Lingua letteraria e lingua dell’uso

A mio avviso, può, chi scrive, discettare con una tal quale curiosità, se pure con incerto profitto, intorno ai problemi dell’idioma: è bene che la materia dell’arte sia conosciuta e analizzata (oltreché tentata, sperimentata) da chi se ne vale ad esprimersi. Il legno dal falegname, la lega ferrosa dal siderurgista.

Nego, in ogni modo, che la materia dell’arte sia cosa trascurabile: e che l’espressione, le più volte, pervenga a costituire verità e bellezza per sé, identica soltanto a se stessa, prescindendo l’artefice dalla materia. Opino tuttavia che il profitto normativo di uno studio estrinseco (dei problemi idiomatici) non sarà grande, ai fini delle opere, per questo: le facoltà che dall’arte si esercitano sulla propria materia sono piuttosto istintive e i mezzi e i processi alquanto surgivi e reconditi, piuttosto che non razionali o dialettici o apertamente raddrizzabili con manifestata ortopedia. Una felice espressione o dizione (in senso lato, p.e. un capitolo di storiografia) si raggiunge, a quanto sembra, più veramente lungo i misteriosi cammini di una sintesi inconscia, che non per grammaticali o lessicologiche deliberazioni. Certe inimitabili pagine del Cellini, che cozzano a piene corna, stupendamente, contro ogni preventivo. Non è per filologicale senatoconsulto che possono venir fatti al poeta i due versi

Questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante.

Non tanto il dibattito estetico o filologico (in senso stretto) può venirci al soccorso, quanto un amoroso praticare l’idioma, per lettura e per discorso: e per esercizio d’inchiostri. Sì, esercizio. E mandare molti versi a memoria, il Dante, poi, non parliamone.

Ciò posto, mi richiamo (da dilettante, da praticone, da treccone) ai problemi sfiorati o dibattuti nella perspicua nota di Bruno Migliorini, ai quali han già portato i contributi della loro analisi e della loro scienza studiosi come Giacomo Devoto e Gianfranco Contini.

è ovvio, per me, che la lingua d’uso non può tener da sola il campo della umana conversazione. Bello, bello da rimanerci, è udire il mi’ lattaio fiorentino a discorrere: e talora lo sto ad ascoltare incantato: e mi dico: «impara, impara, o ciuco». Ma una nazione non può ridursi al brio ancheggiante delle sue fanti chiantine, o all’estasi delle madonnine di Valdarno: per quanto vividamente, stupendamente, o miracolosamente parlanti. Nemmeno può ridursi agli stenti iperborei di certi suoi lucumoni o druidi, che asineggiano sopra scolaresche di zucche.

è superstizione romantica (pervenutaci dal romanticismo) il darci a credere che la lingua nasca o debba nascere soltanto dal popolo. Nasce dal popolo come nasce anche dai cavalli, che col loro verso ci hanno suggerito il verbo nitrire, e i cani guaiolare e uggiolare. La lingua, specchio del totale essere, e del totale pensiero, viene da una cospirazione di forze, intellettive o spontanee, razionali o istintive, che promanano da tutta la universa vita della società, e dai generali e talora urgenti e angosciosi moti e interessi della società. Può darsi che il monello di porta a Pisa l’abbi più pronta la botta in cima della lingua: non per questo dovremo tappar la bocca ad Antonio Rosmini. È più facile notare un descensus dalla lingua colta all’uso, che non il processo inverso.

I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni, sebbene il Re Cattolico non li abbia ancora monetati: e tutti i sinonimi, usati nelle loro variegate accezioni e sfumature, d’uso corrente, o d’uso raro rarissimo. Sicché dò palla nera alla proposta del sommo e venerato Alessandro, che vorrebbe nientedimeno potare, ecc. ecc.: per unificare e codificare: «d’entro le leggi, trassi il troppo e ’l vano». Non esistono il troppo né il vano per una lingua.

Le variazioni lessicali (sinonimi) e le varianti ortoepiche (riescire e riuscire; adacquare e dacquare, in aferesi) mi vengono buone secondo collocazione per varare al meglio o per varare all’ottimo la clausola prosodica. Fra l’altro. Così al vetturino e al cavallante vengon buoni i dimolti fagotti e baligie di vario formato, onde riesce a inzeppare lo spazio del bagagliaio, a colmare i suoi vuoti. L’Omero è pieno di zeppe monosillabiche, se non esclusivamente ascritte a ragioni di misura. E in lingua nostra, che la parola si può stirare, contrarre e metastatare (palude, padule: femminile e maschile) secondo libidine, come la fusse una pasticca tra i denti, ecco qua: si potrebb’essere Omero senza le zeppe. Dò palla bianca a una collazione e a un uso ragionevole di tutte le varianti ortoepiche: non voglio mollare né palude né padule, né il femminile né il maschile: e mi riserbo di usare d’entrambe le forme (lessicali).

