Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Palinuro, complesso di

Federica G. Pedriali

Palinuro è il primus inter nautas. La flotta muove dove la sua vigilanza comanda. Lo cerca il dio. La maledizione di Didone deve aver corso senza che a cadere sia Enea. Lo cerca e lo trova, perché il timoniere è pura techne, dedizione assoluta al compito, dramatis persona già solo per questo degna di nota: e dunque passabile di sacrificio, adeguata merce di scambio. Sarà l’unum pro multis, in realtà unum pro uno, dietro cui lavora un più tremendo vae soli.

è a furia di ragionare di decreti divini, umani e biopsichici che il Palinurus vulgaris, incarnazione storica della creatura del mito, si procura il suo complesso. Scatta un destino ed è la colpa – ma è colpa la capacità di sogno, l’ideale della patria? colpa o hybris l’altezza sul timone, sull’onda dopo la caduta, sugli scogli gaetani affrontati nonostante tutto, e dopo tre giorni ad acqua, con capacità di presa alpinistica?

Il destino, le tendenze palinuroidi Gadda certo le ammette, facendone una firma in tre versi e due distinti rituali epigrafici tra Giornale di guerra e Passeggiata autunnale, il racconto di prigionia: «Prospexi Italiam summa sublimis ab unda» (Aen. VI 357; SGF II 530, 655, 775, 822); «madida cum veste gravatum | prensantemque uncis manibus capita aspera montis» (Aen. VI 359-60; RR II 938; Pedriali 2002c). Anzi il destino, ovvero il fallimento in missione lo prefigura – se può dirsi prefigurazione l’aggiornamento dei dati del preguerra alla guerra – con la prima delle sue firme-sigla, da Vicenza nel giugno del ’16, non ancora propriamente al fronte: messaggio che ripete i primi d’ottobre del ’17, quando ancora non prefigura Caporetto.

A chi però, come Enea, gli rimprovera d’essersi troppo fidato degli elementi («o nimium caelo et pelago confise sereno», Aen. VI 870), Gadda, già in guerra, e sempre più nel dopoguerra, ribatte che no, lui del mare, del mostro non si fidava («mene huic confidere monstro?», Aen. VI 849), che la colpa, se di colpa si deve parlare, viene da una conoscenza pragmatica, tecnicamente esatta del pericolo. Viene cioè dall’aver osato tirare linee di tendenza dal viaggio e dallo studio dei metodi di viaggio – dall’aver contemplato, calcolato il naufragio ad ogni nuova gola, d’onda e d’altro, spalancatasi sotto la nave, ad ogni vecchio paradigma riapparso nella volta stellata. Niente sicurezza, per il nostro Palinuro, nessun appiglio a quel programma esistenziale così idiomatico, così sano che salva i colleghi, definiti navigatori di vita sin dal ’15 e da O mio buon genio (SGF II 881) – tutt’al più un aggrapparsi alla fase ascendente del moto psichico, pur sapendosi anche in quel momento gravato, ossia soggetto alla forza di gravità.

Mettendola tuttavia meno generosamente. Il destino più che eredità genetica è agnizione. «Aveva rivisto in sé l’antico» (Passeggiata, RR II 937) – una discendenza si riconosce, vuole cioè riconoscersi nell’ antenato-forma: persona-prassi, vettore umano in unda, fallimentare azione scenica del perseguitato, dell’impossibilitato a fare tutto il proprio dovere. Forse anche per questo, e con qualche ragione, nella «sequenza bugiarda» dell’esistere c’è chi insulta l’ex-timoniere: «Vergilio è un coglione: perché Palinuro è una bugìa» (Cognizione, RR I 629, 637).

Come dire. Inutile servirsene per un mito giustificativo, o di rifondanzione negativa della soggettività; con Palinuro non si rifondano, o sfondano, l’individuo, la patria, un terrestre e kantiano regno dei fini. La nave che carduccianamente attinge l’«alto infinito» di un «aldilà teoretico ed etico» popolato dagli «spiriti assenzienti dei padri» (I viaggi, la morte, SGF I 586), o più realisticamente, la triangolazione dei dati dell’esperienza da «prora» rullante ma «pensante» (Meditazione milanese, SVP 860) sono, per quanto metafore, effettivamente suoi discendenti. Come lo sono Gonzalo, navigatore, osservatore di stelle, naufrago (naviga per eludere il giorno, appare al tramonto coi Dioscuri, abita la buia plancia della villa di Longone, affonda nella nevrosi da cui non lo ripesca certo il medico brianzolo); l’antenato e super-padre, pure lui Gonzalo, alto sul flutto, intento a piegare la ruota del timone dal sadico governatorato di terraferma, nella lombarda Néa Keltiké; e l’anti-Gonzalo, ovvero la somma delle generazioni, tutte tragicamente navigatissime:

