Bruegel Painting

Il complesso di Palinuro
«La passeggiata autunnale» come narrema

Federica G. Pedriali

Su Passeggiata pochi e di dovere i commenti – per lo più segnalazioni del primo caso di racconto giallistico-giudiziario (ma già con primato del pensiero sulla favola truce e vecchiotta) e riscontri delle parole-tema di un coesivo guerrismo della soggettività (minacciata da fuori, polarizzata da dentro). Non incuriosisce, in genere, la soluzione stilistica, il tentativo di resa ritmica dell’esperienza infine oggettiva, non più evento solo mentale, della prigionia, a Celle Lager, dove il racconto fu scritto nell’agosto del ’18. Come non interessa che la compiutezza, «prodotto di una recisione» dagli abbozzi di Retica, primo progetto di romanzo, databile al marzo, possa derivare dall’identificazione di un nucleo di racconto necessario, irriducibile, in declinazione temporale-tematica verso esiti che attendono, il principio che sarà di Cognizione. Da qui il narrema del titolo, con cui ripropongo, rivisto e aggiornato, il saggio uscito su Paragone nel ’90. (1)

Una lettura in grigio

L’«aria fine e fredda» con cui il racconto prende avvio introduce in una cornice stilistica di forte derivazione ottocentesca, peraltro attraversata da una tonalità sottilmente inquietante della lingua. Colpisce l’incorporeità dell’evocazione, indistinta, immateriata, in odore d’allegoria, subito rappresa in una atemporalità a cavallo di stagione, rammemorare sfumato nel grigio. (2)

Emerge dappresso un’incespichìo continuo della sintassi, spezzata in un fraseggio di corto respiro che ingabbia il vago delinearsi di contenuto e personaggi in una struttura a catena articolando il clima di sospesa affabulazione nel segno dell’ansia e dell’attesa. La ripresa, ossessiva, di elementi interni al sintagma variati o iterati per costruzione parallela, l’avvicinamento a rincalzo di proposizioni giustapposte, lo scarto sintattico talora brutale, l’omogeneità delle voci partecipanti e la quasi indistinguibilità di dialogato, narrato e monologo interiore – tutto ciò si raggruma rapidamente in un manierismo di scrittura interno al racconto e di grande rilevanza funzionale. (3)

L’assenza di quella «brutale deformazione dei temi» (Castello di Udine, RR I 119) già operante nel Giornale con precoce vitalità, e la sostanziale uniformità sintattico-linguistica configurano cioè con singolare efficacia un teatro d’anime accomunate dall’attendere lo scorcio epifanico che ponga fine all’angoscia dell’incertezza. Che lo scioglimento ultimo delle tensioni accumulate avvenga tramite una cognizione, non mitigata, del dolore, trova sotterranea prefigurazione nella sofferenza mai intermessa della lingua. Lingua intenzionalmente non ancora analitica, partecipe appieno, nel rifiuto di qualsivoglia digressione, del cupo presentire l’orrore del verdetto finale.

Dei sei personaggi che Passeggiata raccoglie in una baita due, Stefano, dapprima assente fisicamente, e Rineri, presente di fatto ma al margine dell’attenzione narrativa, assumono preminenza tematica. Un terzo, Nerina, opera la connessione necessaria perché i due temi si rivelino interdipendenti, poli d’un medesimo destino d’esclusi. Pertiene ai rimanenti tre di assumere la funzione di normalità referente: con rilievo particolare per Marco, eletto a fornire ragguagli e circostanze delle peripezie dell’amico assente; con dignità di comparse per Alberto e Giovanna, presto allontanati dalla scena per far spazio al compiersi della vicenda.

Centro geografico della narrazione, capo intorno al quale si muta rotta, risulterà essere la citazione virgiliana («madida cum veste gravatum | prensantemque uncis manibus capita aspera montis» – RR II 938; Aeneid, VI, 359-60) in apertura del terzo tratto, cuore psicologico e luogo capitale dell’intera struttura, in quattro parti, con suddivisione indicata da spazi bianchi. Su questo perno le due coppie di movimenti ruotano, con inaspettata inversione tematica, ribaltando la gerarchia instauratasi nel procedere del racconto. Il primo blocco introduce, difatti, con la mediazione di Nerina, il tema di Stefano, il perseguitato assente. Nel ricordo, femminilmente delineato, la figura del giovane contrabbandiere, purezza esiliata alla montagna e alla notte, domina ogni altra rimuovendo con facilità un’iniziale attenzione per Rineri.