Che lingua letteraria e lingua d’uso si scostino di qualche poco, e talora d’una pertica buona, poco mi ci struggo: ma davvero: e non sarà la fin del mondo. Anche le gonne d’una marchesa diversificano a chiare note da quelle della Marianna, pur essendo catalogabili entro i termini dell’idea «gonne» le une e le altre.

Il Migliorini, con gli esempi «discrezionale», «cambiario», «coalizione», e con le note storiche relative (pag. 224), accenna al fatto per cui un vocabolo di mencia statura o di origine barbara piovuto appena tra i galantuomini, poco di poi si affaccia per una finestruola della locanda al gran Foro della lingua. Indi siffatti meteci ottengono cittadinanza: e si insinuano come scherzare nella lista dei padri e coscritti. Qui dovrebbe valere il criterio: se insostituibili, si accolgano, vincendo la ripugnanza: se c’è già il corrispettivo paesano, si respingano. Ma in pratica un tal criterio non vale, o non arriva a poter sempre valere. Ritrovalo tu, codesto caro paesano, che si nasconde col suo vincastro e le pecora in cima alla montagna del Casentino. Io sto per essere deversato dal mio tram in via Tommaso Grossi. Arrivederci domani.

E certi, strapazzoni, allora, ti camuffano lo straniero, o il gobbo dal piè di cavallo: lì per lì: te lo rivestono da italiota aborigenato, alla meno peggio, e con un buon calcio di dietro te lo sparano giù, dalla sua locanda, nel fondaco matto delle bellurie e della disinvoltura cittadina. Ne nasce quella tipica lingua da parrucchiere per signore, a cui tutti dovremmo abbrancarci disperatamente, come a un salvagente, per non essere sommersi dal flutto. Dal mare dell’anticaglia e dello stile togato.

Talora il vocabolo è caduto in desuetudine in questa soltanto, o in quell’altra parte del bel Paese: che Appennino parte, ohimè, e non mai cosa duramente lo parte come in fatto di partiture lessicali. O presso una categoria di persone, non presso un’altra. Certo è che l’ultima delle sguattere d’una trattoria pistoiese parla un meglio italiano che non la prima delle marchese di porta Ticinese.

Con tutto ciò, il popolo non deve essere idolatrato: e nemmeno la lingua del popolo. Amato sì. E ammirato e seguito là dov’e’ ci assegna la misura, la bellezza, la grazia, la esattezza, la puntuale esattezza! la forza: il che avviene, ahi noi!, dimolto ma dimolto più spesso uno scrittore tronfio non creda. Altrove, non può il popolo, e nemmeno il toscano, fornirci lume del suo, dato che la intrinseca ragione e direi il meccanismo del pensiero, fatto, o da farsi, è al di là della sua cognitiva, sopravvanza l’avventato e l’improvvido, e richiede una disciplina allungata e pertinace, un corso di perfezionamento, di hautes études.

Devo rimandare ad altra sede alcuni appunti sulle questioni laterali: 1) Vita storica del vocabolo e del modo espressivo. Impossibilità di astrarre da un riferimento storico della lingua parlata e scritta. 2) I dialetti. Il diritto di alcuni modi più ricchi, o più vigorosi, de’ dialetti stessi… a entrare nell’elenco dei padri e coscritti. Dò palla bianca ai meteci e inserisco in una mia prosa il ligure galuppare (per sciroppare, francese bouffer) e il romanesco gargarozzo. Giungo persino a fare qualche scandalosa concessione alle due grandi lingue sorelle, francese e spagnola. 3) La lingua scritta (il Devoto giustamente vi insiste) dà tempo e modo per architettarla e forbirla (polirla, direbbe Gabriele): non così quattro battute spicce licenziate in qualche modo davanti il treno che parte. 4) L’uso specioso che talora si fa della lingua e della sua sintassi in poesia, l’accezione «spastica» della parola, suggerita da Orazio nell’arte poetica e praticata da tutte le scuole un po’, fino ai dì nostri. 5) Il vario stato culturale e l’indole e la disposizione de’ parlanti comporta varie gradazioni di colore, toni specifici, toni preferenziali nella scelta istintiva del vocabolo, nella pratica del linguaggio.

