L’Adalgisa

«.... E che ero una qui, e che ero una là; e che cantavo nei teatri di strapazzo, per i militari; che avevo già avuto una cinquantina d’amanti!.... ma sè!.... cento.... mille.... un milione!»

Una frenesia improvvisa aveva colto quella donna, per solito così «normale». I ragazzi si erano allontanati a guardare una carabina che aveva un ragazzo, e pareva vera: non ad aria compressa, ma con le «vere cartucce». Stavano osservandola estasiati, pezzo per pezzo: la toccavano, timidi, con un ditino, l’uno dopo l’altro, mentre il ragazzo, muto e sprezzante, gioiva di orgoglio.

«.... Se non fosse stato per il mio povero Carlo, che mi adorava.... senza esagerazione.... mi adorava», ricordò di aver sorriso del verbo adorare nel caso di Elsa, «.... povero figliolo!.... se non fosse stato per lui…. ti dico io che me lo sarei preso davvero l’amoroso.... ma de quii viscor, (1) però.... un tenente dei bersaglieri.... sí, proprio, un tenente....», pareva una bambina in capricci, che dicesse un cioccolattino col rosolio.... sì, proprio, col rosolio! «con delle piume fino alla vita!», e segnò davvero la cintura, «per farla crepare di rabbia.... quella stregaccia!.... E ce l’avevo lì pronto, veh?.... bastava solo che avessi voluto!.... Vedova.... padrona di fare quel che volevo.... dopotutto.... Ed era perfino un nobile.... un meridionale, magari.... ma un gran bel ragazzo!»

«È una strega!», gridò; «sono streghe! tutte quante insieme! Gli manca soltanto la pentola da far bollire i malefizî, con dentro le lingue dei rospi…. Mi hanno avvelenato la vita!»

«Non pensarci, cara, a certe tristezze», disse Elsa assai triste, con una sincera pietà. «Rasserénati.... hai almeno i tuoi figli....»: e un pianto le velò improvvisamente gli occhi.

«Non voglio rasserenarmi, che rasserenarmi d’Egitto!», gridò l’altra con una rabbia crescente, facendo volgere chi passava. «Non voglio. E tutto perché ero rimasta vedova! Cosa non me ne han dette! Cosa non me ne avevano fatte passare già fin da prima!.... perché cantavo! Sì, cantavo; oh bella!.... Cantavo!.... perché avevo una voce.... che se non avessi sposato il mio povero Carlo.... a quest’ora sarei sul palco del Metropolitan.... con una cinquantina di file di perle intorno al collo.…»

I ragazzi, laggiù, ipnotizzati da quella carabina.

«E questi due disgraziati lo devono a me, solo a me, se domani avranno qualche cosa addosso anche loro, come tütt i alter, una posizione, un po’ di sostanza....»

Elsa considerò che in realtà la cognata le era sempre parsa più sollecita dell’ordine che del disordine: più preoccupata della casa, dei «paviment de cera», che del palcoscenico del Metropolitan. Una tenuta inappuntabile della persona, una borsetta chiusa, stretta a due mani sulla cerniera, una oculata amministrazione della «sostanza». Intenta sempre alle cose fondate, alle suole e alle scarpe dei ragazzi, e impegnata a tutt’altro che a cercar bersaglieri, o ufficiali de’ bersaglieri, con le penne fino alla vita....

Solo la patita umiliazione, lo sdegno che l’aveva rôsa per anni, lunghi anni, potevano indurla ad esprimersi così. Solo il ricordo degli anni di gioventù e d’orgoglio, che aveva sperato felici dopo le nozze: e invece nella «nuova famiglia» l’avevano considerata come una disgrazia, una debolezza «di quel benedetto Carlo». E l’avevano lasciata freddamente in disparte, o addirittura respinta, come una profittatrice e una ex-cantante d’operette, una furba, insomma, a cui fosse riuscito di fare il colpo.

Il colpo col povero Carlo.

«Hai da vendicarmi, Elsa mia!», disse a un tratto; in un tono sommesso, cattivo, quasi un suggerimento. Cercò un fazzoletto nella borsetta: se lo premé sugli occhi, si soffiò il naso.

«Vendicarti?»

«Voglio dire sta’ allegra; divertiti intanto che sei ancora in tempo. Non pensarci, non essere così triste. È tutta poesia, nient’altro che poesia, credi a me....»

Disse «poesia» come avrebbe detto le feci o altri materiali putrescenti.

«Soltanto.... sceglilo bene.... Càtel foeura cont i occ avert.... (2)

«Ma non dargli la soddisfazione di credere al loro stemma.... alla loro superbia.... di prendere come oro colato tutte le minchionerie che gli vengono fuori dalla bocca.... Sono dei marchesi minchioni! Dài retta a me! Tu poi! Che sei come me, che sei piú bella di me.... che sei giovane....»: la guardò con l’occhio ammirato d’una sacerdotessa, d’una medichessa. «Se non sei felice.... se non hai, tutte le soddisfazioni che meriti.... ascoltami! Gli anni fanno presto a passare.... È inutile consumarli a far via la polvere ai mobili, ai ritratti.... Credimi, Elsa, non meritano....»

«Ma di che parli? Che dici? a quali marchesi alludi?....», implorò Elsa, con una voce tuttavia così limpida, che disarmò la cognata. La quale, come una scolaretta redarguita dalla maestra, inghiottì senza batter ciglio quel difficile «alludi».

I ragazzi tornarono rasserenati, e ormai dimentichi dell’uomo cattivo, a raccontare le perfezioni della carabina. Litigavano però intanto fra loro, in un «a parte» sottolineato da qualche calcio in tralice, sostenendo l’uno che era una Vetterly, l’altro una Royal Manchester. «Sei stupido!» «E tu sei scemo!». «Finitela!», si inviperì l’Adalgisa; pareva fuor di sé. «Finiscila, Gianfranco, o ti do uno schiaffo!» E lo schiaffo arrivò prima ancora della formulazione dell’ipotesi, come il lampo in precedenza sul tuono.

Gianfranco, interdetto, zittì e smise di tirar calci al fratello, ma non pianse. Luciano si affievolì subito lui pure.

Elsa ebbe delle parole buone e dolci per entrambi: ma intanto che si chinava sul più piccolo, a racconsolarlo, e a persuaderlo che i calci sugli stinchi potevano far del male anche a Gianfranco, Bruno ripassò pedalando, lento, preciso. E le parve, mentre lui la guardò, un pensiero inesorabile e fulgido scaturito dalla folla tediosa dei viventi. L’Adalgisa, stavolta, seguì quel ciclista con l’occhio, esasperata anche di lui, come di una cosa irregolare, contraria alla decenza, e al buon ordine della società. Dopo quel po’ po’ di sermoncino. Oh! Ella avrebbe voluto veder pedalare il suo Carlo! Oh! allora sì!

Oh! Col suo Carlo «era una cosa diversa». Il loro romanzo era stato una cosa incredibile, così davvero credeva. «Una pagina meravigliosa nel breve libro della vita!» diceva la «strega», cioè donna Eleonora Vigoni, (adoratrice di Longfellow), con molta dolcezza; e con altrettanta perfidia. Ella possedeva in sommo grado l’arte di lodare il Signore per far dispetto agli uomini. In tali occasioni atteggiava la lunga faccia vizza a un così compunto e disciplinato Deo gratias, che veniva voglia di prenderla a schiaffi. Certi ingegneri e fabbricanti di scaldabagni – il suo salotto non poteva respingerli, per via delle parentele e degli affetti familiari che ad esse conseguono – quando lei gli rivolgeva due parole d’obbligo piene di indulgenza e d’una commiserante sopportazione, avevano proprio difficoltà a non uscir dai gangheri. Dai quali gangheri usciva poi viceversa ella stessa non appena il garzonaccio del macellaio, e il suo degno sosia della drogheria Usuelli, avesse pronunziato il nome illustre dei Vigoni «come solo può pronunciarlo un teppista», ecc. ecc. la cattiva pronuncia di simili «farabutti» era stata anzi causa efficiente (3) a mutar di macelleria nove volte in due anni: addebitandone però) la colpa alla fesa.

La «pagina meravigliosa nel breve libro della vita» aveva avuto, per il povero Carlo, un inizio assolutamente imprevisto dall’austerità ironica dei Vigoni, per quanto alcuni, i Tantardini marito e moglie, ad esempio, che ebbero loro pure occasione di commentarmi tutta la storia, lo ritengano invece de’ più comuni e direi usuali nella fisica dell’uman genere.

Il povero Carlo, per quanto affetto da onestà cronica, utilizzava il suo diploma di ragioniere «amministrando» alcune case popolari in corso Vercelli, ma giù in fondo, però: e «on para de palazz de sciori in Via Brisa.... che domà quii....»: e rivedeva seralmente i conti ad alcuni droghieri de’ più pepati tra il Pontaccio e il Terraggio, passando anche da via San Giovanni sul Muro. Questi droghieri, immersi da anni in un’atmosfera mista di zafferano e portorico (4) tra scatole di biscotti Wafer, non lo erano altrettanto nella computisteria, poveracci.

Come dice anche solo il nome, Carlo!, egli era un bravo e bell’uomo. I suoi baffi, al loro tempo, avevano trionfato in Libia, terrore del deserto. Neri e guglielmini sotto il casco, sublimi in vetta al mehàra, perseguirono implacabili alcuni beduini dagli occhi cisposi; e li avevano fugati ogniqualvolta. I beduini, accoccolati nel rovescio delle dune, avvistavano quei baffi a tre chilometri e mantenevano poi il vantaggio per tutta la corsa. Quei baffi avevano innamorato una mora, ma una mora vera, di Tobrúk: nonché un paio di morettone un po’ più nostrane, svoltando fuori da corso Vercelli, giù, giù, per i sentieri e lungo i filari dei salci, fino alla cascina Caccialèpori.

E poi altre more, da mangiare, colte qua e là, in Valassina, «lunghesso» le siepi che circoscrivono campi di patate o di granturco: delle cui foglie silicose, cra cra cra, larghe e lustre, le vacche sono amantissime.

Carlo tornava dalle sue passeggiate suburbane con delle scarpe da masnadiero, che facevano la disperazione della serva. Pareva un «ingegner civile» reduce da misurazioni di terre. Per quanto avesse avuto cura di rimboccarsi i pantaloni, la Giovanna doveva lasciarli seccare «e poeu gratà e spazzetà on para d’ôr», rompendosi di quando in quando una qualche unghia sul panno, nella devota cancellazione delle pillacchere. Tornava quasi affannato, con la bocca mezzo aperta al respiro, le labbra infebbrate, e un grande appetito in corpo: un po’ «sperlusciato» (5) nei capelli e nei baffi, i due grandi e lucidi occhi un po’ spauriti, il viso incavato, l’animo piegato a clemenza. Soprattutto, diceva lui, «stràkk me n’àsen».

Unico «vero amore» l’Adalgisa! L’esaudimento di questo amore aveva però richiesto tutta una complicata procedura, delle visite piene di sorrisetti, dei brindisi in famiglia: la lieta sciarpa, infine, del sindaco.

«Del resto, non bisogna credere che pensasse domà a gòdere» (6) affermò l’Adalgisa con un moto d’orgoglio. «Lo studio, la scienza, erano il suo pane. Non era certo uno che viveva per il ventre. Nelle poche ore libere, studiava sui libri. Continuava a leggere fino alla una, in letto, che io ero già bell’e addormentata. Si occupava di tante di quelle cose! Faceva delle raccolte. Le raccolte, oltre ai ritratti dei paesaggi della Libia, (7) erano il suo più grande ideale».

E infatti accumulava sistematicamente, nelle scatole disusate delle scarpe e dei biscotti di Novara, doviziosi strati di pezzetti di buste «con tutti i francobolli del mondo»: ma non solo quelli vecchi del Venezuela o della Martinica, sì anche quelli di jeri l’altro, e del Regno d’Italia. Del Regno d’Italia, anzi, con la venerata effigie di Sua Maestà, ne arrivò a possedere un duemila. Tutte le migliaia di pezzi di busta avevano sedimentato in ventitre scatole di ex-biscotti le quali, in cima a un armadio, guai a chi le toccasse. L’Adalgisa aveva finito per convincersi: chi pò savell?, che forse, un giorno, magari, si sarebbe anche.... potuto realizzare.…

Ed oltre che appassionato filatelico era un dilettante mineralogista: parlava di cassiterite e di orneblenda, di schisti e di faglie: di stato crioscopico, di allotropia, di rocce peridotico-serpentinose....

Più che la «geometria dei cristalli», però, «che quella, magari, l’è, minga pan per i me dent....», lo interessavano invece «i minerali in se stessi»; si lisciava i baffi, stirandoli e filandoli come da una conocchia, con un gesto un po’ alla zuava; «....che la natüra, domà dervì i oeucc, l’è talment varia.... talment infinida....» E apriva davvero sui suoi ascoltatori due occhi nerissimi, rotondi, da intimidire i bambini.

Dei «minerali in se stessi» aveva riempito più d’un armadio di casa, e una credenza vecchia, dei nonni, e i tiretti della scrivania, la mensola d’un caminetto senza canna, i due tavolini della «sala de ricéf», il più grande e il più piccolo. Per tutta la casa abbondavano i fermacarte (di calcite o di solfo) e, in conseguenza, le carte.

I bimbi, crescendo, ebbero il permesso di giocare con alcuni minerali dei più tenaci e dei meno avvenenti, ma fu loro proibito di «consumarli». Ciò non ostante, fra i residui della spolveratura e della spazzatura, nella «lana» che veniva stanata da dietro i mobili, e già magari in prossimità dell’atra rüéra – ch’è, da noi, come la bocca d’un domestico Erebo – si reperivano quasi ogni giorno, sotto alla scopa, delle briciole di solfo cristallizzato, delle lamette o scagliette, ahi ahi, di mica; talora dei minuzzoli di ortoclasio.

Le donne, è ovvio, congiuravano di celare lo scelus al paterfamilias, deviandone i complessi talenti, a colazione, verso un qualche altro ramo dello scibile: o addirittura verso il prosciutto. Di San Daniele? Certo: vero San Daniele. «È buonissimo, proprio!» conveniva lui. Ma poi lo scelus finiva per trapelare dalle fenditure della reticenza, come il sospetto d’un incesto dalla casa delle Vestali.

E non c’era passeggiata nei monti, a Intronno, né bagno di mare, a Varazze, che non ne discendesse o non ne uscisse greve di testimonianze geologiche o talassologiche, di conchiglie, ricci, cavallucci duri, secchi in breve come un’ala di pollo arrosto troppo arrostito: o gelatinose meduse, enfiate della loro urticante idropisìa. O, giù dai dirupi, silice. O pulverulenta dolomite.

Il «periodo glaciale», poi, lo zavorrava senza misericordia.

O con il brusìo o il ronzìo, in una qualche tasca, d’un qualche notturno silfoide. O d’un cervo reluttante, d’un disperato calabrone. L’Adalgisa disse delle parole latine: avvicinò con gran sicurezza, ma naturalmente non riuscì a pronunziarli, i nomi del carabus violaceus e del purpurascens e s’imbrogliò poi del tutto nel carabus glabratus, un vero scioglilingua. La sua memoria di vedova e la sua bravura di donna milanese in un battibaleno menò sterminio degli sciagurati: una pioggia di beccacce sotto i colpi d’una carabina a tre canne. Aveva, dei nomi difficili imparati dal marito, l’idea che fossero assolutamente necessari a comprovare la sua qualità di «signora» e la sua fedeltà postuma di Adalgisa: e che in ogni modo bisognava pronunziarli, come gnente fosse, con l’aria più naturale del mondo.

Questi càlabi eran le prede più frequenti nei boschi, dissepolti da sotto mucchi di fogliame e di rami fradici, inseguiti poi con le pinze, in un batticuore, dopo il cataclisma: quando irraggiavano in celere fuga sull’ umidore denudato della terra, a celarsi nuovamente dentro le borraccine ed i muschi.

Perché infine il povero Carlo (8) era anche entomologo, ragione per cui diverse signore di mia conoscenza, tra le più colte anzi della nostra società, lo dicevano professore d’etimologia. La sua «passione», la sua «specialità» furono i coleotteri. Dapprima aveva tentennato, aveva svolazzato qua e là, come ad orizzontarsi, nel campo infinito: «la natüra l’è talment granda, talment infinida!....» Poi però, poco a poco, aveva preso a ragionare, a restringersi. Trovò che bisognava «specializzarsi», saper resistere alle tentazioni dissolvitrici dell’Enciclopedìa. «Siamo nel secolo della specializzazione», enunciava autorevolmente: ipnotizzando gli interlocutori coi grossi occhi e coi baffi, gli uni e gli altri nerissimi.

Trascurò così a poco a poco calabroni e farfalle, mosche e cimici: abbandonò al loro destino lepidòtteri, imenòtteri e dìtteri: non volle più saper di rincòti, «roba de pomada mercüriàal», soggiungeva ridacchiando, con un’a baritonale, lunga dai 18 ai 22 secondi.

Si liberò d’ogni scoria enciclopedica, si specializzò. Puntò sugli scarabei.

Tutta questa crisi, diobono, dopoché alla fiera di Sant’Ambrogio, una domenica, s’era imbattuto in un volume scompagnato del Fabre, che aveva accompagnato in seguito con l’opera del Prazzoli: «I coleotteri italiani – Nozioni elementari» e con il libro di Eger Lessona: «Il raccoglitore naturalista».

