Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Cicerone

Emanuele Narducci

Gadda incontra Cicerone negli studi liceali, e successivamente in quelli universitari per il conseguimento della seconda laurea in filosofia: del programma dell’esame di latino sostenuto con Remigio Sabbadini (uno dei più insigni filologi italiani dell’epoca) faceva parte il de officiis, nell’edizione commentata dallo stesso Sabbadini (Lucchini 1994: 242; Roscioni 1997: 210). L’incontro dello scrittore con il grande Arpinate si trasforma in scontro nel racconto San Giorgio in casa Brocchi, che Gadda elabora nel ’30, e successivamente invia a Solaria.

La novella è costruita secondo una narrazione a cornice – la vicenda principale è quella degli sforzi vani, o vano dovere, dei benpensanti, la perbenista famiglia dei conti Brocchi: proteggere il proprio rampollo, l’adolescente Gigi, dalle prime tentazioni della sessualità. A tal fine, la madre, vedova e dedita a nobili opere di carità, affianca a Gigi un pedagogo, il professor Frugoni – questi dovrebbe educarlo nella sanità morale e nel bel periodare latino attraverso lo studio del de officiis. Gigi è, inoltre, il dedicatario di un trattato di etica per i giovani, composto, sul modello ciceroniano, dallo zio, il conte Agamennone Brocchi, come a dire: un neoclassico ripresentarsi del classico. In questa cornice è abilmente inserito il racconto di secondo grado: una satira graffiante della vita e della personalità di Cicerone al tempo della composizione del de officiis, a partire dallo scomposto tripudio alla notizia dell’uccisione di Cesare.

Figura di benpensante massimo, Cicerone appare nel San Giorgio come un personaggio sostanzialmente ipocrita e meschino, moralista alquanto paludato, e sostanzialmente filisteo, che detta regole e precetti di contegno appropriato, rispettoso del bon ton, del decoro, della costumatezza e della generale circospezione che governano i rapporti interpersonali tra i membri dei cosiddetti ceti bene educati – vero e proprio «re dei benpensanti», come Gadda lo definisce in una lettera a Bonaventura Tecchi nel 7 maggio del ’31 (RR II 1279). E poi padrone di casa esoso con gli inquilini, a sua volta oberato dai debiti, tormentato dai dissapori coniugali della senilità.

Bersaglio della dissacrazione gaddiana è, con Cicerone, anche la maniera in cui il trattato è stato recepito e utilizzato a fini di edificazione morale e di stilizzazione dei comportamenti nella tradizione educativa europea, specie quella italiana tra Otto- e Novecento (lunghissima, dal Medio Evo in poi, la fortuna del de officiis, continuamente riproposto come speculum ai prìncipi e a quanti, nelle classi in ascesa, intendevano accostarsi al loro stile di vita; più e più volte agghindato di commentari amplificativi aggiornati ai dettami della morale cristiana, infinitamente riciclato nella precettistica della vita a corte e nei vari galatei che attraverso i secoli hanno contribuito alla definizione delle costumanze borghesi).

La satira anticiceroniana non è tuttavia limitata al racconto di secondo grado, ma trova efficaci spunti già in quello di primo grado, dove a un certo punto un pittore novecentista, il romano Penella, incontrando ragazzo e precettore per strada, si produce in una serie di battute salacissime contro Cicerone e il de officiis, non esitando a definire l’Arpinate «una gallina piena di idee morali» – importante osservare, a questo proposito, che in una stesura precedente del racconto la parte era sostenuta da un personaggio che portava il nome dell’autore, ed era costui a farsi carico della poco lusinghiera definizione (Pinotti 1994: 254).

L’avversione per l’educazione perbenistico-autoritaria, di cui è eletta a emblema la stilizzazione del comportamento delineata nel de officiis, rimanda certo alle esperienze personali di Gadda negli anni formativi – ugualmente importante, tuttavia, è la reazione al clima intellettuale del periodo in cui Gadda scrive il racconto. L’anno della composizione, il 1930, è lo stesso in cui, tra grandi strombazzamenti propagandistici, veniva celebrato il Bimillenario Virgiliano. La definizione che il ridicolissimo professor Frugoni dà del de officiis («grande etica della Latinità», «credo sublime dei dominatori del mondo») trova parecchi riscontri nei libri dell’epoca, lasciandosi facilmente inquadrare nel contesto di quella retorica della romanità che, dopo avere conosciuto una certa fortuna già col nazionalismo e l’espansione coloniale, stava rapidamente acquistando nuova virulenza in seguito all’avvento del fascismo. Verso questa retorica, Gadda – che pure, sotto la spinta del nazionalismo giovanile, aveva aderito al fascismo fino dal ’21, staccandosene tardi, e solo con lentezza – sembra mostrare un fastidio più o meno coperto.

Ma è forse soprattutto l’ammirazione gaddiana per l’opera e la personalità di Giulio Cesare a spiegare la scarsissima sintonia col de officiis, testo scritto dopo l’uccisione del dittatore, e in cui più violenta è la polemica anticesariana di Cicerone – Cesare vi è rappresentato come un despota sanguinario, ansioso di confische e di proscrizioni per avere di che rimunerare quanti lo avevano sostenuto nel progetto di farsi tiranno di Roma. Tra Otto e Novecento, del resto, la svalutazione dell’Arpinate era abbastanza corrente, almeno a partire da Mommsen, nella cui Storia di Roma la grandiosa e lungimirante ampiezza di vedute di Cesare si contrapponeva alla meschinità dell’egoismo oligarchico di Cicerone, avvocato buono per tutte le cause, sostanzialmente privo, anche nell’attività politica, di veri princìpi – persino la produzione retorica e filosofica era debitamente degradata a compilazione frettolosa e approssimativa.

