno per la qualifica di manutengoli messa avanti dalle canaglie, con parole immoderate nell’ira; talora aveva alluso finanche alla giustezza della vendetta. Pareva soffrisse di loro più che di sé, più che della sua innocenza ferita.

Marco vide la guerra del caso: quand’esso azzanna sopra di uno, è peggio che una belva in furore; vide contro il povero, contro il buono, il ghignare assassino di quegli altri, più forti e così privi di scrupoli. Sentì, quasi vivendolo in sé, l’inasprirsi dell’animo, il fervore mutarsi in bile, il dolore fatto demenza: nella tasca un coltello e il primo che capita la paga per tutti. Lui Marco, tirato su col fiato del papà e della mamma, lui avrebbe fatto ben peggio; ben peggio!

Il vento dell’autunno ha soste di lentezza e stanchezza, come a lasciar meglio attendere la sua violenza nella ripresa; allora la pioggia domina sola, di fuori, il mondo del buio.

E tutto perché in quell’anima c’era di più e di meglio che l’altre, perché non aveva voluto vedere il mondo secondo ha da esser veduto e lasciare l’immagine prima delle cose e guardar bene nelle facce di coloro che vengono incontro. Quell’anima aveva visto dei monti contro il sereno: un sito gelido e terso camminato da uomini che recano dentro una fiamma e per lei non sentono il taglio del vento. Come lui, come Marco. Tra quegli uomini la concordia, la serenità, la sincerità: un patto serbato fino alla fine, le mani allacciate salendo, poche parole, che risuonano ancora nei tardi anni. E sul monte e al di là, dov’è cielo, via con lo sguardo profondo, a cercare le lontananze ed a perdersi.

Stefano aveva rifiutato una protezione e una paga di quelle che nessuno rifiuta, perché sulle care persone non ricadesse una parte dell’odio e perché quattro bugiardi assassini lo accusavano di guadagnare il pane della spia. Ma gli aveva serbato, a dispetto d’ogni interpretazione di vigliacchi, la fede che solo certuni sanno serbare, che supera ogni disuguaglianza di cose e d’eventi e di vita, che è per ciò solo che vuol essere, che deve essere, se il cuore ha da bastar franco nel mondo. Marco ricordò le parole di Ludovico: «La purezza e il fervore sono un danno per chi li vive; recano spesso il sogno a farsi tragedia.»

Adesso, come a guardare un ordigno mentre lavora; adesso si palesava nell’opera della vita il meccanismo segreto della conseguenza: arrivava là proprio, dove quella condusione pareva aspettare. Gli era sembrata una scritta balorda, sul fronte d’un tempio senza credenti: ed era l’avviso di chi l’aveva precorso all’analisi, di chi già ci stava, a quel salto del fiume che su non è noto se non per una voce cupa e lontana, senza comprensione possibile.

Al cader della luce Marco e Rineri si consultarono nuovamente: un brivido di freddo accompagnava in Nerina la sensazione della propria femminilità paurosa a cui faceva riparo la sicurezza dei due. Come l’uragano s’era incaparbito a malmenar la montagna, così fu giocoforza pensare di trascorrer la notte sotto la baita. I giovani, dopo molto contrasto da parte di quella che costituiva la più grave lor cura, vollero ad ogni prezzo cercare del fieno da farle comunque un po’ di giaciglio contro l’umido e il duro del pavimento: ce ne sarebbe, lontano alquanto per altro, al tetto del Grillo, un riparo più su; lì non rimanevano ormai se non delle legna e di sopra era sprangato come una banca. Rineri intendeva andar lui; Marco protestò; la strada, a non saperla, sarebbe un guaio serio, da farlo ramingar tutta la notte; per quella parte c’era invece un suo bosco, dov’egli e Stefano avevano girato più volte; Nerina d’altronde non poteva essere lasciata sola in un posto dove la notte passano forse più che di giorno.

