Gadda e gli antichi

Emanuele Narducci

Per quanto ovviamente dilettantesco, l’interesse di un latinista di professione per l’opera di Gadda ha buone giustificazioni. Nella prima metà del Novecento il fermento della cultura classica nella letteratura, per quanto indebolito rispetto ai secoli precedenti, è stato pur sempre diffuso ed efficace; ma quello di Carlo Emilio Gadda costituisce in qualche modo un caso a sé, ed egli può ben essere definito uno degli ultimi scrittori italiani nella cui elaborazione letteraria gli autori greci e latini conservano un’importanza più che consistente. Il riflesso degli antichi lampeggia continuamente nella sua opera, dal nazionalismo giovanile alla denuncia dei miti velenosi del fascismo. L’amore per i classici, al pari di un’attenzione non superficiale per le problematiche filologiche, accompagnò Gadda per tutta la vita, e lo portò, tra l’altro, a comprendere e apprezzare la poliedrica personalità intellettuale del maggiore filologo italiano (e non solo italiano) del Novecento, Giorgio Pasquali, che ebbe modo di conoscere e frequentare negli anni fiorentini, probabilmente grazie a Gianfranco Contini. Perciò l’indagine sul ruolo dei classici nell’esperienza intellettuale di Gadda può rivelarsi come un viaggio ricco di sorprese attraverso le idealità, i turbamenti e le idiosincrasie dello scrittore: viaggio che ho compiuto con La gallina Cicerone, di cui qui ripercorro la tappe principali. (1)

Ancora nella vecchiaia Gadda ricordava con rimpianto e risentimento come la madre Adele gli avesse imposto, dopo la prima liceo classico, di optare per la matematica invece che per il greco (secondo quella che era la normativa allora vigente), e successivamente lo avesse costretto, all’Università, a rinunciare agli studi umanistici, indirizzandolo invece alla più remunerativa professione di ingegnere (Gadda 1993b: 163; Roscioni 1997: 95). Eppure i primi rudimenti di latino Gadda li aveva ricevuti, già quando frequentava le elementari, proprio dalla madre, la quale, prima di sposarsi, aveva pubblicato una più che dignitosa ricerca sulla storia del periodo immediatamente successivo all’uccisione di Cesare. Al Liceo Parini di Milano il futuro scrittore ebbe inoltre la fortuna di poter consolidare le basi linguistiche e sintattiche grazie a un insegnante d’eccezione, Raffaelle Carrozzari, che si cimentava con il Pascoli ad Amsterdam nelle gare di poesia latina. Sempre al liceo nacque la vera e propria passione di Gadda per l’architettura logica e sintattica del periodo latino, che egli diceva avere contribuito anche alla formazione della sua mentalità di ingegnere. Lo studio del latino proseguì poi negli anni in cui Gadda, già laureato in ingegneria, aveva in progetto di prendere una seconda laurea in filosofia; a Milano egli poté seguire i corsi di un filologo insigne come Remigio Sabbadini (del programma faceva parte il de officiis di Cicerone, che diverrà oggetto, come vedremo brevemente, della satira del racconto San Giorgio in casa Brocchi). (2)

Gli autori antichi presenti nella elaborazione letteraria di Gadda sono in massima parte proprio quelli letti a scuola e negli studi universitari; le citazioni, spesso a memoria, e sovente imprecise, sembrano in più di un caso tradire letture ormai lontane nel tempo, e tuttavia tenacemente persistenti nel ricordo. Ciò che maggiormente colpisce, per i singoli diversi autori, è la presenza ripetuta, e quasi ossessiva, di alcuni determinati passi.

Pochi gli scrittori greci, tra i quali spicca Omero, visto, più che come il narratore di cruente battaglie, come il cantore dei vinti troiani (tra gli episodi più spesso rievocati vi è quello dell’incontro tra Ettore e Andromaca alle porte Scee, cfr. Narducci 2003: 69), in un’ottica che, alquanto curiosamente per Gadda, sembra largamente ispirata dai Sepolcri di Ugo Foscolo. In una prospettiva molto simile Gadda affronta anche la lettura dell’Eneide di Virgilio, poeta che egli sembra avere sentito particolarmente consono al proprio senso tragico della vita, e che non di rado celebra per l’intensità del sentimento della pietas e della compartecipazione alla sorte degli sconfitti. Tutto ciò, ovviamente, non è senza rapporti con l’esperienza di Gadda negli anni della guerra e della prigionia, e con la compassione che egli talora dimostra, dopo la loro sconfitta, verso i tedeschi contro i quali aveva combattuto. Vedremo tuttavia che altri autori latini (come Cesare, Livio, l’Orazio delle odi politiche) alimentano talvolta in Gadda – in una comprensibile e ambivalente dialettica – il sentimento opposto, quello cioè dell’orgoglio nazionalistico nei confronti del nemico germanico.