Sono d’accordo con Migliorini sullo schema di pag. 226 (zone di soprapposizione e zone di esclusiva delle «diverse» lingue). Per mia parte, bracconiere di frodo, voglio libera la bandita in tutte quante le zone, secondo opportunità. Circa gli apporti espressivi delle tecniche ebbi a scrivere molt’anni fa in «Solaria», e dirò in altra sede. Avvezzano lo scrivente a una particolare disciplina della notazione (giure, scienze fisiche, scienze mediche, storiografia, ecc.) e immettono nel gran fiume della lingua da un lato il frasario gergale de’ pratici, che a poco a poco si deposita in una moda normativa, di largo uso: dall’altro il frasario di lontana o rinnovata discendenza illustre, che coglie l’etimo alla sua viva (per quanto illustre) ed antica radice: italiana classica, latina, greca e neo-greca scientifica. E allora vocabolari speciali, trattatistica, repertori delle arti.

Ogni praticante, ogni maestro ha cooperato a provvedere d’un idioma la società delle anime. Ogni sommo lucumone dell’idioma potrebbe chiedere al corpo vivo della sua gente di aprirgli le anime: «da mihi animas, coetera tolle». Così la Bestia raggiunge la dignità di un linguaggio.

I filosofi, i giuristi, hanno definito concetti e creato vocaboli, usando a volta in particolare accezione i vocaboli del comune discorso. Noi non possiamo ripudiare il suggerimento e il soccorso de’ maggiori, i doni e gli apporti. Valga dunque Aristotele come Ulpiano, ognuno pel suo.

Un altro ordine d’osservazioni: e mi avvicino alla chiusura. Non sempre si parla o si scrive dassenno, e talora benanco, la Dio mercé, tu dimetti la tua grinta categorizzante per una gentile bautta, o per un testone col naso peperonato. L’umore, l’allegrezza, la stizza, l’imbroglio, la menzogna, la frode, movono gli omini ad abusare della lingua e della penna: abuso morale, ma pieno uso idiomatico. D’altro lato, i peccatori e i pupilli finirono per istuccarsi con l’andar dei secoli di certe bugie o tiritere de’ precettori e de’ maestri: e vi furon genti e persone individue che seppero benissimo irridere alle fole con il linguaggio delle fole medesime. Altri vollero semplicemente ridere. Figurano, tra questi, gli scrittori satirici, i comici, i maccheronici, i «licenziosi». Allora le filosofie lunghe, le troppo dilatate teologie si sentono rifare il verso in teatro: e così l’epos pallonaro, o l’umanità o la sofistica buggerona.

Rifare il verso! quali sottili misure si dimandano per una cotanta operazione! Dire dassenno le proprie magre opinioni sulla piantatura del rabarbaro può essere pratica d’ordinario mestiere. Ma lavorare ai sottili e congegnati equilibri cervantini vi par sapienza di nulla? Ora in codesti giochi e burle ch’io dico, la lingua illustre è talora adibita a predisporre l’orditura medesima della burla. È il valido liccio di fondo a cui si appoggerà l’opera: dico il disegno del simulare, o del mordere.

La lingua dell’uso piccolo-borghese, puntuale, miseramente apodittica, stenta, scolorata, tetra, eguale, come piccoletto grembiule casalingo da rigovernare le stoviglie, va bene, concedo, è lei pure una lingua: un «modo» dell’essere. Ma non può doventare la legge, l’unica legge. Ripudio un tale obbligo e una siffatta legge, quando è dettata dall’ortodossia degli inesperti o dei malati di pauperismo.

Può darsi che la manìa dell’ordine astringa taluni a potare la pianta di tutte le rame capricciose della liberalità e del lusso. Dichiaro, per altro, di non appartenere ad alcuna confraternita potativa. La mia penna è al servizio della mia anima, e non è fante o domestica alla signora Cesira e al signor Zebedia, che vogliono suggere dal loro breviario «la lingua dell’uso», del loro uso di pitta-unghie o di fabbricanti di bretelle.

Le genti le dimandano con ogni ragione delle buone e intelligibili scritture: legittima cosa, che il fratello attenda dal fratello una parola fraterna. Ma questa prepotenza del voler canonizzare l’uso-Cesira scopre di troppo il desiderio, e quasi l’intento, della Cesira medesima: il desiderio d’aver tutti inginocchiati al livello della sua zucca.

1942

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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