«Non è contento di farmi da cavaliere?», riprese questa «Pare che io le faccia venir sonno. Sempre fuori! a bagnarsi, a stancarsi, a soffrire; per chi? Che cosa c’è su quelle montagne? Dei gran sassi e un buio, da far paura ai briganti. Sarebbe tanto più bello essere a casa, a quest’ora… se loro non si fossero dati tanta pena di me!»

Marco carezzava nel cuore una segreta speranza; cosa da matto pensarvi: a quell’ora il povero ragazzo era già forse a Saranico, con tanto di manette sui polsi. Ma se avesse potuto svignarsela! L’idea più naturale, per Dio! E quanto a batter fra i sassi non aveva bisogno di consigli: non c’era notte, non c’era forza che lo sapesse fermare. Sì, sì, doveva aver corso. «Come saltano quelle due gambe! Se fossero qui! Se lo sentissi cadenzar nella notte; il bosco è traversato da un sentiero dei meglio. Forse ci passerà. Forse al tetto, al tetto del Grillo, per scampare dall’uragano. Forse c’è già passato, profittando del tempo». Ci doveva esser passato a quell’ora. Ma non era possibile. Oh, vederlo, almeno una volta vederlo, prima che vada nel mondo; stringergli l’ultima volta la mano, dirgli che il cuore lo segue, a quello ch’era stato il più prossimo, ch’era forse il più caro, di tutta l’adolescenza!

Il vento dell’autunno ha soste di stanchezza nel battere i monti: la forza degli assalti si allenta. Nerina non voleva, non voleva: Marco guardò bene di fuori, si coperse alla meglio e via tra la pioggia.