Nel passaggio al secondo tratto, dal privato fantasticare di Nerina, tecnicamente affidato al monologo interiore, si trascolora in un serrato dialogare cui il solo Rineri non partecipa, infastidito dall’eccesso di compassione per la storia di Stefano e del primo delitto in cui il giovane è rimasto coinvolto (il tutto narrato da Marco, fratello di Nerina e compagno d’adolescenza di Stefano). Significativo a metà tratto l’attimo, davvero fuggente, spazzato via dalla prepotenza della sventura di Stefano, di trascendente intuizione che perfora Rineri, sguardo fisso alla fiamma del focolare:

Rineri ascoltava poco: la storia era vecchia; guardava invece quella fiamma bizzarra, cercandovi come la strada per un pensiero che non voleva procedere, che non voleva neppur presentarsi; l’odor delle resine, conferendo una determinazione materiale all’incertezza delle sue sensazioni in quell’ora, gli sembrava un filtro benefico, atto a dipanare il groviglio delle cose e delle persone e del suo proprio cervello; un filtro al di là del quale fosse per venirgli manifestato limpidamente un mondo tersissimo e certo. Che cosa ci sarebbe in quel mondo? Dei pini gocciolanti nella foresta, in battaglia con il vento che tormentava la porta? E lui solo in mezzo? (4)

Col terzo movimento si giunge al centro del racconto, spazialmente e psicologicamente. L’inquadratura si sposta, frangendo il crescere della tensione d’intorno l’evocazione del fuggitivo Stefano, sul tormento interiore di Rineri, annunciato nei tratti precedenti ma solo ora ammesso in primo piano. Si staglia nettissima una comunanza spirituale, a dispetto dell’apparente antiteticità dei dati esteriori, tra i due personaggi, Stefano e Rineri, elementi tematici segretamente affini, complementari, dialettici, antagonisti. (5)

La risentita autoemarginazione di Rineri, il suo essere estraneo, diverso, non partecipe né compreso trovano nobilitazione e rammaricata accettazione nel suo identificarsi, attraverso i versi virgiliani, con passate sventure umane pure originate dall’equivoco, dalla stoltezza del caso, dalla crudezza dei propri simili. Svelta dunque la centralità di Stefano, Rineri, entrando in scena allo sfibrarsi del tenue legame che la sosta aveva imposto al gruppo – Alberto e Giovanna scendono infine a valle nel «diavolìo» di quell’autunno (RR II 940) – ne riaccende il tema in realtà. La relativa sorpresa di questo procedimento è presto spiegata dal vago percepire una possibile conferma, nell’assurda odissea di Stefano, di un comune nemico, lo stesso che ha piegato Rineri alla prigionia interiore.

Uscito momentaneamente Marco, (6) ridotti cioè ulteriormente i presenti, (7) Rineri e Nerina dividono il peso dell’attesa. Sembrerebbe il trionfo del tema di Rineri fisicamente superstite nella presenza della ragazza. La ripresa del monologante fantastichìo femminile, tutto occupato una volta di più dal pensiero per Stefano, è graficamente abbracciato dal rovellarsi silente di Rineri, dapprima un poco disposto a sfociare in dialogo aperto, di poi torvamente ferito dall’evidente disinteresse dell’altra. Infine, su un parossismo di autocommiserazione di Rineri, (8) Stefano appare, giunzione estrema dei due temi risoltisi l’uno nell’altro. Il puro Stefano afferma di fronte a Nerina la sua innocenza, rivendica con asciutto realismo le proprie ragioni di perseguitato a torto. Rineri vede l’amico risucchiato, alfine, nel medesimo gorgo che ghermisce la sua anima; saluta, con l’acquisita conquista cognitiva, l’eclisse irreversibile d’ogni positiva epifania, a conclusione di racconto.

Una lettura in nero

Stefano e Rineri, abbiamo visto, sono dunque i temi portanti di Passeggiata. Il primo consuma il proprio destino d’escluso interamente lungo linee esterne. Perseguitato da sempre, orfano del padre, privo di protezioni di casta, s’allontana dal consorzio degli uomini, diventa tutt’uno con la montagna, simbolo evidente d’una purezza non compromessa e perciò incompresa. Vittima puntuale della «beffa del caso» (RR II 929), incolpato di omicidi mai commessi, Telemaco affannato a difesa di una madre insidiata dal rancore dei nemici, Stefano non indaga ragioni, infantilmente accetta la sventura; la condanna all’esilio montano, nei pericoli della notte, nell’azzardo della frontiera, non genera odio, non intacca, incredibilmente, l’istintiva forza morale di un’adolescenza peraltro giunta al «valico doloroso» (RR II 951) e fattasi più chiusa, più feroce nella sua «esuberante sensitività» (RR II 943).

Allievo, a sua volta, della montagna, Rineri condivide più d’un carattere di Stefano. Parimenti idealista e non facile alla conversazione, rovescia però con altero distacco la frattura che avverte tra sé e il mondo – se v’è colpa nel suo essere diverso, nella sua solitudine sprezzante, essa certo non risiede in lui. Separandosi cioè dal suo doppio, Rineri elabora sul proprio malessere una strategia difensiva che lo occulti, lo preservi da contaminazione. Muto e chiuso, al riparo d’una corazza da «guerriero cavato dal marmo» (RR II 938), intraprende un viaggio, un’ascesa interiore verso una patria d’anime ove sentirsi possibile, spirito partecipe, non rifiutato, ammirato. Vorrebbe quindi essere Enea, nobile cercatore e facitore di civiltà. Tragedia è che Rineri sia beffardamente solo Palinuro, in balìa dei flutti per capriccio divino, proprio in scadere di navigazione, e pertanto respinto, ignominia suprema, da sdegnosi mortali.

