Una conversazione tra galantuomini

Claudia Carmina

Neri Pozza, Saranno idee d’arte e di poesia. Carteggi con Buzzati, Gadda, Montale e Parise, a cura di P. Di Palmo, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2006, 303pp., ISBN 88-545-0096-8

Il volume miscellaneo raccoglie la corrispondenza che Neri Pozza intrattiene con quattro degli autori, che, in maggior misura, hanno contribuito a determinare il successo della sua casa editrice: Buzzati, Gadda, Montale, Parise. In questo vasto assortimento di missive, le lettere di Gadda costituiscono un insieme coeso e numericamente rilevante (26 messaggi, tra cartoline, telegrammi, lettere dattiloscritte e manoscritte) e si configurano come un blocco assolutamente riconoscibile, perché qualificato dal ricorrere di strategie comunicative affatto peculiari e caratterizzanti.

Lo scambio epistolare copre una quindicina d’anni, dal 1951 al ’66, e prende avvio da una precisa circostanza: alla fine del febbraio del ’51, Pozza incontra a Firenze l’ingegnere milanese e gli propone di assemblare in volume le favole, che questi, a partire dal 1939, ha pubblicato a volta a volta in diversi periodici milanesi e fiorentini (Campo di Marte, Il Tesoretto, Il Mondo, Corrente di Vita giovanile). Gadda accetta di buon grado la proposta, persuaso in tal senso anche dai consigli ricevuti dagli amici Leone Piccioni, Giulio Cattaneo e Giorgio Zampa. E tuttavia l’accordo editoriale, che prevedeva inizialmente la pubblicazione del libro entro un mese dalla firma del contratto, viene disatteso dai ritardi dell’ingegnere, dal suo proposito di uniformare il tessuto linguistico del testo, dalla sua intenzione di rielaborare alcune favole per adattarle al mutato contesto, nonché di inserirne di nuove, a completamento della raccolta. Infine Il primo libro delle Favole vede la luce agli inizi del febbraio successivo, nel 1952, e riunisce un corpus di 186 favole, con l’esclusione di altri sedici pezzi che l’autore avrebbe voluto aggiungere all’edizione e che vengono però rifiutati da Pozza:

Dove andiamo a finire se lei mi invia ancora nuove favole? Dovrò fare eseguire nuovi disegni, con tutto danno. Già così il libro è venuto ricco e pieno, e costoso. Tenga presente che io non mi lamento che sia tale; ma le ripeto: bisogna che lo chiudiamo, e che Lei si rassegni a tenere le favole che ha pronte per un nuovo libro, che stamperemo magari fra cinque anni. (Lettera del 24 gennaio 1952, p. 169)

Dinanzi alle insistenze di Gadda, che vorrebbe procrastinare la chiusura del libro, il 28 gennaio 1952 l’editore ribadisce una volta di più il suo fermo diniego: «Mi scusi dunque, per la recisione con cui rifiuto il suo ultimo lavoro», si giustifica Pozza, «è un destino che l’editore debba aggradire meno Favole di quante Lei possa dare!» (172). Lungi dall’essere composto in un assetto definitivo già nel ’51, come pur Pozza si aspettava, a pochi giorni dall’uscita Il primo libro delle Favole ancora costituisce, per il suo autore, una sorta di work in progress, un cantiere sempre aperto, in cui far confluire un materiale in continua fermentazione. Non sorprende quindi che la parte più consistente del carteggio, riferendosi proprio al travagliato iter editoriale che porta all’allestimento del volume, si presenti agli occhi del lettore di oggi nei modi di una garbata schermaglia verbale, di una tenzone galante fra i due interlocutori a distanza.

Da una parte si disegna nitida la sagoma dell’editore Neri Pozza, che, indossati i panni di «un fratacchione benedettino» (147), si dedica con entusiasmo ed in prima persona al faticoso lavoro correttorio («ricevetti le favole che ho ricopiate a macchina io stesso non fidandomi di nessun dattilografo», 145), salvo poi esasperarsi di fronte agli ininterrotti rinvii gaddiani, assumendo quei toni pressanti e incolleriti da «virtuoso pungulator del bove» (SGF II 78), che verranno sarcasticamente rievocati dall’ingegnere nella Nota bibliografica che correda le favole.