Il disagio e l’ora senza luce presero facilmente i rimasti, radunando nel sito umido e chiuso i pensieri della tristezza. Furono scambiate poche parole per accomodar gli sgabelli al camino e rimettervi di che star meno male possibile fino al ritorno di Marco. Nerina era scossa da brividi di freddo e di paura, tormentata dall’idea che il fratello avesse a patir troppo nell’acqua: avevano combinato una bella sciocchezza, mentre a quell’ora si potrebbe essere in casa con un buon punch, a discorrere; con Giovanna, con Alberto, con tutti; quest’ultima di Marco, poi, un vero colpo di testa. Rineri pensò pure all’amico e a quell’andata nel buio, con l’erba e la terra infradiciate dal piovere: questa volta gli era toccata a lui la parte del cocco, che aveva permesso a Giovanna e al compagno di scappar via sotto le minacce del diavolo e più tardi, dopo tante profferte per cercar della paglia, aveva finito così. Ma se non era corso dietro la matta, se non aveva insistito ad uscir lui per Marco con l’abituale energia, si vedeva pure confortato da una sua qualche ragione. Lei, Nerina, non l’avrebbe certo intuita così ad un tratto. «Sarebbe bello. Giravo sempre e solo da parer dannato per malefizio, subivo la compagnia della gente come i rami che frustan la faccia a camminar nelle valli, con la volontà di lasciarli al più presto; per fregarmi e irruvidirmi contro le rupi, dov’era più nudo era meglio, dov’era più alto, più deserto era meglio. Poi pensavo a casa mia; ma poi troppo tardi. E a casa mi facevo passare il male della solitudine tra la folla dei libri; folla immobile, netta, disciplinata, fedele, quale bisognava per me; tutti i dettagli analitici e le conclusioni della litologia e della cristallografìa, tutte le ragioni e le controragioni dei glaciologhi che si fanno la guerra; e quando sono stufo, matematica e quando sono stufo letteratura militare. E quando la mamma o il babbo vengono a scuotermi, la palestra, il fucile, il nuoto. Così non si avvincono gli uomini, così non si conoscono e non se n’è conosciuti; così non si ama o, se ad un tratto si ama, bisogna tacere.» Adesso c’era un tempo che non faceva comodo ai vivi; adesso non c’era più l’ora; adesso era l’autunno, il fango, il freddo. E Nerina pensava ad altro di certo. – Nerina, troppo turbata infatti perché dal viso le trasparisse il desiderio d’un qualunque discorso, si faceva forza, per esser gentile, a riprender via via qualche parola. Trattar l’amico a quel modo era brutto, era seccante; egli poteva soffrirne, sebbene fosse un tipo così chiuso, così serio, così corretto, da parere soltanto il modello meccanico della signorilità imperturbabile. Ma, dopo tutto, egli dominava la fortuna e la vita, mentre quell’altro aveva per sé la montagna, la fame, la paura: si sentiva dietro, nel rotolare a rompicollo da bronco a bronco, le bestemmie e i richiami d’una frotta di guardie. Nerina era troppo turbata, dopo, l’incontro del mattino, quando aveva visto tra due di loro un compagno di Stefano; e altri armati andar su, dietro chi ancora non s’era lasciato raggiungere. L’arrestato grondava sangue dal viso; i custodi, a un’interrogazione di Marco, gli risposero che il suo antico guardiacaccia era uno dei più cercati. «Se saran buoni a trovarlo!», aveva esclamato quello di mezzo mentre riprendevano strada. Ciò che gli era valso uno strattone punitivo dai suoi accompagnatori. «Com’è brutto far così, sempre così, sempre peggio! Attaccar liti, avere il coltello, perseguitarsi, battersi, uccidersi; non tener di parola, non aver pietà del viso di chi sta per cadere, di chi perisce, almeno di sua madre e de’ suoi bambini che aspettano.» Le guardie, ecco, picchiavano un ragazzo, gli altri ferivan le guardie; e chi aveva nel cuore una vendetta e chi nel pensiero un proponimento di sopraffazione o di scherno; tutti facevan rissa, percuotendosi, ingiuriandosi, levandosi gli sputi nel viso. Il tormento di Nerina faceva, se non la causa, le conseguenze certo più generali e più grandi. «Allora si sentono le fucilate risuonar per i monti, come colpi di frusta; nel fondo d’un salto c’è un morto, con il torrente che lo lava; la notte si riempie di mostruose paure; anche in casa par d’essere soli, in potere d’una tempesta; e la vita diventa un inferno. Perché fare a quel modo? Costringere uno che forse è puro a correr dove nemmeno passano i lupi, a scampar lontano dal paese, a rinnegare chi ci rimane e ci può vivere comodo? Perché far questo?» Gli altri uomini giudicavano ed agivano ben duramente, mettendo il cuore nella gola a uno che ha poco pane e nell’anima quanto ad essi, non che raggiungere, ma non è dato nemmeno di avvicinare immaginando; gli altri, da cui ella non aveva se non blandizie e carezze e mostra di giocondità, d’eleganza, di grazia. Dietro quei panni e quei visi lo stringente egoismo dei maschi, avidità e freddezza di dominatori senza scrupoli. Stefano invece le aveva sorriso arrossendo e le aveva fatto sommissione di tutto ch’era in suo potere sacrificarle; non veniva di là, dalle case e dalle genti donde sotto la giustificazione del necessario immediato fermentano i pensieri segreti della corruttela; veniva da una patria d’anime che non si sa, non si può saper dove sia. È qua e là, forse; forse lontana nel tempo, forse perduta. Adesso Stefano esulava oltre monte e lei nel branco si sentirebbe più sola. Così veniva soffrendo Nerina.

Rineri, poi che fu giunto alla detta conclusione meteorologica come al simbolo conclusivo delle sue tristezze interiori, vide sopra gli occhi della compagna un velo di pianto che pareva frenato a fatica. Il morso della sofferenza per lui sconosciuta l’occupò tutto, cacciando ogni cosa. «Piangere di chi? Di chi soffre? Anch’io soffro, allora. Ho dentro quanto nella vita non ho portato fin qui, quanto non ho pensato di aver a portare, un giorno. Vita deserta, senza compagni, senza pietà, senz’amore; con un pensiero centrale a pervaderla di dominazioni feroci, fissità d’uno spalto sopra ogni terra all’interno; pensiero che non serve a nulla, altro che ad arrivar stanchi nel vuoto. Adesso che sono il più stanco non m’è dato parlare: da nessuno avrei pietà, né soccorso; adesso che sono l’ultimo nel pensiero di lei!» La passione, convellendosi nelle muraglie marmoree d’una serenità e d’una compostezza mirabili, sembrava crescere per violenza di minuto in minuto; i freddi eserciti del pensiero disertavano la radunata, spersi nella notte, e nel vento fra i geni invisibili delle tempeste. Le mani gli si torcevano, facendo un nodo di muscoli e d’ossi in dolore.