Di qui la centralità della citazione, vera cerniera del racconto, lo smarrirsi subitaneo della petrosità di Rineri. Un desiderio lancinante di normalità, di comunione con l’altro, stimolato dalla rassicurante materna femminilità di Nerina, riconquista Rineri a speranze di poter infine rientrare senza troppo soffrire a fondo valle. Per un attimo invoca lo scambio, la commutazione della pena, da Enea-Palinuro implora d’essere Ulisse, d’avere in sorte il ritorno per quanto dilaniato. Riavvicinamento a Stefano, quindi, nella fervida speranza dell’inclusione. Fattosi mortale, legato all’incertezza dell’ora, Rineri chiede, mutamente ma con violenza straordinaria. Il rifiuto inconsapevole ma nettissimo di Nerina, su cui scivola rabbioso ed incredulo, lo ricaccia ad artigli pregni solo del proprio instizzito dolore nel nero dell’interiorità, fra i «geni invisibili» del meccanismo narrativo. (9)

Della Comédie humaine grandiosamente incompleta, rabbiosamente parziale che Gadda è venuto componendo nei suoi sussultosi anni di scrittore «arzigogolato e barocco» impressiona l’ossessivo ricorrere del tema dell’escluso, chiave a qualunque imbroglio gaddesco, tanto costante e prevedibile da far indugiare alla tentazione di battezzarlo con, si ammetterà, dubbio gusto da psicanalista sbrigativo, complesso di Palinuro. (10) A dispetto della vorticosa, onnivora estensione dello sforzo rappresentativo che la prosa del Gaddus ricerca instancabilmente – vertigine tale da meritargli improbabili connessioni joyciane –, la tipologia di situazioni e figure resta, una volta sfrondata della sua proteiforme fastosità, singolarmente scarna. Con al desolato centro, demiurgo oscuro, l’escluso, il non partecipe, l’ingiustamente escluso.

Passeggiata soggiace del tutto a suddetto dominio tematico e con adesione incorrotta, mai incrinata dall’erosività del fastidio imbizzosito altrove incontenibile. Il nericare delle immagini, il sordo brontolìo di una lingua fissata nel registro bellico, l’adolescenza fervorosa dei protagonisti parrebbero, a tutta prima, rendere verosimile l’ipotesi che l’inusuale monocromia del racconto voglia essere riscontro simbolico all’ordalia della Grande Guerra. Occorre cioè il dubbio che forse Gadda ci abbia dato qui, con ignara contemporaneità, un lontano parente dello Shadow-Line conradiano. Congettura affascinante cui però toglie peso l’egocentrico assorbirsi della narrazione, rivelato solo da ripetute letture, nel personaggio di Rineri. Stefano, Nerina, Marco, gli altri insomma si muovono e sia pur a tentoni con intenti solidali. (11) Ciò li allontana dall’occhio narrante, li rende esterni, inassimilabili all’unico dolore degno di attenzione, secondari al crescere del rinerismo di fondo di queste pagine. Passeggiata è così saldamente monocorde e monocroma nel «declino dell’ora» (12) perché è davvero il racconto di Rineri, e, più ancora, è punto d’avvio, in questo senso preminente allo stesso Giornale, di una mitologia gaddiana fatta di case e folgori, di montagne e pianori, di guerra e prigionia, di altri e di esclusi, che qui prende a dettare legge alla penna, ad incatenare le aspirazioni universali dell’ultimo dei lombardi alla dolente particolarità della sua psicastenia.

Rastatt Fortress

Gadda scrive Passeggiata nella prigionia di Celle Lager e, se è vero che la guerra ha per lui private origini ben antecedenti il conflitto effettivo, è altrettanto certo che la prigionia non cessa col rientro in patria. Gadda, si vuol dire, era in guerra assai prima del ’15 e resterà in prigionia per il resto della vita. Passeggiata è passaggio tra i due stati, luogo sospeso ove psicologicamente si compie la transizione, nello stupore del fallimento. Primo rifugio dalla prepotenza dell’oltraggio esterno, e primo sito di manifestazione dell’oltraggio interno, la baita inaugura la lunga serie di case minacciate dell’orografia gaddiana, abbarbicata tra montagna e fondo valle – in questo unica tra le dimore dello scrittore –, non umiliata alla comunanza con le altrui villule. Isolata nell’equidistanza della mezza costa, la baita diventa strumento di mediazione tra visione e prosaicità, tra l’avvenuto evento bellico e l’incombente verdetto. Riparo per chi alla valle non appartenga, per i perseguitati e gli offesi, casa esclusa essa stessa, la baita diviene infine testimone dell’incontro-addio, a cognizione avvenuta, tra Stefano e Rineri, sconfitti entrambi, questi costretto al ritorno inglorioso, quello all’esilio eroico di una morte tra le montagne.