Ma i versi di Virgilio che più profondamente si sono impressi nella memoria e nella personalità di Gadda sono quelli del finale della IV bucolica  («colui al quale i genitori non hanno sorriso, né un dio mai lo ha degnato della sua mensa, né una dea del suo letto»): di essi lo scrittore si è servito più di una volta (sia in scritti saggistici, sia, per esempio, nella Cognizione del dolore) come di una sorta di epigrafe apposta alle rievocazioni dell’infelicità della propria infanzia, segnata dal «diniego oltraggioso» che egli sentiva essergli stato opposto dai genitori, dalla madre in particolare. La chiusa dell’ecloga IV gioca un ruolo centrale anche nelle riflessioni di Gadda a proposito delle teorie psicologiche di Freud sulla formazione della personalità. Del 1946 è lo scritto Psicanalisi e letteratura, nel quale Gadda svolge una polemica violentemente satirica nei confronti dell’ostracizzazione decretata alle teorie psicanalitiche dalla cultura di orientamento idealistico, e fatta propria dal fascismo (SGF I 455 sgg). In questo scritto egli conferisce ai versi di Virgilio una generale validità umana che trascende le sue esperienze puramente personali: essi forniscono lo spunto per un ripensamento dell’autobiografia, e delle sofferenze dell’infanzia, nel quadro di una lettura freudiana dei rapporti tra genitori e figli.

La personalità che, fra gli antichi, riscuote da parte di Gadda la maggiore ammirazione, non solo come scrittore, è però senza dubbio Giulio Cesare. Era stata sempre la madre a trasmettergli l’immagine, in ultima analisi risalente alla interpretazione di Theodor Mommsen, di Cesare come uomo di stato lungimirante, strumento e artefice del destino di Roma; come modello della capacità di dominare e modificare la realtà esistente attraverso la volontà ferrea e la lucidità del pensiero. Questa immagine verrà rinsaldata dall’esperienza degli anni di guerra, in cui Cesare spesso si presenterà a Gadda come il comandante capace di portare il suo esercito alla vittoria, cioè come l’opposto dei generali inetti cui egli attribuiva la maggiore responsabilità della disfatta di Caporetto. Per decenni Gadda continuerà a rievocare, nelle sue pagine, l’episodio, narrato nel libro I del de bello Gallico, della vergognosa ritirata alla quale Cesare costringe le orde germaniche di Ariovisto, inizialmente fonte di vero e proprio terrore per i soldati romani. Si capisce che le più ampie e significative tra queste rievocazioni si addensino negli scritti in cui maggiormente si ripercuote l’esperienza della guerra mondiale (per esempio nel Castello di Udine): le «virtù germaniche» di cui Ariovisto fa inutilmente gran pompa, sono le stesse dei tedeschi contro i quali Gadda aveva combattuto. Va osservato che nel 1934, pubblicando in volume il Castello di Udine, Gadda appose alla celebrazione di Cesare una nota in cui, in maniera lievemente velata, rivendicava l’anteriorità e la superiore autenticità della sua interpretazione del personaggio rispetto a quella che il fascismo aveva preso a diffondere per ragioni propagandistiche. (3)

D’altra parte Gadda, con la sua formazione di ingegnere, nutriva per Cesare anche un’ammirazione di tipo più squisitamente professionale: non è raro vedere celebrate, nei suoi scritti, le opere di ingegneria militare descritte con precisione nella prosa tersa e limpida dei commentarii. Le vittorie militari e politiche di Cesare derivano, agli occhi di Gadda, da un saldo dominio intellettuale sulla realtà, nei suoi diversi aspetti.

