Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Italiano antico

Luigi Matt

Il fascino della lingua antica ha esercitato la sua influenza su molti scrittori italiani degli ultimi duecent’anni; e non sono pochi i testi otto-novecenteschi in cui la prosa dei primi secoli appare giocosamente contraffatta, come ad esempio nel capitolo della traduzione foscoliana del Sentimental Journey di Sterne, o negli Ammaestramenti a Polidoro, uno dei Trucioli di Camillo Sbarbaro. Nel più celebre dei testi anticheggianti, il brano pseudosecentesco nell’Introduzione dei Promessi Sposi, l’effetto comico veicola una netta presa di distanza dal modello linguistico riprodotto: «All’anonimo viene attribuito e addebitato tutto ciò che Manzoni detesta nella lingua e nello stile». (1)

Curiosamente, Gadda sembra non comprendere le intenzioni di Manzoni, il quale avrebbe addirittura «subìto il fascino […] del barocco storiografico-oratorio» (SGF I 1174). (2) La spiegazione di quello che appare come un evidente travisamento può essere ricercata nel rapporto che Gadda ha sempre avuto nei riguardi di modelli di prosa antica, rapporto che egli sembra proiettare su Manzoni. L’assunzione massiccia di parole, varianti fonomorfologiche o strutture sintattiche proprie dell’italiano arcaico che Gadda mette in opera nelle sue opere fiorentine è infatti una conseguenza diretta della fascinazione che su di lui esercita la prosa antica, e in particolare il fiorentino quattro-cinquecentesco, il serbatoio linguistico dal quale attinge più volentieri quando è in vena di arcaismi. (3) Gadda, più precisamente, è «stato sempre ossesso» da quella prosa, «soluzione irresistibile» (Gadda 1993b: 27) anche se limitatamente ad alcuni generi testuali: la lingua arcaizzante è difatti da lui giudicata inadatta alle opere narrative, ma perfetta per la prosa argomentativa di Eros e Priapo o per quella aforistico-epigrammatica delle Favole.

Ciò che attrae lo scrittore verso un siffatto modello linguistico sembra essere la possibilità di stabilire un rapporto non univoco con la tradizione letteraria. Gadda, in questo modo, riesce a situarsi contemporaneamente al suo interno e al suo esterno, sfruttando con grande acume la particolarissima situazione del fiorentino argenteo, ormai diverso in tanti tratti dalla lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio, ricco al contempo di forme destinate ad essere emarginate dalla codificazione dell’italiano letterario operata da Bembo, e quindi in qualche misura assimilabile paradossalmente ad un dialetto.

Il modello offre, inoltre, al suo interno una notevole quantità di quei «doppioni», o persino «triploni» e «quadruploni», che il «bracconiere di frodo» Gadda ama raccogliere nel suo carniere (Lingua letteraria, SGF I 490); il fiorentino quattro-cinquecentesco è caratterizzato, infatti, da una spiccata tendenza al polimorfismo. L’interpretazione del fiorentino antico come dialetto (per la precisione, il «più formidabile dialetto», Gadda 1993b: 30) è resa inoltre possibile dal fatto che molte delle forme in questione sopravvivono nel vernacolo novecentesco; e dato che anche da quest’ultimo l’autore recupera specifici elementi, ne risulta un impasto linguistico affatto artificiale, privo di agganci con un periodo concreto: un fiorentino pancronico, strumento linguistico perfetto per supportare l’ironia, il sarcasmo e l’invettiva che sostanziano le Favole e Eros e Priapo (testi in cui per di più si registrano frequenti emergenze di istanze coprolaliche e blasfeme). Perché Firenze, insomma, è da sempre la patria dei riboboli beffardi, ed il popolo che la abita «si distingue su tutte le pievi o plebi d’Italia per la turpitudine delle sue quotidiane bestemmie» (SGF II 1056).

L’impiego dei dialetti milanese e romanesco risponde in Gadda all’esigenza di rendere conto nei minimi dettagli, satiricamente e no, di una realtà che si presenta in tutta la sua caotica complessità, come un caleidoscopio. Viceversa, la prosa fiorentina arcaizzante sembra assolvere prevalentemente alla funzione di porre l’autore a una distanza di sicurezza dagli orrori del presente. (4) Non sarà un caso che l’unica opera di ampio respiro prodotta nei modi di tale sperimentazione linguistica sia Eros e Priapo. Proprio nella sua opera più legata alla contingenza storica, d’altronde, Gadda infittisce come non mai i richiami ai bei tempi andati, come si vede bene, tra l’altro, ponendo attenzione al numero imponente di citazioni letterarie lì presenti, maggiore che in qualsiasi altro testo gaddiano.

I grandi autori del passato vengono chiamati a nobilitare lo squallido presente in cui l’autore è costretto a vivere, creando una rete di riferimenti colti dentro la quale sentirsi protetti dalle nefandezze di cui si è stati testimoni e che ci si ripropone di raccontare e commentare. Nel momento in cui la materia della trattazione tocca le massime bassezze dell’animo umano, Gadda sente cioè l’esigenza di richiamare alla memoria le splendide opere letterarie di alcuni dei suoi autori preferiti. Virgilio e Orazio, Tacito e Svetonio, Dante e «el famoso Ariosto» (SGF II 335), Shakespeare e «Cervantes, il più grande degli inventori europei», insieme a decine di altri, sono allora convocati a testimoniare delle grandezze di cui, un tempo, era capace l’ingegno umano.

Università di Sassari

Note

1. G. Nencioni, La lingua di Manzoni (Bologna: Il Mulino, 1993), 227.

2. Il passo in questione non è sfuggito a Roscioni 1995a: 199, secondo il quale il giudizio gaddiano «ci lascia perplessi».

3. Per l’analisi dei tratti del fiorentino argenteo ripresi da Gadda cfr. Vela 1994 e Matt 1998.

4. In Tendo al mio fine, il primo testo gaddiano costruito su movenze arcaizzanti, la soluzione linguistica servirà a trattare con distacco le proprie scelte di poetica, e sarà legata, più in generale, allo sguardo ironico e disincantato, cosciente della vanità della vita umana e del ruolo stesso di scrittore, che Gadda posa su tutte le cose.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2020 by Luigi Matt & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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