Oh!, lungo il cammino delle generazioni, la luce!.... che recede, recede.... opaca.... dell’immutato divenire. Ma nei giorni, nelle anime, quale elaborante speranza!.... e l’astratta fede, la pertinace carità. Ogni prassi è un’immagine,.... zendado, impresa, nel vento bandiera.... La luce, la luce recedeva.... e l’impresa chiamava avanti, avanti, i suoi quartati: a voler raggiungere il fuggitivo occidente.... E dolorava il respiro delle generazioni, de semine in semen, di arme in arme. Fino allo incredibile approdo. (Cognizione, RR I 604)

L’aver rivisto in sé l’antico è equivalso, cioè, ad assumere come manifestazione mentale forte, tra le più protagonistiche in repertorio, un’identità debole, pseudoeroica e, soprattutto, pseudocivilizzatrice. Da una variante della navigazione delle genti rimasta tra le battute da interpolare, e invero più pertinente al regno degli avantesti psichici:

Ogni prassi è un’immagine e non perverte dell’immutabile se non quanto la considerazione d’una faccia può pervertire del poliedro. Ma questo splendore parmenideo, questa persistenza, questo essere, è l’oceano: e le bracciate di Palinuro rompono disperatamente il frangente e a lui sublime dalla cresta appare, luce lontana, la inutile riviera gaetana: «prospexi Italiam summa sublimis ab unda». Qui la luce recedeva, recedeva, sulle pampe infinite, opaca, dell’immutato divenire. (Gadda 1987a: 568)

Non è un caso, allora, se, firma presto dimessa, nome fatto solo tre volte e mito latente, Palinuro si manifesta nell’Ultima rimeditazione, testo con cui Gadda si appresta davvero a dar ragione a Kant, facendo «celere epitome» e quasi sbrigativo «riassunto» della conoscenza sofferta nel tempo, ora «aspettazione del distacco», del commiato definitivo (SGF I 1212). Già vaniscono i libri, resistono ancora per poco le forme. Anche Palinuro recede, col resto, col mondo che recede: ridotto a un falso indefinito, pura azione, nell’inutilità dell’azione, minima identità – da cui si distingue appena, con vecchia strategia pronominale e più, forse, per nuovo stato psichico, l’altro indefinito, quello autoriale, il chi originario di tutte le polarizzazioni:

Chi ebbe a portare testimonianza della vita ossia patire la condizione del vivere apprese forse ch’ell’è il retaggio id est la eredità d’un operare passato: altri credette di colmare la paurosa gola dell’onda, nel fortunale, col vigore del proprio nuoto: visse la certezza del proprio agire: il suo romanzo e il suo commiato furono azione o comunque l’espressione di essa. Forse l’ombra, forse il sogno d’un’azione. (1)

University of Edinburgh

Note

1. SGF I 1213. Ultima rimeditazione è del ’66, nel cinquantennale, a voler tener conto degli anni, della firma-sigla di Vicenza. Il nome di Palinuro si era manifestato per la prima volta coll’insulto di Caçoncellos, in Cognizione, ripresentandosi, nel ’46, tra Eurialo e Giuturna – trio inusuale, ma cementato dall’equivalenza slancio fraterno / devozione marinara e dalla celebrazione del magistero poetico virgiliano, «sacerdozio della tenebra» al servizio degli «adempimenti delle ore di luce» di cui poco o nulla capiscono i «piloti di terraferma» (Psicanalisi e letteratura, SGF I 460-61). Il nome, i versi e i casi di Palinuro (ancora Aen. VI 359-60, ossia il «proibitivo peso degli indumenti bagnati» e «l’atto che dagli alpinisti e rocciatori si denomina la presa») si ripresentano un’ultima volta, ufficialmente, nel ’54, tra matematica e prosa, a dimostrazione della potenza dei simboli di entrambe le scienze (SVP 1155).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2019 by Federica G. Pedriali & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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