Con l’esperienza della guerra sono connesse in buona parte anche le reminiscenze e le citazioni da Tito Livio e da Orazio che affiorano con frequenza dalla scrittura di Gadda. Di Livio è rievocata soprattutto la narrazione della resistenza dei romani all’invasione cartaginese, culminata nella vittoria su Asdrubale, al Metauro; e sempre l’episodio del Metauro è al centro di una delle odi di Orazio (IV 4) più care a Gadda, il quale in generale dimostra, per il valore letterario della lirica «civile» del poeta latino, un apprezzamento altissimo, al tempo comprensibile, ma significativamente ridimensionato dalla critica della seconda metà del Novecento. È tuttavia il caso di precisare che l’ammirazione di Gadda per l’Orazio «civile» (al pari di quella per Cesare) è assai anteriore alla divulgazione del culto fascista della romanità, e da essa, in linea di principio, va tenuta distinta.

E va anche aggiunto che l’ammirazione non si estende all’esortazione al matrimonio e alla procreazione che Orazio rivolge ai suoi concittadini nel carmen saeculare, obbedendo agli intenti della politica di Augusto sulla famiglia. Più volte Gadda, scapolo impenitente, ostenta con asprezza il proprio fastidio nei confronti di tematiche oraziane delle quali il fascismo si era rapidamente appropriato per conferire una patina nobilitante alla campagna in favore dell’incremento demografico. L’anticonformismo di Gadda si rivela a partire, prima che dalle scelte politiche, da quelle della vita personale. Ancora in uno scritto del 1966 lo scrittore farà in larga parte dipendere la tragicità della vicenda narrata nel Pasticciaccio dalla tradizione che, in Italia, fa avvertire come una colpa, o come un’onta, la mancanza di figli: una tradizione della quale proprio il carmen saeculare è eletto ad archetipo e manifesto (SGF I 1214).

Non vi è però, in Gadda, solo l’Orazio civile; anzi, è ben noto come il Venosino fosse, tra tutti gli scrittori antichi, quello con il quale Gadda vantava la maggiore confidenza (ugualmente nota è una polemica a proposito di Orazio con il classicista Ugo Enrico Paoli e il traduttore Enzio Cetrangolo). Perciò nell’esperienza letteraria di Gadda un peso non trascurabile ha avuto anche l’Orazio delle meditazioni più intime, della riflessione sul tempo e la morte, che è quello maggiormente apprezzato dalla critica contemporanea. Una panoramica, anche sommaria, di queste presenze ci porterebbe troppo lontano, così come troppo lontano ci porterebbe soffermarci sulle riprese dalle satire e dalle epistole, comunque meno numerose di quanto ci si potrebbe attendere. Mi limito a ricordare che alcuni versi della cosiddetta «ode del Soratte» (I 9), in cui Orazio  ha espresso mirabilmente il senso della precarietà del tempo, alimentano più di una volta le riflessioni di poetica di Gadda, a partire dal Racconto italiano (SVP 476 sg.); e che della stessa ode ricorre con frequenza la rievocazione degli appuntamenti serali degli innamorati; mentre quasi con altrettanta frequenza vengono ripresi da Gadda i versi conclusivi del carme di commiato del libro II delle odi, in cui il poeta auspica per sé funerali senza lamenti e inutili fasti: «dalle mie inani esequie siano lontane le funebri nenie, i pianti che sfigurano, e le lamentazioni; vieta le grida, e lascia da parte le superflue onoranze del sepolcro».

Il tono delle riprese gaddiane di questo passo è per lo più quello della dolente meditazione; ma in un passo della Cognizione il tono è invece di amaro sarcasmo, e i versi di Orazio sono usati a mo’ di commento della soddisfazione di Gonzalo nel prefigurarsi la frustrazione della speranza del Municipio di riscuotere la tassa sulle sue esequie (RR I 730). Ciò può invitare a considerazioni più generali: abbastanza spesso Gadda, in contesti diversi, gioca su registri diversi le sue riprese dagli scrittori antichi. Non sarebbe difficile moltiplicare gli esempi. Per brevità, mi limito a ricordare che in un altro passo della Cognizione, come ha mostrato Aldo Pecoraro, la reminiscenza del racconto liviano della battaglia del Metauro perde la consueta solennità: il noto episodio della decapitazione di Asdrubale è evocato in forma di commento comicamente iperbolico alle ferite «sotto il mento» che Gonzalo si procura nel farsi la barba (RR I 595; Pecoraro 1996: 70)

