Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

L’Adalgisa

Paola Italia

L’Adalgisa, provvista sin dalle prime «Note, tocchi diversi, impromptus» del 1931 dei più svariati cognomi, è in realtà solo una: unico esemplare antropologico di «donna del popolo, sana e buona», assurta alla praticità e fattività di quella borghesia milanese di cui Gadda è Robespierre e cantore: «una di quelle meravigliose donne lombarde che il proprio vigor di cervello manifestano in pragma» (RR I 500).

Fugace apparizione nel condominio di via Keplero – come Adalgisa Cavazzoni, vedova Carpioni (ma poi già Arpalice Maldifassi «cugina del famosissimo baritono Maldifassi, una delle più vere glorie della nostra Milano», salvata dalle fiamme dell’incendio «coi suoi preziosi appena riscattati dal Monte») –, «abbozza» di fronte alle richieste di aumento del canone d’affitto dell’amministratore Unghioni, e inaugura i primi disservizi delle case gaddiane, con un tremendo rigurgito del «poco funzionale “vaso di Pandora”». Ha sessantatrè (poi settanta) anni, una predilezione (indiziale) per il «mezzo fiasco di vino di Trani», una domestica da redarguire; ha blusa, cappello «e poi la grossa spilla d’oro rosso che fin dalla giovinezza aveva funzione di piastrina di riconoscimento, (perché dove c’era la spilla c’era la Signora Carpioni, e dove c’era la signora Carpioni c’era la spilla)» (Gadda 1995: 243).

Personaggio di contorno nel primo getto del Fulmine sul 220 «Adalgisa Maldifassi, maritata Lattuada», ma «sorella del compianto baritono Carlo Maldifassi»; di lingua lunga e mano ladina, non risparmia al parentado i suoi «consigli di donna pratica» e ai suoi quattro figli, «ossuti e nasuti», certi schiaffi «che li sentivano di là dal “tavolato” i vicini» (F 16). Compare nel secondo capitolo per comunicare a Donna Elsa le sue perplessità sull’assunzione del Bruno («il garzone del vostro macellaio») – a sostituzione del vecchio Girolamo – per l’annuale lucidatura dei parquet. E le sue raccomandazioni sommovimentano la trama di un iniziale triangolo noir: lui, lei, il rivale.

Ma già nel terzo capitolo del Fulmine irrompe da protagonista e terremota le strutture portanti del romanzo, lasciando Elsa e Bruno e Valerio, ingegnere dello schermo, sullo sfondo. E sarà poi (nel ’43) «il sacrificio del Fulmine sull’altare dell’Adalgisa» (Isella 2000: 295). Da «robusta ancora e vegeta» si fa «robusta e calzata di tutto punto, definita e piena», il volto le diventa «grasso, di colore uniforme» (F 80), dove «gli occhietti risfavillano giocondamente» (F 134). Manovra la borsetta ermetica, consustanziale al guanto «color noisette» come un’arma da taglio ed è sempre veloce di mano (ma i figli e le « canapie» son solo due).

A Elsa non suggerisce di tenere alla larga il Bruno, ma – come farà poi il vecchio Zavattari – la spinge a cogliere l’«efìmera pubertà del papavero» e così – per umiliazione e rivalsa verso i «dispetti dei parenti» – a vendicarla (ma con juicio: «Càtel foeura cont i occ avert», F 142). E infatti da sorella del baritono, «membro degenere» della comunità, è diventata essa stessa cantante, con voce da Traviata da incatenare al loggione gli studenti del «Politèknik», di pianta «gagliarda», col «cestello del corsetto, ricolmo», eppure inarrivabile «nel morir tisica» (RR I 531), e intorno alla mano guantata è avvolta la «catenella “d’oro” della borsetta […] ad affermare, dopo la cosciente presa, un secondo e indissolubile vincolo». (RR I 492).

Nasce così il monologo-sfogo del penultimo disegno milanese – dove il suo «vocabolario» svaria e tracima dalla lingua al dialetto in commistioni di straordinaria vivacità espressivistica – contro la «suocera universale», le «streghe» e «vipere» che le hanno avvelenato la vita, nonostante l’amore del «povero Carlo» l’abbia trasformata da «piscinina» e cantante d’operetta in una «“signora” al cento per cento» con «due domestiche, cuoca e cameriera, con un marito in piena regola, con un ottavino di palco alla Scala, a sentir cantar gli altri, no a cantar lei: con un “breloque” “tempestato di diamanti” sull’avvallamento centrale del seno: che era un seno piuttosto ragionativo» (RR I 536).

Se nel 1931, quindi, l’Adalgisa è l’epitome positiva del benpensantismo borghese, a metà del 1934 e poi nel volume del 1944 diventa l’esclusa, il «canchero» da estromettere, portatrice di un punto di vista disgregante e trasgressivo sulla società «milanesa», che finisce per coincidere con quello del narratore, e la sua umiliazione è di riflesso quella che aveva subito Adele Lehr al momento del suo ingresso nella famiglia Gadda (Roscioni 1997: 49). E il narratore, per non «mortificare quella creatura d’eccezione», si abbandona, nella più bella e straziante delle sue confessioni, «alla foga dirompente dei suoi furori»: «L’Adalgisa» c’est moi (Isella 2000: 295).

Gadda sarà sempre più il «Robespierre della borghesia milanese», salvo accorgersi, a volume pubblicato, che quella borghesia così bersagliata, aveva pagato per tutti, e che la sua furia iconoclasta non sarebbe valsa se non a fargli occultare per tutta la vita la trasparenza dell’accusa alla «mònade centrale e gamberologica» (RR I 491).

Università di Siena

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2019 by Paola Italia & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

© 2002-2019 Pocket Gadda Encyclopedia edited by Federica G. Pedriali.

© 2002-2019 Artwork by G. & F. Pedriali.

All EJGS hyperlinks are the responsibility of the Chair of the Board of Editors.

EJGS is a member of CELJ, The Council of Editors of Learned Journals. EJGS may not be printed, forwarded, or otherwise distributed for any reasons other than personal use.

Dynamically-generated word count for this file is 1008 words, the equivalent of 3 pages in print.