Leonardo's Imola Map Detail

Territori e romanzo

Franco Farinelli

La mattina del 10 ottobre del 1806 il visconte di Chateaubriand, aggirandosi a cavallo nei dintorni di Gerusalemme Gerusalemme Liberata del Tasso alla mano, e perlustrando la campagna tra la grotta di Geremia e i sepolcri dei re, viene colpito dalla precisa e sistematica coincidenza tra la descrizione del poeta e le forme di quel che vede: «ci si trova proprio sul posto» riporta stupito sul suo diario, e lo stupore deriva dal fatto di sapere benissimo che la conoscenza dei luoghi derivava all’autore del poema non dalla frequentazione diretta ma dalla consultazione delle relative mappe. E si rilegga la celebre descrizione iniziale de I Promessi Sposi, che a Luigi Russo non pareva granché dal punto di vista poetico, ma soltanto un omaggio affettivo, «quasi di indigeno», a quei posti, dettato dal gusto della precisione storica proprio del Manzoni: «troppa puntualità di riferimenti locali, eccessiva minuzia di particolari», sicché tra «tutti quei seni e golfi, e poggi e valloncelli, e erte e spianate, noi ci sperdiamo un po’». Ironia della situazione: il Russo si sperde perché invece che poeticamente il Manzoni descrive il lago di Como con «precisione topografica», come chiunque lo sorvoli è oggi costretto ad ammettere, finalmente riconoscendo alla lettera l’immagine manzoniana, frutto di un occhio che come un aereo si trova allo zenit di quel che cade sotto il suo sguardo.

Testimonia Pietro Citati che sul letto di morte Gadda chiese a tre amici di leggergli proprio I Promessi Sposi, ma al contrario del romanzo di Manzoni, nitido e cartograficamente preciso dall’inizio alla fine, pur essendo precisissimo Quer pasticciaccio non è affatto topografico, è anzi in ogni suo punto programmaticamente e volutamente anticartografico: proprio da ciò discende la sua complessità, il suo fascino che resiste ad ogni analisi, la sua straordinaria attualità, come alla fine diremo. Anche per esso bastano, ad annunciarne la natura, le prime parole: «Tutti oramai lo chiamavano Don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile». Un’unica entità risponde in tal modo a due diverse definizioni, come mai accade su di una carta, dove il rapporto tra il nome e la cosa è sempre biunivoco, dove cioè ad ogni cosa corrisponde uno e soltanto un nome e viceversa. Cartografico significa che sono sempre chiari e stabili dunque distinguibili e fissi, insieme con il nome, i soggetti e gli oggetti, e questo perché senza l’immagine cartografica non esiste lo spazio, che regolando la misura consente di calcolare la distanza tra questi e quelli, evitando con ciò ogni possibile confusione tra gli uni e gli altri: quella confusione che, altrimenti, impedirebbe ogni conoscenza. Similmente, e per venire subito al dunque, in tal senso anticartografica e per niente topografica è per Gadda l’immagine di Roma, l’idea di città, di ogni città: che non ha nulla dell’angusta limitazione di cui ancora oggi su ogni dizionario, e a partire dall’Encyclopédie degli illuministi, essa risente, confinata come risulta ad un semplice e ristretto ammasso di cose, di strade, case, mura: gli unici segni cui, su una mappa, il nome di ogni città appare riferirsi. Sarà vero, come a Italo Calvino sembrava, che il Pasticciaccio è prima di tutto «il romanzo di Roma, scritto da un non romano». Sta di fatto che Roma vi significa ancor più la campagna che la città, e che proprio sul bordo tra la prima e la seconda, in entrata e in uscita da questa e da quella, oltre che nel fantastico ma anche miserabile «palazzo dell’Oro» e nella «gran fiera magnara» di piazza Vittorio gli avvenimenti hanno campo e s’intrecciano, proprio nel vasto e indefinito ambito che include l’incasato e l’incolto, Roma e la Campagna Romana, si dispiegano le mosse dell’«inerte burattino del probabile»: i «non romiti cantoni del territorio» appunto, termine che come nel codice di Giustiniano si spiega viene da terrore e non da terra, quel terrore indicibile, paragonabile per fulmineità ed intensità soltanto all’orrore finale di Cuore di Tenebra di Conrad, di fronte al quale, a dispetto delle ragioni dell’azione, Gadda decide bruscamente che il suo romanzo è finito. Con la sola differenza che mentre in Conrad alla fine la parola «orrore» viene pronunciata, il terrore Gadda preferisce, ancora più sottilmente, soltanto indicarlo, nella «piega nera verticale tra i due sopraccigli dell’ira» dell’assassina, e del quasi pentimento, nella paralisi dell’Ingravallo.