Successive inquisizioni testuali confermano un dato che questo studio ha ripetutamente evidenziato, l’aggregarsi dell’interiorità gaddiana intorno a coppie antitetiche. In Passeggiata rimane però un elemento lasciato a se stesso, il nero. Fatto rarissimo nell’opera dello scrittore, il racconto non conosce infatti altra gradazione cromatica, altro stile. Non concede cioè spazi al bianco, normalità anelata ma irraggiungibile e pertanto disprezzata. Si pensi all’immensità agostana, all’«olmo senz’ombre», alla «salamoia di cicale e di luce», al « verzicante assedio» con cui si deve misurare Gonzalo dal suo «distacco dai vivi», tetro abito mentale «più forse patito che voluto», ma unica dignità, benché terribile, rimasta al rifiutato (Cognizione, RR I 606, 624, 609, 618). L’assenza del bianco in Passeggiata ne spiega la sopravvivenza alla bizza, al furore, ai deliri interpretativi di fronte alla «cecità infinita della luce». Gadda vi cerca ancora pur nella certezza di chi all’atto d’aprire il racconto già ne intuisce la predestinata conclusione; non dissemina false piste, non abbellisce, ingegnerescamente, l’agonia del messaggio.

Le montagne, lontana corona alla fanciullezza brianzola, teatro inospitale alla concretezza della guerra, torreggiano su Passeggiata come su tutto il futuro Gadda. Se in Cognizione la dinamica ottica è assestata nell’inesorabile progressione dai chiari mattini (nel cui soffuso, epifanico lumeggiare le montagne assumono funzione di promessa visionaria) attraverso l’accecante violenza del mezzogiorno (che sbarra la vista, con allusione copulatoria, alla remota Cordillera) ai latrati del buio (che rovesciano il ruolo delle montagne in ostili custodi d’uragani), Passeggiata salta l’esposizione diretta al pieno della luce (ha invero cicale che già rompono i timpani, un intrico verde che è meglio lasciar quieto, un settembre che ha ancora il fuoco del luglio – ma tutto ciò è presente una sola volta, e solo nel racconto che se ne fa in baita, RR II 932). Le sue montagne sono cioè già consegnate alla notte-tempesta, alla furia del caso, senza che la causa scatenante sia appresa, punita. Rineri difatti rimanda il rendiconto all’«ora della lucidità» (RR II 951), ben volentieri accetta che i monti mattutini vengano obnubilati da geni creduti ancora invisibili.

Esemplare per le rispondenze cromatiche la vicenda di Stefano: figura positiva, moralmente a tutto tondo, ma obbligata alla notte. Creatura della luce, si penserebbe dunque. Eppure l’attimo di accorata speranza, nel breve tempo dell’inclusione presso Marco e Nerina, unica irruzione del giorno pieno nel racconto, è subito seguito dal primo delitto. Ricaccciato alle gole paurose delle montagne, Stefano a differenza di Rineri non accoglierà mai in sé la nerezza, ne manterrà ripugnanza e distacco. L’addio a fine racconto segna pertanto la perdita della sola valenza diurna positiva, quegli estremi della luce che sono l’ora di Stefano, l’unica che Rineri potesse tollerare e contendere. Scomparso il fuggiasco – difficile non pensare al rapporto con il fratello Enrico, ad una prefigurazione della sua morte, quasi un pensiero «poco benevolo» fattosi racconto in anticipo sugli eventi – Rineri resterà superstite secondario nell’affetto di Nerina, ineletto a sostituire Stefano al tramonto e nel trapasso. Se il buio gli inghiotte l’avversario, Rineri, col rifiuto della bianchezza vincente, totale, del mondo, e nella confermata incapacità di tener viva una scintilla di autentica fraternità interiore, introietta definitivamente la notte per non liberarsene più. (13)

Nerina e Rineri portano, è osservazione banale, il nero fin nel nome. Per Nerina ciò preannuncia la vedovanza della chiarezza sorridente di Stefano. Ma Nerina è un personaggio troppo poco ritagliato perché il nero vi acquisti armonici più sinistri. Genericamente femminile, la sua presenza nella costruzione di Passeggiata appare quella di figura ponte, a mezza costa a sua volta, nell’impossibile lenimento delle due sconfitte. In seguito Gadda darà ai suoi personaggi femminili contrasti assai più marcati, o nel segno del bianco (il cui prototipo è quella Madonna del Pettine della Meccanica, Zoraide, donna prosperosa, dell’ingombranza anatomica epitome suprema, minaccia seducente e irraggiungibile), (14) o in quello del nero (ovviamente la madre della Cognizione). Qui Gadda ammette ancora desiderio con speranza di esaudimento. Nessun esorcismo sembra essere necessario, Nerina nell’indistinzione fluida del suo essere donna-madre-sorella, mero referente poetico, da Ricordanze appunto, è all’apparenza innocua, non ancora veramente schierata. Il residuo nerigno affiora, peraltro, nell’acuta percezione cui la ragazza perviene, respinto il muto appello di Rineri: percezione di un’oscura, di una propria insondabile affinità con la notte, con la casa assediata, in potere di tempesta, quella che forse si è contribuito a scatenare. (15)

Ennesima coincidenza, quasi letterale, con Cognizione, si noterà. I legami tra le due opere sono davvero strettissimi. La lunga apnea nel bianco, lo sbalorditivo macchinario linguistico mobilitato per catturarlo sulla pagina, la sprezzante esplosività della penna occultano, con «stretta di volontà rabbiosa» (RR II 951), nei lunghi anni di apprendistato, la furiosa dialettica del nero e del bianco gaddiani. Passeggiata ritiene il capo iniziale del primo elemento, e sino a Cognizione se ne saranno quasi perse le tracce, e commentatori sagacissimi stenteranno comunque a riconoscere nel «nero dello scorpione» (RR I 675) di Villa Pirobutirro, nel «male che risorge ancora, ancora e sempre, dopo i chiari mattini della speranza» (RR I 674), il rineresco «nodo di muscoli e d’ossi» (RR II 948) della baita autunnale.