Nerina trasalì. «Ha udito?», chiese. Il giovane si levò con correttezza perfetta, scostò lo sgabello, corse, aprì; guardò fuori: «Marco, Marco, siamo qua». Una ventata fredda, ingolfatasi dentro di colpo, ebbe dissoluta la voce e abbassata la fiamma sopra la legna, ma il croscio della pioggia dirotta non poté coprire una pesta che dava nel guazzo, allontanandosi. «Marco, Marco!»; anche Nerina, dietro le spalle del compagno, – s’era data a chiamare. Nessuna risposta, il passo non s’udì più. «Chi è?», fece Rineri; «avanti, via! Siamo due soli; presi dall’acqua; non temete di niente.» Con la destra cercava intanto la rivoltella. Il passo batté allora poco più là di dove aveva taciuto, come se nel frattempo avesse tentato di far perdere la traccia sonora. Un nero d’inferno, che il vano della porta pareva chiamar dentro col freddo. Rineri indietreggiò, tenendo con la sinistra il battente, con la destra l’arma al grilletto, pronto a ricevere qualunque ospite. «Avanti!», ripete duramente.

Una figura alta e compatta entrò contro la luce dell’ultima fiamma; grondava senza parer di curarsene; a capo nudo, due spalle quadrate, le braccia cadendo si staccavan dall’anche. Rimase lì, appoggiato lievemente da parte, sopra una gamba più che sull’altra. Nerina, guardando, allibì; Rineri ravvisò subito fattezze e persona. «Mi perdonino; non volevo incomodarli.» Questa voce non sembrava più d’un ragazzo, ché nel timbro della disperazione suonava una sicurezza virile. «Ma, sentendomi chiamare, ho pensato che forse per il mio onore è meglio così, anche se per loro non è cosa che importi, in questo, momento.» Le ultime parole ferirono Nerina, il cui viso andava perduto nell’ombra. Per un moto più forte d’ogni credenza appoggiò la sua mano sul braccio di Stefano, così che dai capelli di lui scompigliati le gocciolò sulle dita. «Sono stato nell’acqua, signorina»; la voce tremò; «ho poco, pochissimo tempo. Volevo pregarla che per carità non avesse a credere quello che dicono; per queste terre c’è chi si vuol salvare con la pelle degli altri. Lei sa che cosa è per me la mia mamma, sa che cosa e il signor Marco, per me. Le giuro sul loro nome e sul mio, signorina, ciò che le affermo è quanto le piante, quanto i sassi hanno visto: sono limpidi più degli uomini, ma non possono far testimonio. Io ero della compagnia del Convento; diciotto con quindici sacchi e tre punte.

Con noi venivano inoltre due soci dell’assassino.»

«Che assassino?», chiese Rineri.

«Quello della Riserva, la signorina sa bene.

Alla Rossola avevamo schivato il posto con un giro infernale e prima di venir giù si attendeva la notte. Fu allora che i due si proffersero, benché stracarichi, di mettersi avanti per sicurezza, allegando anche la scusa del tempo; e gli altri, che già dovevano aver qualche avviso, li lasciarono andare. Ma si tenne consiglio e le voci e i sospetti vennero fuori all’orecchio di tutti, così che fu deciso di cambiar strada, di scendere dalla destra del fiume, per quanto difficile sia da quel lato, e girare il costone della Torretta, per arrivare in piano all’altezza di Santa Maria. Ognun voleva per altro aver certezza della manovra e tutti furono d’accordo che fosse bene veder chiaro sugli spioni, per quella volta e per poi: sicché scelsero me, che so correre, e due (dovevano aver già per il cervello un’idea), che s’eran fatti avanti di lor volontà. Lasciati i sacchi alle punte, si rotolò dietro gli altri; la compagnia prese invece per dove ho detto, guadando le prime cascatelle del Rabbia.