L’Adalgisa, a dir vero, non vedeva di troppo buon occhio questa nuova «inclinazione» del marito, ne era anzi un po’ seccata. Ma poi vi aveva tacitamente aderito, pensando tra sé e sé: «meglio questo che i vizzi,.... o un quai cornett....». Tanto che dopo lunga lotta interiore, sentendosi con le spalle al sicuro dal lato miée, Carlo aveva osato cedere alla tentazione d’un nuovo acquisto, un’offerta proprio vantaggiosa, bisogna convenirne, anzi una «vera» occasione: uno dei primi atlanti sistematici in ltalia: Il Catalogo dei Curculionidi Siciliani del geometra Vitale.

L’Adalgisa, rabbonitasi alquanto, prese a rivivere in una elisia mansuetudine, o come nella dolcezza de’ rimpianti, quelle ricerche fervorose del povero Carlo: i coleotteri, proprio, erano modi della divina Sostanza. (9) Nella vivezza appassionata del ricordo, nel sopravvivente orgoglio della donna, della sposa, ogni captato curculione diventava un atto di amore.

Raccozzando alla brava nomi e fatti, commossa, venne poi a puntuar meglio il discorso, d’una qualche lacrima, di reiterate e impeccabili soffiate di naso. Sospirava, dopo ogni pausa, dolorosamente, come quando si ricordano le nobili cose del passato e dei compagni dispariti. Andava così rappezzando in uno strano arazzo quei curiosi avvenimenti etimologici (o entomologici, se preferite) che avevano occupato i suoi anni belli, dopo l’urlo dei parti.

E li risognava davanti la testimonianza di Elsa, in una luce attenuata, di memoria. Pel tramite d’un sacro, indissolubile vincolo, quei fatti le avevano comunicato non forse la passione dell’indagine, «de vorè ravanà (10) de per tütt», ma almeno «el rispetto della Sciensa», così assicurava.

«Come quel giorno.... ch’el m’è tornàa a cà conscìaa, ma consciàa....» Levò le mani inguantate a nascondere il volto, e quasi a smorzare, un attimo, la fulgidità del ricordo. «Madonna Santa!.... pareva che fosse caduto in un lago di palta!....» (11)

Era caduto infatti in una specie di pantano, fra la roggia Brisighella e la roggia Scondüda, ch’era straripata, quest’ultima: in territorio di San Colombano al Lambro, in campagna, dov’erano andati «per San Péder», a trovare certi parenti pieni di polli. Il dolce piano, quel pomeriggio, nel sole fulgidissimo, brusiva di amori e di voli.

S’era cavata la giacca, s’era sporto avido, con il retìno, per una preda di larve: e anche ditischi adulti, magari: così almeno riferirono i testimoni. Ma quei vigorosi nuotatori, subodorate le intenzioni del retino, (lo lumarono subito, dal sotto in su), via! s’erano spiccati come altrettante spole dall’erbe e dagli steli subacquei, dove pareva invece che ci dormicchiassero: e lui dietro! col suo retìno, bravo! come ci fosse probabilità di raggiungerli! In maniche di camicia com’era, teso fino all’ultimo il braccio, Dio com’era peloso!, perché aveva rimboccato la manica. Attaccandosi con la sinistra a un ramo, sì! finché il ramo si scerpò netto: e lui patapùmfete!: dentro come un salame fino al collo.

Una nuvola di fango lo aveva sùbito circondato.

Quelli intanto bucarono via l’acqua come siluretti felici, scampati nei roridi e verdi regni, fra i capegli dell’erbe e dell’alghe: salvi dal loro profilo ellittico o parellittico, che offre, credo, un minimum di resistenza, che segna un optimum della forma natante. E devono aver raggiunto quest’ottimo nella pertinace evoluzione della discendenza, in un loro amore del meglio e poi del perfetto, educendo dalla grossolanità primigenia il garbo del capo, del corsaletto e dell’èlitre, sforzandosi di tendere, tendendo all’elisse, entro paludi, o gore morte nelle golene de’ fiumi: ogni acqua ferma un bacino da esperimenti, ogni specchio livido un mondo da perforare col pensiero: traverso generazioni e millenni raggiungendo il loro laborioso integrale isoperimetrico. (12)

Bruno ripassò, alto e calmo, sulla sua bicicletta. Anche il suo sangue, traverso i millenni, doveva aver comportato e risolto tutta una serie di problemi infinitesimali. Gli imponderabili atti e moti, le intime e quasi inavvertite volizioni, le oscure e tormentose delìbere, le profonde elezioni dell’istinto, i minimi sopralivelli della scelta, «les petites perceptions», (13) s’erano lentamente stratificate negli evi, affiorando nella risorgiva di una persona. L’oscuro tendere, l’oscuro volere, l’oscura fermezza, l’oscura fede: l’oscura fatica della sopportazione, l’oscura negazione e ripudio delle cose abominevoli, la scelta degli atti vitali, il raggiunto essere, alfine, come di chi emunto alfine risorga: nel giorno!, dalla tomba infernale della miniera.

La onorevole discorsività degli atti finiti, dei bei pensieri distesi, come mutande ad asciugare al sole, non è se non ordinaria pratica, non è creazione, non è euresi, ma godimento, ripetizione e profitto. Perciò l’abitudine, la cara abitudine, «le mie care abitudini», erano il bozzolo prediletto dove s’imbozzolavano tutti della famiglia, lo zio Agamennone, i nipoti, i cugini, il N.H. Giovan Maria, e la stessa donna Eleonora, per quanto sardonica e tira-sberle. (14) Il nobile Gian Maria, poi, neanche parlarne: stretto e rappreso nelle sue abitudini come la nave del Duca fra le gelate cataste della banchisa. Perciò quei due nasi del Gianfranco e del Luciano, poveri nasoni in lotta (presente o prossima) coi verbi deponenti, avevan l’aria di significare: «ci siamo e ci resteremo: soprattutto ci resteremo». Elsa pareva turbata, assorta.

A Bruno chi gli aveva disegnato la faccia? Quale sangue, nuovo o remoto, gli aveva messo il ciuffo? Quale vigore o disperazione? Di che gente o costume, di che travaglio o tempo, era venuta quella fronte? Da quale servitù ribelle il suo sguardo, e quella mano, quel braccio ch’ella aveva veduto recidere i tendini alla bestia distesa? Da quale macellaio o macelleria egli era stato licenziato ai buoni modi del vivere? Quando, e da quale mente era stato «progettato»? Era partecipe dell’equivoco delle labiali?

In dodici o quindici scatole di legno, pavimentate ognuna del suo soprafondo di sughero e questo, poi, coperto d’un foglio bianco a coordinate rettilinee, (15) su infiniti spilli, davanti gli occhi sgranati de’ due bimbi, il povero Carlo aveva meticolosamente infilzato gli Scarabei e i Ditischi infiniti della natura, i Cebrioni, i Curculioni, i Cerambricìdi, i Buprèssidi, gli Elatèridi: le fuggitive Cicindèle odorate di rosa e di muschio, lucide come Giovanna d’Arco nella loro corazza di acciaio chiuso, brunito; poi gli infaticati Ateuci e le Silfi, e tutta la genìa saluberrima dei beccamorti agresti e silvani. I più piccini, i pidocchietti minimi della terra infinitamente materna, li consegnava invece (con un punto di un suo speciale mastice o balsamo) a un piccolo cataletto di midolla di sambuco: e infilava poi nel cataletto lo spillo più esile, da lato, per non guastare il morto.

La preparazione e il ritaglio dei cartellini occupò talvolta, nell’ultim’anno, il ragazzo più grande. Intere domeniche! Coi ditini nelle forbiciacce, intento al lavoro, serio serio, ogni tanto si passava la puntina rossa della lingua sul labbro di sopra.

La grande ansia della famigliuola era che il pigìdio – (con questo vocabolo si dimanda il didietro dei coleotteri, cioè l’ultimo segmento addominale) – potesse vuotarsi, come talora avvenne, dopo morte, all’atto dell’infilzamento. Rimaneva allora moscio moscio, preda d’una mortificante tendenza all’ingiù.

«Ah! quel pigìdi, quel pigìdi!», sospirò l’Adalgisa in dialetto. Elsa dovette ridere.

«Una volta abbiamo litigato per il veleno: perché bisogna mazzarli (16) alla svelta, soffocandoli nel vasetto, povere bestie. Bisogna metterci dentro un po’ di bambagia, nel vasetto, imbevuta d’un qualche acido, soja mì, un qualche cosa che li soféghi subito, capisci? L’alcool non va, perché i e fa diventà smòrt.... sì, insomma, gli porta via il suo colore naturale.... L’arsenico neanche tirare a mano. Sicché voleva doperare a tutti i costi il cianuro.... Cara te!.... con due ragazzi in casa! E allora, siccome ha visto che io volevo impormi, lui alza la voce ankamò püssee de mi.... che con la scienza non si può discutere, quel che ghe voeur ghe voeur.... Va ben, ma mi pensi ai mè fioeu, mi me fa di tò bordòkk!.... Dio Madonna!.... Pèna senti bordòkk.... momenti el me lassa andà ona sberla.... Poer fiolàsc!»

La soffiata di naso fu inevitabile.

«E poi, nelle scatole, ci metteva un vetro di orologio a rovescio, sul fondo, con una specie di olio giallo per preservarli dalle càmole, dai vermi.... Oh! Dio mio! non mi ricordo più come si chiamava.... pèta, pèta.... un nòmm come vetriòlo.... cetriòlo.... benzonitrolo.... pèta....: nitrobenzolo!.... adesso m’è venuto in mente! che sentiva di mandorle. Oppure l’essenza di urbano.... cioè.... de.... mirbano, che ti fa venire un tal mal di testa!.... Insomma abbiamo proprio litigato».

Le si velàrono gli occhi.

«Quelle poche settimane di campagna, o al mare, non lo crederai, ma andava in giro tutta notte con la lanterna, pieno di pinze.... lo prendevano per matto.... Di giorno col retìno.... con le sue scatole e la sua cartucciera. Ah! Signore!.... Ma almeno, poverino, può dire di essersi divertito, quei pochi anni, di aver goduto la vita....»; si soffiò il naso; «di aver fatto qualche cosa anche lui, a sto mondo, povero ragazzo!....»

L’Adalgisa era diventata un molino a vento. Il suo cervello formicolava e brusiva di ricordi, come un campo, a giugno, di insetti e di voli, di zampe e di èlitre.

Ricordò la famosa cattura dell’Ateuco, lo scarabeo nero «che perfino i re dell’Egitto, ma pensa un po’ che epoca superstiziosa in confronto alla scienza del dì d’inkoeu, lo veneravano come un animale sacro, come un pavone....». Carlo aveva raccontato mille volte la storia, ai ragazzi divertiti, a tavola: «Per quanto.... al momento che si è dietro a mangiare.... cara te!.... tant petitosa l’è poeu minga....». (17)

Erano al mare, verso Viareggio, l’anno che avevano fatto i corni a Varazze suscitando le proteste del nobile Gian Maria e alcuni tentennamenti ironici della sarcastica parrucca di donna Eleonora: «quel Carlo!». Dove la sabbia scottava sotto i piedi: e lui ci andava apposta: si appostava lì delle ore, in agguato.

Il forte e nero animale gli era apparso a un tratto, sul dorato fulgore dell’arena. Avvedutosi dell’uomo, si era dato subito a fare il morto, raccogliendo le zampe, acquattandosi, simulando l’indifferenza levigata d’un ciottolo.... d’un sassolino.... Una grossa e rotonda pallottola gli stava davanti, ossia dietro: Carlo s’avvide, riflettendoci, che l’ipocritone aveva camminato a ritroso....

Vele erano nel mare, lontane.

Sul fronte del nerissimo insetto il ragioniere, felice, riconobbe l’epistòma, cioè la potente pala dentata, quasi uno spazzaneve di locomotiva. Dopo un po’, vedendo che non succedeva nulla di nuovo, quella brutta bestia riprese la fatica.

Puntava sulle zampe anteriori e retrocedeva in una sicurezza perfetta, come se ci vedesse dal pigìdio. Ogni volta bisognasse afferrava la pallottola con le posteriori ed ecco, ecco la sospingeva all’insù, terribilmente, valicando con la tenacia di Sisifo le piccole dune, le increspature dell’arena; a noi un nulla, bastioni enormi a lui. La pallottola, perfettamente sferica e infarinata come una polpetta, era venti volte più grossa dell’Ateuco, ma doveva averlo inebriato col suo profumo, come l’odor solo della «borsa» inebria il pugile alla lotta.

E la sfera ascendeva, lenta: si sublimava sopra la repulsione di quella pazienza color pece, superava i tenebrosi divieti della gravità. Trasgredito il vertice, ripiombava rotolando nella gravità. L’Ateuco, infaticato, la sospingeva per monte e per valle fino alla dimora di sua donna: che attendeva, ansiosa, per il piccolo, per la imminente larva, quella balia provvidenziale.

Accorsero dei ragazzi di bronzo, ignudi. Carlo, tutto chino, con un batticuore, aveva già estratto le pinze. Con quelle afferrò l’Ateuco mentre si dibatteva furente, lo rinchiuse nel vasetto.... Un ragazzo prese invece la pallottola, eccitato a conquistar la sua parte di fortuna; che però la sentì molle e anzi gli si spiaccicò fra i diti: «Ma un vedi che la è cacca, ettù bischero!....», strillarono ridendo i compagni. Quello rimase esterrefatto, con la polpetta stiacciata fra i quattro diti; poi corse alla battìma dicendo madonnabona madonnabona ziohàne.

«Era proprio l’Ateucus Sacer Linnaei!», confermava poi la voce baritonale di Carlo ai soli adulti, a Milano, in sala de ricéf, tra la diàspora dei cristalli e dei sassi. «I Geotrùpidi e gli Ateuci», seguitava, mutando l’accavallatura delle gambe ed esibendo a mezz’aria una lunga scarpa nera, l’altra, che a sua volta oscillava col polso, «una volta che si sono assicurati la preda, ne traggono delle grosse pallottole, maa.... confezionate a regola, in ciascuna delle quali la femmina depone un uovo....» La preda era poi nient’altro se non la materia che i ragazzi avevano chiamato.... col suo nome.

Le voci come tràggono o ridùcono, proparossìtone di passaggio a Milano, esaltavano la sua fierezza eloquente, piena di lampi neri degli occhioni e di una calda comunicativa. Si lisciò i baffi, anche quella volta, se li appuntì col gesto largo dello zuavo: «Così, appena nato,.... il principino trova il mangiare bell’e pronto.... tale e quale come fosse un figlio di papà....

«L’Ateucus Sacer è ben raro da noi (18) il mio, giusto, l’ho trovato vicino a Viareggio, ed è stato un caso, un puro caso, che posso ringraziar la fortuna.... Anche in Libia, del resto....»: crollò il capo. «Noi abbiamo l’Ateucus Pius», e diceva noi con un certo sussiego, per dire noi a Milano. «E poi, frequentissimo, neanche parlarne, il Geotrùpes Stercorarius....»

« Che cos’è mai la natura!», dicevano gli ascoltatori ammirati.

«Ogni generazione spiana la via alla generazione seguente!», concedette il buon ragioniere distendendo i sopraccigli, guardando lontan lontano, nel vuoto. Si lisciò ancora i baffi, nerissimi, affusolandoli tra pollice e indice, come doveva fare il maestro di caccia di Napoleone III: «.... spiana la via ai venturi! gli prepara il nido....»

Così disse, pur intuendo che il nido in discorso non era un vero e proprio nido, nello stretto significato della parola: dato che era la pallottola.

«È il sogno di poter allevare i nostri figli nel benessere.... nella sicurezza del domani,.... di vederli crescere forti, generosi, con l’orgoglio di sapersi nostri figli!.... E questo lo cerchiamo, lo otteniamo a prezzo di qualunque sacrificio.... valendoci della fatica, dei risparmi sacrosanti di tutta una vita!»

«Propi inscì! Ben detto!», rincalzarono tutti. Scopersero poi, felicitandosi reciprocamente della scoperta con dei nuovi «ben detto! vorevi propi dill anka mi», che i risparmi, per l’appunto, possono essere paragonati al.... alla.... sì, insomma, a quella polpetta.

Un’altra volta si trattò invece del Necrophorus, anzi di tutta una confraternita di Necrofori, al margine d’un sentiero, nei campi. Una puzza!

Era un topo marcio. E vi lavoravano intorno come dannati: a scavare, a tirare, da seppellirlo prima che facesse giorno, da metterlo in arca. L’humus, che è femmina, funzionava da Cassa di Risparmio. Carlo, con ali ai piedi lungo i sentieri della notte, aveva seguitato l’indizio di quell’odorino: giunto sull’epicentro si chinò, mettendo avanti la lanterna. Il naso, che aveva trasmesso ai figli moltiplicato per due, gli era stato fedele in misura maggiore d’ogni previsione.

La stella di Espero dava luce di acetilene lontana al cantiere, la lampada lo rischiarò a giorno, improvvisa. Scoperti così a un tratto, quei brulicanti gli parvero maestri d’ascia e calafàti in cantiere, come a Varazze; o come in bacino, a Genova, pel carenaggio d’un puttanone di quelli, «che navicar non ponno». I topi marci lucrano indulgenza plenaria appo i Silfoidi, e, quel che più conta, il funerale gratuito.

Una disciplina e un «affiatamento» inimitabili animavano quella benemerita Compagnia della Misericordia: a cui il mirifico Padre Eterno, in premio della di lei buona volontà e insospettata perizia, e d’una encomiabile resistenza ai gas tossici, aveva conceduto in privilegio il succulento cadavere.

«Ne ho raccolti un cinque o sei.... Con le pinze, sigüra!, per minga tocà el ratt cont i man....

