La cognizione del dolore

Parte prima   III

Dietro domanda del medico elencò le sue sofferenze recenti, le solite. Il medico dondolò il capo e disse di volerlo visitare. Salirono al piano delle camere, lui avanti. Entrarono in una camera grande a pareti scialbate di giallino, con due finestre, di cui una chiara, aperta sulle robinie, sulle cicale, e due letti. I monti del settentrione. Quasi nero, a travi ed assi, il soffitto: verniciato con l'olio di lino in una tinta affumata, com’era l’uso di Spagna, un tempo.

Il figlio si liberò della giacca, si sdraiò sul letto più interno, il suo: di coltre bianchissima, come l’altro, di pesante noce: tantoché il tarlo vi si udiva cigolare a fatica, con un giro duro e breve, di cavatappi, dopo stanchi intervalli. Su quel candore conventuale il lungo corpo e la eminenza del ventre diedero una figurazione di ingegnere-capo decentemente defunto, non fossero stati il colorito del volto, e anche lo sguardo e il respiro, a prevalere sulla immobilità greve della testa; che affondò un poco nel cuscino, bianco e rigonfio, tutto svoli. Subito la linda frescura di quello nobilitò la fronte, i capegli, il naso: si sarebbe pensato ad una maschera, da dover consegnare alle gipsoteche della posterità. Era invece la faccia dell’unico Pirobutirro maschio vivente che guardava alle travi del soffitto. Orizzontale sul bianco.

Le due scarpe a punta, lucide, nerissime, parvero due peperoni neri, per quanto capovolti, puntuti. Movendo nelle àsole e nelle bretelle mani bianche, lunghe, il morto si preparava all’auscultazione. Dalla parete di fronte, tra le finestre, da una cornice di noce, la guardata corusca del generale Pastrufacio, in dagherrotipo. Vigeva a mezzo busto nella penombra, con il poncho, e due cocche alla spalla manca d’un fazzolettone sudamericano: e in capo quel suo berretto, tra familiare e dogale, cilindrico; torno torno esornato d’alcuni fregi di fil d’oro, in disegno di cirri, rare ghiande, viticchi. La bionda capellatura dell’eroe, schiaritasi molti anni avanti nel bagno di fissaggio, scendévagli armoniosa alle spalle e quivi giunta si ripigliava dolcemente in una rotolatura nobilissima, da parer fatto d’Andrea Mantegna o Giovanbellino: come d’un paggio degli Este o dei Montefeltro venuto alle pampe, e agli anni di bandiera e di schioppo. Trascesa la cinquantina, tutte le gote e il disotto dei labbri s’infoltivano d’una generosità maschia del pelo, d’un vigore popolano ed antico: incrudito alla vastità delle guerre e superfluente dalle cornici dei ritratti.

La visita fu «coscienziosa». Il dottore palpò l’ingegnere a lungo, e anche a due mani, come a strizzarne fuori le budella: pareva una lavandaia inferocita sui panni, alla riva d’un goriello; poi, mollate le trippe, l’ascoltò un po’ per tutto, saltellando in qua e in là, con il capo e cioè con l’orecchio, pungendolo e vellicandolo con la barba. Poi gli mise lo stetoscopio sul cuore e sugli apici: per gli apici, sia davanti che dietro. Alternò l’auscultazione con la percussione digitale e digito-digitale, tanto i bronchi e i polmoni che, di nuovo, il ventre. Gli diceva: «si volti»: e di nuovo: «si rivolti». Nell’ascoltarlo dalla schiena quando era seduto sul letto e tutto inchinato in avanti, con il gonfio e le pieghe del ventre in mezzo ai femori, a crepapancia, e tra i ginocchi la faccia, la camicia arrovesciata al di sopra il capo come da un colpo di vento, oppure sdraiato bocconi, mezzo di sbieco, mutande e pantaloni senza più nesso, allora il dottore aveva l’aria di comunicargli per telefono i suoi desiderata; gli fece dire parecchie volte trentatré, trentatré; ancora trentatré. All’enunciare il qual numero l’ingegnere si prestò di buona grazia, col viso tra i ginocchi.

Con questo, la visita ebbe termine.

Dalla finestra aperta la luce della campagna; screziata di quella infinita crepidine.

Il malato si ricomponeva, sceso dal letto; la sua figura inutile si riprendeva da un oltraggio non motivato nelle cose; il dottore, con un tono un po’ mortificato, gli confessò che non riscontrava nulla di preoccupante: scosse il capo: nulla, assolutamente nulla. Prescrisse dei dadi di Sedobrol, dissoluti ognuno in una tazza d’acqua tepida, un paio di volte al giorno, lontano dai pasti. Acqua tepida… Già, proprio… Acqua, acqua. S’impazientì perché l’ingegnere gli fece un paio di domande come uno scemo; o era forse distratto. In una tazza da tè… ma già, già, naturale… ma sicuro… per modo da cavarne un bel brodino… sì, insomma… una tazza di brodo. Il bismuto, se credesse, poteva anche lasciarlo.

E le cicale, popolo dell’immenso di fuori, padrone della luce.

Il figlio ringraziò del suggerimento. Prese di mano del dottore il fogliolino col recipe, vi lesse in una guardata il poco scritto e l’intestazione col numero del telefono, lo depose sulla tavola ch’era di là dai letti, alla prima finestra; lo fermò con un piccolo poliedro terso, di cristallo molato, tutto luci. Pareva non aver dato alcuna importanza alla constatazione del medico né, oramai, alla cerimonia che l’aveva preceduta: anzi, al chiudere il giustacuore, d’essersi dimenticato del male. «Le mal physique», in questo caso: il male visibile.