Eppure Cognizione e Passeggiata, volontà o caso che fosse, vennero licenziate al pubblico scrutinio, con tipico malumore, nello stesso anno. Dopo le intermittenti sortite su Letteratura, tra il ’38 e il ’41, Cognizione esce difatti con dignità di volume nel ’63. Anno in cui Passeggiata viene ospitata ancora da Letteratura, con breve nota dell’autore (da cui riceviamo i confini del concepimento: 22-30 agosto 1918) e asciutto commento redazionale che rivela un Gadda riottoso «perfino a rivederne le bozze». Desta irreprimibile curiosità la circostanza di tale corrispondenza cronologica, ad insinuare un Gadda consapevole, a che livelli è difficile ipotizzare, delle affinità profonde tra i due lavori. (16)

Passeggiata, raccolta poi nell’81 nel volume postumo Le bizze del capitano in congedo e lì un poco sperduta di mezzo la brillantezza del Gadda ingegnere, riguadagna distanza dal suo grande alter ego. Verrà disturbata solo occasionalmente, sottoposta a palpeggiamenti discreti alla ricerca di primi esempi ora di pasticciaccio, ora di tempesta. Ci pare invece ch’essa rappresenti, analizzata in parallelo alla Cognizione, il nocciolo toccante e disarmato del fenomeno Gadda. Se Gadda è Palinuro, Passeggiata è la nostra discesa al suo Averno; accoglierne la desolata richiesta di sepoltura è quanto s’è tentato sin qui. Per Rineri il sogno fattosi tragedia, la penosa diaspora dei rifugiati nella baita, lo piegherà al rientro, all’incognito, alle manovre evasive. La pagina gaddiana non conoscerà altrettanta sincerità se non in memorabili tratti del maggiore romanzo, dove la tragedia, fattasi sogno, risolleva la testa della Medusa per lo stanco Gaddus, e forse per i suoi incerti, partecipi lettori.

University of Edinburgh

Note

1. Conrieri 1987: 24. Su Passeggiata si vedano: Donnarumma 2001a: 22-23; Pecoraro 1998: 16-21; Roscioni 1995: 30, 80, 85, 132; Papponetti 1994: 31-32; Fratnik 1990: 3-9; Pedriali 1990: 27-40; Conrieri 1987: 19-45; Isella 1983: ix; Rinaldi 1983: 245-46; Cattanei 1975: 46-51. Su Retica, SGF II 1119-20; Italia 1995: 179-202.

2. Passeggiata, RR II 927-52 (927). L’aria per Gadda non è fine né fredda nei giorni in cui scrive. Il 21 agosto il Giornale registra afa, testa vuota, un’immagine marinaresca («siamo sul fondo d’una stiva, nella nave corsara a cui tutti i vivi danno la caccia»), morti di tubercolosi, mosche, funerali, «folla di angosciosi pensieri», la sigla del soggetto notarile: «La descrizione fatta è esattissima, anche nei particolari: le cose andarono così» (SGF II 808-11). Con Passeggiata tra l’agosto della scrittura e l’autunno del racconto si stabilisce però la tensione che è dei punti estremi; ne farà un’unica falcata, declinante appunto verso un esito, Cognizione, il cui tempo va dalla seconda metà d’agosto all’equinozio, con explicit stagionale-testuale, nell’edizione del ’63, in Autunno, poesia del ’31. L’altra metà del titolo di Celle esprime desiderio di moto, sempre fortissimo in Gadda – dallo stesso 21 agosto: «non ho più potuto far passeggiate, sia perché ce ne sono rarissimamente, sia perché il concorso ai 40 posti è troppo forte. Quando la passeggiata c’è, ogni blocco à diritto a 40 posti, e ogni blocco ha la sua passeggiata» (SGF II 809; Papponetti 1994: 31). L’Ersazt però produce autoinchiesta.

3. Il testo batte un suo grigiore ottocentesco-ansioso, quasi un’attesa di stile, o meglio scandisce lo stile primo, originario: qui un cadenzare interrogativo-esclamativo che riempe della propria ansia il momento (stagione ed ora) che toglie suono alle cose; altrove quel sorprendente grado elaborativo zero con cui anche nella piena maturità Gadda deve fare i conti, il caso della degradazione stilistica subita dal Pasticciaccio all’incontro con Virginia, la puntata poi soppressa di Letteratura e, per estensione, Il palazzo degli ori.