«Questi necrofori, una volta seppellita la sua brava carogna, ci banchettano dentro, felici....» (Era felice anche lui). «Dènter in del venter, in di büsèkk del ratt....» Si stirò i baffi. «Poi si accoppiano», e questa brutta parola fu pronunziata da un Carlo straordinariamente serio; «indi vi depongono i uovi....»

Un’àgape sacrificale, un banchetto totemico. Poi l’orgia, a pancia piena, nella pancia del topo morto. Il futuro assicurato: una prole felice.

Così tutto è fecondo, nella infinita fecondità di natura.

Il guaio fu «quando le cose precipitarono». Al ricordo, l’Adalgisa levò il fazzoletto della borsetta, la cui molla, nel venir chiusa, fece un tràc: assai nitido. «Con due figli da tirar su, capirai!» Aveva dovuto «ridursi»: assolutamente. «Ma dove metterla, tutta quella roba?»

Il trasloco tragico fu una specie di cataclisma. La tromba marina della disdetta l’aveva aggirata e ravvolta via verso il buio, forzandola a smaltire sui due piedi un quattro quintali di sassi: per non dire dei ricci, dei conchiglioni, e alcune lunghe stanghe di calcio, (19) pezzi di stalagmiti: come candele smoccolate. «E senza alcun profitto, senza poterne ricavare un centesimo!» Anzi: «quas quasi dovevo pagargli io il trasporto.... Ah! Madonna, che momenti!.... Che momenti ho passato!.... Domà il Signore lo sa!....» E fortuna ankamò che il capomastro di casa Ingegnoli era buono come il pane. Aveva da colmare una buca, nella fabbrica nuova lì a due passi, pènna foeura di Via Pisacane. I «minerali in se stessi» finirono lì.

I facchini del trasloco, invece, «che sono come le bestie», avevano perfezionato la disgrazia.

Anzitutto nell’agguantare le prime teche venutegli fra le mani, le avevano «scorlìte» (20) con una tal mancanza di riguardo, da disincagliare issofatto alcuni Curculioni dei meno felicemente infilzati, o forse un po’ troppo secchi, ormai. E anche dei Bupressidi. I costoro cadaveri avevano preso a vagabondare nel sepolcreto inseguiti dal ciotolino del mirbano, il quale, essendo un vetro d’orologio, non solo era andato in brìciole lui, ma aveva anche infranto il vetro della teca. Poi, come non bastasse, e nonostante una tremenda intemerata dell’Adalgisa, avevano deposto alcune delle quindici scatole, le più preziose naturalmente, quella dei Geotrùpidi fra l’altre, davanti a una ruota del furgone: dove ci si leggeva sul fianco, a lettere cubitali, Fratelli.... Fratelli.... che so io!: e subito dopo le avevano completamente dimenticate. (Lo sdegno, al solo ricordo, dové metterle in subbuglio il fegato).

Ne conseguì, appena mossi i cavalli, un appiattimento definitivo della più eletta società de’ Geotrùpidi e de’ Curculioni, oltreché delle Blatte. La Blaps Mortìsaga, alta e pretensiosa sulle zampe e dura e crocchiante sotto il calcagno, si ridusse ad essere niente più che la proiezione ortogonale (21) della sua propria superbia.

Del disastro, lì per lì, piangendo di stizza, l’Adalgisa avrebbe avuto una gran voglia di far colpa alla sbadataggine, alla solita incuria della portinaia. Ma una insolente guardata di colei bastò a dissuaderla, «povera signora», dall’agganciare il definitivo litigio. «Che la vaga là, sciora Adalgisa», opinò la bolscevica donna con un suo fare incuorante, moralizzante, pieno di bonarietà e di perfidia: «che la vaga là, che l’è poeu minga sta gran disgrazia!.... ghe n’è pesg, di desgrazzi, a sto mond!» E s’era data a spazzare il marciapiede, furiosamente: come se la paglia e tutti i frùstoli di quello sgombero l’avessero di troppo infettato. Aggiunse in fine con un’alzata di spalle, quasi parlando fra sé e sé: «de qui bordòkk lì se ne troeuva de per tütt».

«Una vipera, ti dico, una vipera....» Aspirò sdegnata alcuni cucchiai d’aria, che le sibilava fra i denti. Pareva ansimare nell’obbrobrio del ricordo: di quel dispregio plebeo così turpemente manifestato verso la «raccolta»: «la principale passione» del suo povero Carlo.

I ragazzi si turbarono del turbamento materno. Parteciparono angustiati allo sdegno della mamma contro «quella vipera», che non rammentavano affatto. Con gli occhi limpidi dilatati da tristezza, con due nasi che richiamavano due volte quello del loro povero papà. Guardavano il davanti materno, ancor florido, palpitare sotto i merletti, sotto la seta marrone....

«Con una donna come quella, che ti spia giorno e notte, per il solo gusto di far la spia.... anche quando non c’è niente da spiare.... ma che cosa ci dev’essere mai da spiare?.... allora la vita diventa un tossico....»

Elsa era quasi per sorridere: voleva consolarla.

«E vedova! con due figli da tirar su! e con l’appetito che hanno!.... Oh, Signore, Signore!....» I ragazzi parevano mortificati d’aver tanto appetito; è una brutta cosa, certo.... un vizio.... comune a quasi tutti i ragazzi. «No! il mondo non vale la pena di tutti i nostri sacrifici!.... di tutti i sforsi (22) che facciamo per poter andare in giro a testa alta!.... e per cosa, poi?.... No, no.... credilo, credilo.... Elsa!.... Divertiti, dammi retta.... divertiti!.... intanta che te set a temp ankamò....

«Domani sarai una vecchia.... piena di rughe.... come quella che è passata poco fa.... in della soa carozza.... di temp de Carlo Códega....» (Era donna Eleonora, col Leopoldo in serpa servitore-cocchiere, trainati dall’atassico esemplare equino che ho tentato di descrivere).

«Più brutta ancora, se possibile, più strega, più invidiosa; più stemègna.... (23) Con tutte le malattie dei dottori dentro lo stomaco, in di polmón, ma sigüra!, in di rognón.... come la Mornati o la Pertegati, come la Termontel. Ti orinerai adosso, te lo dico io.... come la nonna di tuo marito.

«Andate a giocare! andate via! Cos’avete da tirarmi la sottana?.... Volete un altro paio di schiaffi?», gridò esasperata ai ragazzi. Un malumore incontenibile l’agitava tutta, s’era fatta pallida, con degli occhi senza ragione.... Quelle parole, quei modi, non le erano abituali, ch’io sappia: almeno fino a quegli anni. I ragazzi chinarono il capo, si scostarono, ignari dei precedenti del mondo, ossequenti al decreto: di quella imbizzita divinità.

Elsa credette di doverla confortare, superò il ribrezzo dei presagi: ignorò l’inciviltà dei modi e dei termini, buttati fuori da una furia così sorda e così repentina. «Via.... non pensare a certe tristezze», le suggerì dolcemente, «tutti, si sa, dovremo diventar vecchi.... un po’ per volta.... Basta accomodarci all’idea.... Tu hai i figlioli.... i tuoi figlioli....»: e li guardò sorridendo, poveri nasoni: e chinò il capo nell’ombra. Tanto che l’Adalgisa parve davvero chetarsi, rasserenarsi. Gli uomini e i giovani, passando, le rimiravano: molti si rivolgevano: sostando poi a guardarle, profittando dell’ora.... Le donne, le ragazze dedicavano a Elsa interminabili occhiate, come d’una invidia senza ritegno....

Disincagliato dai coleotteri, dai geotrùpidi, – acciaccata inoltre la testa della vipera, – fu allora che il consumato romanzo della vedova Biandronni guadagnò finalmente il suo vento, e lo insaccò a piene vele. Dopo alcune battute d’apertura, il discorso lingueggiò rapido, simile a fiamma in pagliaio, dato, poi, che Elsa era la quarantesima volta che lo ascoltava: e i riferimenti base li aveva oramai a memoria.

Gli occhi della narratrice non mollavano un istante i due ragazzi, che s’erano finalmente distratti, dietro l’omino dei palloni, stavolta.... Era la storia del suo primo amore: (locuzione di cui si estasiava: e ne usava con parsimonia, e sempre e comunque a palpebre arrossate): del suo unico amore, correggeva poi subito, ogni volta.... oh! non come tante, che dicono, dicono.... ma poi.... basta voltar via la testa mezzo minuto.... che tràcchete.... Questo qui era stato unico.... unico «propi de bon»....

L’Adalgisa aveva cominciato da stiratrice, anzi da «piscinina....». (24) Ma, data la voce, e la passione, gli zii avevano finito per accedere all’idea della signora Cova, di farle prendere, cioè, delle lezioni di canto. Ci vollero dei bei denari, poveri zii. Ma ne avevano, col negozio. Gli anni passarono, la maestra «si ritirò», il maestro morì: ce ne furono altri due: gli zii l’aiutarono sempre: quelli del negozio, della drogheria sul cantone del Nerino.

Era allora una bella e vivace ragazza del nostro popolo, se lo dico potete credermi, per quanto certi sussurroni mi accusino di incompetenza.... La conoscevo di vista, la incontravo per via.... Non alta, ma di buone proporzioni.... Ardita, provocatrice: d’occhi, e di.... Un po’ troppo soda, forse, come certe tedesche quando fanno la ginnastica svedese: e davanti, poi, e sulla periferia.... un po’.... un po’ troppo.... non saprei come dire.... Era già il tempo che i gusti, anche da noi, principiavano a ingentilirsi.... Alcuni della nostra combriccola, ch’erano ammiratori e recitatori del poeta, e avevano però più in promptu i suoi tipi, i suoi modi, e io stesso che lo amavo e lo amo, prendemmo – non ricordo bene chi fosse il primo a cominciare – cominciammo a chiamarla portianamente la Tettón, nel parlar fra noi, beninteso: o anche, talvolta, più sgangherati, la Tetàscia. Era una sgangheratura affettuosa, sinceramente ammirativa, e direi fraterna.... cioè, un po’ più che fraterna.... una cosa tutta diversa, anzi: tipica, comunque, del nostro tono trivialone ed allegro e delle nostre sane risate, in quegli anni.

Aveva poi degli occhi limpidissimi, d’un azzurro infantile, con l’iride d’un color castano-nero, dorato, d’oro nero.... che occhi, Dio mio!.... per quanto a volte vi trascorresse come un lampo di gioconda e spregiudicata malizia: o addirittura di furberia. E si posavano talora sopra di noi, stupendi, quetandosi, e quetandoci, come in una gioia vivificatrice. Il caldo ardore del vivere pareva consegnato alle cose, alle torri: si placava nei gelati.

Fu, «per breve stagione», una Violetta e una Gilda di quinto ordine: eppur cara a noi tutti che l’applaudimmo freneticamente tutta una stagione di prima estate, al Fossati, e una stagione di autunno, al Carcano, poco avanti l’epopea. L’epopea di allora, si capisce.

Nessuno di noi patì né sudò mai tanto in guerra, salvo che il sangue s’intende, come sudammo al Fossati nel mese e nella stagione d’amore per batter le mani alla Tettón dopo l’ultima biscroma del Parigi o cara: per dirle e gridarle che eravamo presenti, che eravamo felici: felici di lei, del suo trionfo: della sua «ascensione», della sua «apoteosi». Un po’, a dire il vero, ci montavamo e volevamo montarci la testa. Più di me, che poco intendevo e meno intendo di canto, eran loro che s’estasiavano dei trilli, dei barbagli, delle volate, dei profumi, dei pompieri d’oro, del friggere e del sibilare de’ carboni, con l’«Ah, se ciò è ver, fuggitemi! – pura amistade io v’offro» scodinzolante infine nello sgranarsi di un delizioso picchiettato: tutto trilli, gorgheggi, come strascico e fuga di creatura singhiozzevole e ricolma che s’involi a passettini rapidi rapidi, sgomenti e pure concitati e capricciosi, dispettosi, con quegli stivaletti! reggendo le gonne, Dio, Dio, da far impazzire la terza regione platonica dell’inseguitore.... degli astanti....

Gli spasimi isteròidi dell’«Amami Alfredo», conoscendo la buona polpa lombarda che c’era sotto, già allora, a vero dire, m’avrebbero lasciato un po’ incredulo: ma non c’è come «voler» credere, perché anche i convinti del contrario vengano guadagnati alla causa. E il teatro vaporava come un calderone di sedani, dove a bollire, viceversa, ci fossero stati buttati degli «impiegati civili», delle pasticche di altea, (25) delle ascelle in libertà. E noi altri stipati all’impiedi fra la lingéra e la claque, sul piancito fetente del retrologgione, nell’ebullizione generale dei senza giacca, con davanti delle bretelle malvage che parevano aver la rogna nell’elastico, con qualche corbello di stecche di balena, qua e là, portatore di melanzane fradice sotto garze celesti, con quel suffumigio sott’occhio, del palcoscenico: con le finestre di dietro inchiodate, perché giù in istrada tutta l’altra lingéra a tasche asciutte non avesse udire a gratis l’Alfredo. Vocalizzi, disperati gorgheggi, nelle zone sopracute della tessitura, mettevano a vana prova l’estensione della gamma vocale dell’Adalgisa, come di altre cantanti, del resto. Ma eravamo credenti.

E allora tutto, e ogni cosa, ogni ingrediente di quel fasto e di quel frastuono impennacchiati di struzzo, di quei precipitati starnutamenti dell’orchestra, i piatti, poi!, e i tendaggi, e le scene, i modiglioni, i pilastrini a cui ci aggrappavamo, le panche stesse, le aranciate clandestinamente vagabonde nel buio, alle nostre spalle, e tutte le luci verdi e vermiglie che trafiggevano il barattolone fumoso, tenebroso, tutte le cose e gli oggetti e i mezzi della montatura sudante parevano daddovero i nuclei di un ardore vitale, di un «entusiasmo per l’arte», che non badassero a traspirazione: con quelle creature, con quel popolo in fase di vapore, di cui lei, lei! dopo un po’, nel sorriso fascinoso, inchinandosi irraggiata dai riflettori, doveva raccogliere l’acclamazione plaudente, l’urlo, l’urlo encomiastico....

Le finestre barrate di tavole, chiodate. Eppure, nelle sere di Rigoletto, il mibemolle sopracuto nella ripresa interna del «Caro nome....» scatenava applausi ben percepibili da via degli Angeli, dal Foro Bonaparte.... Come Violetta, però, mi piaceva di più che come Gilda: una paccioccona un po’ troppo credula alle promesse, e alla fatalità e innocuità dello spadino del duca.... allora almeno mi sembrava.... e la prega Iddio tutte le feste, al tempio.... che noi altri cattolici romani li chiamiamo chiese, viceversa, e non tempio.... Un tempio un po’ astratto, e lei con un occhio al giovanotto, però.... Insomma, «come mentalità», il contrario giusto dell’Adalgisa, che non s’era mai lasciata metter nel sacco.... (26) Oh! l’Adalgisa!.... Avrei voluto vederla....

Il «sempre libera deggio – folleggiar di gioia in gioia» le permetteva di esagitare sul piancito la vivezza, la snellezza del suo giovane corpo: quella pianta così gagliarda, quel cestello del corsetto, ricolmo: se pur di angosce senza nome: con due sbuffi, come d’una eterea lattuga: flabellato a ogni passo dall’onda lenta di un ventaglione di struzzo; quel garbo dei fianchi.... e del resto, così nobilmente costretto nel lucore delle sue sete, quel pathos e quella gonna inseguiti da uno strascico serpigno, demoniaco, da inciamparci i cavalli....

Nel morir tisica, poi, era inarrivabile. Fosse che qualche volta eravamo magari mezzo storditi, bevuti non direi, poveracci, non ricordo bene,.... ora,.... certo è che il mal sottile, tra la nuvolaglia de’ veli, sottintendeva in lei un seno, un davanti.... già.... di povera creatura consumata dalla cloròsi.... oh! quest’è certo.... ma una cloròsi da secondo impero, date retta...., che ne avanzava pur sempre qualche cosa di potabile.... ve lo garantisco io....

Il tragico estinguersi di quella vita era a momenti più vero e immediato del nostro ardore. «Oh Dio! compermèss che me ven fastidi», sospirava Remigio come svenendo: e tutti gli facevano largo dassenno, qualcuno zittiva, furibondo: e, allora un bieco muggire di proteste a catena, di minacce. Che poi ci lasciò la pelle per davvero, sul Podgora.

Tutti tenevano il fiato, a udirla tossire, cantare, nel suo gran letto di cartapesta, con doppieri, sui tavolini, a illividirne l’ora pallida fra la serica lucentezza e le lattughe bianche della camicia da notte.... tenevano il fiato tutti, in loggione, respiravano nel naso come tanti porcelli....

Andavamo ogni tre o quattro volte, un paio di volte per settimana: ma saremmo andati ogni sera, credo, ove miglior cornucopia ci sovvenisse. Dopo le solite indigestioni di mineralogia o dopo esserci cavati gli occhi per interi pomeriggi nell’«aula di macchine»: (che i maggiorenti del Politecnico, e forse la paterna sollecitudine degli erari di allora, avevano voluta senza finestre, simile a discreta cantina).

Dopo cena andavamo da lei, voglio dire al Fossati, ad estasiarci di lei, della sua voce, della sua «passione», della sua tubercolosi.

Com’era simpatica!

Davanti a lei, pigiati fra i garzonacci del Garibaldi, dimenticavamo perfino l’ingegner Bagatto. E dire che in quegli anni, presso la gran parte dei frequentatori de’ loggioni, non era pur anco invalso l’uso un po’ snob, oggi pressoché generalizzato, di lavarsi di quando in quando anche i piedi: almeno in occasione del Corpus Domini. Tutto dimenticavamo in quegli anni! E di lei finivamo per sognare.

