Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Sogno

Federico Bertoni

Innanzitutto, un dato quantitativo: Gadda (il Gadda scrittore, certo) sogna poco: in tutta la sua opera narrativa si registrano soltanto cinque sogni, due dei quali sono varianti di uno stesso segmento onirico. Il dato può stupire, se si pensa alla sua conoscenza di Freud e alla lucida ostinazione con cui si è introdotto nei più segreti, notturni, torbidi meandri della mente umana. Eppure non bisogna dimenticare che Gadda, soprattutto agli inizi, era animato da una vera e propria «fissazione realistica» (Gadda 1993b: 133), da una maniacale istanza mimetica che si opponeva a tutto quanto fosse fuga, abbandono, travestimento, falsità, retorica, menzogna. E anche una certa idea di sogno, generica, vaga, palesemente prefreudiana, poteva ricadere nell’ambito di quella falsificazione della vita così energicamente osteggiata. In questo senso, è ovvio, la cronologia segna uno spartiacque essenziale.

Nel 1927, Gadda pubblica, su Solaria, I viaggi, la morte, un lungo saggio sui poeti simbolisti francesi che si apre, appunto, con una riflessione sul sogno. È un’idea di sogno che non ha ancora nulla a che fare con quel fenomeno psichico dotato di autonomia, valore e significato con cui Gadda dovrà fare i conti più tardi. Il sogno, per lui, sembra piuttosto un’opzione esistenziale, un atteggiamento in fondo consolatorio che porta a fuggire la realtà morale, a intraprendere un voyage verso l’ignoto, a imbarcarsi su un bateau ivre trascinato dalla corrente. Il sogno è insomma una non-vita, una corsa verso un «tragico nulla», un sistema di negazioni che possiamo articolare in alcuni assiomi:

1) Il sogno è oblio del mondo: «sottrae i suoi eventi alle riprove categoriche della realtà. Nel non essere del sogno ci è consentito dimenticare i vincoli onde la realtà grava ogni singolo fatto»;

2) Il sogno abolisce il tempo: «La distruzione di questi vincoli fa che l’inesorabile imperio del tempo venga nel sogno eluso e come dimenticato a sua volta»;

3) Il sogno sopprime la logica, come nell’immaginario infantile: quando «il meccanismo segreto della conseguenza era non soltanto ignoto, ma volutamente ignorato»;

4) Il sogno disgrega il soggetto: «In questo dileguare verso i fuochi misteriosi del sogno è smarrito il senso di un io centrale coordinatore a cui sia riferibile ogni parte della realtà nota» (SGF I 561-62).

Più avanti, Gadda capirà che nel sogno la realtà non viene abolita, né dimenticata, ma sottoposta a un diverso codice, a una logica altra; che il tempo non viene affatto soppresso, ma misurato «per fulgurativi tempuscoli, per infinitesimi del quarto ordine sul tempo orbitale della terra, detto comunemente solare, tempo di Cesare e di Gregorio» (Pasticciaccio, RR II 195); e anche che l’io del sognatore non si dissolve, ma può travestirsi, proiettarsi, sdoppiarsi, subire varie metamorfosi indotte da processi di resistenza o di censura.

è paradigmatico, in questo senso, il processo di riscrittura (o di autocensura) a cui viene sottoposto uno stesso sogno nel passaggio da Un fulmine sul 220 (1934) all’Adalgisa (1943). È un passo in cui il narratore rievoca con nostalgia la gloriosa gioventù dell’Adalgisa, la sua vitalità, la sua simpatia, le sue grazie prorompenti, la sua carriera da cantante lirica di quint’ordine, «inarrivabile» nel «morir tisica» sul palcoscenico della Traviata, quando «il mal sottile, tra la nuvolàglia dei veli e dei profumi, le scopriva un seno, un davanti, proprio da autentico secondo impero». Da questa visione nasce un sogno:

Io, una notte, […] sognai di essere penetrato furtivamente, contravvenendo ad oscuri divieti, in una specie di clinica piena di donne tubercolotiche. Un orgasmo, ignorato dalla prosa ufficiale dei miei educatori, mi guidava in quel luogo, e le ammalate, forse perché attendevano la consueta visita del sanitario, erano alquanto scoperte. (Gadda 2000b: 161)

Dieci anni dopo, nei «disegni milanesi» dell’Adalgisa, lo stesso sogno viene sottoposto a un radicale, sintomatico mutamento di regime grammaticale e narrativo: l’io slitta in un egli; il narratore si proietta nella figura di un amico, Remigio; e il racconto onirico abbandona la presa diretta per rifrangersi nel duplice filtro della narrazione mediata e del discorso indiretto:

[Remigio] mi raccontò il sogno. Sognò di essere penetrato furtivamente, contravvenendo ad oscuri divieti, in una specie di clinica piena di donne tubercolotiche. Oh, ne sarebbe stato capace anche da sveglio!
Un orgasmo, ignorato dalla prosa ottimistica dei nostri educatori, lo guidava in quel luogo: le ammalate, (e degenti), forse perché attendevano la consueta visita del sanitario, erano alquanto scoperte. (Adalgisa, RR I 532)

Non è difficile immaginare che nel mezzo, tra le altre cose, sia passato Freud, la cui presenza nella biblioteca di Gadda si farà sempre più fitta a partire dalla metà degli anni Trenta (Amigoni 1995a: 11 sgg.) E sarà Freud, ovviamente, a insegnargli che il sogno non è fuga, né abbandono, né irresponsabile viaggio verso l’ignoto: ma che è invece esperienza, conoscenza, rivelazione; e che nel sogno, soprattutto, si cela un formidabile dispositivo ermeneutico, un grimaldello che permette di introdursi nei recessi più segreti e inaccessibili della «realtà morale». Nella Cognizione troviamo un’esemplare sceneggiatura di questa dialettica, quando Gonzalo si accinge a raccontare il suo «sogno spaventoso» al dottor Higueróa:

«Un sogno?.... e che le fa un sogno?.... È uno smarrimento dell’anima.... il fantasma di un momento....».
«Non so, dottore: badi.... forse è dimenticare, è risolversi! è rifiutare le scleròtiche figurazioni della dialettica, le cose vedute secondo forza....».
«Secondo forza?.... che forza?....».
«La forza sistematrice del carattere.... questa gloriosa lampada a petrolio che ci fuma di dentro,.... e fa il filo, e ci fa neri di bugìe, di dentro,.... di bugìe meritorie, grasse, bugiardosissime.... e ha la buona opinione per sé, per sé sola.... Ma sognare è fiume profondo, che precipita a una lontana sorgiva, ripùllula nel mattino di verità».
Parve incredibile al dottor Higueróa che un uomo di corporatura normale, alta anzi, di condizione socialmente così «elevata», potesse lasciarsi ancorare a delle sciocchezze come quelle. (Cognizione, RR I 549)

Certo, le considerazioni positivistiche del dottore sono al limite della caricatura, ma hanno comunque il merito di far risaltare in modo particolare l’ellittica, immaginosa, eppure riconoscibilissima teoria del sogno esposta da Gonzalo, una sorta di trasposizione metaforica di alcuni basilari principî freudiani. Il sogno – ci dice infatti – dissolve le incrostazioni del pensiero cosciente, abbatte le censure, smaschera le «bugìe» e le autorappresentazioni gratificanti che il «carattere» costruisce durante la veglia: perché il sogno attinge a strati più profondi: e come un fiume sotterraneo discende da sorgenti remote, sgorga improvviso in un’alba di verità.

Freud, in particolare, ci ha spiegato che «non esistono sogni innocenti», e che nell’attività onirica i «desideri di vendetta e di morte nei riguardi delle persone più prossime, più care nella vita, i genitori, i fratelli e le sorelle, il coniuge, i propri figli, non sono affatto insoliti. Questi desideri censurati sembrano salire da un vero e proprio inferno; da svegli, dopo l’interpretazione, nessuna censura contro di essi ci sembra abbastanza severa». (1) Difficile allora non leggere in questa ottica il sogno sulla morte del fratello in Notte di luna (RR II 1077), e soprattutto il velato, indiretto, simbolico e pur inequivocabile matricidio onirico narrato da Gonzalo nella Cognizione.