Dall’altra, la figura nevrotica e ossessionata dello scrittore conquista la scena epistolare con le sue sovrabbondanti lamentazioni e le sue ansie ingiustificate, prolungando un’estenuante sequela di differimenti, ritardi e consegne mancate. In tal modo, dalla lettura delle epistole si ricava immancabilmente l’impressione di una diffusa uniformità, di una ridondanza pleonastica e forse menzognera di accenti e sentimenti. Tanto più che le lettere di Gadda si conformano tutte ad un identico statuto convenzionale, riproponendo di giorno in giorno un formulario fisso e invariabile: alla presenza costante di un incipit contrassegnato dai moduli enfatici della captatio benevolentiae, seguono le scuse per il ritardo nella risposta, associate alla minuziosa esposizione dei malesseri, dei disturbi fisici e degli impegni che hanno sfortunatamente rallentato il lavoro dell’autore. Il tutto accompagnato da puntigliose indicazioni riguardanti il recapito dello scrivente, che viene segnalato anche due volte nel corso di una stessa missiva. Così, la frana della continuità, addebitabile alle intermittenze dello scambio epistolare e ai lunghi silenzi dell’ingegnere, viene in qualche maniera arginata da una sorta di ossessione iterativa. E difatti i messaggi si accordano l’uno all’altro in un’interrotta catena di variazioni e di ripetizioni, inanellata nel duplice intento di giustificare il ritardo e di prorogare, per quanto possibile, l’imminente consegna delle favole.

Roma, 28 maggio 1951 || Caro Pozza, | ricevo la sua cartolina del 26 corr.te, in cui scorgo un tono di disappunto, e mi affretto a risponderle. | Quando il diavolo ci si mette… Ho avuto una grave ricaduta del mio male di stomaco, una degenza di tre settimane. | […] Voglia scusarmi e non inquietarsi. (141)

Roma, 10 agosto 1951 | 63, Via Crescenzio || Caro dottor Pozza, | so di essere in colpa e sorvolo sulle scuse che dovrei e devo farle. Lavoro e salute sono le cause del ritardo. (141)

Roma, 8 dicembre 1951 | […]|| Caro Pozza, | […] Mi occorrono per queste ultime [favole] ancora 3-4 giorni, spedirò il 13, avrà il 14. […] Mi conceda questa dilazione! Lavoro accanitamente e non voglio dare cose imperfette. (147)

La lettura di questi inizi epistolari, tratti dalle prime lettere inviate all’editore, restituisce l’immagine di un affaccendato scrittore che ingaggia una lotta impari contro il tempo. Da un canto, il prodotto artistico è sempre perfettibile e, quindi, il compiersi della scrittura non può sopportare scadenze di sorta; dall’altro, però, l’autore è costretto a piegarsi alle esigenze dello stampatore e alle impellenze del mercato editoriale. Il tempo della vita e il tempo della scrittura risultano, in buona sostanza, inconciliabili. Peraltro, le resistenze nel concludere l’opera, apponendovi il sigillo definitivo della pubblicazione, qualificano costantemente l’iter gaddiano e si ripresentano invariate anche più avanti, quando si tratta di condurre a termine l’«eterno» Pasticciaccio (Gadda Conti 1974: 92), la cui versione definitiva approda alla stampa solo grazie alle assillanti insistenze di Garzanti.

Proprio il carteggio con Garzanti ha più di un punto in comune con il dialogo epistolare intessuto con Pozza: entrambi gli editori sono costretti ad aspettare i tempi lunghi dell’ingegnere, adoperandosi in esortazioni, in ingiunzioni e persino in minacce, pur di sollecitarne la puntualità. Eppure, a differenza di quanto si verifica nelle lettere risentite e talvolta furibonde di Garzanti, il discorso di Pozza si accorda su toni riguardosi e accattivanti e, benché una comprensibile impazienza ne inasprisca qui e lì lo stile epistolare, la sua inflessione si assesta nelle forme sempre gentili di una cerimoniosità finanche ampollosa.