Remigio anzi, una notte, stanco della proiettiva, su quei gomitoli di fili infiniti ci si addormentò, povero ragazzo! A letto, con la luce accesa, con ancora tutte le dispense spampanate sui lenzuoli. Poi mi raccontò il sogno. Sognò di essere penetrato furtivamente, contravvenendo ad oscuri divieti, in una specie di clinica piena di donne tubercolotiche. Oh, ne sarebbe stato capace anche sveglio!

Un orgasmo, ignorato dalla prosa ottimistica dei nostri educatori, lo guidava in quel luogo: le ammalate, (e degenti), forse perché attendevano la consueta visita del sanitario, erano alquanto scoperte.

Il padrone della clinica doveva essere, o gli parve, lo zio droghiere, quello del cantone del Nerino, che lui conosceva perfettamente per avergli grattato qualche manciata di caramelle dai vasi di bottega: con quella sua lestezza, con una destrezza furba, più furba d’ogni attento silenzio: da prestidigitatore di mestiere: distrattolo dal banco col comandargli una qualche quisquilia che sapeva accantonata nel retro. E il brav’uomo ci andava, con le sue ciabatte....

«E difatti, adesso, mi stava guardando piuttosto brutto....», raccontò: «proprio di traverso, anzi, stava lumando: sto turco della malòrsega. E lei invece sorrideva, e mi diceva: s’accomodi, signorino Remigio, s’accomodi perché morirò tisica» E lui le disse qualche cosa in un orecchio, non ricordava che cosa: e lei allora gli singhiozzava addosso piangendo: «no, no, no.... devo morire.... il dottore non vuole.... devo morire oggi stesso.... anzi, in questo preciso momento....» Ma intanto! Intanto rimase viva un’altra mezz’oretta, o fors’anche dieci minuti, o solo cinque, o magari due o tre secondi soltanto.... Nel sogno, lo sapete bene anche voi, non s’ha mai la nozione esatta.... del tempo....

Aveva ammiratori infiniti, ma aveva il senso, come dire? il desiderio, la manìa della famiglia: delle nozze e del consorte legittimi, delle buone regole. «Voglio veder tutto a posto! » diceva già allora, imperiosa, stringendo le labbra: negli anni che già la sua vivacità costituzionale cominciava ad evolversi in prepotenza, come la crisalide in una liberata regina.

Fu poco prima della guerra che incontrò appunto un uomo, che divenne anche lui un suo ammiratore: ma non l’ammirava al Fossati, con gli altri frenetici, e nemmeno l’aspettava dietro scena, coi guantoni bianchi, come un pappagallo vestito, col suo bravo mazzo di rose bianche: da stare attenti a non pungersi i diti.... o sul portoncino del Foro Bonaparte.... No. Questo qui lo incontrò «in famiglia», «sotto Natale»: e aveva dei baffi neri, stupendi! degli occhi di fuoco. Agile, forte: solo il naso, magari....

Per quanto avesse i modi d’un signore, accettò di giocare a tombola «cont i fasoeu », e perfino al gioco dell’oca.... oh! che risate!....

Gli zii glie lo presentarono: era il ragionier Biandronni: era il povero Carlo.... «L’è stàa official in Libia», soggiunsero con una certa angoscia nel viso implorante, e strinsero l’una nell’altra le mani, di conserva: ed egli, con signorile modestia, con giovenile spigliatezza, si andava affusellando i baffi, le punte di quei suoi baffi! nerissimi.... Il ragioniere, da qualche mese teneva la contabilità del negozio. E la tenne poi sempre, da galantuomo: e incaricato poi del cum quibus, del palpiruolo vero e proprio, versamenti, pagamenti, tasse, stipendi al commesso, ecc. ecc., ebbe a render sempre ragione d’ogni cosa, e di tutto, fino all’ultimo centesimo, con quella sua precisione franca e brava. «E gli assegnò sette e cinque per diece», soleva conclamare di sé con un vocione compiaciuto: estasiando quel pelabrocchi (27) d’uno zio.

L’Adalgisa cantava già, e viveva da sola: orfana, si era «emancipata», come dicevano e credo dicano ancora le buone zie, a Milano, quando parlano con una certa libertà, e non senza un certo rimorso, di fatti o di ragioni un po’ ardite, un po’ fuori della norma. Aveva montato un appartamentino in via San Girolamo, oggi Carducci, al quart pian: dopo quel moncone di torre ch’era a guardia della pusterla rossa, di rosso mattone. Lumava con le finestre un po’ dappertutto: e lo aveva tutto tappezzato de’ suoi propri ritratti, vista un po’ da tutte le parti: (ma il monumento era sempre quello, sotto il vitino, (28) sopra il vitino): con certi occhi prepotenti, vividissimi: che volevano viceversa parer languidi, e ci riuscivano a stento. Con dei gran mazzi di rose bianche tra mano, ma reclinati, abbandonati sospirosamente all’ingiù, a significare un momentaneo e floreale abbandono dell’alma, un «manibus, o, date lilia plenis» tra il romantico e il mefistofelico impostole là per là dal fotografo: che sapeva d’Aleardi e di Boito: e sosteneva d’essere stato garibaldino.

«Che la me faga minga qui oeucc lì!....», le diceva furente il fotografo entrato sotto il taffetà nero, con la voce d’un semisepolto: «.... che la me par on capelón.... La donna, l’artista, la gh’à de vèkk uno sguardo dolce.... un po’ languido.... La me dà a trà sì o no?.... specialmente ona donna come lée.... sfiorata oremai de la gloria.... e de la gloria più pura.... Uno sguardo, un occhio, on oeucc.... savarìa no come dì.... come la Frine.... hèe!.... la Frine del nost Pelegatta.... L’ha minga vista a la Permanènt? (29) Ona meraveja, ghe disi....» Fuoruscito dal taffetà, seguitava ancora a perorare: «.... O tutt’al più», girava certa vitarella, «tutt’al più un aspetto materno.... come la gh’avèss el fioeu im bràsc.... Che la pensa domà on moment a la Madonna de la Seggiola.... il capolavoro dell’immortale Raffaello!.... Ecco: che la se gira on pô in sü la vida, per piasè....» (rientrò nel tunnel): «.... on pô püssée.... ecco: inscì: ankamò on pô.... ecco, dess basta.... l’occhio dolce, affabile, me recomandi, un po’ malinconico magari.... hèe!.... La malinconia, ghe par? la sarà semper püssée poetica d’on capp stazion.... Tiri un sospiro, cioska!.... s’el ghe rièss.... Un sospiro: se l’è, dopo tütt?.... Come s’el so morós el ghe fasèss magara on quai cornett.... Più affabile quell’occhio!.... Ancora più affabile!.... Ecco.... brava.... inscì.... Inscì ghe semm!.... ecco, ecco.... ferma.... ferma un momento!.... un momento solo.... ecco fatto!»

Il tentativo di tramutarsi in Frine-Madonna della Seggiola occasionava – unitamente allo sforzo di rigirarsi a cavaturaccioli per meglio valorizzare il vitino, e lo strascico, con quel volto leggermente proteso e quella dolcezza e quel languore di 22 secondi – occasionava la strana, e come rigonfia espressione di grossa tenca galleggiante, asfittica, o addirittura senza più pensieri, che fu la peculiarità inconfondibile di alcuni ritratti dell’Adalgisa eseguiti in quel torno, e da quella sorta di fotografo-garibaldino.

Il povero Carlo l’amava già molto: l’amò subito, e sempre.

Ma quando «successe la disgrazia», «a poco a poco, successe», «per farla soffrire ankamò de pü», nel tempo cioè che la voce la cominciò ad attenuarsi, «a perdere un po’ di volume, se vogliamo», «ma era pur sempre una gran voce!.... l’eva una gola d’usignolo come raramente se ne incontrano.... oggigiorno, poi!»: e quando si smarrì poi del tutto e non ci furono che dei meravigliosi occhi arrossati dal rimpianto, e asciugati da un fazzolettino di marchesa, allora lui, il Carlo, non vide quale difficoltà sussistesse, «oremai», per le nozze. Per un matrimonio in piena regola. La scomparsa della voce sembrò, in lui, aver centuplicato l’amore.

Ella era donna di popolo: sana e buona e con la lingua spiccia, e piuttosto prepotentella, come s’è avuto occasione di appuntare: e in «vestaglia» casalinga avrebbe fatto la gioia, dato il colore un po’ stinto di quell’addobbo, d’alcuno de’ nostri più esperimentati contenutisti. In quanto poi avrebbe mollato una sberla (30) al primo rompiscatole.... questo non so, purtroppo,.... se anche questo sia un titolo valido.... in Contenutismo. Oh! quando «soppressava» (31) gonne e copribusti!.... e le sottovesti, le «sottane d’amido»! in vista del «Parigi o cara» del Fossati o del Càrcano! Quarantadue centimetri di merletti, di pizzi. Dei bandoni di pizzi incartonati, che la sottana si tramutava in una campana. Ma bisogna riconoscerlo: né i mazzi di rose, né le corbeilles, né i cioccolattini, né i brindisi, né i cenini, né gli inviti, proposte (voglio dire) di cenini e d’inviti e di brindisi, nulla di tutto ciò la sedusse. «Grazie tante», diceva, «ma gh’ô de ndà ankamò in de la zia....» E infilava i guanti, trafiggeva di due o tre spilloni (32) il cappello, abbassava la veletta, «Ecco!», prendeva su l’ombrellino. Dopo le prove, alle sei.

A un certo punto, di fiori e di cene non ne volle più sentir nemmeno parlare. Forse il curculione ottimo massimo, nerissimo, le stava già ronzando all’intorno, con elitre vibranti già, la vigilia, il turgore del trionfo.

Tutta la sua «mentalitàa», come dicevano allora a Milano, cioè la sua «psicologia» (come sosteneva Remigio, ridendo, imbrogliando i suoni) di donna di popolo, di cantante, e di stiratrice in proprio, fu rivolta invece – con una coerenza d’atti e di contegno ammirevole, con una tenacia e una razionalità che ebbero, secondo me, del sublime – a evolversi, a trasfondersi in una borghese perfetta, in una «signora» al cento per cento. Con due domestiche, cuoca e cameriera, con un marito in piena regola, con un ottavino di palco alla Scala (33) a sentir cantare gli altri, no a cantar lei: con un «breloque» «tempestato di diamanti» sull’avvallamento centrale del seno: che era un seno piuttosto ragionativo.

Oh! adesso scherzo, per farmi passare la tristezza delle cose lontane: ricordi e sogni: ed anni mutatisi in cenere. Ma l’avvallamento, credetemi, credetemi! era una cosa deliziosa, eterea!: da disimparare a ragionare. Ossia: metteva il povero Carlo, e noi tutti quanti, in condizioni tali che ragionava solo lei, contro noi: bella e decisa in ogni atto, in ogni occasione: anzi, certe volte, meravigliosamente prepotente. (A monte i ritratti, ché quelli, sappiamo, son vanità delle donne: oltreché dei divi o gigioni, scaligeri o fossatiani). Riuscì, roba da nemmen crederci, a «realizzare delle economie»: gli zii l’aiutavano, con larghezza di vedute: si rivoltava le toilettes: andava in campagna a Inverigo, al Crott di Castègn. (34)

Con noi della combriccola – alcuni erano «vecchi» amici del povero Carlo, sebbene molto minori di età – con noi fu sempre generosa di sorbetti, di limonate, (dette oggi spremute di limone), di petits-fours, di cocomero in ghiaccio, tutte le volte che ci convitò «al me quart pian, se vorìi vegnì sü a mangià l’ingüria». Era questa la formula rituale dell’invito. «A pacià e bêf e lavà la facia», aggiungeva ridendo, secondo un’antica e divertentissima spiritosaggine di mia gente: (la trovata è dovuta, stando ai più recenti studi, a un giovane stalliere, chi dice anzi cocchiere, chi addirittura coppiere, del vescovo Cuneberto o Culberto o Golberto, 1040 circa).

Lassù in mezzo ai ritratti e alle dolciere, che calda luce! Nelle contrade, la nostra gente viveva. Rideva allegra, felice, la signorina Adalgisa, mi porgeva la coppa delle caramelle: «com’è incantato lei!», lasciandomi il tempo di prenderne quante volevo, incoraggiandomi anzi nella pesca: «quale vuole?.... aspetti, glie la trovo io.... e la menta? e il ratafià? non le piace il ratafià.... e questa?....» (leggeva) «.... noisette: non le va la noisette?» Un tremito di gratitudine era in me, tanta gentilezza mi affascinava. Ero davvero incantato, non osavo guardarla troppo a lungo. Perché avevo gli occhi di fuori, alla sera: sui tegoli e sui colmigni della mia svergolata Milano; tra i camini e i fili e i pali sbirolenti dei tetti arrossati dal tramonto caldo del luglio, o, poi, del settembre: (35) o nell’ombre, giù, tra le viventi, cicalanti immagini di alcuni «terrazzini» più prossimi, o lungo le ringhiere dei terrazzi sui tetti: vicini, lontani, fino al lontano tramonto. Vecchie marmitte bleu, rugginose, di ferro smaltato, fiorivano ivi di basilico la bontà perenne dei coppi: ch’è il ruvido, lo scuro mantello del nostro essere, del nostro vivere antico. O li ingemmavano del rifiorire d’una rosa: bianca; o rossa, più rossa d’ogni fastigio sforzesco. Dimesse per acciacchi e ruggine, dopo anni, dal loro ufficio minestrante. Il gran pavese delle mutande, con bindelli, e delle camiciole ad asciugare magnificava la sera, gioioso nel vento; ch’era uno spirare di Maestro. Galliche lame delle nubi, già cenere, nel tumultuato occidente: cirri d’oro: di fuoco. Lontani monti parevano carovane azzurrine, chiudevano il paese della vita. Guardavo ancora, dall’altro lato, ai vecchi coppi d’un tempo, al campanile delle Ore: e, a fianco, ultimo, il sogno alabastrino della mole farsi madreperla ed ombra, sorgere e spiccarsi dall’ombra, come fiamme, le rosse aguglie coi Santi: pretestati dell’ultima porpora.

Rideva, rideva, mi porgeva quell’altro piatto, dei fondants, parlando con cinque o sei alla volta: c’erano la signora Binda, la signora Carugati, la ragazza Dumenil, e un altro paio di ragazze: dette allora, da noi, «signorine». Mi porgeva un bicchierone di limonata in ghiaccio, rimestandolo con un cucchiarino lungo, dal gambo anzi infinito, adeguato alla profondità di quel pozzo: togliendone all’ultimo un mezzo seme, verdolino, con gran cura, come fosse per un malato di stomaco: o certe granite! e poi di nuovo le caramelle, i petits fours, i cioccolatini, e l’alzata dei sandwichs per quanto già mezzo vuota e sguernita dopo il saccheggio, di quegli altri masnadieri.

«Caramelle in ghiaccio!», urlava Remigio con le sue labbra rosse bagnate di sugo di cocomero, con un’ombra appena sui labbri e con due enormi baffi color cocomero traverso le gote fino agli occhi. Andava attorno fra le ragazze e le seggiole col residuo emisfero di quel pallone verde cupo: dandone, con le nocche, un rimbombo sciocco, di zucca: pareva fosse interessato nell’azienda, voleva a tutti i costi ne prendessimo, non c’era verso: urlava allegro, rovesciava la testa all’indietro ridendo a crepapancia, non si sapeva mai di chi o di che cosa, sbavava come un bimbo, riempiva di baccano la sala; metteva all’asta le fette tricolori di cui nessuno più aveva voglia, sventolando una quarta o quinta fetta (36) sopra le teste, seminando semini neri per tutto, imbrodolandoci tutti: «Io sono l’imperatore!», urlava: «e l’ingüria l’è mia!». E rideva, rideva, povero ragazzo, come rise poi sempre, anche in faccia ai tognini e alla Margniffa, (37) quando lo beccò sul Podgora, sta troja!

L’Adalgisa, come ho detto, mi porgeva la limonata: con dentro quella interminabile festuca del cucchiarino speciale, che pareva lo stelo d’un garofano: con il piattino sotto: «stia attento, mi raccomando il mio bicchiere...., perché lei, certe volte, mi pare un po’ un salame....»: e non mollava né bicchierone né piattino finché non fosse ben certa che li avevo presi a mia volta, con tutt’e due le mani. Potete ben capire che cos’era, da lei, una limonata.... dico una vera e propria «spremuta di limone»! Altro che sorbetti! avevo altro in testa, arrossendo, con l’animo ai tegoli (in apparenza) e ai suoni di fuori, dietro al saettare nero dei voli, allo stridìo gioioso delle rondini.

Io non ero ragioniere: lo capivo: mai, mai, lo intuivo, mai avrei avuto in pugno la via Brisa! E sentivo una strana fitta, a sinistra, vicino al cuore, come se tutto, già allora, fosse tutto perduto. Nessuna «famiglia di signori» mi avrebbe incaricato di amministrar case: i droghieri zii non mi salutavano neanche. Provavo allora un dolore, una tristezza.... le cose mi sgomentavano.... un senso di umiliazione incredibile.... Avrei voluto avere i baffi del povero Carlo, avrei dato, per quei baffi, per il nastrino della Libia, tutto il pacco de’ miei riccioluti integrali.

Altro che sorbetti avevamo in testa, davanti a lei! Ripensandoci ora, a distanza di anni, io credo che con quei sorbetti l’Adalgisa abbia voluto umiliarci, con quei cioccolatini trattandoci da ragazzi, da ridicole crisalidi, perché al paragone venisse fuori più bello, più imponente, il suo Carlo – «el me Carlo» diceva – come un farfallone adulto, completo, che salpa e sventola verso la rosa più rossa: come un bandierone spiegato: il «suo» Carlo, l’unico Carlo, in tutto il creato universo, ch’ella riconoscesse degno di portare questo nome.