C’era tuttavia un qualchecos’altro: gli occhi si rattristarono ancora, a poco a poco mutò d’espressione, come al rinascere d’un pensiero doloroso che fosse momentaneamente sopito; in tutto il volto gli si leggeva uno sgomento, un’angoscia, che il medico tra sé e sé non esitò un minuto ad ascrivere «a una nuova crisi di sfiducia nella vita»: e anche, certo, certo, «ai postumi della disfunzione gastrica che lo aveva tanto disturbato l’altr’anno». Da tempo, del resto, conosceva le mutazioni repentine di quell’aspetto e di tutto il contegno del cliente. Gli occhi parevano desiderare e nello stesso tempo respingere ogni parola di conforto. Una opacità imperscrutabile e, si sarebbe detto, una ottusità generale del sensorio facevano la nota di quiescenza in quella fisionomia senza rilievo: poi, tutt’a un tratto, i rilievi e addirittura le prominenze sgradevoli. Lo sguardo si accendeva in una perspicacia velata di timidezza, in una sorta di prontezza bambinesca, la parola si animava per subito dopo arenarsi, come di uno sopraffatto subitamente, alle concioni del prossimo. Talvolta il rigore della inquisizione assumeva toni brevi, asciutti, severi, da riuscir temibili ove li avesse avvalorati una superiorità pragmatica quale che fosse, l’odio, la ricchezza, il potere, l'ufficio.

In quel momento gli occhi parvero significare la certezza della povertà, guardare con dignità disperata la solitudine. Il medico e padre, tuttavia, persisteva nell’opinione che anche un naufrago, a voler davvero, lo si può ripescar fuori dai flutti, dalla ululante notte: il tessuto sociale interviene allora al soccorso: e agisce contro la cianosi del singolo col vigore non mai spento della carità; opera come una respirazione d’artificio, che ridona al prostrato, dopo il soffio azzurro della speranza, il rosso calore della vita. Il cliente taceva. Credette pertanto di venirgli incontro con l’arrischiare un invito, e lo fece con quel suo piglio un po’ burbero e ciò nondimeno cordiale: lodò, così, sporgendo il capo un momento fuor di finestra, la stagione e il paese: «… delle giornate come queste!… ma guardi!… è un delitto sciuparle… come fa lei». Lodò di nuovo i monti, alcuni dei quali nominò. Poi le acque. Poi il clima e le frescure del Serruchón, zeffiri e balsami. Poi dalla salubrità dell’aria venne su, su, a poco a poco, all’azzurro dei cieli, alla rinnovata asfaltatura delle strade principali, ai Romani d’una volta e alle Chryslers di oggi; finché distrattamente sempre, e così alla meglio, come parlasse tra sé e sé, o tra una nuvola e l’altra, si lasciò andare finalmente a proporgli una gitarella in automobile per l’indomani, con la Giovanna e la Pina.

«Guiderà la mia Pina… La vedesse!… Lo dicon tutti, del resto… ma quella lì la è nata al volante!… Ma, poi… lei la conosce bene la Giuseppina… un diavolo!… Un diavolo con le sottane…».

Il discendente maschio di Gonzalo Pirobutirro d’Eltino non batté ciglio: guardava al di là delle cose, dei mobili: un accoramento inspiegabile gli teneva il volto e anzi quasi la persona. Come quelli che vi hanno un fratello o un figlio: e li veggono fumare, fumare, i vertici dell’Alpe senza ritorni, fioriti di cùmuli, in un rombo lontano. Il tarlo cavatappi non desisteva dal suo progresso; dopo l'accumulo d'ogni intervallo precipitava alla commemorazione di sé.

«Così solo, a leggere: o, peggio ancora, a scrivere! Ma cosa diavolo legge, poi!… Cosa scrive?… Le sue memorie?… Ma quelle aspetti un po’ a scriverle quando avrà novant’anni!.… In questi giorni! In questi posti!… Ma si goda l’aria, la luce. Muoversi, muoversi… andare… ubriacarsi d’aria, anche lei, come tutti… guardi un po’ gli altri come se la sanno prendere con filosofia… il Borella… il Tabacchi… il Pedroni…».

Erano degli immigrati recenti e peritissimi coltivatori di lattuga; di razza indubbiamente àriana, se si vuol giudicare dai nomi. L’amplesso della villa, ognun la sua beninteso, li aveva condotti a quella forma d’anestesia irreversibile, per quanto rubiconda e confortata di sèdani, ch’è uno dei più felici portati della villeggiatura serruchonese.

Da vespero a mattutino un cane senza museruola gli latrava nei più felici dei loro sonni, mentreché la vigilanza notturna accudiva a vigilare dal di fuori.

«Ma non vede? che giornate? che sole?… Vada, vada!… E impari anche lei a guidare… che la Pina le può dar lezione… un diavolo simile… Vedrà, vedrà…».

«Lo credo, dottore, e la ringrazio», obiettò cerimoniosamente il tipo: «ma domattina devo esser di nuovo… cioè… potrei partire alle undici…». La voce gli smorì a metà cammino, tra la strozza e i labbri. Allegò vari impegni che lo avrebbero distolto per la dimane stessa alla pace della villa, (immersa in quella salamoia di cicale e di luce), e sottratto, con suo indicibile rammarico, a una tanto auspicata gita «con le sue signorine». Disse anche, quasi a colmare la giustificazione, che si sentiva veramente mortificato di non saper guidare. Fu mettere il piede in una buca. La stupidità di quel proposito, dopo il suggerimento paterno delle lezioni di guida, sarebbe apparsa lampante a qualunque altro, meno distratto o meno impacciato di lui.

«… Ma se le ripeto che c’è la mia Pina… sì, sì… la Giuseppina… Lei la conosce, no?… ma se le ha parlato tante volte!…». Il figlio Pirobutirro ebbe l’aria di navigar nel vago: confondeva facilmente le Giovanne con le Giuseppine, e anche con le Teresine: ma più che tutto, a terrorizzarlo, era l’insalata delle Marie e Marie proclitiche, cioè le Mary, le May, le Marie Pie, le Anne Marie, le Marise, le Luise Marie e le Marie Terese, tanto più quando le riscopriva sorelle, a cinque a cinque, da doverle discriminare lì per lì nella baraonda dei rinfreschi, dopo schematiche presentazioni. «… Insomma, le dico che non importa», continuò il dottore; «lei starà seduto come un papa; davanti, magari, dove ha meno scosse… a guardare il paesaggio… ad assaporarlo in tutta la sua dolcezza… E la Pina guiderà. Non si fida della mia Pina?».