La corrispondenza tra Pozza e Gadda è una conversazione che si svolge «tra galantuomini» (145): l’editore vicentino capisce che il metodo più efficace per pungolare l’autore consiste nell’«affidarsi al Suo senso dell’onore e della parola» (145). Nella lettera del 6 dicembre 1951, la riprovazione per le more e per gli indugi, che impediscono la pubblicazione di un volume «già pronto», culmina in un’elegante allusione alle condizioni sancite nel contratto: «Tra galantuomini mi sembra non ci sia bisogno di più» (145). Nondimeno, dieci giorni più tardi, l’ira surriscalda nuovamente la penna di Pozza, che si vede raggirato e preso «in gabbo come un ciuco» (148) dalle promesse tradite dell’impenitente ingegnere. Anche in questo caso, però, l’indignazione non intacca il rapporto di profondo rispetto e la stima che l’editore nutre nei confronti del suo corrispondente:

Questo le dico perché ormai il tempo di attendere è passato e io non posso in coscienza baloccarmi con un testo che si sarebbe potuto fare in un mese e che invece Lei trascina da un anno. | Mi duole essere così drastico, ma Lei è un uomo cortese, fine e senza parola: ha l’arte di far sapere attendere mentre io voglio rompere ogni indugio. (148)

Il «nefando editore», il «potente negriero», com’è bonariamente definito da Buzzati nella lettera del 3 marzo 1955 (95), sembra stemperare a tratti la sua proverbiale irascibilità, lasciandosi contagiare dalla compiaciuta affettazione di modi che contraddistingue l’eloquio gaddiano. Eppure, dinanzi ai ripetuti tentennamenti del milanese, Pozza è costretto infine a «rompere ogni indugio» adottando un’inconsueta severità, perché, come dichiara il 24 gennaio, «talvolta gli autori stimolano a essere crudeli» (170). Un’istintiva capacità nelle scelte editoriali lo conduce comunque a puntare con decisione sulle Favole per arricchire il catalogo della collana Narratori antichi e moderni, che, nel giro di cinque anni, accoglie al suo interno testi di assoluto rilievo. In rapida sequenza, dal 1950 al 1955, vengono pubblicati In quel preciso momento di Buzzati, Il ragazzo morto e le comete di Parise, Il primo libro delle Favole, e poi, di seguito, appaiono ancora La grande vacanza dello stesso Parise e, nel ’55, l’edizione accresciuta dei racconti buzzatiani.

In questo prestigioso e folto ventaglio di titoli, Il primo libro delle Favole occupa una posizione del tutto originale, presentandosi come un libro eccentrico, come un’erratica e frammentaria integrazione, nata al margine delle opere maggiori, delle quali rielabora nella forma aforistica spunti tematici, varianti diegetiche, materiali di riuso. Riducendo al minimo qualsiasi dispersione di energia e condensando il messaggio nella misura breve dell’apologo, inevitabilmente la partitura delle favole contempla una diffusa ed equivoca allusività. Sicché, per dirimere le possibili oscurità sottese alla struttura episodica della narrazione, Pozza suggerisce all’autore di compilare una nota di accompagnamento alle favole, che valga «a maggior intelligenza del lettore»:

se lei desiderasse mettere una nota, dopo (o prima) delle favole, a me farebbe piacere. Sempreché Lei abbia da dire su di esse qualcosa a maggior intelligenza del lettore. | La lascio arbitro di decidere. | Certo il mio parere è quello di un editore che sente, di fronte a certi epigrammi assai cocenti, la necessità di essere accompagnato. E parlo, Lei capisce, mettendomi nei panni del povero e distratto lettore moderno. Lettore da scuotere, da sferzare. (137)