Ma no, poverina: povera creatura anche lei! No, no. Forse voleva solo dimostrarci, a furia di sandwichs e d’acqua dolce, che era una signora come tutte l’altre anche lei, una vera signora, come le nostre mamme e sorelle.... che anche lei «sapeva ricevere», così, come niente fosse.

Ebbe, insomma, un’adolescenza e una giovinezza illibata; fino al povero Carlo. «Seppe capire» il Carlo. Lo «apprezzò», lo «intuì», lo «studiò»: e lo «capì» così a fondo, che certe volte, se glie lo avessero dimandato là per là, sui due piedi, tra il ferro caldo e la salda d’amido, non avrebbe saputo dire nemmen lei che cos’era: se un ragioniere o un mineralogista, o piuttosto anzi un filatelico, un entomologo (ma questo fu assai più tardi): o un valoroso, un reduce dalla Libia. O un minchione. «On bel mincionón dora, con dü oeucc, cont on par de barbìs....» (38)

Seppe amare il Carlo anche prima del sindaco: ma solo per facilitare il sindaco. I sindaci dell’epoca demo-liberale, è noto, certe volte erano un po’ duri d’orecchio: avevano bisogno anche loro d’un qualche incoraggiamento, poveri asini, per decidersi a inalberare la sciarpa, se non proprio ad offrire la penna. (39) Così, non sempre, ma di quando in quando, accadeva pure che le spose dopo un cinque mesi dall’asperges ti sfornavano magari un settimino: che tutti però, lì per lì, lo avrebbero detto di nove. «Quattro chili e mezzo!» significava la bilancia, senza pronunziar parole. E come settimino di cinque mesi, date retta, poteva anche passare.

Per lei ci fu un anno, il 1913, se ben ricordo, o forse il ’14 – se ben connetto i millesimi in aristoteloide unità – ci fu un’estate bruciata che il nostro sindaco aveva proprio l’aria di voler ciurlare nel manico, da quell’insigne menatorrone che era: e anche «la stansa de Lissón», (40) già comandata, sembrava languire in fabbrica: o addirittura languirne il modello nel magazzino delle Idee, come una pura Idea-Stanza.

Ma lei, l’Adalgisa, «seppe perseverare nel suo affetto». Impavida. Quando le lingue dei casigliani del San Giròlom (oggi Carducci) erano già tutte in moto da un pezzo: e brusivano più che vespe su favo. Lei?.... Perché mai avrebbe dovuto badare alla perfidia?.... di certe vipere?.... di certe streghe pettegole?.... Lei continuò ad amare il suo Carlo: e basta. S’impicciassero dei fatti loro.... Lei aveva il diritto di voler bene a chi voleva.... senza domandar permesso a nessuno.... e chi voleva era il Carlo, il suo Carlo. Lo amò ininterrottamente. Lo amò decisamente ed a fondo, senza esitazioni prive di costrutto: con dei gran «dèss basta, che doman te gh’ée de fà i cünt de via Brisa!»

Unica limitazione, giusto, questa qui di via Brisa: oltre che lo educò al massimo riguardo per i lenzuoli di lino, che lavava in un mastelletto (appositamente comperato) «cont el savon de Marsiglia» e stirava poi lei stessa, infaticabile, impiegandoci de li interi pomeriggi. «El püssée che me premm l’è la ziffra», (41) diceva, avvicinando il ferro alla guancia, «.... che a dàghela in man a certa gent....», e avanti tu-tù, tu-tù, col ferro e col ferro, animosa, «.... se rìs-cia viceversa de vedè tornà a casa on carpògn.... brusatàa sü in d’ona quai manéra....» A certa gente, cioè alle lavandaie e alle stiratrici di mestiere.

Era davvero un magnifico A (Adalgisa), tutto intrecciato e avviticchiato a un magnifico B (Borella), con propaggini e subordinative gestite in comune, di cirri, di pàmpani, di svoli, di fili; da non averne un’idea. Le ho vedute anch’io, qualche volta, le due lettere: mi facevano pensare alle iniziali di «Medoro» e «Angelica» intortigliate,.... intagliate dagli amanti nelle cortecce silvane.... oh! come i corpi e le anime, i nomi: perché quel B stava per diventare un C: (Carlo; su nuovi lenzuoli).

Ne rivedo ancora, dopo tanti anni, la felice, la indissolubile simbiosi.

Viveva d’amore. «Però, con la testa in di cünt!.... Fina in lett!....», protestava sommessamente l’amato.

In quella stagione d’amore la sua voce era ancora voce: per quanto già singolarmente velata: come se la pellicola d’una mandorla, o la tenue buccia d’un fagioletto, o qualche cosa di simile, le fosse andata a star di casa nella glottide.

«Quela vós!» le aveva urlato, una sera di residui vocalizzi, il povero Carlo: una sera ardente di fine agosto, stanca ed aurata, ch’egli s’era messo a rigovernare certi conti di Corso Vercelli al tavolino d’anticamera, in mutande. «Cont el carimàa che gh’è nanca dent d’inciòster!», lamentò poi subito, cadendo in un accoramento piagnoso.... Reiterato già focosamente, alla bersagliera, non ostante il foco del giorno, l’amore gli aveva regalato una testa.... un cervello dolce e vuoto; la macchina calcolatrice che ci stava a pigione per solito s’era disciolta in uno smemorato giulebbe: sicché i conti del Côrs Vercèll, tutt’a un tratto, erano diventati una nebbia: e gli mettevano una rabbia, da stiacciar la penna sotto i calcagni, ci avesse avuto le scarpe ai piedi, in quel punto, anziché le ciabatte, come aveva. Il rotolare e lo scampanellare dei tram, dalla via, il grido mesto del cocomeraio. Veniva fino in San Girolamo, dalla campagna, la calda vampa dell’estate che dispera di sé: il sibilo d’un treno fuggente sulla Varesina: e ancora e sempre le immagini e i ricordi proibiti del granoturco,.... lustro.... benevolente, propizio.... ma fuori, però, fuori.... due ore di gamba foeura del Sempión....: fatto apposta per far ombra.... a quei quattro pasticci.... ma fuori!.... ankamò dopo la Cassina Mornaga.... in capo al mondo.... passato anche la Cassina Brisighella....

E lei era apparsa, in vestaglia, sbattendo la porta, decisa, senza dir parola, senza guardarlo: aveva preso di sul tavolo il calamaio vuoto, con sicurezza lombarda: e da buona massaia lombarda glie lo aveva colmato seduta stante, in cucina, d’un certo inciòster di sua fabbrica: usatissimo, d’altronde, presso la quasi generalità delle nostre più casalinghe gentildonne.

«Ma ques chi l’è l’inciòster del rübinett!», aveva osato protestare il povero Carlo col calamaio in mano, guardandoci dentro, mortificatissimo. Quei modi di lei erano un affronto al suo diploma «de ragionàtt». «Dì minga sü di stori!», lo aveva rimbeccato lei, terribile, con una improvvisa ruga verticale nella fronte, impallidendo. Nell’ombra dell’anticamera gli occhi erano di fuoco: d’un fuoco nero: «E poeu del rest, se anca el füdèss.... gh’è giò tanto de quel fond.... che te pòdet tirànn foeura ona brenta.... del tò inciòster!.... Rüga, (42) o salàmm! Te stet lì con la facia per aria, come on bambàn?....»

Stava per andarsene, ma si ripentì. «E poeu ten bèe a ment che chì sèmm in cà mia, e minga in cà toa!.... E in cà mia gh’è l’inciòster che me fa còmod a mì.... cara el me bel ragionàtt!». « Tì.... se te voeuret fà i cünt de la Vercelina col tò inciòster, va foeura de cà mia.... va a cà toa!.... che tant e tant i to cünt....», alzò le spalle, «.... per quel che me renden a mì....»

Poi, dal sarcasmo al furore: «E on’altra volta tira minga a man de mètess in lett ai quatr’ôr de sira.... col sòfegh che fa.... Perchè te fo côr a sciavatàt giò per i scàal....». (43)

Si fermò di botto. Sardonica, girata di tre quarti: davanti l’uscio: le mani sui fianchi. Ebbe un ghigno: atteggiando i labbri, il volto, a un incontenibile dispregio. «.... Bei cünt!.... Ha!.... E per quel che me renden!....»

Aveva spifferato tutta quella requisitoria di cà mia e va a cà toa con la secca, inaudita velocità d’una mitragliatrice, in quella parlata vertiginosa e crepitante che non dà tempo alle repliche, come la gragnuola non dà modo ai ripari. In un tono irruente, latrante, sporgendo la faccia nel galoppo dei buccinatorii e dei labbri: o, per attimi, attenuato e cupo, quasi a lasciar presagire un più spaventoso gastigo. Quel tono che fa così stupende e temibili le Erinni di buona razza in Verziere: o ne’ ballatoi e «terrazzini» de’ più popolari casamenti: della «metropoli lombarda».

Interdetto, con un tal nulla in cervello, egli patì come un senso d’annientamento. La lingua, in bocca, gli pareva quella d’un altro, che gli fosse capitata in bocca per caso. Un rospo morto. Sentì, dentro l’animo, sprofondare la Libia. Quel «va a cà toa!» gli aveva messo un brivido nella spina dorsale: avrebbe voluto prenderla a schiaffi, insegnarle come si fa a parlare: ma le mutande, agiate, e prive anche d’un bottone, gli pericolavano: se appena avesse lasciato la cadréga. (44) Così mi raccontò lui stesso, non senza umore, qualche anno più tardi. Lo incontrai durante una licenza di guerra.

«A cà toa?», pensò esterrefatto: mentre, vuoto d’idee, aveva l’ùgola al giambone e al mellone, che sarebbero venuti dopo i conti. Il mellone, anzi era già in fresco da un paio d’ore, e cioè «fin de primma». Sotto al rubinetto di cucina.

Aveva un appetito, ma un appetito! Da non ricordar più le caselle della moltiplica. E sì che il caldo dicono tutti che fa andar via la fame! Anche le mutande gli dàvano fastidio. Gli riprincipiava a bollir la testa, adesso. Il sette per otto cinquantasei gli ronzava in testa come un calabrone inebetito in un bicchiere capovolto, si spappolava cammin facendo, filtrato dalle meningi, in un sette per otto o cinque che sei! Come un ritornello insensato al montar della febbre. I quaderni.... le carte....

Gli risovvenne a un tratto, di squarcio, che cos’era per lui quella creatura inviperita, quel corpo stupendo, caldo. Povera Adalgisa! «tutto quello che aveva fatto per lui».

Ed egli?

Pensò di chiederle scusa, di andare a metter la testa sotto il rubinetto, invece del popone: d’infilar subito i pantaloni: d’inginocchiarsi davanti a lei, se voleva, purché gli perdonasse. E si avvide allora, come ridesto da una lunga e straordinaria assenza, che la cà soa non poteva essere se non la casa d’entrambi.

Fecero la pace. «Marmognón, (45) d’on marmògna!» lo blandì la donna, accostando il suo nasino un po’ alla francese a quello ultranerviano di Carlo, sfiorettandolo in una specie di scherma dei nasi, e strusciandoglielo su, sulle guance, come si fa col gatto quando siamo in vena di tenerezze: (e lui non graffia). Ebbe, poi, un suo tono carnale, una vividezza recondita, quella che è eterna alla donna, quella che soleva svelarsi all’amato, fulgurativamente e soltanto all’amato: un suo modo, insomma (che trascendeva la banalità fenomenica) per significare «passata è la tempesta». Era allora proprio che il povero Carlo gli si scompaginava al tutto l’architettura dell’io, quel rubesto edificio o, per più specificare, casotto daziario, di inibizioni meneghine, umbertine, inostricate su Santa Marta, (46) «süi scarp de montagna», sull’Università Popolare, sui francobolli della Martinica, sui solini smontabili dell’Unione Cooperativa, sui rifugi nuovi del Club Alpino Italiano: il tutto rilegato a fil doppio da un «volere e potere» che avrebbe rincorso un cappero in cima al Sempione. Se i capperi fossero centesimi, da far tornare una partita di bilancio.

Fecero la pace. E ancora una volta l’odore estivo di lei lacerò, come un lampo certo, la nubilosa concatenazione delle moltipliche. Difatti, due mesi dopo, mi arrivarono i confetti.

Rimaneva, per lei, la «sua arte»: la questione della voce. Ma in que’ due mesi l’arte, cioè la voce, le andò a posto del tutto. Diventò una voce normale, più che normale: da dar degli ordini alla cameriera, alla cuoca, come le signore, come una vera signora. Faceva dei gargarismi. Usava dei colluttori efficacissimi, con disciolte dentro due o tre sostanze alla volta.

E pure certe volte reluttava stizzita all’idea che il «suo» Carlo, «così sensibile in tutto», non fosse mai arrivato a intuire «quanto male le aveva fatto» ridendo, certe volte, dell’arte: e di lei: o almeno trascurando, o sottovalutando, di lei, proprio «la cosa più preziosa che Dio le aveva dato». (E con questo intendeva appunto la voce). Ma poco a poco si calmò: si rasserenò.

Guardava, come trasognata, verso rive remote. Un palpito repentino, dal nodo fondo e vivente dei visceri, come un oscuro sorgere, come di chi postulasse lontanamente la vita, la carezza materna. «Non era la voce», si disse, «non era trascuranza!.... Ma nanca per sògn!». E dava in un’alzatina di spalle, sorridendo, gli occhi puntati all’infinito, foeura di véder, da sembrare una sposina di Novello. (47)

«Era la gelosia!....»: ecco cos’era. La gelosia per tutti quei bellimbusti.... «coi so màzz de fiór....» «Poer fioeu!», sorrise: e guardava ancora lontano, sognando, lontan lontano: «Dopo tütt, l’è on òmm anca lü, cont i so barbìs....» Un uomo. Oh! di questo era certa. E in quell’idea della gelosia si chetò: e forse in quell’altra, e contigua, ch’egli era un uomo: questa, anzi, più profonda e valida: se pure meno decorosamente esprimibile. Si chetò, si salvò. Fu sempre vivace e lucida, prepotente (alle casseruole, con le serve) e docile (ai ritmi). Sana e calda era già per suo conto. Ragionò sempre. «Il breloque» arrivò. (48)

In fondo, era già arrivato da un pezzo.

«Se non fossero state quelle cagne, che anni felici» sospirava, «e anche non ostante tutti i disastri, e il fallimento del poer Vanni!» Le cagne, chi non lo immagini già da sé, erano le parenti acquisite nella nuova parentela: cognate, suocera, donna Eleonora Vigoni, ecc.

Soprattutto quest’ultima che divenne per lei un incubo, e ch’ella battezzò di «suocera universale», in quanto realmente s’era investita di adeguate funzioni ispettive nei confronti di tutte le giovani spose della «famiglia». E anche di quelle fuori famiglia, che pur le venisse fatto di accalappiare nel cerchio ipnotico della sua sperimentata saggezza, di mammana d’alto bordo. Nel dar consigli alle spose smorzava la voce in un susurro pieno di comprensione, da jettatrice condiscendente, e tuttavia resistente: un fare tutto speciale, – a vederla seduta in quella mormorazione, – tra la levatrice e la maga e la druidessa. Questa gentildonna, che aveva amici garibaldini, e una sarta nipote di Cavallotti, era molto intelligente e colta: e, come tutte le gentildonne della nostra città ch’erano maturate prima del telefono, disponeva d’inchiostri e di cartoncini finissimi per la sua corrispondenza particolare; aveva una calligrafia magnifica, quantunque un po’ minuta, nonché beninteso una grammatica e uno stile perfetti, che molti dei 50.000 scrittori italiani di oggi, me compreso, potrebbero sinceramente invidiarle. Questi cartoncini venivano quotidianamente spacciati nelle più diverse direzioni in città, ed anche oltre la cerchia de’ Navigli, recando i di lei squisiti autografi alle persone ragguardevoli ch’ella onorò de’ suoi indirizzi. Un vecchio servo con le basette, leggermente cisposo del sinistro, ma estremamente old England – (forse il cocchiere stesso che abbiamo ammirato al Parco) – li recava personalmente a destino: con un ombrello verde nei giorni di pioggia. Ma poi il servo morì e il telefono, quello ancora con la manovella, prese a tinnire negli orecchi delle signore e delle gentildonne milanesi, che a poco a poco disimpararono a scrivere, in buona o cattiva calligrafia, dato anche l’incalzare dei tempi.

Molto intelligente e colta, con degli interi «poems» e «ballads» di Longfellow, Tennyson e Coleridge nella memoria – (di quando in quando affioravano in lunghe e sbalorditive citazioni, da nessuno comprese) – osò gustare perfino dello Swinburne, del quale pure citava alcuni versi, pochi pochi però, dall’ode a Mazzini: e rabbrividiva pel rimanente (elle frissonnait): all’idea cioè delle Lesbie, Faustine, Dolores, Erodiadi, Bersabee e Marie Stuarde varie, di cui non finiva più, viceversa, d’ingolosirsi la magistrale spasmofilìa o algolagnìa del poeta. Alta, nobilissima nel portamento, ironica e sardonica, e diademata d’una parrucca regale, non lasciò all’Adalgisa un solo minuto di requie. Le sue battute, le mezze frasi lasciate cadere a mezzo il discorso con una noncuranza distratta, facevano poi il giro della città: e in ventiquattr’ore erano bell’e che pervenute alla vittima, come delle serpi spedite a domicilio in un paniere di fichi. Ispettrice «ad cubiculum» e suprema ammonitrice «ad aures» per tutte le spose della piramidale dinastia, padrona inoltre di un cavallo, di una carrozza, di un cocchiere, di una marsina del cocchiere, e di un cilindro del cocchiere con coccarda; circondata, ne’ suoi salotti, da un cosmo inimmaginabile di porcellane, di cristalli, di bibelots, di pantere di maiolica, di vasi cinesi, e di Sèvres, e di cioccolattiere incrostate di rubini finti con corone regali del Portogallo, il volto e il naso aristocratico di lei si installarono come un brutto sogno, brutto e interminabile, nella disperazione popolana dell’Adalgisa, che sapeva ahi, ahi, di via Vétere e di quarto collegio. (49)

Secondo l’Adalgisa, il suo salone era «la fabbrica della maldicenza, e nient’alter....» Non c’era perfidia che fosse aliena al canapè di donna Eleonora. «La cantante?.... ah! la cantante!», esclamavano di lei, distratte, in un tono un po’ nasale, e di estrema indulgenza. Trovavano che vestiva come una « parvenue».