Scarichi, raggiungemmo presto i due primi, che al veder noi rimasero male; studiarono del meglio per seminarci, cercarono mille chiacchiere, inventarono mille pretesti, ma non gli riuscì di far nulla. Era scesa la notte e quelli non sapevano più come tenersi; affrettarono, affrettarono, fino a che si venne sul margine alto alla frana, dove il sentiero sprofonda. I miei compagni vollero passare per primi, poi camminavano i due, poi, ultimo, io. Avevo il fiato corto: dentro d’ogni ombra mi sembrava intravedere una faccia. Momenti grami son quelli! Un sasso, un maledetto sasso, cominciò a rotolare; e più cadeva e più rimbalzava e più pareva che lo pagasse il governo, andandone il suono alla valle. Scendevamo. I compagni devono essersi fatti sentire, perché mentre camminavano avvicinandosi al ponte e su era sgombro e intorno pareva deserto, salta fuori uno di sotto, la voce del capitano: “Siete voi? Vengono tutti?”, chiese: “Avanti il segnale.” Spie assassine!»

Stefano ansimava nell’orror del racconto, turbandosi, a ripensar quell’infamia, come d’una insostenibile vista.

«I miei compagni si gettaron di corsa sul ponte per salvarsi nel buio, ma quello spianò la carabina e diede il fermo, e dovettero fermarsi dov’erano. Stavo dietro una macchia più su. Il capitano, con quella sicurezza tremenda, li raggiunse dicendo: “Qua le mani!” Lasciarono che si facesse vicino, nella notte non si scorgevano se non le figure. Credo legasse i polsi a quel primo, allorché s’accapigliarono tutti e tre in una zuffa terribile… Adesso ricordavo la faccia dei compagni, che s’eran dati al rischio, da sé: adesso capivo che li doveva aver tirati l’istinto, quello che ci mette sulla strada dei nemici, contro ogni proponimento di moderazione e di pace. I due avevano dei vecchi rancori contro il Comandante, che il mestiere non lo faceva da galantuomo.

Quale momento, Signorina, fu quello! Quel grido, quel tonfo! Né i due spioni ne io abbiamo aspettato che ci pescassero a cavallo d’un morto.» «Ebbene?», interruppe Rineri: «Ci voleva tanto a cantarla ed a farla cantare anche agli altri?»

«Ahimé, signore, lasciarsi legar prima le mani; ho già provato: è troppo. Bisognerebbe tradire la compagnia, mandar cento in malora. Alle canaglie non sembra vero di poter fare il mio nome, per vendicarsi dell’altra volta; e i due che han lavorato non si curano di cambiar la piega ai sospetti.

Chissà come ghigna; lui, bel grasso com’è! Ma mia madre dovrà morire, dovrà morire per forza!»

Al finire di queste parole, il ragazzo parve guardare la stanza e la fiamma e i due rifugiati, come se allora soltanto riferisse l’uno all’altro quei termini; le persone, le cose, il luogo, il tempo. Sembrava aver seguito fin qui un pensiero anelante che correva e correva nell’orrore levatogli intorno dall’accanimento del caso: una folla lo voleva perdere nella calunnia ed egli cercava di scamparne salvo verso Marco, verso Nerina. Del suo valicare e dello scendere tra i rami e i sassi del monte quel pensiero aveva fatto uno spasimo, più che ogni tormento del cielo, della caccia, della montagna; lo aveva divanzato con il volo del desiderio e del sogno, via per le crestate deserte alla Cenerina, e accompagnato passo per passo, come cagione d’una necessità imprescindibile, e seguito a stento, sempre più a stento, divenendo il terrore della salvezza mancante: farsi puro d’ogni colpa davanti a Marco, a Nerina, alla mamma. Farsi puro: far vedere, provare con ogni prova: essere ancora quello, anche dove la vita è più maledetta e più dura; sempre quello, con la forza di uno che non cede.