O! certo! Egli si fidava pienamente della «signorina Giuseppina», (Quell’astrazione onomàstica non gli dava modo di raccapezzarsi). Ringraziò nuovamente; calorosamente. «… Ma non è possibile…». Emise un sospiro. Era molto preoccupato. Quasi seccato. Fu molto cortese. Un senso di noia, di irritazione era nel suo sangue: un’ansia indicibile sul giro del gàstrico, dov’è il duodeno, come piombo: una figurazione di colpa, di inadempienza, nel suo contegno. Nel suo occhio oramai stanco, velato, si adunarono cose dolorose, lontane. Troppo lontane da quel discorso.

Intanto, dopo dodici enormi tocchi, le campane del mezzogiorno avevano messo nei colli, di là dai tègoli e dal fumare dei camini, il pieno frastuono della gloria. Dodici gocce, come di bronzo immane, celeste, eran seguitate a cadere una via l’altra, indeprecabili, sul lustro fogliame del banzavóis: anche se inavvertite al groviglio dell’aspide, molle, terrore maculato di tabacco. Vincendo robinie e cicale, e carpini, e tutto, le matrici del suono si buttarono alla propaganda di sé, tutt’a un tratto: che dirompeva nella cecità infinita della luce. Lo stridere delle bestie di luce venne sommerso in una propagazione di onde di bronzo: irraggiàrono la campagna del sole, il disperato andare delle strade, le grandi, verdi foglie, laboratori infiniti della clorofilla: cinquecento lire di onde, di onde! cinquecento, cinquecento!, basta basta, signor Francisco, ma questo qui non fa male… di onde, di onde! dalla torre: dal campanile color calza, artefice di quel baccano tridentino. Furibonda sicìnnide, offerivano il viscerame o poi lo rivoltavano contro monte, a onde, tumulto del Signore materiato, baccanti androgìne alla lubido municipalistica d’ogni incanutito offerente. Arrovesciate nella stoltezza e nella impudicizia, esibivano alternamente i batocchi, come pistilli pazzi, pesi, o per la fame del povero la inanità incaparbita della cervice: e la ruota, a fianco ogniduna, intricava il disegno: ed erano i convòlvoli del Bronzo Enorme, cui arrovesciasse bufera di demenza. Ebbre di suono altalenarono un pezzo ad evacuare la gloria; gloria! gloria! di cui eran satolle: a spandere in ogni campo quella annunciazione clamorosa, d’un po’ di puchero. E di chiquoréa tritata, condita con l’olio di linosa.

I due uscivano dalla camera. Il dottore non parve arrendersi: «… noi, in ogni modo, l’aspettiamo…»: puntò sull’estremo valore di quella indicazione, sull’ipostàsi del fatto compiuto: «… lei, poi, si regoli come crede…»: e il tono stavolta fu il tono dimesso dell’uomo giusto, del debole che non può contrastare al sopruso. «Domattina alle sette, sette e un quarto… partenza!». Ma l’ora con l’oro in bocca finì d’esasperare quel malato indietreggiante che ogni più cordiale annuncio di felicità pareva mettere in un inspiegabile allarme.

«… Sette e mezzo al più tardi… quando il Seegrún è ancora nelle ombre… Vedesse!… E lo potrà constatare anche lei, finalmente, se la Pina la sa guidare… sì o no… e in che modo la guida!…».

Presero a discendere le scale, adagio, il dottore avanti. Sostava ad ogni gradino, senza rivolgersi, quasi monologando: «si può dire che la conoscon tutti, su tutte le strade del Serruchón!… Da Iglesia giù giù fino al Prado: da Novokomi a Terepáttola. Un fulmine! Basta vederla arrivare. 0 magari anche di lontano, come la infila una curva: con che disinvoltura, con che eleganza!… che si dice subito: è lei!».

Pochi giorni avanti, sullo stradone di Iglesia, la signorina Giuseppina aveva appena infilata (a motore spento) la curva del chilometro nove, quando si trovò il Recalcati tra i fanali, per non dire tra i piedi: un alpigiano d’Iglesuela che discendeva ai mercati con delle formaggelle e passava per essere un uomo di carattere, come gli alpigiani in genere. Difatti, con la gerla vuota in ispalla, e all’incontro d’un autotreno di sacchi di cemento, le dimezzò di colpo quella scivolata così fluida che doveva deporla senza bruciare un centesimo alle prime case del Prado.

Costretta a una soluzione di fortuna, la ragazza, secondo il solito, l’affrontò con lucidità magistrale. E dopo il sacrificio della frenata (e il cuore tàccolo tàccolo fino giù in fondo alle calze) le rimase però fiato bastevole per dargli ancora una spintarella, al Recalcati, con l’aiuto del parafango, ma così garbata, così calibrata, che collocò senz’altro il suo carattere e la sua gerla al di là della cunetta, contro il muro di Villa Giuseppina, giusti giusti. L’omonimìa le menò buono. Il forte figlio della montagna, sentito il sapore del muro, sentito il medico, (un altro dal papà, naturalmente), sentito il pretore, videro subito tutti e tre che non c’era materia – no hubo elemento – per ripetere «ni un centavo di danni»: né da lei, Higueróa Giuseppina di Felipe y Carlotta Morelli, né dal señior Bertoloni, il gerente responsabile di Villa Giuseppina.