«Se andasse dalla Teruzzi....»

« Eh! sì.... e come cantante....»

«Del Fossati....», sibilava annoiata la papessa. Gli occhi delle belle si incrociavano in un sottinteso di pudore e di carità. Possedeva, come nessun’altra gentildonna da noi, l’arte di sedersi nel centro de’ suoi mercredis: pareva il ragno, al centro de’ suoi radiati pentagoni. «Del Fossati!....»: e la carità si spegneva in una bassa e fremente nota di violoncello, quasi un brivido, sulle rosse labbra di tutte quante le amiche e le nuore: sia le nuore effettive che quelle di complemento. Alcuna, veramente stupenda.

«Credimi, Elsa!....»: ritornava ora, fuor di sé, alle conclusioni di prima. «Da’ retta a me!....»

«Cantante, cantante! Loro che cosa sono? Son forse gocciolate giù dal candelotto di Pasqua?.... E quella dell’architetto?.... Non era la sua signorina di studio? E la Recalcati?.... non era la sua serva, forse?....»

«La governante.... sì....», mitigò Elsa, con una gran dolcezza. «E la milionaria di via Pisacane?.... che poi si è scoperto che non aveva neanche le mutande?.... E quel mort de famm d’on marchés, cont el so stemma, cont el so castèl, cont i so fondi, cont el so Garbagnàa?.... I miei fondi, i miei fondi di Garbagnate.... Bei fondi! Che ghe renden sì e no de pagà i tass e i dèbet di so paisàn desoravìa ankamò.... Ona bicòcca d’on castèl pien de ratt.... che se sforàgen per tütt i sorée di e nott de cercà on quaicòss de rodà.... (50) e troeuven on bel nagòtt.... te le disi mì.... Di rataponi de mezz méter, longh a sta manéra», e indicò la lunghezza d’una quarantina di centimetri, «che hin lor che ghe màngen i gatt del fatór....»

Tacque un attimo, poi riprese: «E anche il tuo Gian Maria....», ed ebbe un lampo di crudele sincerità, negli occhi, ancor vividi: «.... scusa se ti parlo chiaro.... va bene.... capisco.... È un gran brav’uomo.... un signore, con la camisa d’àmid.... Sì, sì, capisco.... e poeu i ciocolatitt hin püranca bon de sciscià....» Una impertinente villanìa le ribolliva per tutte le vene, e sul viso accalorato. I colletti e i polsini d’amido e la fabbrica di cioccolatto del vecchio gentiluomo cocciuto rivissero un istante, come farfalla in lume, nella rapidità di quella icastica popolaresca. Ma era assolutamente necessario vincere; vincere la battaglia della certezza, e piegare e frustare a scudisciate nel culo il destino, che l’aveva inzaccherata di quell’epiteto di cantante. E finì vittoriosa.

Finì col povero Carlo, e a suo modo s’intenerì: vagabonda, – con quella borsetta chiusa, stretta a due mani, – vagabonda nei pascoli sconfinati della vedovanza. La sua povera memoria andava andava: verso il tempo, e le immagini che non ritornano. Vi ritrovava, disperatamente, la ragione e il senso del suo sopravvivere. Ogni anima tende a motivare il suo essere: quando il motivo è nell’irrepetibile tempo, ogni anima vive nella memoria.

Vedova! Nel 1921.

Aveva allora, al collo, una collana di palle nere di diametro modulatamente crescente verso il profondo, le tre centrali e più grosse parevano addirittura delle albicocche, colte nei regni di morte. Un velo nero fino ai calcagni. Ingrassava. Di tanto in tanto aveva gli occhi rossi. Qualche volta riusciva anche a piangere: non che il suo dolore fosse men vero, o la sua reumiliata solitudine: ma sentiva come il pudore di quella «debolezza»; non voleva «dar soddisfazione alle vipere».

Adalgisa Borella vedova Biandronni.

Era riuscita, dopo un funerale con centoventitre corone e dopo una disperata battaglia, a seppellire il suo Carlo al Monumentale: mentre oscure trame e il compassionevole suggerimento di donna Eleonora tendevano a dilontanarne il feretro verso Musocco, adducendo le ragioni della «spesa», e che dopo morti «tant’e tant».... (quelle donne e signore cattolicissime non s’avvisavano della contraddizione).... e che il più importante era di pensare ai figli, ecc. ecc.

«Ai miei figli ci penso già io, e molto più di voi, potete star sicuri!.... Non ho bisogno dei vostri consigli!....» Le urla erano pervenute ai coinquilini: l’attacco era finito con delle pezzuole d’acqua e aceto sulla fronte, con dell’acqua antisterica di Santa Maria di Leuca....

Del funerale ricordava con orgoglio i vigili municipali mobilitati in soprannumero a sbarrare e a ristabilire il circolo delle vetture e dei tram, e delle carra: (oggi denominato traffico). Rivedeva quegli elmetti di panno, vittoriosi e neri sopra il coàgulo della circolazione metropolitana, i cittadini reverenti, a capo scoperto, le biciclette paralizzate, tutta Milano costernata, nel leggere le grandi scritte d’oro dei nastri delle corone: «Al rag. Carlo Biandronni – i cugini Gnecchi», «Al rag. Carlo Biandronni – la Società Pro Patria»: e via via, in centoventitre varianti.

«È bisognato tener indietro la gente cont i capelloni.... perché tutti.... tutti,.... gli volevano puranche bene, povero figliolo....», disse, con voce rotta da modesti singhiozzi, asciugandosi gli occhi. Ricordò poi la compagnia d’onore del «sessantasètt fanteria, el so regiment de la Libìa....», i bravi soldati «che piangevano anche loro, a momenti, poveri ragazzi!» (51) i (ma questa era un’iperbole del suo allucinato cordoglio), il presentat’àrm! infine, il celere baleno della sciabola, l’estremo saluto dei soldati al soldato.

Fu in quell’epoca, o poco dopo, che i ritratti del povero Carlo invasero i salotti dei Cavigioli, dei Caviggioni, dei Biandronni, dei Perego, dei Lattuada, dei Maldifassi, dei Vigoni, dei Gnocchi, dei Gnecchi; e, d’altra parte, dei Borella, dei Ghiringhelli, dei Pessina, dei Trabattoni, dei Recalcati, ecc. ecc. ecc. ecc. Nemmeno donna Eleonora Vigoni poté rifiutare una temporanea ospitalità, fra una pantera e un Sèvres, a quel ritratto tutt’occhi, tutto naso, tutto baffi, a quel «Guigoni & Bossi» (52) così vivo, così balzante, così «lui». «Ah l’è lü, l’è propi lü!, l’è lü, ch’el par vif!», badavano ad esclamare i marsinoni della famiglia, con vociacce di baritoni in preda a commozione, a persuasione. E siccome – dato che in quei mesi era proprio l’epoca che due o tre figliole della quinta generazione venivano a tiro anche loro – siccome stavano per entrare in scena anche i Consonni, i Carugati, i Gadda, i Roncoroni e i Brambilla, così per ogni nuovo nucleo familiare c’era già in riserva il suo bravo «ritràtt»: le quattro fidanzate potevano star tranquille: c’era un «povero Carlo» anche per ognuna di loro, pronto.

Lei, l’Adalgisa, non era mai stata grafomane: aveva una scrittura un po’ da oca, come capita, qualche volta, anche in via delle Oche: (53) e quei pochi biglietti che soleva spedire in particolari occorrenze o circostanze a speciali «persone care» si listarono a lutto: da tutt’e due le parti; dopo una tremenda lite nella cartoleria Cazzaniga. Anche la busta era listata di nero, da tutte e due le parti: perfino l’inchiostro, stavolta, era nero. I francobolli, purtroppo, non poté averli col lutto: per quanto è un’idea, questa, che coltivata a Milano, potrebbe rendere fior di soldi al Ministro Segretario di Stato per le Finanze e il Tesoro.

Passò interi pomeriggi al Monumentale in una disdegnosa solitudine: parendole così di avvicinare l’amato, il suo sposo, il suo uomo, il padre delle sue creature. Ci andava qualche volta coi ragazzi: per lo più, sola.

E una volta lì, davanti alla tomba, non faceva che lavorare, pulire, disporre i fiori, rigovernare i vasi, toglierne li steli risecchi, mondar le foglie, rimetter l’acqua, lucidar bronzi ed ottoni col Sidol. (54) Ed ecco, improvvisamente, fa tremare, la suppellettile funebre, oltre il velo screziato delle lacrime, «.... Inscì me par de fà on quaicòss anka per ti,.... pòer el mè fioeu... –» Grossi lacrimoni le gocciavano sul marmo. Gli steli spinosi e i candidi petali delle rose che stava per deporvi le si impigliavano, talora, dentro la collana di palle nere: pendula, all’atto del chinarsi, dal collo.

Fu una pura combinazione, ma la tomba del povero Carlo era nel medesimo campo, e reparto, di quella dei Carugati di via Brisa, papà e mamma, suoi ex-amministrati. Il figlio maggiore era morto in America: e le tre superstiti sorelle, poverine, stentavano ormai a far le scale, oltreché a sbarcare il lunario, da quelle grandi azioniste, che erano, della «Tessile Tremolada e Bertagnoni» di gloriosa memoria. «Se recomandom a lée!....», avevano implorato stringendole disperatamente le mani con le loro mani, – ossi venati di azzurro, – con una sola voce tremolante, e con tre teste tentennanti, che parevano dire no, no, no.

«Lée che la pò andàkk tütt i di!.... Nüm intanta disarèmm el rosàri per tücc quànt.... per i nost pòer mort e poeu anca per el pòer scior Carlo,.... per el nòs’ pòer ragionàtt....».

L’Adalgisa le aveva rassicurate con una alzatina di spalle, come a dire che la cosa andava da sé, beninteso. «Non sono mai stata abituata (bitüvàda) a dormire in piedi!....», diceva. «Non posso stare senza far niente, neanche al Monumentale....»

Le tre sorelle Carugati le avevano descritto «el monüment» in ogni dettaglio, con dei gran «poeu anka», e recitando l’intero epitafio, senza dimenticare neppure un «vasètt». Tantoché l’Adalgisa poté riconoscerlo, fra le molte e impagabili sculture che popolavano il campo, anche prima di leggere «Ai loro amati genitori....»

Saturno, con la clepsidra e la falce, e una lanternetta modello Diogene, vegliava la tomba deserta dei due vecchi, riuscitissima opera dello scultore Cavedoni. Disteso sul duro, come un disoccupato in un «terreno da vendere» (55) sembra che sia uno dei più indovinati Saturni del nostro famoso cimitero, il quale ne è stracolmo.

L’Adalgisa, non appena fu sicura d’averlo identificato, gli si mise subito attorno, con una certa sua risolutezza impaziente: quasi a un lattante cui urgessero delle cure improrogabili: con la mobilità e la sicurezza di movimenti d’una «nurse» diplomata. Anzitutto lo guardò molto severamente; come un ghibellino guarderebbe un dissenterico di parte guelfa. Ma subito dopo si sentì buona, e più che mai energica, e disposta al fare, e piena di tutto il suo slancio lombardo.

Il vecchio fannullone, di prospetto, per quanto avesse l’aria un po’ rimminchionita, era però perfettamente in regola: gli erano cresciute due serpentesche basette, come ad un garibaldino ottantenne, e molto simili difatti a quelle dell’on. Giuseppe Marcora di venerata memoria: ma assai più lunghe, anzi addirittura interminabili, come certe anguille sott’acqua, che non si sa dove diavolo gli vada a finire la coda, o la testa.

Le regioni boschive della di lui persona erano drappeggiate di un lenzuolo, o coperta, in marmo massiccio e, ad ogni buon conto, anche dalle due code arrotolate di quelle due millenarie basette. Né c’era da credere al vento, che potesse levar via le difese del panno, o del pelo. (Sotto carovane di nuvole il vento d’autunno turbinava la polvere, le stanche foglie. Scaruffò i bossi, tagliati alla Umberto; (56) ai cipressi degli aspettanti viali gli dipanava la fronda, ne sdoppiava le cime aborrite).

Il vecchio non batté ciglio; nessun appunto gli si poteva muovere, almeno quanto al davanti. Ma siccome l’Adalgisa gli girò subito intorno una quindicina di volte, instancabile, salendo perfino con le sue scarpette nere sopra la tomba e osservando minutamente ogni cosa, ogni dettaglio, anche frammezzo ai diti dei piedi e nei due buchi degli orecchi, e anche di fianco e di dietro, così trovò che la falce era a posto, non meno della clepsidra e del lanternino: ma certi licheni verdastri, o nerastri, insistevano invece a incrostargli quell’altra falce, tra le due natiche, d’una scandalosa flora criptogamica. Le natiche in parola erano «rivolte a settentrione», come le mura di Porta Nuova nei Promessi Sposi. Donde quelle muffe.

Il vecchio necessitava inderogabilmente d’una operazioncella alquanto banale, che l’Adalgisa rimandò tuttavia al giorno dopo. Il tempo la ferì negli occhi, con una ventata di polvere.

Fu, comunque, non cessava poi dal raccontarlo, un’operazione più difficile del preventivato. Dove intervennero, oltre ai muscoli e al temperamento «fattivo» della donna, anche un raschino incurvo da meccanico, e più di un foglio di carta; carta vetrata, s’intende. Di borotalco non ci fu bisogno, come per il Gianfranco e per il Luciano quand’erano in fasce, ma certo le venne in mente anche questo.

Grattò e raschiò per mezz’ora, per un’ora forse: e le dita le si fecero tutte verdi, come d’una tritura di prezzemolo. A opera finita, quando si sentì esausta, le venne la rabbia. Se la prese con le sorelle Carugati: «Vorarìa che vegnèssen on pô kì anka lor, de tant in tant, a vedè cose gh’è de noeuf.... qui trì carampànn de via Brisa.... cont el so rosari.... e la soa testa che donda....»

Due inservienti dinoccolati la guardavano a bocca aperta; uno reggeva da una mano un inaffiatoio vuoto, s’era scordato di posarlo; l’altro si era ficcato un dito nel naso; e ci stava lavorando. «E lor cos’hin kì a fà, tütt l’ann?», gridò, rilevatasi, tutta rossa nel volto. Ma quelli, dopo un breve battibecco, le diedero della matta. «Se sèmm kì a fà!.... perchè ne moeur domà vün al més, a Milan». Si allontanarono protestando. L’Adalgisa non pervenne a capire che cosa borbottassero «intra de lor».

Ma è quasi certo che la mandarono al diavolo.

 

1. «Viscor» (dial. mil.): vivace, vispo. Leggi tra i righi.

2. Cattà (pron. catà), è cogliere: (lat. captare); Cattà foeura = scegliere; prendere. «Apri gli occhi a cercarlo».

3. Secondo il Maestro, la causa può essere: formale: materiale: efficiente: finale. La «causa nel senso primo e principale della parola» è la efficiente.

4. «Portorico»: caffè dell’isola di Porto Rico nelle Grandi Antille. Misture varie di sedicente Portorico e sedicente Moka, in realtà di caffè brasiliani e raramente arabi o africani, costituivano le altrettante «specialità» de’ diversi droghieri e caffettieri.

5. «Sperlusciato» (dial. mil.): coi capegli arruffati ossia scarmigliati.

6. «Domà a gòdere»: soltanto a godére: in un italiano raggiunto partendo dal dialetto: gòt si tramuta in gòdere. Così talvolta il romano ha sédere per sedére; da séde. «Si metta a sédere – basta così».

7. «Ritratti dei paesaggi della Libia». Ritratto per «fotografia»: in un italiano massinellico. Altrettanto «dei paesaggi», che è ridevole oltreché pleonastico.