Un’altra importante presenza è quella di Catullo; numerose e significative, come è ovvio aspettarsi per evidenti ragioni autobiografiche, le menzioni dei componimenti in cui il poeta latino lamenta la morte prematura del fratello; nonostante la dichiarata consonanza con questo versante disperato della poetica di Catullo, Gadda mostra una spiccatissima sensibilità anche per gli aspetti comici e satirici della sua poesia: per esempio, una trasparente allusione al Catullo satirico, attraverso la menzione della villula esposta ai «monsoni delle ipoteche», compare nelle prime pagine della Cognizione (RR I 584); ed è evidente, in particolare, la simpatia per il ricorso esplicito, da parte di Catullo, a elementi del linguaggio osceno. Questa attenzione si spiega bene con la personale predilezione di Gadda per una scrittura capace di spaziare, senza censure di sorta, tra tutti i diversi livelli del lessico e dello stile; ed è perfettamente coerente con il fastidio verso il decoro e il perbenismo linguistico che Gadda, ancora negli anni del fascismo, aveva già espresso a proposito del vocabolario latino in corso di elaborazione presso l’Istituto di Studi Romani: in questo testo, ora raccolto in Saggi Giornali Favole, era presente l’invito a non operare esclusioni nei confronti del lessico di autori come Plauto, Catullo, Petronio, Marziale o Giovenale. Si capisce la scarsissima sintonia di Gadda con le traduzioni catulliane di Salvatore Quasimodo, criticate, in una recensione del 1945, per avere disteso una patina di uniforme grazia sulle asperità del linguaggio catulliano, «addomesticando il nembo a uno zéfiro» (SGF I 899 sgg.).

Accanto a Tito Livio, Tacito è un altro grande storico latino che ha interessato Gadda in maniera non superficiale, soprattutto nella seconda parte della sua vita; egli lo associa talora a Svetonio in quanto pittore dei costumi e dei vizi della Roma imperiale. Nel 1957 Gadda si servirà di un testo famosissimo di Tacito per rendere ragione dell’atmosfera plumbea del periodo che vide la gestazione del Pasticciaccio; rivolgendosi ai lettori e ai critici del suo romanzo, ne presenta la prima pubblicazione, nel 1946, come l’opera di uno scrittore pervenuto alla vecchiaia nel silenzio, attraverso i vent’anni del dominio fascista; mentre altri (i «sacrificati») erano invece giunti alla morte (SGF I 508). Concetti analoghi ricorrono in un passo di Eros e Priapo (SGF II 225). In ambedue i brani, Gadda rimanda esplicitamente al proemio della Vita di Agricola, in cui Tacito, dopo che Roma è finalmente fuoriuscita dalla tirannide di Domiziano, rivendica la dignità del silenzio che egli per moltissimi anni ha saputo mantenere sotto il dispotismo: contemporaneamente Tacito ammette che la sua scelta è stata diversa da quella di coloro che avevano accettato di pagare con la vita il rischio di un’opposizione aperta, e denuncia con parole sofferte l’umiliante senso di frustrazione provato per buona parte della propria esistenza. È del tutto evidente che Gadda, non senza qualche senso di colpa nei confronti dei «sacrificati», sta cercando nello storico latino una sorta di giustificazione del proprio atteggiamento nei confronti del fascismo.

Per ultimo ho lasciato, in questa panoramica a volo d’uccello, Cicerone; ma è il caso di dire last but not least. Alle origini della mia indagine su Gadda e gli antichi vi è stata proprio la maniera in cui il personaggio di Cicerone è presentato nel San Giorgio in casa Brocchi; in questo racconto l’autore del de officiis – l’opera verso la quale si appunta la satira di Gadda – è un moralista alquanto paludato, e sostanzialmente filisteo, il quale detta le regole e i precetti di un contegno appropriato e rispettoso del bon ton, del decoro, della costumatezza e della generale circospezione che governano i rapporti interpersonali tra i membri dei cosiddetti ceti bene educati. Bersaglio della dissacrazione è, insieme a Cicerone, anche la maniera in cui il suo trattato etico-politico è stato recepito e riutilizzato – a fini sia di edificazione morale, sia di stilizzazione dei comportamenti – nella tradizione educativa europea, e specialmente in quella italiana tra Otto- e Novecento. In passato mi sono a lungo occupato del de officiis, e in particolare, per esempio, del galateo ciceroniano, dei precetti sul pudore fisico e linguistico, sull’abbigliamento, sul contegno e sulla maniera di conversare; e sono stato lietamente sorpreso di notare come la satira del San Giorgio, pur nella parzialità e nella tendenziosità evidentissime, colga assai felicemente alcune delle caratteristiche fondamentali della proposta etica dell’ultimo Cicerone.