In effetti, come ha osservato Bachtin, «nel sogno si crea […] una situazione eccezionale, impossibile nella vita consueta»; (2) ed è solo in questo regime di eccezionalità codificata che Gadda può mettere in scena l’evento che pervade l’intero romanzo ma che, al di fuori del sogno, resta confinato nel territorio dell’indicibile, oltre la soglia dell’irrappresentabile (tanto è vero che l’aggressore della madre non sarà identificato, e il finale resterà aperto). Qui, anzi, il dettato freudiano sul significato rivelatore del sogno viene arricchito da una vera e propria gnoseologia onirica, che postula un duplice ordine della realtà: da un lato la «realtà fisica, meccanica, bassamente stereometrica, bassamente storica», dove si iscrivono i nostri atti reali; e dall’altro «una trama spaventosa e vera, uno spaventoso pensiero», il caleidoscopico schermo in cui si proiettano pensieri, sogni, immagini, parvenze.

E la cosa o l’atto pensato è più vero dell’accaduta o dell’eseguito. E Dio vede il pensiero, l’immaginato. E, anche non vedesse, si rifiutasse di vedere, (ché tutto può, Dio), l’immaginazione, il delirio rimarrebbero e l’anima si perde nell’immaginare, non nel compiere. […]
Ogni prassi è un’imagine. Ma ogni imagine è già l’attuato orrore, è il male, il termine, il limite che ci esclude da Dio. Come leggesi nel vangelo di Luca, «chi guarda una donna ha già commesso adulterio». (Gadda 1987a: 703-04)

Anche il sogno forse più celebre dell’opera di Gadda, quello di Pestalozzi nel Pasticciaccio, «è possibile solo dopo Freud» (Amigoni 1995a: 109n), e lo è anzi più di qualunque altro. Residui diurni, deformazione, condensazione, spostamento, simbolismo: tutto l’armamentario freudiano viene convocato in questo virtuosistico, travolgente delirio di metamorfosi, in cui un oggetto della veglia (il topazio della Menegazzi) diventa un «pazzo», un «topazzo», un «fanale giallo giallo», un «girasole» e un «giallazio», poi un topo-topazio-topaccio-pazzo che scorrazza nella notte per campagne, paludi e spiagge, che semina il terrore tra «ignude» Nereidi e che si arrampica infine tra le cosce di un’ebbra e lasciva «contessa Circia», facendola «ridere e ridere a cascatella grulla, smaniare dal solletico» (RR II 192-94).

Qui, soprattutto, l’energia onirica investe il piano del discorso: scardina la sintassi, sovverte la logica, inceppa la stessa macchina narrativa; e quella trasparenza simbolica che rendeva in fondo così leggibile il sogno delle donne tisiche, e anche quello della «figura di tenebra» evocata da Gonzalo, viene meno, si appanna, quasi sommersa da una catena di significanti sfuggiti al controllo: «E s’era involato lungo le rotaie cangiando sua figura in topaccio e ridarellava topo-topo-topo-topo» (RR II 192). Pestalozzi è un personaggio, certo, e come tale non ha inconscio; ma forse la sua delirante visione rammemorata sul far del giorno, durante una corsa in moto sui colli romani, ci spinge verso quel luogo di insondabilità che Freud chiamava «l’ombelico del sogno», cioè il punto «attraverso il quale è congiunto con l’ignoto».

Università di Bologna

Note

1. S. Freud, L’interpretazione dei sogni (Torino: Bollati Boringhieri, 1973), 180, e Introduzione alla psicoanalisi (Torino: Bollati Boringhieri, 1978), 131.

2. M. Bachtin, Dostoevskij. Poetica e stilistica (Torino: Einaudi 1968), 193.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

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