«… Muy bien, la muchacha… muy bien… muy bien…», rimuginò il figlio tra sé e sé, a denti stretti, nel riandar l’avvenuto: come cincischiasse uno stecco. Il medico dové avere un qualche sospetto: «… L’altra settimana… giovedì 22… di certo lo avrà sentito anche lei… perché un’ora dopo lo sapevan tutti… potevano essere giusto le cinque, cinque e mezza… dopo il chilometro dell’osteria, dopo la pergola, ha in mente? è la curva peggiore di tutto l’arrondimiento… dov’è anche la portineria dei Bertoloni… beh, dica un po’ se non ha salvato la vita al Recalcati… sa, quello dei formaggini…». Il figlio dové concedere ai formaggini di entrare anche loro nel cerchio doloroso della appercezione. Era il bagaglio del mondo, del fenomènico mondo. L’evolversi di una consecuzione che si sdipana ricca, dal tempo: tra i fasti del campanone sottoscritto, oblato: (da òbfero, òbtuli). E le cose narrate dal tempo e dalle anime frànano giù nella evidenza del giorno, dal loro limbo sciocco: come da piena cornucopia cataratta maravigliosa di pomi, spaccarelle, fichi secchi.

Li sistemò come poté, i formaggini, in quel campo oltraggioso di non-forme: in quel caravanserraglio d’impedimenti d’ogni maniera: cicale cipolle zòccoli, bronzi ebefrènici, Giuseppi paleo-celtici, Battistine fedeli lungo i decenni, gozzocretine dalla nàscita: tutto l’acheronte della mala suerte brodolato giù dal senno e dal presagio dei padri, che vi leggevano ilari, giulivi, in quel fiume di catrame, la cara normalità della contingenza, la ingenuità salubre del costume villereccio.

E rivide in un suo giolito la bella scena rurale della gerla e del parafango, bel sogno d’arazzo: d’un Luigi quindici un po’ ammodernato: «Les quatre saisons. L’été». Tutto falci, tutto gerle, tutto messi, tutto vacche, tutto villici: e la Giuseppina che gli arriva addosso in volata. Oh! quella così misurata e ragionevole accelerazione inferta – via deretani – al passo moroso della cocciutaggine!

Ma tutto, del tempo, gli diveniva stanchezza, stupidità.

La chiacchiera non aveva l’aria di coagulare. «Del resto le mie ragazze potrebbero darle qualche lezione di guida. Chi non sa guidare, oggigiorno?… Perfino la zia del Manoel Torre ha imparato, la vecchia! E come la galoppa!… che la vedo scendere al Prado tutti i sabati, al mercato, appena han bisogno di piselli, di pomidoro… Son sicuro che alla terza o quarta se la caverebbe anche lei magnificamente…»: alzò le spalle: «… non le sembra?». Poi abbassò la voce come a farlo partecipe d’un segreto: «… con la sua intelligenza… con tutta la meccanica che ha in testa…».

L’idea delle lezioni non era malvagia, povero dottore. «E creda: si divertirebbe… Che vuole? caro signor Gonzalo, a quell’età… hanno l'argento vivo addosso…». Anche l’argento vivo fu accolto dal figlio con un sorriso: eran sorrisi brevi, circostanziati, che non facevano fare un passo avanti al discorso. Giunti al ripiano delle scale, che fungeva da anticamera, presero a stropicciare le scarpe sull'ammattonato, tutti e due, come volessero saggiare il mattone: il medico ripigliò il bastoncello, che aveva lasciato in un canto.

Uscirono sul terrazzo da cui si guardava l’estate, a mezzogiorno e a ponente. Le campane tacevano: le cicale gremivano l’immensità, la luce. Un senso di puchero deglutito in famiglia era succeduto al metallo accomunante della liturgia. Il terrazzo è a livello del piccolo giardino dietro casa, con il quale comunicava direttamente, dopo il solo ostacolo dun gradino di serizzo. Questo giardino triangolare, e un po’ orto, di minima estensione, con le cipolle e la vigna, e il fico, tutto frescure ed ombre il mattino, permetteva a chiunque di passare in casa dal di dietro, sospingendo il cancelletto in ferro pitturato di verde, dal quale era entrato e stava ora per uscire il dottore. La casa si squadrava bianca alla costa, e anzi al sommo, verso mezzogiorno, in corrispondenza dell’ultima ripa: che faceva un dislivello di metri 4,25: l’altezza d’un piano. Sul davanti, contro il sole, c’era un piano di più.

Dal terrazzo la veduta spaziava perdutamente fino alle lontane colline, e poi più lontano forse, nel sole. Si spegneva ai tardi orizzonti: e agli ultimi fumi delle fabbriche, appena distinguibili nella foschia: posava alle ville e ai parchi, cespi verdissimi, antichi, tutt’attorno la mite e famigliare accomàndita di quei piccoli laghi.

Eran livelli celesti, opachi, future torbiere, tra l’insorgere dei mille piacevoli incidenti d’una orografia serena, che aveva conosciuto il cammino delle Grazie. Terra vestita d’agosto, v’erano sparsi i nomi, i paesi. Ed era terra di gente e di popolo, vestita di lavoro.