4. RR II 935. Per quanto cerchi di ascoltare il meno possibile, interponendo il filtro, che parebbe benefico, del pensiero, Rineri è in realtà il primo soggetto gaddiano in ascolto, timpano offeso dalla «palabra oficial» (Cognizione, RR I 655) non diversamente da Gonzalo, l’orecchio massimo in repertorio. In Passeggiata, quindi, la funzione Alberto, che a due paragrafi dall’avvio vuole che un precedente racconto riprenda e che Marco, il narratore, esprima il suo verdetto (RR II 927), inaugura non solo il racconto a suspense (Conrieri 1987: 30) e il racconto-processo (Pecoraro 1998: 18) ma anche il racconto invasivo che la comunità affabulante versa in orecchio al soggetto negandogli il diritto all’«ottusità generale del sensorio» (Cognizione, RR I 622) e provocando la produzione o secrezione di pensiero, dal fegato e a far da filtro, in tutti i sensi: anche quello di «malefizio» (RR II 946).

5. Il pensiero di Nerina non esita a contrapporli, ed è il suo primo gesto mentale compiuto (RR II 928), con gesto che caratterizzerà, tra le altre deuteragoniste, la madre di Cognizione. Inizia dunque con Passeggiata anche la gestione della somiglianza come differenza. Arriverà ad affermare la somiglianza dei non-simili (il caso clamoroso di Gonzalo e Gaetano, appaiati per via negationis grottesca nello stilema «non era [un signore in villa, un pensionato di guerra, un bimbo, un sordo di guerra]», RR I 578, 681, 735, miei corsivi), avendo rifiutato di trovare somiglianti e quindi di confondere come dovrebbe i due che coppia invece realmente sono (sul modello di Cognizione: il soggetto e lo scomparso, Gonzalo e il fratello minore).

6. Con uscita che risulterà definitiva. Marco ha assolto al ruolo di narratore e avvocato della difesa. Ha avuto, prima di allontanarsi, un suo momento cognitivo sul tema della fratellanza, spunto che sarebbe sospetto (nel «ragazzo di casa», come già Nerina, il conte cerca anche la purezza dei subordinati, RR II 930, cfr. 929, 931), se non lo giustificasse il mito, sospetto, sì, ma centrale in Gadda, dell’uguaglianza perduta di un’età pre-conflittuale. Il personaggio ci affida inoltre: un’espressione destinata a ripresentarsi invariata negli anni («il meccanismo segreto della conseguenza» – RR II 944; Conrieri 1987: 44); la seconda occorrenza del teorema «La purezza e il fervore sono un danno per chi li vive; recano spesso il sogno a farsi tragedia» (in realtà teorema del misterioso Ludovico, sarebbe stato un personaggio di Retica – RR II 932, 944; Pecoraro 1998: 18; Italia 1995: 190); e la prima e più esplicita definizione del lavoro del meccanismo (prepara conseguenze che già attendono: «arrivava là proprio, dove quella conclusione pareva aspettare», RR II 944), ovvero la dichiarazione di poetica attiva nel narrema che qui si sta esaminando. Si aggiunga che la connotazione teatrale, inavvertita per ora, della tragedia del sogno («Gli era sembrata una scritta balorda, sul fronte d’un tempio senza credenti») produrrà il motivo della «maschera livida e desolata dell’inutilità» (Meccanica, RR II 586), e, con miglior approssimazione agli originali scritta balorda e tempio, quello dello scherno come «maschera tragica sulla metope del teatro» (Cognizione, RR I 704).

7. Prima di volere i «dobloni» e «triploni» del linguaggio (Lingua letteraria, SGF I 490), Gadda vuole molti personaggi, molta società, e più ancora molte coppie, il problema di Racconto, e forse già di Retica. Il romanzo però gli riesce – incluso il racconto sociale, e inclusa la satira dell’ineguaglianza che si fa passare per filantropia – in Meccanica, dove le storie sono solo quattro. Si riducono a due, e dunque troppo, perché così salta il triangolo, in Fulmine: che difatti s’interrompe, ma non prima di avere individuato, in due scene al Parco che poi chiuderanno L’Adalgisa, quel moltiplicarsi non di personaggi ma di proiezioni dal passato con cui non è impossibile fare (e Gadda lo farà, al meglio, nei tre romanzi maggiori) il romanzo sociale delle ombre. Passeggiata anticipa tutto questo, quasi un corso accelerato di economia narrativa.

8. Parossismo giocato sulla parola pensiero, che in questa passeggiata è l’unico davvero a muoversi, nel ricordo, nell’introspezione, nell’attesa, e sulle mobili orme di fatti e sventure lasciate dall’assente, lasciando traccia a sua volta nella frequenza del lemma: «Il morso della sofferenza per lui sconosciuto l’occupò tutto, cacciando ogni cosa. “Piangere di chi? Di chi soffre? Anch’io soffro allora. Ho dentro quanto nella vita non ho portato fin qui, quanto non ho pensato di aver a portare, un giorno. Vita deserta, senza compagni, senza pietà, senz’amore; con un pensiero centrale a pervaderla di dominazioni feroci, […] pensiero che non serve a nulla, altro che ad arrivar stanchi nel vuoto. Adesso che sono il più stanco non m’è dato parlare: […] adesso che sono l’ultimo nel pensiero di lei!” La passione […] sembrava crescere per violenza di minuto in minuto, i freddi eserciti del pensiero disertavano la radunata, spersi nella notte, e nel vento» (RR II 947-48).