Ma poi che tale angoscia svanì, come l’affanno d’una corsa che parve non aver scampo, poi che Nerina e Rineri ebbero udito e credettero, ci fu nella baita e di fuori e dovunque il silenzio. Silenzio dell’anima che cambia nemico, della mente che sentendo sé allo stremo, vien conoscendo le forze di lui mentre ingrandisce avanzando; dacché il vento e la pioggia battevano implacabili la campagna.

La meta non era forse raggiunta? Il sogno non s’era fatto realtà? Egli era puro, adesso lo sapevano puro. Ma che c’era d’altro, di più orribile, di più cane? I tre videro nel medesimo momento il disegno che le loro anime levavano contro l’ombra del caso: quando non v’è lume nel mondo ad assisterci, se non la ragione del nostro stesso dolore: gli uomini l’uno nell’altro un nemico. Sol che Rineri compose il suo male con una stretta di volontà rabbiosa, a essere contro di lui un più forte, che si può intanto combattere per arrivare a strangolarlo nell’ora della lucidità. Stefano lasciò il dolore prorompere alle devastazioni cacciandosi avanti, come il torrente fa d’una preda, la sua fanciullezza e la vita, divelte dalle terre del sogno. Vide Nerina l’amore straziato del ragazzo senza mamma lasciare nella notte i fantasmi delle montagne che fanno muro alla patria e al valico doloroso della sua adolescenza incontrar lei al fianco d’uno più sicuro, più forte, più bello; e sé cercar nell’angoscia le parole della pietà e della speranza e non trovarle; non poterle trovare; da che la realtà parlava forte e villana e mentiva ogni cosa come solo la realtà sa mentire.

Rineri era con lei, difatti, in una notte deserta, lontano da ogni sguardo e da ogni pensiero del mondo; ma così aveva voluto l’ottobre, così Marco e forse anche lui stesso; non lei, non lei. Così aveva voluto Rineri: ricordando e pensando, c’era pienamente da crederlo. Lasciar che Giovanna partisse, permettere a Marco di cacciarsi nel disagio di quell’impresa; oh! una ragione ben buona doveva averlo tenuto, se pure la sua fredda forza lo aveva chiuso, come al solito, in una compostezza superiore ad ogni tumulto. Nerina intuì quale tormento mordesse l’animo del suo compagno, scese nuovamente a vedere in quell’altro, ancor più desolato e più perso: «Fatti coraggio, Stefano!», disse con quasi il pianto nella dolcissima voce: «Io ti seguirò sempre; e il mio pensiero ti darà la fortuna: te lo prometto! Marco dovrebbe arrivare; ma non lasciarti coglier qui dentro da chi ti ha da condur delle noie. Lo saluto per te.»

Nell’oscurità non si distinguevano i volti; né il ragazzo trovò parola che rendesse traccia di quel ch’era il suo animo. Si rivolse a Rineri con l’antica sollecitudine, per congedarsi. «Devi aver fame;» si sentì rispondere, «prendi questo sacco e gamba.» Nel sacco era scivolato un altro viatico non meno opportuno. Si strinsero, la mano senza parole; Nerina soggiunse: «Non temere per la mamma.»

Quando Stefano fu di fuori e pensò che il vento e la pioggia e tutti i cupi rimandi che le valli si danno toglievano ogni suono al suo passo, allora il pianto poté prorompere come voleva. Per la montagna Marco cercava il più prossinio, il più caro forse, di tutta l’adolescenza.

 

1. È un «articolo» della frode.

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ISSN 1476-9859

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