Tanto il dottore che il figlio sostarono, si fecero al parapetto, chiamati da quella significazione di vita. Tutto doveva continuare a svolgersi, e adempiersi: tutte le opere. Il domani dalle bocchette d’oriente affacciàndosi con dorati cigli avrebbe ritrovato le cose: come il fabbro dove lo ha lasciato nella fucina, ivi si ripiglia il martello. Insaccato nelle spalle, intento a guardare, il figlio aveva le due mani alla balaustra di legno, le braccia divaricate ed aperte, come stanche ali. Guardava dolorosamente. «… Mia madre è invecchiata…», disse. Poi con violenza: «… Sono anni… sono disperato…». Pronunciò queste ultime parole come in un sogno: e l’ora da una torre lontana sembrò significare: «gli atti sono tutti adempiuti». Una anticipazione straordinaria, come una beffa crudele, precipitava giù sui pollai estracomunali quella sequenza bugiarda: ma non molto, non molto! e sarebbe scoccata l’ora vera, la verità grave: il decreto inappellabile di Lukones. Si ritrasse. Il medico lo guardò. Aveva ora le mani congiunte sotto il ventre, come sogliono tenerle i monaci, le dita tra le dita, quasi pregasse, bianche, lunghe, un po’ ingrossate alle nocchie: inesperte, era chiaro, d’ogni meccanica, o motore, o pompa, o sporca fatica. Il viso triste, un po’ bambinesco, con occhi velati e pieni di tristezza, col naso prominente e carnoso come d’un animale di fuorivia (che fosse tra il canguro e il tapiro), si rivolse di là dal muretto di cinta verso la montagna, e l’azzurro oltremonte: forse, di là, i cieli e gli eremi, e nulla. La madre, tornando dal cimitero, avrebbe dovuto apparire da dietro il canto della casa, col vecchio ombrellino che le serviva ad appoggiarsi: la mamma! Dopo aver disceso i gradini al piccolo cancello da cui entravano tutti, senza chiedere; curva, forse la sorreggeva la donna, per un braccio, che non mettesse il piede a inciampare. Dopo aver percorso adagio il vialetto lungo il muro, dimessamente, annunciandosi col cri cri lieve, sgretolato dei tardi passi. «… Non capisco che cosa m'è venuto in mente… Ho protestato con lei perché non c’erano fiori sulla tomba.... e allora ha voluto andar lei… con queste strade!». Si portò fino all’angolo della casa: guardava angosciato alla straducola che discendeva dalle ville più alte, che la mamma avrebbe dovuto percorrere, un ciòttolo dopo l’altro, tornando dal cimitero… Rivenne sul terrazzo. «… Glie l’avevo detto perché lo dicesse lei a José, al suo caro José, al peone… all’adorato concittadino di cui paghiamo le tasse… a cui paghiamo…»: il medico, a capo chino, si frustò col bastoncello il polpaccio destro: «… la luce… l’alloggio… la legna… l’inchiostro… come di diritto… perché si degni di zoccolar per casa con le più lerce brache che gli riesce d’infilare… Due piantine di geranio, via, su quella tomba!… ma dice che non attecchiscono… E la mamma c’è voluta andar lei, allora, per paura ch’io gridi…».

Un passo facile, d’una corsa leggera e spensierata, e il rapido franare del ghiaietto dopo che il cancello aveva cigolato inopinatamente li avvertì che arrivava qualcuno, di certo un ragazzo. Da dietro il cantone della casa un ragazzo se ne venne correndo, sudato; di colpo, allo scorgere i due uomini, arrestò quella corsa, in un’attitudine un po’ contrariata, quasi avesse veduto sfumare i cioccolatini. Con una maglia caffè, un quaderno tra mano, le gambe tutte nude. I ginocchi, pieni d’ammaccature e di tagli, erano la cosa principale dopo la fanciullaggine d’un viso rotondo, imperlato dal sudore. Ansimava leggermente, come una locomotiva che seguiti a soffiare anche dopo ferma, nonostante la presenza dei ministri. Era un bimbo sano, dal torace color caffè, d’un dodici anni all'incirca, dagli occhi vuoti d’ogni criterio: tutto il mondo, per lui, doveva essere una specie di pera acerba, dove non poteva mettere i denti. La sua anima senza sillabe testimoniava dell’anamnèsi. Ora taceva, guardando, ritto e fermo, con quelle gambe: «Che vuoi?», gli gridò malamente il figlio, come spazientito dal silenzio. Quello, senza farsi innanzi, balbettò di lontano qualchecosa come la lezione, íl francese,… la Signora. «Vattene!» imperò il figlio. Con una severità inconcepibile, che lo fece sparire: e lasciò interdetto il medico.

«… Ma non è il nipotino del Di Pascuale? », dimandò questi.

«… Non so chi sia, né di chi sia nipote… Quel che so è che mia madre è rimbambita… come tutti i vecchi…»: parlò concitatamente. Il dottore si batteva il polpaccio con la bacchetta. «… che ha bisogno di bavare bontà sul primo vitello che le càpita tra i piedi… sul primo cane randagio che viene a oltre… Anche i nipoti dei colonnelli in vacanza, adesso… da fargli ripetere choux, bijoux, cailloux, poveri tesori… Perché si diventa buoni, buoni!». Gridava. Pareva ammattire. «Buoni, buoni!… si diventa… Fino a che i gerani, le màmmole, ci premiano della nostra buona condotta… della nostra bontà definitiva…».

«è un fior d’un medico…» arrischiò il dottore con quel suo discorso un po’ brontolato, fatto perennemente a capo chino, quasi un monologo «… e, credo, un funzionario integerrimo…»: poveraccio, sembrava recitare un «a parte» nel teatro dei nobili.

«Non è una ragione per tirarsi in casa tutta la sua conigliera di nipoti!… Il francese che se lo impàrino a scuola… che è fatta apposta… E se non lo impàrano», guardò fisso il dottore: «se non lo impàrano,… szàc!». Fece l’atto del frustar le gambe a un qualcuno, a un cavallo?; che ne avesse di lunghe, nude, diritte. Mise il capo in orizzontale ad accompagnare il sussulto della spalla, il gesto impetuoso del braccio, come avesse davvero a mano la frusta. Un’ira incredibile alterò la sua fisionomia incoerente. «E non lo imparano… e non lo impareranno mai!… perché i vitelli non parlano idioma… Stentano a scrivere due proposizioni in castellano.… E allora szàc, szàc, szàc!… sulle gambe nude… Ecco che arriva la carità, la bontà!…». Urlava. «Le lezioni di francese, arrivano! In coppa ai vitelli… A gratis. Sull’orlo della fossa… per gli altri…! per il peone… per il nipotino… qualunque cosa, pur che sia per gli altri… per gli altri!».

Il medico taceva, confuso: vergognandosi di quel mezzo centimetro di barba, si sarebbe detto: in realtà meravigliato, addolorato. Senza poter giustificare in alcun modo ciò che udiva, ciò che vedeva, capì tuttavia che un qualcosa di orrido stava ribollendo in quell’anima. Pensò di incanalare altrove le idee del malato, se idee eran quelle.