Nell’epistola di risposta del 26 aprile 1951, Gadda accoglie la sollecitazione e, al tempo stesso, aggiusta il tiro: la nota non dovrà guidare passo passo il lettore, orientandone l’interpretazione, né potrà configurarsi al modo di una prosa critica. Si tratterà piuttosto di una stravagante Nota bibliografica, «con qualche accenno esplicativo e autocritico» e con insistiti riferimenti «al tempo in cui le Favole sono state scritte e pubblicate» (138). Più che ad un’introduzione, Gadda pensa ad un testo autonomo da apporre «in fondo al volume ed in carattere assai più piccolo» (138). Ne viene fuori «una cosa curiosa» (150), «una nota bibliografica sui generis, cioè quasi un racconto» (161), tale da «inserire il modesto dramma dello scrittore nel dramma ben più terribile che l’Italia ha attraversato» (161). In questo modo, la nota mette in chiaro i due poli tematici che s’intrecciano a tramare in filigrana l’orditura discontinua delle favole. Qui, infatti, la riflessione satirica sulla guerra, sul fascismo, sulle storture della società si coniuga con il recupero di una dolente matrice autobiografica che emerge per schegge, per lacerti, in forme travestite e distorte. «Et è il primo libro de le favole, ove troverà ogniuno rubrica da suo riso, o pianto» (SGF II 8), recita la Nota bibliografica, rimarcando l’ambivalenza della satira gaddiana che ride solo amaramente delle contraddizioni sociali, mentre il suo tono di aspro sarcasmo si vela di tinte cupe e sinistre. Trasgressive e polemiche da un lato, censorie e moralistiche dall’altro, le favole drammatizzano la scena di un urto irriducibile, di un conflitto con il reale. Un conflitto che, com’è illustrato nell’epistola del 14 gennaio 1952, si squaderna sulla pagina al modo di un «contrasto» tra linguaggi:

Se qualche favola le spiacesse per una eccessiva ruvidezza del linguaggio, me lo dica: ma tenga presente che tale ruvidezza esprime un contrasto della realtà (plebea) rispetto alla untuosità o falsa retorica del linguaggio ufficiale. (Di ieri, di sempre). (165)

Del resto, dalle lettere tracima una costante attenzione al dato linguistico. In particolare, il carteggio attesta il vigile lavoro di revisione delle bozze condotto da Gadda: questi si sforza tenacemente di preservare nella sua integrità la patina d’italiano antico profusa negli epigrammi, correggendo con perizia le inesattezze grafiche e gli errori di trascrizione, subentrati nel passaggio dall’opera manoscritta alla versione approntata per la stampa. A tal proposito, risulta emblematica la missiva del dicembre 1951, in cui l’autore impone una rettifica al testo della favola 117, chiedendo che la parola «pontefice» sia stampata «col p minuscolo, non per mancanza di riguardo, ma perché tale era l’uso, anche delle scritture della Curia, nel ’400-’500» (154).

La cura con cui Gadda si dedica all’allestimento del volume è segno di un attaccamento e di una predilezione, che si fanno sempre più esibiti nel procedere della corrispondenza. «Le sono molto grato, caro Pozza, di aver accettato la stampa di questo mio lavoro, a cui tengo molto»: dichiara lo scrittore il 26 aprile del 1951, riconoscendo a Pozza il merito di aver mandato in stampa un libro «che editori meno intelligenti e coraggiosi avrebbero forse lasciato languire ancora» (139-40). Più avanti, nel 1953, a fronte della fredda accoglienza con cui la critica accompagna l’uscita del Primo libro delle Favole, Gadda rinnova i suoi ringraziamenti, ricorrendo pressoché alle identiche parole utilizzate due anni addietro:

Non dimentico l’aiuto da Lei datomi e la generosità con cui ha pubblicato le mie Favole. La critica è stata piuttosto severa (in genere) con quest’operetta a cui tenevo e tengo molto. (187)

Dal canto suo, Pozza si mostra consapevole del valore del «prezioso libretto che tanto gli sta a cuore» (146). Un valore che, a suo dire, non si deprezza nemmeno quando, all’indomani della distribuzione del libro nel febbraio del ’52, si vanno nitidamente delineando i contorni di un preoccupante insuccesso.