9. RR II 948. Interessa notare, pensando alla contrapposizione che viene ovvio leggere tra esterno (buio, diabolico, luogo della lotta, questa una sola volta configurata positivamente, nel pensiero di Rineri: che costretto all’ascolto si vorrebbe invece partente, con legioni di faville umane, «unico incendio» – altra versione della fratellanza di Marco –, su per il camino, RR II 937) e interno (sede protetta e confortevole, nel segno della presenza del cibo e del fuoco, eppure anche «sito umido e chiuso» in cui si radunano i «pensieri della tristezza», RR II 945), che la prima occorrenza del negativo scatta con la descrizione della baita nell’incipit: «Muri di pietre nude, mal messe, affumicate; impalcatura di tronchi neri e contorti» (RR II 927) – immediata se forse inconscia prefigurazione di quanto sarà reso esplicito nella narrativa maggiore, e certamente nella Cognizione, e cioè che il nero è mal messa, contorta dimensione interna alla casa e ai sopravvissuti che lì resistono.

10. Cognizione, RR I 578. E passando in rassegna i riscontri testuali, non molti, del complesso. A Rastatt, nel novembre del ’17 Gadda si compra l’Eneide, che legge insieme a del Leopardi (Giornale, SGF II 671, 673). Il verso «Prospexi Italiam summa sublimis ab unda» (Aeneid, VI, 357) faceva però da epigrafe ai Giornali già dal ’16 (SGF II 530, 655, 775, 822). Palinuro è menzionato in Psicanalisi e letteratura (SGF I 461), Eros e Priapo (SGF II 353), e Matematica e prosa, che ne parafrasa i versi e i casi (SVP 1155). Compare brevemente in Cognizione, definito bugìa da Caçoncellos, e con delirio esegetico di Gonzalo (RR I 637) – a quest’ultimo, navigatore, osservatore di stelle, e naufrago, doveva sicuramente andare la battuta da interpolare, poi non utilizzata: «le bracciate di Palinuro rompono disperatamente il frangente e a lui sublime dalla cresta appare, luce lontana, la inutile riviera gaetana» (Gadda 1987a: 568).

11. Intenti che sono cari a Conrad, principio ispiratore di molta sua narrativa; il superamento dell’ordalia da parte dei personaggi avviene difatti grazie al loro raccogliersi intorno ad un medesimo sentire. Un interesse per Conrad non è comunque da escludere in Gadda. Su alcuni conradismi sospetti del periodo del Pasticciaccio si veda Bertone 1998: 397-403.

12. Per il progressivo decadere della luce già «scarsa», oltremodo «strana», fatta di «bagliori di brace e d’un po’ di giorno», e anticipatrice di tutti i futuri declini dell’ora (espressione che qui si prende in prestito dall’Adalgisa, ma declinano più di tutte le luci di Cognizione, cfr. RR I 499, 727), si vedano RR II 927, 928, 938, 939, 944, 945. Si preparano così, nella pochissima luce e in un dialogo tra ombre, l’entrata di Stefano («Una figura alta e compatta entrò contro la luce dell’ultima fiamma») e il momento antagonistico-cognitivo a tre («I tre videro nel medesimo momento il disegno che le loro anime levavano contro l’ombra del caso»), RR II 948 e 951. Sempre pensando agli anticipi – su quella figura entrante, perfettamente visibile e subito ravvisata nel vano della porta, che la chiama dentro insieme al «nero d’inferno» di cui ormai è saturo il di fuori nella dissoluzione dell’ora (RR II 948, 946), si modellano e contrario, ritagliandosi cioè alti, neri e sconosciuti, sia Gonzalo che Ingravallo, quello del finale del Palazzo degli ori e pervenuto all’arresto, alla catarsi, alla Fine del soggetto (RR I 685, SVP 987). Allo stesso modo, la certezza di Stefano (vede sé escluso, e Rineri-Nerina coppia) produce la prima definizione della verità della menzogna (RR II 951) con cui si cimenteranno, dichiarandola parvenza (vera), tutti i soggetti negati dalla bugia-verità della visione della Coppia – il verdetto in particolare di Ingravallo sui casi Valdarena (RR II 119-20).

13. RR II 941. Pensando al Rivale in Passeggiata e altrove: dal gioco delle coppie (fondato sui numeri pari ma produce disparità, i potenziali 4 contendenti e 2 contese del nostro gruppo) emerge la coppia, che, ostacolata, è causa di ostacolo per chi nel triangolo (figura, volendolo, dell’eguaglianza) è l’elemento dispari. Manca, tale individuazione, in Racconto, che fallisce non tanto su una poetica della complessità, quanto sull’incapacità, o meglio sull’intervenuta impossibilità di darsi l’antagonista – Gadda sentiva giusto quando nelle note compositive commentava «Bisogna chiarire» (Racconto, SVP 400), ma è indubbio che dal 14 gennaio ’19 ha i suoi impedimenti. Riportare la data del giorno in cui apprende della morte di Enrico (Giornale, SGF II 849) non vuol dire dare un taglio biografico alla lettura condotta sin qui, tutt’altro. Vuol dire innanzitutto precisare la questione del presentimento, il «Direi che presentissi!» di un po’ tutto il Giornale. Perché se è vero che alle date di Passeggiata Gadda non poteva sapere di Enrico, l’appunto mosso da Conrieri a Cattanei (Conrieri 1987: 32), di certo non esitava a costruirsi un «Lui» rivale così maiuscolo (RR II 929), così incredibilmente perseguitato e perso nella notte da far dire a Nerina: «il mio pensiero ti darà la fortuna te lo prometto» (RR II 952) – con sigillo conclusivo sul lemma, quasi intuisse di dover controbilanciare l’effetto malevolo di altre occorrenze e agenzie a lei prossime. Sottolineare la precedenza temporale del racconto sulla notizia significa, poi, accettare, con Gadda – è il risvolto etico del suo stile tanto nella bizza che nel dolore –, la responsabilità, devastante per il sopravvissuto, di una morte eseguita anzitempo col pensiero scritto, che è proprio quello di cui ritiene di poter rispondere (Giornale, SGF II 789). Cfr. Gorni 1995: 161-64.