Quanto all’elemento cartografico, insomma alla geografia del romanzo europeo, ancora oggi la critica letteraria sembra stenti a raccapezzarsi. Così ad alcuni sembra gran cosa la recente scoperta, che di là da quel che essa immediatamente esibisce ogni carta è un diagramma che mette in luce relazioni strutturali a prima vista molto poco evidenti: sono i medesimi che non si accorgono che tali relazioni sono il prodotto della carta stessa, che per loro mezzo produce la realtà. Si fa notare ad esempio, anche in questo caso con una certa meraviglia, che tutti o quasi i protagonisti maschili dei romanzi di Balzac e Flaubert hanno casa sulla stessa riva della Senna, e le donne che essi desiderano invece su quella opposta, o nel mondo a parte del Faubourg Saint-Germain. Per accorgersene basta prendere una mappa di Parigi e segnarvi tutte le abitazioni in questione, in modo tale che l’esame si limita a mettere in relazione due mappe: la prima, che è quella originaria, servita a suo tempo all’organizzazione del sistema residenziale parigino in quartieri alti e zone meno lussuose, e la seconda che è quella costruita sulla base dei dati riportati nei romanzi. Viene in mente quel che, a proposito degli uomini e del loro cervello, diceva Claude Lévi-Strauss: che essi servivano soltanto a far sì che i miti potessero continuare a pensarsi tra di loro. L’ingegner Gadda era di sicuro molto più sottile e avvertito, e faceva corrispondere la «sfiducia nella possibilità della lingua-codice» (come Giorgio Pinotti ha definito l’italiano corrente, cioè standard, di Gadda) alla sfiducia dell’altro implacabile standard che è lo spazio, che significa la riduzione della faccia della Terra a tempo di percorrenza secondo una misura che, valida in ogni contesto, distrugge ogni valore locale, la specificità di ogni luogo: la logica dell’impero già tutta contenuta nel veni, vidi, vici di Cesare, che non a caso è il modello del non mai abbastanza da Gadda esecrato Duce. E così come la lingua del Pasticciaccio è, visibilmente e per ammissione di Gadda stesso, una contaminazione tra italiano e romanesco, così il territorio che esso descrive è nella forma e nel funzionamento il risultato della contaminazione, anzi dell’antagonismo, tra la logica spaziale e logica locale: il terrore (il territorio) deriva proprio da tale violento scontro, reso inevitabile dalla modernità.

Portatore delle logica spaziale è, anche nel Pasticciaccio, il suo storico veicolo d’elezione, il «locomotore-pialla» che spaventa ogni gallina, la locomotiva a vapore che produce movimento meccanico uniforme, e che attraverso l’unità-macchina di ruota e rotaia applica sulla faccia della Terra la prima legge di Newton sul moto, per la quale ogni corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto uniforme e rettilineo se qualche forza ad esso applicata non lo costringe a mutarlo. In altre parole: proprio con la ferrovia, che è il modello della strada ideale perché priva o quasi di attriti, la meccanizzazione del movimento trasmette alla pelle dell’intera Terra l’attributo decisivo per la sua traduzione in termini spaziali, perché esso presuppone una distesa continua, omogenea e in cui tutti i punti sono rivolti verso un unico centro. E indici sulle strade non ferrate di analoga trasformazione compaiono, come Gadda argutamente e precisamente registra, i cartelli stradali del Touring Club di Luigi Vittorio Bertarelli, simboli milanesi il cui compito è quello di «inculcare a’ velocipedastri il rispetto delle discipline viatorie», così come funzione delle guide rosse è quella di «verbalizzare», cioè tradurre in linguaggio scritto, i dislivelli, i sussulti, le cunette, gli sprofondi, i salti di cui ogni strada che si rispetti, a differenza di quel che sulla carta appare, si compone. Ma il centro di ogni spostamento, e insieme l’epicentro della logica locale è l’antro, la bottega-laboratorio-bettola della Zamira Pacòri ai Due Santi, ambiente ctonio cioè sotterraneo dove anche l’orto è sottoelevato rispetto alla via Appia che scorre accanto e dove né i soggetti né gli oggetti, proprio in quanto nulla vi è che sia spaziale, hanno natura e qualità univoche e monofunzionali, una volta per tutte definite: «punto d’incontro dei vitali compossibili», dove le lavoranti concedono a volte anche i loro favori (pagando, s’intende) e da cui bisogna di necessità passare per orientarsi nell’azione, oltre che nel pensare.

Ed è proprio dalla centralità della «casuccia» della Zamira, e dalla sua complessiva funzione di ricetto ed insieme di matrice (di cose oltre che di informazioni e idee) che emerge, come in una baleno, la matrice dell’idea che Gadda ha del territorio, la natura che presiede al territorio del Pasticciaccio: che finalmente si rivela nella sua vera arcaica complessità, rispetto alla quale la tensione appena indicata tra logica spaziale e logica locale appare soltanto come il primo livello di descrizione. Tale natura è quella, suprema, che nel Timeo e nelle Leggi Platone fa corrispondere al concetto di Khora, il cui senso per Derrida sfuggirebbe ad ogni concreta determinazione, ma che di fatto per Platone era il ricettacolo di ogni generazione, il nel quale e il dal quale di ogni forma di vita. È questa all’inizio, nella trasognata fantasia di Liliana Balducci, l’eroina del Pasticciaccio, l’Italia centrale a sud del Tevere: «un gran ventre fecondo», per non dire altro, i cui grani ogni tanto arrivavano fino a via Merulana 219, scala A, piano terzo. E come è matrice di essere umani, di materiali creature, essa è anche matrice di idee, di immateriali ed aeree entità, come riscontra don Ciccio Ingravallo nel suo colloquio con il bel cugino della Liliana, il Valdarena.

Del che potrebbe in sostanza anche importarci davvero poco, oggi: se non fosse che la Khora di Platone, che detiene il segreto della duplicità dell’essere, è anche, come ha spiegato John Sallis, la custode del mistero che lega quest’ultimo alla possibilità della sua rappresentazione: e proprio di una nuova rappresentazione del mondo, oggi che al riguardo né luogo né spazio funzionano più, vi è urgente bisogno.

Università di Bologna

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-15-9

© 2007-2019 Franco Farinelli & EJGS. First published in EJGS. Issue no. 6, EJGS 6/2007. Paper presented at the International Conference Storia e geografia del «Pasticciaccio». Carlo Emilio Gadda e i luoghi di «Quer pasticciaccio brutto de via Merulana», Rome-Frascati, 3-4 October 2007.

Artwork © 2007-2019 G. & F. Pedriali. Framed image: after a detail from Leonardo da Vinci, The Map of Imola, ca. 1502-1503, Windsor, Windsor Leoni volume.

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