Il figlio si ricompose: parve ridestarsi da un’allucinazione: lo guardò: lo fissava come gli domandasse, a lui, «che cosa ho detto?», come implorasse «mi dica che cosa ho detto!… Stavo male! non ha veduto? Non ha veduto che stavo male?… Perché non ha voluto credermi, non ha voluto soccorrermi?… Avevo smarrito il discorso… che cosa dicevamo…». I suoi occhi rinvennero a una espressione di angoscia. Un passo correva di fuori, discendendo, d’uno stupido folletto; sotto cui franavano i sassi della stradaccia, dopo il cigolio del cancello, ch’era pitturato di verde.

«… Sono stato un bimbo anch’io…», disse il figlio. «… Allora forse valevo un pensiero buono… una carezza no; era troppo condiscendere… era troppo!», e l’ira gli tornava nel volto, ma si spense. Poi riprese: «… La mamma è spaventosamente invecchiata… è malata… forse sono stato io… Non so darmi pace… Ma ho avuto un sogno spaventoso…».

«Un sogno?… e che le fa un sogno?… è uno smarrimento dell’anima… il fantasma di un momento…».

«Non so, dottore: badi… forse è dimenticare, è risolversi! è rifiutare le scleròtiche figurazioni della dialettica, le cose vedute secondo forza…».

«Secondo forza?… che forza?…».

«La forza sistematrice del carattere… questa gloriosa lampada a petrolio che ci fuma di dentro,… e fa il filo, e ci fa neri di bugìe, di dentro,… di bugìe meritorie, grasse, bugiardosissime… e ha la buona opinione per sé, per sé sola… Ma sognare è fiume profondo, che precipita a una lontana sorgiva, ripùllula nel mattino di verità».

Parve incredibile al dottor Higueróa che un uomo di corporatura normale, alta anzi, di condizione socialmente così «elevata», potesse lasciarsi ancorare a delle sciocchezze come quelle. Ma lo sgomento e la tristezza erano troppo evidenti nello sguardo; di persona che teme, che ha un qualcosa che l’occupa, un rimorso; terrore, odio? anche nel sole pieno: nel canto, nella pienezza dolce e distesa della terra.

«… Un sogno… strisciatomi verso il cuore… come insidia di serpe. Nero.

Era notte, forse tarda sera: ma una sera spaventosa, eterna, in cui non era più possibile ricostituire il tempo degli atti possibili, né cancellare la disperazione… né il rimorso; né chiedere perdono di nulla… di nulla! Gli anni erano finiti! In cui si poteva amare nostra madre… carezzarla… oh! aiutarla… Ogni finalità, ogni possibilità, si era impietrata nel buio… Tutte le anime erano lontane come frantumi di mondi; perse all’amore… nella notte… perdute… appesantite dal silenzio, conscie del nostro antico dileggio… esuli senza carità da noi nella disperata notte…

E io ero come ora, qui. Sul terrazzo. Qui, vede?… nella nostra casa deserta, vuotata dalle anime… e nella casa rimaneva qualche cosa di mio, di mio, di serbato… ma era vergogna indicibile alle anime… degli atti, delle ricevute… non ricordavo di che… Le more della legge avevano avuto chiusura… Il tempo era stato consumato! Tutto, nel buio, era impietrata memoria… nozione definita, incancellabile… Delle ricevute… che tutto, tutto era mio! mio!… finalmente… come il rimorso.

E il sogno, un attimo!, si riprese in una figura di tenebra… là!… là, dove sono andato or ora, ha visto? al cantone della casa… Ecco, vede? là… nera, muta, altissima: come rivenuta dal cimitero. Forse, col suo silenzio, arrivava alla gronda: sembrò velo funereo, che ne ricadesse… Forse era al di là d’ogni dimensione, d’ogni tempo…

Non suffusa d’alcuna significazione d’amore, di dolore… Ma nel silenzio. Sotto il cielo di tenebra… Veturia, forse, la madre immobile di Coriolano, velata… Ma non era la madre di Coriolano! oh! il velo non mi ha tolto la mia oscura certezza: non l’ha dissimulata al mio dolore.

Conoscevo, sapevo chi era. Non poteva esser altro… altissima, immobile, velata, nera…

Nulla disse: come se una forza orribile e sopraumana le usasse impedimento ad ogni segno d’amore: era ferma oramai… Era un pensiero… nel catalogo buio dell’eternità… E questa forza nera, ineluttabile… più greve di coperchio di tomba… cadeva su di lei! come cade l’oltraggio che non ha ricostituzione nelle cose… Ed era sorta in me, da me!… E io rimanevo solo. Con gli atti… scritture di ombra… le ricevute… nella casa vuotata delle anime… Ogni mora aveva raggiunto il tempo, il tempo dissolto…».

Le cicale franàrono nella continuità eguale del tempo, dissero la persistenza: andàvano ai confini dell’estate. Il dottor Higueróa sembrava cercar le betulle, bianche virgole nei querceti a tramontana di Lukones.

Seguitava a bacchettarsi il polpaccio destro: con leggeri tocchi stavolta, ripetuti come a inseguire un ritmo, o a cavar la polvere dal pantalone. Il suo sguardo insolitamente orizzontale s’era ancorato al muriccio, e poi vagava di fuori, al monte, con occhi pesi, enfiati, che facevano da mensole al rimirare. Un lieve arrossamento delle congiuntive conferiva a quei due poveri strumenti da condotto di campagna la stanca espressione della fatica: come d’un cane travagliato, tutto il giorno correndo: una misericorde e smarrita dolcezza, la tristezza di chi abbia oramai dimesso ogni fisima d’itinerario, di viaggio: e chieda solo al tempo e alle nùvole di volerlo aiutare, quel po’ di cammino che gli avanza. Il pùngere della barba, nel mento, pareva tener luogo dei cocci di piatto, dei triangoli di bottiglia che mancavano sul displuvio del muro. Era un muro pirobutirrico; senza schegge di bottiglia, né frantumi di piatto.

«… Non so che cosa m’è venuto in mente…», ripeté il figlio: «… non so più che cosa fare… perché non torna, ora?… è spaventosamente invecchiata. La sua faccia, le sue labbra, si direbbe che nascondono un pensiero non suo… che tacciono parole indicibili… ma la lontananza è già in lei… La mia mamma!… è alcune settimane che non la vedevo; come aiutarla ora?… le mani sono scheletrite…». Come ogni giudice taceva, riprese a giustificarsi: «… ho gridato, è vero: ma non per lei… ma per quella canaglia a cui paghiamo le tasse…».