14. Il richiamo figurativo prima a Tiziano poi a Giorgione (Madonna fra i Santi Liberale e Francesco), e l’insistenza sul pettine «largo, enorme, bianco avorio, un po’ unto» suggeriscono il titolo per questa Madonna «turgida d’ogni possibilità» (Meccanica, RR II 470, cfr. 471, 491-92).

15. L’assedio del nero in Passeggiata ha ovvie caratteristiche di torbidità, minaccia, densità – e molte varianti, tra cui i nomi dei due sopravvissuti nella baita e assediati da dentro, Ri-neri-na, che tramite quella radice si rivelano anche filiazioni intralinguistiche del pensiero, di cui poi sono i maggiori produttori. Si nota, sullo stesso filo conduttore, che il gruppo di amici si è chiuso in baita a rifocillarsi e a riflettere (con sguardo ai «disegni delle fiamme», prefigurazione della lettura dei disegni delle ombre nel finale, cfr. RR II 927, 951), avendo colto il suggerimento dell’aria «fine e fredda» e di quel «po’ di nebbia» dell’incipit: davvero poca cosa e poca minaccia, sulla scala delle minacce autunnali. O meglio, e a voler leggere negli elementi: sembra quasi sia l’introspezione in luogo chiuso e nell’iniziale perdita di luce rispetto al fuori ad evocare dai propri contenuti il tormento del vento alla porta, quell’«esasperarsi dell’uragano» (RR II 939) che prende a manifestarsi solo dopo che Nerina, sarà un caso, col pensiero ha riempito il tempo mentale della «refezione» (RR II 927) di lividori, d’aria di temporale, di primi cieli all’alba nel raggiare di Stefano. Bisognerebbe cioè forse chiederne di più a quella prima deuteragonista: o perlomeno dare ad intendere di avere idea di dove originino le condizioni metereologiche del soggetto – come fa la madre, in Cognizione, che intuendo che il vento, già in qualche modo responsabile della morte del figlio minore, la cerchi appunto per via di un suo pensiero, a Gonzalo non chiede, e fa bene, «del viaggio, né dell’uragano» (RR I 685).

16. RR II 1296. Si può tuttavia ipotizzare che Passeggiata sia stata avvertita e dunque a suo modo anche proposta come l’altro explicit di Cognizione, versione ’63. Autunno, si vuol dire, è l’«Ersazt» (RR I 875) che permette a Gadda di non svuotare sino in fondo il calice («Tutto il calice, coraggio, hop!», RR I 728) che la stagione gli porge – errore strutturale e tematico che solo la quinta edizione, dell’agosto ’71, rettificherà, mentre la quarta, del gennaio ’70, lo ripropone, facendo della poesia un interludio tra gli attuali capitoli VII e VIII. Anticipando fuor di stagione l’inanità di Autunno, Gadda cioè non rispetta il prestabilito mappale della tristezza temporale – questo richiede che la vicenda declini, con le luci, non solo verso un esito, ma anche passando per certe congiunzioni, madonna di settembre ed equinozio. Se le rettifiche verranno, parzialmente nel ’70, e conclusivamente nel ’71, non è da escludere che già all’epoca della prima edizione Gadda cercasse un Ersazt privato e in nero, da contrapporre a quello pubblico, in bianco, con cui evitava, tra l’altro, di spiegare il titolo del romanzo dalle «due note» del silenzio (RR I 731-72) – metro binario-giambico che, variamente ripreso, negli anni, dal chiù e/o dal cuculo, nel Club delle ombre, dell’aprile ’48, trentennale della morte di Enrico, veniva infine decrittato come «la voce d’un ragazzo [che] s’è sperduto nei monti» (RR II 846). Quello stesso, per tipologia, il cui passo-pianto ha preso a cadenzare nella notte con Passeggiata (cfr. RR II 945, 948, 952).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

© 2002-2019 by Federica G. Pedriali & EJGS. Revised version first published in EJGS (EJGS Archive 2002). Previously published as Uno studio in nero: «La passeggiata autunnale» di C.E. Gadda, in Paragone 41, no. 486 (1990): 27-40.
artwork © 2002-2019 by G. & F. Pedriali.
framed images: after a detail from Pieter Bruegel the Elder, The Triumph of Death, c. 1562, Museo del Prado, Madrid; photograph of the Friedrichsfeste, Rastatt, Baden.

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