Gadda avrà potuto assimilare l’interpretazione mommseniana tramite la madre, autrice, in gioventù, di uno studio non disprezzabile sulle vicende di Roma dopo l’uccisione di Cesare. Studi recenti hanno tuttavia permesso di individuare con sicurezza la fonte principale di cui lo scrittore si è servito per delineare il suo Cicerone nel San Giorgio: Grandezza e Decadenza di Roma di Guglielmo Ferrero, pubblicata tra il 1902 e il 1907 – fonte che già lasciava spazio a una presentazione ampiamente satirica di questo periodo della vita dell’Arpinate, senza però concordare con Mommsen sull’ interpretazione generale della sua figura, né tantomeno su quella di Cesare.

Sono presenti, nelle pagine di Ferrero, diversi degli ingredienti che contribuiranno alla graffiante efficacia del testo gaddiano: l’insistenza su bagni e vita di spiaggia della riviera napoletana cui si dedicano, o invano vorrebbero dedicarsi, gli austeri conservatori della morente repubblica, mondanamente accompagnandosi ai capi cesariani; la capricciosità e volubilità senile di Cicerone, il groviglio dei debiti in cui, al pari di molti dei suoi amici, si trova impigliato. Servendosi come canovaccio di un intertesto già ampiamente connotato in senso comico-satirico, Gadda compie cioè un esercizio notevolissimo di riscrittura e condensazione espressiva, eliminando ogni eccesso, creando un pezzo di nervosa sveltezza, che si incunea agilmente nella trama della novella, a costituire il fondale storico delle ossessioni perbenistiche dei Brocchi.

Come invadente elargitore di consigli non richiesti, l’Arpinate ritornerà anche nel testo di una conversazione radiofonica del 1955 (SVP 1163 sg.). Ma ad allontanare Gadda da Cicerone contribuiva in buona parte anche l’avversione per il decoro classicistico della lingua. Ancora nel 1961, rispondendo a un questionario sulla lingua italiana, Gadda si sarebbe servito dell’esempio del de officiis per sottolineare la distanza del proprio gusto dalla «lingua unica, solenne, pulita, imparruccata e togata delle persone molto serie, delle persone molto molto per bene» (SGF I 1191).

Le preferenze ciceroniane in fatto di stile appaiono a Gadda condizionate in profondità dalla pruderie linguistica e dal gusto per una decorosa uniformità. Nella sua evidente parzialità un giudizio simile sacrifica la varietà e le anomalie della prosa ciceroniana – ma è anche vero che, almeno sulla base di una lettura incentrata sul de officiis, appare tutt’altro che privo di fondamento. Al suo vir bonus Cicerone affida, in effetti, il compito di sfumare e levigare ogni comportamento, in modo da fare emergere l’immagine di un animo uniforme: una aequabilitas che deve essere perseguita anche nel sermo, che dovrà evitare ogni rustica asprezza. La predilezione per il plurilinguismo, di cui il Pasticciaccio è esempio insigne, porta dunque Gadda a comprendere, per oppositionem, alcuni aspetti determinanti del concetto della urbanitas linguistica.

Per Gadda Cicerone restava, quindi, una gallina – della quale, come recitava già un brano della Meditazione milanese, i distinguo di Panezio, il filosofo greco modello del de officiis, costituivano il «gioioso becchime» (SVP 713). A questo passo Gadda appone, però, una nota che potrebbe apparire stupefacente:

Gallina in senso duramente filosofico e rispetto ai maggiori, ma uomo colto e interessante sempre e meraviglioso deformatore del pensiero e della prosa, Re dell’anacoluto, Monarca di superbi legamenti e ridecomposizioni.

Al centro di questo giudizio vi è l’idea della deformazione e della ridecomposizione del periodo. E deformazione è termine che, nella Meditazione e altrove, Gadda applica al proprio stile di pensiero e di scrittura, soffermandosi sulle deformazioni semantiche, sintattiche e morfologiche che si realizzano sotto la penna dei veri artisti della parola (Roscioni 19953: passim). A tali artifici ben si presta il periodo gaddiano, dall’orditura sintattica complessa, talora di stampo latineggiante.

Ora, proprio Cicerone, oltre che nella sua pratica di prosatore, anche sul piano teorico (per es. nell’orator) aveva mostrato come una dislocazione delle parole che si allontanasse da quella naturale potesse giovare alla complessiva efficacia artistica della frase. Anche se non direttamente dai testi, queste peculiarità della prosa ciceroniana saranno state note a Gadda attraverso gli studi e gli esercizi di composizione latina degli anni liceali, ai quali era in parte ritornato verso la fine degli anni venti, trovandosi a dover aiutare la sorella Clara nella preparazione di un concorso per le scuole. Non stupisce che Gadda avesse nella sua biblioteca una copia del libro di Giovanni Battista Gandino Lo stile latino mostrato con temi di versione tratti da scrittori italiani del secolo 19., dove grande rilievo era attribuito a quegli aspetti dello stile ciceroniano sui quali ci siamo appena soffermati. Similmente, non sorprende pensare, conclusivamente, che Cicerone per Gadda era, sì, gallina, ma una gallina cui a volte riusciva di fare uova d’oro.

Università di Firenze

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2019 by Emanuele Narducci & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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