«Ma intanto ha gridato», fece saviamente il dottore: «e ha gridato con lei!… Del resto, se lei crede, la potremo visitare… anche oggi… anche ora…»: professionalmente usava il plurale di maestà: «una visita è poca fatica…».

«Ah!… poca fatica?… Per lei forse, dottore, che c'è avvezzo. Ma la mamma!… Sono anni!… sono arrivato alla disperazione… è issare un cadavere in cima alla torre Eiffel…»: la voce riprese a concitarsi, poi si adagiò nella cupezza: «… una resistenza sorda… immedicabile…». Poi si riempì d’ira, di dileggio: «… il cervello delle donne…, se appena arrivano ad arrivare ai trenta,… è marmo… La loro anima non si muove più. Le tavole del barbone, quello là coi due corni radioattivi che facevano lume agli Ebrei,… le sue tavole… dovevano essere di pasta di semolino, al confronto…».

«… Cercheremo di persuaderla… che vuol che le dica?… Se poi è che non ha fiducia… del sottoscritto, e ha intenzione di sentirne un altro, oeh! ma s’immagini! non sarà la fine del mondo… Niente di male: siamo qui apposta per aiutarci: se non c’è uno, c’è l’altro… La potremo portare a Novokomi dal dottor Balanzas, in macchina, la Pina sarà felice, povera signora!… o dal dottor Oliva, giusto… meglio ancora! 0 anche a Terepáttola, se crede, il professor Lodomez, quello che ha curato il Caçoncellos…»: guardava al muro, al muriccio.

Il figlio dubitò, col volto: «La mamma non ne vorrà sapere, la conosco: non c’è nulla da fare con lei… è una manìa, una vera psicosi… dal tempo che ci ha partorito… forse, chissà, da bimba: quando non poteva soffrire gli occhiali del dottore… e la spaventavano,… con la barba dell’omino cattivo… Forse perché è sempre stata sanissima…

Dice: ringraziamo l’acqua fresca… la miglior medicina è tenersi lontano dai medici…».

«… Non ha tutti i torti, dopo tutto…».

«Va bè: ma oggi?… oggi?… Dice: io sto benone. Basta che mi lasciate in pace… Lasciatemi un po’ in pace!

Bel modo di curarsi!… a dire: io non ho nulla. Io non ho mai avuto bisogno di nessuno!… io, più i dottori stanno alla larga, e meglio mi sento… Io mi riguardo da me, che son sicura di non sbagliare… Io, io, io!».

E di nuovo si lasciava prendere da un’idea, e levò la voce, rabbiosamente: «Ah! il mondo delle idee! che bel mondo!… ah! l’io, io tra i mandorli in fiore… poi tra le pere, e le Battistine, e il Giuseppe!… l’io, l’io!… Il più lurido di tutti i pronomi!…».

Il dottore sorrise della sfuriata, non capì. Colse tuttavia il destro di volgere un po’ al sereno le parole, se non l’umore e i pensieri.

«… E perché diavolo? Che le hanno fatto di male, i pronomi? Quando uno pensa un qualchecosa deve pur dire: io penso… penso che il sole ci passeggia sulla cucùrbita, da destra a sinistra…». (Nel Sud-America, difatti, e nella Canzone di Legnano).

«… I think; già: but I’m ill of thinking…» mormorò il figlio. «… I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta, come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona…».

Il dottore sbuzzò a ridere suo malgrado, con metà della bocca: con la guancia di sinistra. Come, anche non volerlo, d’un bimbo si finisce a sorridere: quando nel più infernale de’ suoi capricci, nel delirare dalla rabbia, nel pestare i piedi, tra perle di lacrime e strilli fino alle stelle, rugge «va’ via, butto!» a tutti quanti lo vorrebbero calmare con una carezza: e mette in allegria tutti quanti.

L’aforisma, decifrarlo, macché, nemmeno ci pensò: un problema di scacchi, e maggiore delle sue forze.

Si bevve una boccata sana, piena, di quell’aria calda, così pura, fiato di vita. Dilatò sotto il cravattonzolo tutta la gabbia delle còstole e dello sterno, a inspirare: a lasciarsene bruciare i polmoni. Si volse in direzione del Prado, che col suo lustro cupo il fogliame dell’òlea (1) gli celava parzialmente, da destra: le case lontane parevano fumare in quell’oro dell'agosto: ma già i pidocchi, i pronomi pidocchi, anche questa gli toccava di sentire! lui che per dire «mia moglie» diceva «la mia signora»: in castigliano beninteso: mi señora.

«… Il solo fatto che noi seguitiamo a proclamare… io, tu… con le nostre bocche screanzate… con la nostra avarizia di stitici predestinati alla putrescenza… io, tu… questo solo fatto… io, tu… denuncia la bassezza della comune dialettica… e ne certifica della nostra impotenza a predicar nulla di nulla,… dacché ignoriamo… il soggetto di ogni proposizione possibile…».

«… Quale sarebbe?…».

«… è inutile ch’io lo nòmini invano… Quello che ha appena finito di venir fuori di là…», col volto significò la torre, «dalla matrice di quelle mènadi scaravoltate a pancia all’aria… col batacchio per aria… Bestie pazze! per cui ho patito la fame, da bimbo, la fame! Cinquecento pesos! cinquecento: di munificenza pirobutirrica: cinquecento pesos!… con la maglia rattoppata… i geloni ai diti… i piedi bagnati nelle scarpe… i castighi! perché i diti gelati non potevano stringer la penna… col mal di gola sul Fedro… con sei gradi di amor paterno addosso… e un fumo da far inverdire le meningi… perché il caro batacchio venisse buono… buono agli inni e alla gloria… il batacchio… a intronare la cara villa, con le care patate, nel caro Lukones… a romperci i timpani per quarant’anni!… Tolgono la pace ai vivi e ai morti, creda: mi vietano di scrivere: di leggere… financo i Vangeli mi fanno buttar via,… dal baccano che impiantano, dopo due minuti!… tale è il pandemonio che ne dirompe fuori, dalla mattina alla sera… dalle quattro alle undici… Una russia compagna! ma è roba da spararsi…».