è per questo che mi è venuta la curiosità di ricostruire lo sfondo culturale e intellettuale sul quale si colloca l’interpretazione di Cicerone delineata nel San Giorgio.

Alle esperienze personali di Gadda negli anni della scuola sembra rimandare l’avversione per il vuoto formalismo di una pedagogia perbenistica, convenzionale e autoritaria, della quale è eletta a emblema la stilizzazione del comportamento delineata nel de officiis; ugualmente importante è tuttavia la reazione al clima intellettuale del periodo in cui Gadda scriveva il suo racconto. L’anno della composizione, il 1930, è lo stesso in cui, tra grandi strombazzamenti propagandistici, veniva celebrato il Bimillenario Virgiliano. La definizione che uno dei personaggi più ridicoli del racconto, il professor Frugoni, dà del de officiis come «grande etica della Latinità» e «credo sublime dei dominatori del mondo» trova parecchi confronti nei libri dell’epoca, e si lascia facilmente inquadrare nel contesto di quella retorica della romanità che, dopo avere conosciuto una certa fortuna già col nazionalismo e l’espansione coloniale, in seguito all’avvento del fascismo stava rapidamente acquistando nuova virulenza. Verso questa retorica Gadda – che pure, sotto la spinta del nazionalismo giovanile, aveva aderito al fascismo fino dal 1921, e da esso si distaccò solo con lentezza – sembra mostrare un fastidio più o meno coperto.

La scarsissima sintonia di Gadda con il de officiis si spiega, d’altra parte, anche con la sconfinata ammirazione dello scrittore per la personalità di Giulio Cesare; mentre il de officiis, scritto dopo l’uccisione del dittatore, è l’opera di Cicerone in cui più violenta è la polemica anticesariana: Cesare vi è rappresentato come nient’altro che un despota sanguinario.

Naturalmente la svalutazione dell’Arpinate era al tempo abbastanza corrente, almeno a partire da Mommsen, nella cui Storia di Roma la grandiosa e lungimirante ampiezza di vedute di Cesare si contrapponeva alla meschinità dell’egoismo oligarchico di Cicerone, presentato come l’avvocato buono per tutte le cause, e sostanzialmente privo, anche nell’attività politica, di veri princìpi e di ideali saldi; e anche la produzione retorica e filosofica veniva degradata a compilazione frettolosa e approssimativa.

Si può tuttavia dimostrare in modo praticamente certo che la fonte principale della quale Gadda si è servito per delineare la sua immagine di Cicerone è costituita dalla Grandezza e Decadenza di Roma di Guglielmo Ferrero, uno storico e poligrafo oggi quasi del tutto dimenticato, ma che all’epoca godeva di successo presso un vasto pubblico internazionale (Narducci 2003: 42 sgg.). L’opera di Ferrero, pubblicata tra il 1902 e il 1907, già lasciava spazio a una presentazione ampiamente satirica di questo periodo della vita dell’Arpinate (senza però concordare con Mommsen a proposito dell’interpretazione generale della sua figura, né, tantomeno, di quella di Cesare).

Dal catalogo della biblioteca di Gadda curato da Cortellessa e Patrizi, che viene presentato in questo stesso convegno, si ricava l’indicazione di una lettura attentissima della copia dell’opera di Ferrero, che mostra annotazioni autografe e pieghe in funzione di segnalibro. Sono presenti, nelle pagine di Ferrero, diversi degli ingredienti che contribuiranno alla graffiante efficacia del testo gaddiano: per esempio l’insistenza sui bagni e la vita di spiaggia sulla riviera napoletana cui si dedicano, o invano vorrebbero dedicarsi, gli austeri conservatori della morente repubblica, mondanamente accompagnandosi ai capi cesariani; la capricciosità e la volubilità senile di Cicerone; il groviglio dei debiti in cui, al pari di molti dei suoi amici, egli si trova impigliato. Servendosi come canovaccio di un intertesto già ampiamente connotato in senso comico-satirico, Gadda ha compiuto un esercizio notevolissimo di riscrittura e condensazione espressiva, eliminando ogni eccesso di pinguedine; creando un pezzo di nervosa sveltezza, che si incunea agilmente nella trama della novella, a costituire il fondale storico delle ossessioni perbenistiche dei Brocchi.