8. Il «povero Carlo» ha radici e sviluppo nell’epoca «positivistica».

Università Popolare. Biblioteche circolanti: bibliotechine. Circolo degli Impiegati Civili: (con le maiuscole, in Galleria V. E.: analogo ai Circoli degli Ufficiali). Unione Cooperativa: (emporio generale, ripartito per argomento ossia voci di vendita, sul tipo dei Grands Magasins francesi): notevole nella Milano 1895-1905. Fondata già da Luigi Bùffoli; azioni da lire 10 perché anche l’impiegatuccio (gergale piemontese «travèt») e l’operaio e in genere il consumatore-acquirente potessero costituirsene azionisti e in certo modo «controllare» l’azienda. L’idea motrice (a sfondo giustizia sociale) era anzi quella che il soprappiù di lucro accantonato dall’emporio nella felice esuberanza della sua propria auto-gestione, ritornasse a mano al consumatore-acquirente-azionista: sotto forma tangibile di dividendo (detto allora «frutto» o «interesse»), cioè ripartizione utili. Banca Popolare Cooperativa Anonima di Milano, fondata (1865) dall’allora giovanissimo Luigi Luzzatti poco dopo quella di Lodi (1865: prima in Italia) e coeva pure a quelle di Cremona e Bologna (1865). Mutue Cooperative Incendi: (cioè di auto-assicurazione de’ soci contro gli). «L’idea cooperativa» e «il movimento (= prassi) cooperativo» «si sviluppano» in tutta Europa dal 1840 circa, «apostoli» in Germania Schulze-Delitzsch (casse rurali) e Raffeisen: (banche cooperative). In Italia Francesco Viganò e l’infaticabile Luigi Luzzatti (Venezia, 1 marzo 1841; Roma, 29 marzo 1927; economista, sociologo, filantropo, docente universitario, ministro del Regno, senatore del detto, ornato di pappafico) legano i lor nomi al movimento cooperativo e delle «banche popolari» e «casse rurali»: da 4 banche di tipo cooperativo nel 1865 si perviene a 140 nel 1880, a 694 nel 1890, a 736 nel 1908. (Acme dello sviluppo fra il 1880 e il 1890). Azioni da lire 5 a lire 50, negli intenti suddetti. Il dispositivo di legge del 1882, «regolamentando la materia», stabilisce l’obbligo (già consuetudine) della nominatività delle azioni. Dispositivi statutari limitarono a un massimo (non superabile) le azioni da possedersi pro capite: per es. tante fino alla concorrenza massima di lire 5000 a persona. Donde la comune pratica di intestarne alla moglie e ai neonati: sono gli anni dei pargoli cooperatori, o cooperativi: o addirittura cooperativi-incendi.

Altre note: bigliardi, e bigliardo a domicilio, (sala da bigliardo in casa), birre austriache e però boeme, e tedesche, e chiare e scure, coi relativi zelatori: vini e liquori francesi: prime birre italiane (e dispute connesse): pallacorda: prima piscina da nuoto, a Milano (Bagno di Diana): ciclismo (pesante, arrancante) e berrettini da ciclista con visiera, oggi desueti: calzoni «knickerbocker», cioè con cinturino sotto il ginocchio: calzettoni. Scherma e ritrovi schermistici. Società di ritrovo (Clubs) come la Società Patriottica, la Società del Giardino, il Club dell’Unione, e molt’altre: dalle più «aristocratiche» o grasso-borghesi alle popolari e popolarissime. Salotti, in quelle, sale di lettura, salone da ballo, (ivi, poi, conferenze: e proiezioni luminose accompagnatorie con la «lanterna magica»), divani di velluto rosso, sale da gioco (dòmino, scacchi), ristorante, gabinetti con le prime maioliche. In queste il gioco delle bocce, lo spaccio delle bibite: pergola eventuale. Rarissimi gli occhiali da sole (alpinisti su nevaio o ghiacciaio), oggi (1943) comuni e direi indispensabili al gagà e alla dàttilo per attraversare il sagrato; diffuso (alla totalità della popolazione) il pitale, oggi onninamente inibito dagli architetti e arredatori igienisti e quadrangolari: (ma il Nostro obdura, pervicace nell’eresia). Non ancora asfaltate le grandi strade di comunicazione e però polverone indescrivibile; non ancora gli ski, né i traumi (fratture, distorsioni) che vi conseguono; molto alpinismo e alpinismo popolare: e però stelle alpine, scarpe alpine: (ditte specializzate, come l’Anghileri a Lecco e a Milano): inaugurazioni di rifugi alpini, costruiti a spese di volonterosi oblatori, con Messa celebrata da sacerdote-alpinista: talora dedicati al nome di Garibaldi (Giuseppe) o al Duca degli Abruzzi: (Luigi Amedeo di Savoja-Aosta, duca degli). Il Club Alpino Italiano fondato (1863) da Quintino Sella ingegnere minerario, biellese: (C.A.I. È «calli» nei dial. lomb.). Colui che il Carducci dileggia quale adescatore politico, «il lungi operoso tessitor di Biella s’impiglia, – ragno attirante in vano, dentro le reti sue», fu, oltreché statista di gran dignità e pareggiatore del bilancio, alpinista e cristallografo eminente: primo scalatore italiano del Monviso. Il suo nome è ricordato ad onore dalla sellaìte, raro (Savoja) fluoruro di magnesio (Mg Fl2) e identico alla belonesite (Vesuvio): così come il nome di Tancredi di Gratet de Dolomieu è ricordato dalla dolomite: carbonato doppio di calcio e magnesio Ca, Mg (C03)2. I nomi de’ minerali derivano spesso dai nomi degli scopritori, o classificatori.

Presenza ed efficienza di carrozze a cavalli, e corriere a cavalli con tettuccio (dette «giardiniere»), nelle vie di città minori e, più, nelle strade di campagna: indi polpette cavalline e pipì cavallino a ogni piè sospinto, per via. Tafàni e stalle in città. Fanaliere a petrolio. Lumi a gas, accesi al crepuscolo dal gasista, mediante pertica piròfora. Calcio e automobilismo ai primi vagiti. Nessun «camion»: carrozzone dei ladri e «furgoni» postali a cavalli: qualche auto pubblica o padronale (1906) di carattere difficile e gargarizzativo, o esplodente e pedente: autista con pelliccia da orango, occhialoni, berrettone a visiera. Atletica leggiera. A Milano la «Pro Patria» e la «Forza e coraggio»: (rivali). Fumo ferroviario: relitti del detto in conche auricolari, nei capegli, sopraccigli, nelle narici. Frequente il «carbone nell’occhio»: cocca del fazzoletto adibita ad estràrnelo. Trombette ferroviarie di ottone, assai pese, avvinte da cordone verde. Iterati pè-pè alla partenza. Rari i gabinetti a tenuta idraulica. Reticella o retìno per chiappare le farfalle durante le gite: ( sàcculo di rete con imboccatura a cerchio: e astato quest’ultimo). Merende bonarie sull’erba, con tono da caccia all’elefante, capitolo «bivacco». Cautele contro le macchie di verde-erba sugli abiti: (cocò, gonne, ginocchia).

Tralascio gli articoli gastronomici e beverativi, come il latte e pangiallo da San Giorgio (24 aprile) in poi.

Donne e uomini in abiti pesi: e le donne accollati (collo inguainato nel «collo» dell’abito sostenuto da «ossi di balena»). Gambe delle donne rigorosamente e sempre nascoste: (salvo le ballerine sul palcoscenico: sole gambe visibili). Stivaletti femminili insino al polpaccio, con allacciatura di stringhe interminabili. Ardite («scollacciate», sic) vignette di «scandalosi» libelli, o giornali d’umore, scoprivano la caviglia (inguainata dallo stivaletto) dell’eroina (notoriamente affetta dal titolo di «svergognata»), destando l’allarme delle autorità. Gesto estremo della «danseuse» quello del rialzare la gonna in sul davanti, palesando stivaletto-caviglia. Lirica dei «piedini». Psicopatici (due o tre in Europa) innamorati di stivaletto usato, ossia borzacchino usato (il brodequin di Baudelaire): che funge da feticcio erotico un po’ per tutti.

Cappelloni da signora, e spilloni per amarrarli ai capegli: questi accomodati nel «chignon» (malloppo) in sull’occipite e in un tettuccio (spagn. tejadillo) con frangetta, sulla fronte. Parasole estivo: usato anche da uomini: in tal caso di seta verde-scura o marrone. Preti con parasole nero, lungo le strade di campagna.

Busti (per le donne) con «stecche di balena»: donde: «mettersi il busto, slacciare il busto», ecc.: moda femminile del «vitino» ossia vita stretta, torturante più che cilicio: donde «vitino adorabile, il di lei estetico ( = grazioso) vitino». Sottane di lana e di seta fino a terra; e terminate nello «spazzolino» ( = fettuccia a spazzola, cimósa a spazzola) tutto il giro; spazzolino che veniva a spazzare il marciapiede. Doviziosa infangatura invernale. Le gonne da passeggio con strascico (2 a 4 palmi secondo eleganza): continua manovra del detto a evitare le sudicerie e i relitti stradali: canini, cavallini, e d’altri mammiferi ancora. Attimi di ritardo nella richiusura degli usci e de’ battenti, a lasciar prima strisciare tutto lo strascico (detto «coda»), quasi di una serpe che si rimbuchi. Nei balli, speciali attenzioni agli strascichi delle dame. «Quadriglia» e «Lancieri». Cappelli maschili di varie fogge: anche a bombetta: (milan. cardanello): che era copricapo elegante: usato ancora il cilindro (haut-de-forme), di altissima distinzione. Pregiato il panama (costosissimo) e comune l’estiva paglietta (milan. magiostrina, con etimo probabile da màg = maggio, e magiostra = fragola). Uomini con pantaloni rimboccati: (contro il fango, la polvere): pratica usuale nell’inverno. Mutande delle donne fino a metà polpaccio e anche più giù, talora campaniformi cioè a imbuto rovescio: con giri di merletti e di svoli a insalata, in numero crescente secondo il rango, dalla sartina alla regina Vittoria. Pantaloni degli uomini senza la piega. Non anco il rossetto né le tinteggiature femminili del viso e degli occhi: non anco il crayon. Baffose e baritonali scenate da parte di mariti e padri, tonitruanti per un po’ di cipria della figliola o mogliera.

Uomini baffuti come Vercingetorige, specie gli «ingegneri civili». Predilezione per le stoffe a quadretti, specie pantaloni estivi e panciotto. Grossa catena d’orologio (oro o argento) sull’emisfero addominale, sul panciotto: (succeduto al medioevale giustacuore). Grosso e cipollone orologio in un taschino del detto. All’attacco della catena, breloque: cioè pendaglio: con ritratto (all’ipoclorito sodico) di persona amata, e assai capelluta quando non integralmente calva: pieno di bruscoli di tabacco, il breloque, e da rompersi le unghie ad aprirlo. I denti guasti, (riconsegnati dal cavadenti-estrattore al proprietario-paziente), religiosamente serbati lungo i decenni in uno scampoletto di velluto scarlatto.

Ai bagni di mare, le donne (signore) in costume da bagno nero o bleu-scuro, accollato: giubbetto e sottana e mutandone nere o bleuscure, con ornamenti multipli di svoli, e di «spighetta» rossa: scarpaccini di corda: spesso, le calze, anche all’entrare in acqua: in difetto, caviglie pallide, color mozzarella: cappelloni di paglia contro l’estate: il sole paventatissimo.

Conferenze pubbliche su tutti un po’ gli argomenti dello «scibile umano»: e talora a pagamento: e tuttavia frequentate. Conferenzieri specialisti: (Antonio Fradeletto, Innocenzo Cappa). Tra i piedi dei lari il «positivismo» sparpagliò apparati e apparecchi «scientifici» d’ogni maniera, e macchine da tavola e da cucina: pinze speciali per gli asparagi, spremilimoni di vetro a corona dentata, ferri a uncino e a cucchiaino raspante per estrarre la medulla dall’osso-buco, casseruole lunghe da bollirvi la trota, pere di gomma d’ogni calibro, schiaccianoci e cavaturaccioli di non più veduto modello. Appese al muro (della camera da letto maggiore, o del guardaroba) l’apparato per l’enteroclisma, allora usatissimo, con ricco metraggio di cannula in gomma, da raggiungere ogni più remoto (e scaravoltato) cocò. Appese termometri in ogni dove, da dentro e fuori finestra, barometri, sia torricelliani che aneroidi ed altri, igrometri: e talora i tre insieme. Frate o ballerina con la tunica o la sottanella che trascolora cangiando di rosa in azzurro, da «bello» o «secco» a «tempesta».

Per tutta casa dovizia di fermacarte: (fetta di stalagmite, dipintavi erubescenza vesuviana o approssimata cupolaglia di San Marco): conchiglie marine in funzione di, talora fastosissime: ammassi di cristalli grezzi idem idem: pirite, ematite, pirolusite, solfo in cristalli. Cannocchiale d’ottone con treppiede, sfoderabili a volontà l’uno e l’altro per veder la luna dal terrazzo: vetro affumato per l’eclissi di sole. Cannocchiali da montagna. Scatoloni di macchine fotografiche, allora parallelepipedi: e irremovibilmente tali. Atlanti. Carte topografiche, connesse con le gite e col C.A.I.: frequenze geologòfile e cristallòfile. Orologi a cucùlo (col cucùlo che non funziona); libri «scientifici»; le prime e rare maioliche in qualche orinatoio di lusso; altri in marmo carrarese. Candelieri e candele e lampade a petrolio. Raccolte di insetti, specie farfalle. Soldati col keppì d’incerato, e la nappina, e la visiera: coi pantaloni lunghi e le ghette. I primi impianti d’acqua potabile ne’ borghi di riviera e di campagna, da vincere le epidemie ricorrenti del tifo. Polemiche relative.

Stuzzicadenti di penna d’oca temperata, reggi-penna d’argento. Cannoni grandinifughi. Cioè batterie di tromboni rivolti al cielo, da sparare contro le nubi «sature di grandine» e i nembi, per farle a brani: avanti ancora le grandinassero. Lo scrivente ne vide una (1905?) in Brianza. Piazzate un po’ come batterie antiaeree, se non che sui poggi in campagna. Capanno del custode-bombardiere (sagrestano del villaggio), con le necessità della manovra e le artificerie, cioè gli scartocci della polvere pirica.

A ogni epoca la sua saggezza.

9. «Modi della divina Sostanza»: BENEDETTO SPINOZA, Etica, libro primo, def. v: «Per modum intelligo substantiae affectiones, sive id, quod in alio est, per quod etiam concipitur». I modi sono determinazioni (limitazioni, negazioni parziali, e però momenti individui, e probabilmente «esseri» particolari e fenomeni singoli) degli attributi (due: estensione, pensiero) della unica sostanza: (Dio: ens absolute infinitum: ragione suprema e universa, occludente in sé la totalità de’ suoi modi).

10. «Ravanà»: con etimo probabile da rava = rapa. Accudire a tirar le rape, nell’orto: essere chinati in faccende: e però rimovere laboriosamente alcunché: e dunque indagare lo scibile e l’empiria: darsi pena a scartabellare ne libri e a rimettere in sesto il mondo.

11. «Lago di palta»: lago di fango: (dial. mil.). Rio de la Palta è scherzosamente il Rio de la Plata, per gli immigrati lombardi: in quanto limoso.

12. «Laborioso integrale isoperimetrico». Problemi isoperimetrici: una ragguardevole classe di questioni di minimo (o massimo) trattate nel cosiddetto «calcolo delle variazioni», arduo e periglioso capitolo dell’analisi. Isoperimetro è detto il problema, da molti invece la risoluzione (algebrica) del problema: indipendentemente dal contenuto dello stesso: (geometrico, meccanico, o altro). Un siffatto nome deriva per estensione (antonomàsia e sinèddoche) da ciò che il «problema della brachistocrona» o «problema di minima discesa», cioè discesa in un tempo minimo, (proposto da GIOVANNI BERNOUILLI in Acta Eruditorum, giugno 1696: risoluto dal detto e, altrimenti, dal di lui fratello Giacomo, in Id. Id., maggio 1697), è affine ai problemi di dato perimetro e massima area, di eguale ossia pari perimetro, di «iso-perimetro», già considerati dai Greci.

Analiticamente il problema generale del calcolo delle variazioni dà luogo alla ricerca di un algoritmo ossia forma algebrica y, funzione incognita (in partenza) della variabile x, tale che renda massimo (o minimo) l’integrale definito, fra limiti assegnati, di una funzione nota F contenente la y, le sue derivate, e la x.

Un isoperimetro classico, al quale il Nostro aveva forse il pensiero, è il problema di Newton (Principia mathematica ecc., Londra 1686, libro II, sezione VII, propos. 34, scolio): formulabile in questi termini: «Cercare la curva passante per due punti dati, rotante intorno a un asse dato, generante il solido che incontra la minima resistenza alla immersione in un liquido, nella direzione dell’asse». Cioè qual sagoma deve avere un proietto, per es. un siluro, per incontrare a prora la minima resistenza da parte del mezzo liquido attraversato. (Ipotesi quadratiche del Newton sulla resistenza del liquido in rapporto alla velocità del proietto). È questo il primo (1686) problema di variazioni.

I ditischi non li hai a ritenere e’ siano solidi di rotazione, come accade essere al pezzo tornito di Isacco Newton; ma insomma le curvature principali, (il «garbo» delle costruzioni navali) come quelle di un po’ tutti i natanti, e i volanti, tendono in essi a risolvere per evoluzione (costruzione biologica della specie) problemi di minima resistenza.

Altro problema naturale di minimo, da noi umani solubile per procedimento derivatorio, (calcolo differenziale), è il problema di «superficie minima» della chiusura di fondo nelle cellette a prisma esagonale dell’arnia. Vi accenna MAURIZIO MAETERLINCK nel suo libro La vie des abeilles. La chiusura di fondo d’ogni celletta prismatico-esagonale è costituita da tre facce rombiche inclinate rispetto all’asse della cella. L’inclinazione dei tre rombi è tale da resultarne minima la totale superficie e però minimo l’impiego di cera, a parità di volume racchiuso = capienza della cella. L’operaia-ape ha risolto il problema biologicamente e d’istinto, seppur d’istinto si tratti, o non invece di ragione. Il fisico ed entomòlogo Réaumur (Renato Antonio Ferchault de, 1683-1757) propose la questione al matematico Koenig: il quale, col sussidio del calcolo, reperì che l’angolo acuto dei rombi doveva resultare di gradi 70 e minuti 34, affinché la superficie di ogni cella risultasse minima. (Gli angoli de’ rombi dipendono dalla inclinazione di essi loro sull’asse). Colin Mac Laurin calcolò 70 e 32, Cramer 70 e 31. Le api avevano adottato e ritengo seguano ad usare 70 e 32, maclaurizzando ne’ secoli. Il riscontro sulle celle dell’arnia, voglio dire del favo, mediante misura fisica di precisione, è dovuto a Maraldi: (Giacomo Enrico, 1665-1729, astronomo: nipote di Cassini).