Si avviarono a rigirare il cantone della casa, passo passo. Discèsero il gradino di servizio: «… Io, tu: il salumiere ladro esclude il salumiere furfante che ha bottega dirimpetto: va bene che è più ladro di lui: ma via! dal momento che sono due ladroni tutt’e due… Caçoncellos, il Camöens di Terepáttola, diceva che Vergilio è un coglione: perché Palinuro è una bugìa, e i ludi navali una retorica da leccapiatti… Sì,… sta’ fresco!…

… otto anni d’una guerra navale che affamò Roma secondo lui gli parevano un tamarindo al seltz… e Sesto Pompeo una barca da sardelle… Mentre i suoi dimetri terepattolesi erano il mistero, il domani!… Io ho dato espressione immortale ai più moderni ideali del mio popolo! Io sono disceso in fondo alle anime… sì… a Villa Giuseppina!… io, io, anche lui!… dacquava i fiori con un anaffiatoio buco, che glie ne pisciava metà sulle scarpe… E poi, se un’idea è più moderna di un’altra, è segno che non sono immortali né l’una né l’altra…

Io, tu… Quando l’immensità si coagula, quando la verità si aggrinza in una palandrana… da deputato al Congresso,… io, tu.… in una tirchia e rattrappita persona, quando la giusta ira si appesantisce in una pancia,… nella mia per esempio… che ha per suo fine e destino unico, nell’universo, di insaccare tonnellate di bismuto, a cinque pesos il decagrammo… giù, giù, nel duodeno… bismuto a palate… attendendo… un giorno dopo l’altro, fino alla fine degli anni… Quando l’essere si parzializza, in un sacco, in una lercia trippa, i di cui confini sono più miserabili e più fessi di questo fesso muro pagatasse… che lei me lo scavalca in un salto… quando succede questo bel fatto… allora… è allora che l’io si determina, con la sua brava mònade in coppa, come il càppero sull’acciuga arrotolata sulla fetta di limone sulla costoletta alla viennese… Allora, allora! è allora, proprio, in quel preciso momento, che spunta fuori quello sparagone d’un io… pimpante… eretto… impennacchiato di attributi di ogni maniera… paonazzo, e pennuto, e teso, e turgido… come un tacchino… in una ruota di diplomi ingegnereschi, di titoli cavallereschi… saturo di glorie di famiglia… onusto di chincaglieria e di gusci di arselle come un re negro… oppure», erano arrivati al cantone, abbassò la voce, «… oppure saturnino e alpigiano, con gli occhi incavernati nella diffidenza, con lo sfinctere strozzato dall’avarizia, e rosso dentro l’ombra delle sue lèndini… d’un rosso cupo… da celta inselvato tra le montagne… che teme il pallore di Roma e si atterrisce dei suoi dàttili… militem, ordinem, cardinem, consulem… l’io d’ombra, l’animalesco io delle selve… e bel rosso, bello sudato… l’io, coi piedi sudati… con le ascelle ancora più sudate dei piedi… con l’aria bonna nel c… tra le cipolle e le pere di spalliera… vindice del suo diritto… come quel ladrone là… che è tutta mattina che ha da levar il seme alle cipolle!…». Col mento, le mani in tasca, fece segno verso il peone: il quale ora, un ginocchio nell’erba, lo si vedeva e udiva a raschiare, con un coltellino, il cavo d’un paiolo. Di certo, allo scoccar mezzogiorno aveva intermesso la sua fatica, per preparare il puchero. Il dottore, zitto, aveva lasciato venir giù quella grandinata rabbiosa, senza nemmeno accennare ad aprir bocca: aveva gli occhi tristi, enfiati, a guardar le montagne.

«… Io, io, io!… Ma lo caccerò di casa! Col pacco de’ suoi diritti legato alla coda… fuori, fuori!… a quadrupedare di là dal muro… a zoccolar sui sassi, giù e su da Iglesuela, dond’è piovuto…». Il peone, finalmente, levò il capo e il cappello fuor dal paiolo, ma non arrivava ad intendere. Capì che il discorso non lo riguardava: i signori, spesso, fanno della metafisica.

«… Il muro è gobbo, lo vedo, e anche le anime dei morti lo scavalcherebbero… dei poveri morti! per tornare a dormire nel loro letto… che è lì, bianco… come lo hanno lasciato al partire… e par che li aspetti… dopo tanta guerra!… è storto, tutto gobbe: lo so: ma il suo segno, il suo significato rimane, e agli onesti gli deve valere, alla gente: deve valere. Per forza. Dacché attesta il possesso: il sacrosanto privato privatissimo mio, mio!… mio proprio e particolare possesso… che è possesso delle mie unghie, dieci unghie, delle mie giuste e vere dieci unghie!…» levò le mani dalle tasche e le mise daddovero sotto agli occhi del medico, tutt’e due pari, con dita adunche, come fossero artigli d’un avvoltoio.

«… E quelle dei piedi dove le lascia?…».

«… Dentro, io, nella mia casa, con mia madre: e tutti i Giuseppi e le Battistine e le Pi… le Beppe, tutti i nipoti ciuchi e trombati in francese o in matematica di tutti i colonnelli del Maradagàl… Via, via! fuori!… fuori tutti! Questa è, e deve essere, la mia casa… nel mio silenzio… la mia povera casa…».

 

1. Olea fragrans: il nome botanico è anche il nome comune.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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framed images: the terrazzo and the staircase of Villa Gadda, Longone – stills from Carlo Emilio Gadda. Intervista a più voci (1972), released in videocassette as part of Gadda al microfono. L’ingegnere e la Rai 1950-1955, edited by G. Ungarelli (Turin: Nuova ERI, 1993).

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