Ad allontanare Gadda da Cicerone contribuiva in buona parte anche l’avversione per il decoro classicistico della lingua. Ancora nel 1961, rispondendo a un questionario sulla lingua italiana, Gadda si sarebbe servito dell’esempio del de officiis per sottolineare la distanza del proprio gusto dalla «lingua unica, solenne, pulita, imparruccata e togata delle persone molto serie, delle persone molto molto per bene» (SGF I 1191). Le preferenze ciceroniane in fatto di stile appaiono a Gadda condizionate in profondità dalla pruderie linguistica e dal gusto per una decorosa uniformità; nella sua evidente parzialità un giudizio del genere sacrifica la varietà e tutto quanto di anomalo vi è nella prosa ciceroniana; ciò nonostante, esso può apparire – almeno sulla base di una lettura incentrata sul de officiis – tutt’altro che privo di fondamento: al suo vir bonus Cicerone affida in effetti il compito di sfumare e levigare ogni comportamento, in modo da fare emergere alla superficie l’immagine di un animo sempre uniforme; una aequabilitas che deve essere perseguita anche nel sermo (cioè nell’intonazione e nell’inflessione della voce, e nello stile della conversazione): il precetto è quello di evitare, insieme ai toni troppo focosi, ogni rustica asprezza, e le scelte lessicali inappropriate. La predilezione per il plurilinguismo, della quale un esempio insigne ci offre il Pasticciaccio, porta Gadda a comprendere, per oppositionem, alcuni aspetti determinanti del concetto della urbanitas linguistica, attraverso il quale il de officiis dava espressione ai gusti delle classi elevate di Roma, e alla maniera in cui esse cercavano di integrare anche i ceti emergenti al proprio stile di vita.

Si capisce così come nel San Giorgio, e anche altrove, Cicerone potesse apparire a Gadda come per niente diverso da una gallina; nel racconto questa irriverente e dissacrante definizione compare sulla bocca del personaggio di un pittore novecentista, un possibile alter ego dello scrittore; proprio con questa definizione ho scelto di intitolare il mio studio, che Federica Pedriali ha voluto cortesemente esporre in questo convegno.

Università di Firenze

Note

1. Per una trattazione più ampia delle problematiche qui accennate, e una bibliografia esauriente, rimando al mio libro La gallina Cicerone. Carlo Emilio Gadda e gli scrittori antichi (Firenze: Olschki, 2003). Altri materiali si potranno trovare nelle voci su diversi scrittori antichi che Federica Pedriali mi ha invitato a redigere per la Pocket Gadda Encyclopedia. Tra gli studi precedenti sulla cultura classica di Gadda hanno particolare rilievo Flores 1964: 381-98; Isella 2001b: 105-15; La Penna 2002: 299-316. Indispensabile, ovviamente, il volume dell’indice dei nomi dell’edizione garzantiana curata da Isella.

2. I dati fondamentali sulla formazione di Gadda si ricavano da Roscioni 1997: passim; per gli studi con Sabbadini, cfr. Lucchini 1994:  242.

3. Cfr. RR I 133. Cfr. Narducci 2003: 76. Resto grato ad Aldo Pecoraro per la spiegazione di questo passo oscuro.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-06-X

© 2004-2019 by Emanuele Narducci & EJGS. First published in EJGS (EJGS 4/2004).
artwork © 2004-2019 by G. & F. Pedriali
framed image: after Henry Fuseli, The Artist in Despair over the Magnitude of Antique Ruins, 1778-80, Kunsthaus, Zürich – with photograph of Adele Lehr with her children superimposed.

The digitisation and editing of this file were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.

All EJGS hyperlinks are the responsibility of the Chair of the Board of Editors.

EJGS is a member of CELJ, The Council of Editors of Learned Journals. EJGS may not be printed, forwarded, or otherwise distributed for any reasons other than personal use.

Dynamically-generated word count for this file is 4013 words, the equivalent of 12 pages in print.