I problemi isoperimetrici, radunati poi e sistemati nel calcolo delle variazioni, occuparono via via l’assiduità indagatrice degli analisti, e degli eminenti fra essi: da Newton e dai Bernouilli, cioè dall’origine dell’origine dell’analisi infinitesimale, ai dì nostri: Mac Laurin, Eulero, Legendre, L’Hôpital, Borda, Jacobi, Gauss, Delaunay, Ostrogradski, Weierstrass, ecc.: autore principe il sommo Lagrange (Giuseppe Luigi, Torino 1736-Parigi 1813), nel 1766 e per vent’anni a Berlino, presidente di quell’Accademia dopo Eulero: da ultimo senatore napoleonico.

13. «Les petites perceptions» nella psicologia di Leibniz, (Nouveaux Essais sur l’Entendement Humain), sono incrementi infinitesimi nella vita dell’essere individuo, causali inavvertite della scelta: come «la [fonction] différencielle» è l’incremento infinitesimo della funzione algebrica. Talora questa designazione quantitativa e meccanistica («petites perceptions»), e apparentemente banale, sembra alludere ai motivi e agli impulsi della zona inconscia dell’io. In tale impiego noi dobbiamo accettarla come un simbolo idiomatico inadeguato (sei-settecentesco), dalla esplicita e divulgativa dialessi di un mondo razionaleggiante adibito a voler rappresentare fenomeni e fatti che soltanto una dialessi futura, se non un’esperienza e una coscienza future, (Dostoiewski, Proust, Freud), sarebbe un giorno pervenuta a descrivere, a catalogare. È da supporre che il meccanismo profondo della evoluzione biologica (Goethe, Darwin, antesignani ed epigoni) e il suo segreto gioco si avvalgano, al loro progredire, di una misteriosa dinamica dell’inconscio o almeno dell’inavvertito, (anche nella costruzione delle zone logiche superiori), prima che dei termini ufficiali della conoscenza, per es. degli enunciati di un’etica di superficie e comunque esterna alle medulle e alle trippe. Sono i fatti minimi, i richiami infinitesimi della necessità, le sottili elezioni dell’«istinto», le esperienze interne e talora incerte ed oscure, i battiti pazienti del coraggio senza parola, gli impulsi non confessati ad uomo, circonfluiti dalla verità buia dell’essere; non già e non sempre i fatti magni e memorandi de’ magnanimi Atridi, di che Clio pascola, e ci razzola Erato. Sono quelli veduti da Dio, e da Dio solo, per cui la tremante persona respinge il suggerimento della bassezza, affronta il cammino del Golgota: anche se nessuno vede, quando nessuno vede. «Le jour de la gloire» arriva così, per la carne e per l’anima, al di là e al di fuori delle trombe.

L’io inconscio si sottrae benanco, talora, al canone e agli schemi educativi o corruttivi del luogo e del tempo, cioè dell’ambiente (franc. milieu), alle retoriche varie, per es. scolastiche o familiari, o sociali, quando esse tendono ad avvilupparlo della loro frode verbosa o a sorreggerlo del loro viatico inutile, per fini e con mezzi che non riguardano le urgenze della vita. Si incontrano dunque, talora, individui ben nati, e relativamente ben vissuti, negli ambienti pedagogicamente più tristi: dacché resistenze insapute vigono e valgono in loro per una sorta di eredità (ignorata dall’erede) contro l’istanza sovvertitrice degli esempi. Si vedono tal’altra volta, per contro, riuscir a male ragazzi «amorosamente» cioè pignolosamente educati, quando il crostone della retorica moralistica di superficie, il caramello etico rovesciato a parole sulla loro fralezza cremosa, non è valso a ricomporre, in un’anima che va in pezzi, lo spirito e le ragioni della vita: cioè la brama di conquista biologica, di ascensione, di profittevole scelta, di accumulo. Dopo rotto il déclic della molla organica interna, non c’è diti di Vescovo né virtù ed unzione di Sacramento che valga a rimontarne il tic-tac. Il gioco multiplo e avaro degli infinitesimi, delle minime elezioni accumulatrici, della dura disciplina selettrice, s’è scombinato in un blando desiderio di requie, s’è rilassato in un abbandono (alla lubido o ne’ pisoli della vanità soddisfatta, s’è sdraiato in una eutanasia: l’essere è, da dentro, un morente: per cui la tromba la può suonare a perdifiato, ma suona invano.

14. «Tira-sberle» (dial. mil.): tira schiaffi.

15. «A coordinate rettilinee». Il fondo delle bacheche, o scatole vetri, per collezioni d’insetti è pavimentato di sughero (per infilarvi gli spilli): e sòpravi una carta millimetrata giallo-rosa, di quella usa dagli ingegneri e dai macchinisti: talché rimirando l’animalùcolo ponnosi valutarne le dimensioni contro il reticolo millimetrale del fondo.

16. «Mazzarli»: ammazzarli; «bombagia» = ovatta di cotone; «soja mì» = che ne so, che so io; «soféghi» = soffochi; «diven smort» impallidire: scolorare; «doperare» = adoperare; «ankamò püssée» ancor più; «bordòkk» = scarafaggi; «pèna» = appena. Vocabolario dell’Adalgisa.

17. «Tanto appetitosa non è»: (la storia dell’Ateuco).

18. Nel mirabile Fiore della Mirabilis di RICCARDO BACCHELLI, è pure descritta la ostinata retrogressione, l’indaffarato zampettare dell’Ateuco: capitolo quarto, pagine 209, 210, 213 dell’edizione Garzanti 1942. La spoglia d’un Ateuco, detersa dall’onda, è raccolta dal Brederus sulla spiaggia del Battifredo di Ugliancalda ( = Forte dei Marmi), non lungi da Viareggio. Alcune osservazioni dell’autore circa la struttura degli insetti (pag. 210) e l’infinito rigoglio della vita (pag. 213) possono (ovviamente) accompagnarsi ad alcuna delle mie, o del mio personaggio.

Ma il dramma è altro, e ben più complesso, e Ruben Brederus è persona d’altra nascita e levatura e formazione che il Carlo. I fatti e gli aspetti di natura sono patiti dal protagonista come occasioni e direi simboli necessarî del suo trasgredire nel nulla. L’analisi di un cotale parallelismo, a cui si fa parallela altresì la concezione giansenistica della grazia, imperscrutabilmente da Dio datane o tolta, sfocia a pagine meravigliose, d’una incredibile validità. (Mia personale esperienza).

Desidero notare che Il Fiore della Mirabilis è uscito a puntate in sei numeri della Nuova Antologia dal 1º ottobre al 16 dicembre 1942 – Anno 77. Le glorie dello scarabeo vi son celebrate col numero del 16 dicembre 1942, fascicolo 1696, pp. 98, 99, 100. Il mio Ateuco, imbalsamato nel 1934, vide la luce dell’eternità ne Il Tesoretto, almanacco dello Specchio, 1941, Mondadori, stampato in sulla fine del 1940. Leggivi a pp. 463-466. In quel Tesoretto, pp. 449-478, buona parte del racconto dell’Adalgisa e del povero Carlo.

19. «Lunghe stanghe di calcio»: in realtà di carbonato di calcio Ca CO3: stallatiti e stalagmiti.

20. «Scorlìte» (dial. mil.): squassate, scosse.

21. «Proiezione ortogonale» (geometria proiettiva, disegno) è la trasposizione su foglio dei punti di una figura od oggetto secondo direttrici (linee di proiezione) parallele fra loro e ortogonali ossia perpendicolari al piano del foglio. Il contorno della immagine e quello di ogni sua parte resultano perciò avere forma e dimensioni identiche alla forma e alle dimensioni dell’oggetto o della figura rappresentata, contrariamente a quanto avviene con la proiezione centrale. (Linee di proiezione emananti da un centro a distanza finita).

22. «Sforsi»: sforzi: (Adalgisa Borella vedova Biandronni).

23. «Stemègna» (dial. mil.): avaro, sordido. È sostantivo, e indeclinabile.

24. «Piscinina», (Milano, 1870-1920), è piccina, piccolina. Bimba o giovinetta (da 8 a 16 anni) che impara il mestiere di sarta o modista o camiciaia o stiratrice: e reca le compere o gli indumenti stirati alle clienti, in una tipica cesta a fondo piatto rivestita talora d’incerato, o di tela. Vedi pittura milanese dell’epoca, per es. gli Induno.

25. «Pasticche di altea» ( = althaea officinalis), bianche, gommose, zuccherate, in forma di rombo cioè losanga: erano di moda e direi di prammatica da masticarle e impastarsene i denti a teatro. Nel manicotto di pelo (talora caudato) delle «signore» incedenti o trasferite in carrozza verso lo spettacolo, c’era sempre un sàcculo (di carta da droghiere) con 20 a 25 pasticche romboidi di altea, bianche.

La borsetta o borsa o borsona, oggi (1943) organo del sesso per le categorie eleganti, o paraeleganti, allora non usava. Ma nella stagione frigida il manicotto di velluto o di pelliccia teneva le veci della borsa: talché non avevi a stupire ne fuoruscissero l’una dopo l’altra quelle medesime cianfrusaglie e moccichini assortiti che oggi sono domiciliati nella detta. Non però il crayon, né gli annessi tintorii, non il bocchino d’ambra, né le sigherette. «E venir dallo specchio – la donna sua, sanza il viso dipinti» te tu vedevi a quegli anni, se pur non vedevi Bellincion Bartesaghi «andar cinto di cuoio e d’osso». Un po’ di cipria sul naso era motivo di boati di tuono da parte del vir (spagnolo varon) ossia paterfamilias, «tutore della morale» nei confronti della incipriata femmina, moglie o figlia o domestica.

I pantaloni degli uomini non avevano la piega: apparsa verso il 1905-1908 per le cure dei vari lords Brummel di via Manson: (= Manzoni Alessandro). Per referenze circa la non-piega dei pantaloni, rivolgersi al monumento eneo di Verdi (Giuseppe) a Piazzale Buonarroti (Michele Angelo). I pantaloni di bronzo del simulacro genovese d’altro e non meno venerato Giuseppe, e cioè Mazzini, al giardino di Negro, sono essi pure destituiti di piega: e dànno luogo a tutta una ghirlanda di considerazioni estetiche, e direi di sospetti o di dubbi coprostatici per natura loro ineffabili alle persone pulite; se anche la penna d’un alunno di Rabelais (Francesco) è arrivata a inchiostrarne la evidente consistenza: (in copia minuta).

26. «Metter nel sacco». La Gilda, è noto, finisce realmente in un sacco.

27. «Pelabrocchi (gergale mil.): tosatore di cavalli: e però uomo di scarse eleganze.

28. «Vitino». Suprema ambizione delle donne e perentorio dettame delle mode: 1895-1905. Costringeva il sacco addominale (delle creature del bel sesso) a straziante incerchiatura da parte di formidando «busto». Ardua manovra, talotta, l’allacciatura del detto.

29. «Esposizione Permanente», in via Principe Umberto, era ed è un edificio destinato a mostre e raduni vari.

30. «Sberla» (dial. mil.): schiaffo, manrovescio.

31. «Soppressava» (dial. mil.): stirava.

32. «Spilloni». In acciaio di elevate qualità meccaniche, lunghi fino a 24 e 28 cm., terminanti in una gemma di vetro: per amarrare il largo cappello (di feltro o di paglia) al dolce e sodo viluppo delle chiome. Queste venivano estrutte e intorcigliate in forma d’un sontuoso pasticcio: con tettuccio, o frangia, o entrambi, sulla fronte: e un grosso «chignon» sul dietro.

33. «Ottavino di palco alla Scala», cioè un ottavo dell’abbonamento intero. L’abbonamento era divisibile fra 2, 3, 4, 8 coabbonati, che si alternavano all’utenza del palco.

34. «Crott» (dial. comasco): crotto, grotta: osteria di monte o collina con cantina in grotta, cioè cavata nel sasso vivo: e, per estensione, alberguccio paesano. Qui «Crotto dei Castagni» o «delle Castagne»: (omòfoni).

35. «Tramonto.... del luglio,.... del settembre». Gli studenti del Politecnico erano spesso a Milano in quei mesi: (esami; preparazione agli).

36. «Quarta o quinta fetta» a persona, s’intende cioè 5 x il numero delle persone presenti.

37. «Margniffa»: quella signora che si desidera incontrare il più tardi possibile. «Tognini» (tognitt): gergale mil. per austriaci: da Togn = Antonio.

38. «Con due occhi, con un paio di baffi....»

39. «Poveri asini» (poer asen), non è spregiativo, bonariamente commisera. «La penna d’oro» veniva offerta dall’ufficiale di stato civile (sic.: per solito un assessore del comune, talora il sindaco) agli sposi che fossero suoi conoscenti e avessono titoli a riceverla: con la quale apponevano le loro firme in sul registro.

40. Il mobilio della camera da letto, ordinato e costruito a Lissone.

41. «Ziffra»: cifra. «Carpògn» = groppo o nodo in un rammendo male eseguito. «Brüsatàa sü» = bruciacchiato: (dial. mil.).

42. «Rüga»: rimesta: (con la penna, nel fondo del calamaio).

43. «Non propormi di andare a letto» (per lo scopo ineffabile) «alle quattro pomeridiane.... con quest’afa.... Perché te tu vedresti.... ti farei correre a colpi di ciabatta giù per le scale....»: (dial. mil.). Le ciabattine (spagnolo zapatillas) femminili, con tacchi alti e rubesti, ponno venir adibite a bisogne gastigative.

44. «Cadréga» è seggiola (dial. mil.): dal greco καθέδρα, per metàtesi e corruzione.

45. «Marmognón»: brontolone: (dial. mil.).

46. In via Santa Marta affacciavasi, a quegli anni, il Regio Istituto Tecnico «Carlo Cattaneo»: oggi trasferito in più agiata sede, a piazza della Vetra.

47. Giuseppe Novello, pittore: ed esimio caricaturista di «interni» (familiari, borghesi). Conosciuto dal N. alla tavolata di Bagutta. Nato a Codogno. Capitano degli alpini.

48. La breloque (franc.: sost. femm.) è ciondolo: per estensione pendaglio: e anche «tempestato di diamanti». In sede meneghina muta di genere: «el breloque».

49. «Di via Vetere e di quarto collegio»: la città era divisa in collegi elettorali. Nel quarto prevaleva il voto plebeo. Via Vetere, trasversale di Corso Ticinese, non è delle più chic di Milano.

50. «Ratt» è ratto: «rodà»: rosicchiare (dial. mil.): anche «mangiare a ufo; lucrare»: (gergale). «Nagòtt» (ne guttam quidem) = nulla.

51. Per apprezzare la battuta, tieni presente: i soldati che rendono gli onori funebri al Carlo non sono quei medesimi gregari ch’egli ha avuto a’ suoi ordini in Libia. A distanza di anni, altre leve hanno riempito i ranghi del «sessantasètt fanteria». Per questi qua il Carlo Biandronni non è che un nome, salva sempre la reverenza al defunto. Il cervello della commossa Adalgisa opera sintesi d’un tipo non infrequente nella società massinellica.

52. «Guigoni & Bossi»: un rinomato «studio laboratorio fotografico» dell’epoca: (1900-1915). I capolavori dell’arte uscivan di studio» (sic) firmati in elegante corsivo: impresso a lettere d’oro sul margine inferiore del «passe-partout», cioè cartone-tavola che reggeva e incorniciava la fotografia, detta ritratto. La scritta metteva capo, col filo dell’i finale, a una svolta: e a uno svolo al di sotto e all’indietro; come appunto le firme; ed era inclinata di 20 gradi in ascesa (lo svolo di 25 in discesa) rispetto al lato del passe-partout o cartone. Talché sotto il «ritratto di famiglia» dei cugini Borella, (nidiata impagabile: e tutti in pose varie e sempre aggraziate), di che si felicitava il salotto dei Cavenaghi, tu non vi leggevi «Borella», «Ecco i Borella»: checché!: te tu sillabavi stupefatto, ascendendo a 20º: «Gui-go-ni e Bos-si ».

53. «Via delle Oche»: Via di Okk: in oggi scomparsa: vecchia contrada mil. e patetico ricordo.

54. «Sidol»: nome commerciale d’uno specifico impasto per lucidare gli ottoni, il bronzo, e altri metalli.

55. «Terreno da vendere», «Area fabbricabile»: scritte ben frequenti su palizzate e steccati, nella periferia di Milano 1890-1930. Pratacci spelacchiati fra una casa e l’altra: negli anni del più intenso «incremento demografico» ( = inurbamento): e della più «vertiginosa» corsa al rialzo di aree fabbricabili. Nei «terreni da vendere», incidenze diverse, monelli col pallone, mutande abbandonate da Didone, brani neri d’ombrelli, vagabondi (argentino: atorrantes; mil. gergale: barboni) che, toltasi la giacca o una maglia, o peggio, vi passano in rassegna i pidocchi.

56. Capelli « agliati alla Umberto», o «a spazzola», è designazione dei parrucchieri da uomo. I bossi, «arboscelli di perpetua verdura», (Rigutini e Fanfani) e, altrove, i lecci, e’ vengono tagliati e direi tosati ne’ giardini della Italia secondo forme geometriche o superfici di gradevole ornato: (giardino di Bòboli, giardini liguri, toscani, padovani, romani).

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ISSN 1476-9859

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