16.4.1952 || Carissimo Gadda, | la recensione di De Robertis era acida e sciocca e me ne sono molto meravigliato perché l’uomo è acido sì ma non sciocco; del resto a che pro prendersela tanto? Le altre recensioni erano deferenti e quella di Gramigna, che ho ringraziato, assai intelligente. Lasciamo i corvi gracchiare, il libro andrà o non andrà, non me ne importa troppo; importante è averlo stampato. (180)

La casa editrice Neri Pozza è una piccola impresa perennemente afflitta da problemi di sopravvivenza: lo sforzo economico, affrontato per pubblicare l’elegante e dispendiosa edizione del Primo libro delle Favole, illustrata da Mirko Vucetich, grava pesantemente sui suoi bilanci e non è affatto compensato dalle vendite, che restano esigue. Ciò nonostante, Pozza continua a spalleggiare il suo autore e si mobilita per sostenerne la candidatura al premio Strega, pur prevedendone, con largo anticipo, l’esito fallimentare («io sarei contento che lei avesse un premio, e però, in questa Italia neofascista e amorale, ho fieri dubbi che lei lo otterrà», 183). Il primo libro delle Favole arriva ultimo nella cinquina dello Strega, ottenendo solo trenta voti. Gadda è amareggiato, ma lo smacco non scoraggia Pozza, che, oltre ad esserne l’editore, è anche il primo estimatore degli epigrammi. Arenatosi il progetto di predisporre un secondo Libro delle Favole, egli si adopera per coinvolgere l’ingegnere in una nuova avventura editoriale: dapprima gli propone di raccogliere un volume di saggi, poi lo incita a stampare un libretto di poesie. In entrambi i casi, l’autore rifiuta la collaborazione:

Roma, 2 febbraio 1959 | 19 Via Blumenstihl 19 | C.E. Gadda || Carissimo Pozza, | un incidente, una caduta dalle scale, mi ha immobilizzato per venti giorni […]. | A parte questo, vedo dalla lettera gentilissima, che Lei attende da me qualcosa che supera forse la reale consistenza degli inediti a cui pensavo: e inediti che possano corrispondere ai Suoi desideri e alla Sua nobile e generosa attesa, non ho, devo dirlo francamente. […] | Tenga presente lo stato di grave angoscia in cui mi trovo, il terrore di essere incriminato di duplicità […] e le difficoltà tecniche e di lavoro e di salute fra cui mi dibatto. […] | La ringrazio tanto, della gentilezza e della comprensione. (189-90)

Siamo ormai nel 1959. L’anziano scrittore, stanco, ossessionato da sensi di colpa e da manie persecutorie, recide via via i legami con i suoi più assidui corrispondenti, mettendo in atto, con ostinazione e con metodica risolutezza, un processo di graduale estraniazione dal mondo. Così, anche lo scambio epistolare tra Gadda e Pozza, che si era mantenuto serrato nel biennio ’51-’52 per poi diradarsi negli anni successivi, finisce ora con l’estinguersi del tutto. In questo modo, la lettera del 2 febbraio acquisisce la solennità di un commiato, di un congedo, e impone un sigillo definitivo ad un dialogo fervido, ricco di sollecitazioni intellettuali, che si è vivacemente protratto per quasi un decennio. Eppure, anche in questo caso, l’ultima battuta della conversazione spetta a Pozza. Il 6 dicembre 1966, dopo sette anni di silenzio, l’editore ritorna a scrivere a Gadda, dopo una casuale rilettura dell’Adalgisa. In quest’occasione, Neri Pozza indirizza un tardivo elogio al suo antico interlocutore, confermando una volta per tutte l’apprezzamento da lui nutrito nei confronti dell’autore, sul cui talento aveva scommesso già nel ’51, quando il nome di Gadda circolava soltanto all’interno di una ristretta cerchia di addetti ai lavori:

Lei forse si meraviglierà che io Le scriva di queste cose, dopo tanto tempo, per esprimerLe il mio sentimento di gratitudine […]. | Nel confessarglielo ora, non senza mortificazione, devo anche aggiungere la gioia della scoperta. Così è sempre per ogni vera sicura, grande opera d’arte –, che affida se stessa alla forza del linguaggio e alla sua capacità segreta a penetrare i recessi del mondo, trasfigurandone gli aspetti visibili e invisibili per virtù di poesia. Così è stato per il racconto del Giròlom e della Confidenza e, per il Concerto; e taccio dell’Adalgisa; fin troppo facile, adesso, nella sua irruente bellezza. | Ho passato, quindi, due giorni di straordinario godimento, leggendo tutto, senza trascurare nessuna nota. […] | Con affetto mi abbia, || Suo Neri Pozza. (192-93)

Università di Palermo

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