Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

D’Annunzio

Antonio Zollino

Il rapporto fra Gadda e D’Annunzio, assolutamente imprescindibile per comprendere a pieno i caratteri della formazione e dell’opera dell’autore lombardo, si pone anzitutto in termini biografici. È recente la scoperta presso gli archivi del Vittoriale di una lettera indirizzata al Vate dal giovane Carlo Emilio (e sottoscritta anche da Emilio Fornasini e Luigi Semenza, come Gadda studenti del Politecnico milanese) in cui appare inequivocabilmente tutta la portata del fascino esercitato dall’exemplum dannunziano. Oggetto della missiva, spedita da Milano il 21 maggio 1915, è un’accorata richiesta di intercessione, affinchè il terzetto di studenti possa partire per il fronte prima della fine degli esami:

A colui che ha instituito e accresciuto nel nostro spirito la coscienza della vita nazionale, noi chiediamo conforto di consentimento e di opera in un’ora angosciosa della nostra vita, perché non venga disconosciuto un nostro antico diritto.
Una prescrizione ministeriale ci vuol trattenere agli studi durante il mese di giugno che vedrà l’inizio fervoroso della lotta: ora, è impossibile che la nostra anima possa venire costretta dagli interesssi non generosi d’un bilancio di convenienze future, mentre altri ha posto d’onore e di gloria nella linea di combattimento.
A colui che ha raccolto e affinato nella Sua tutte le nobili voci, tutti i voti più puri e fervidi della nazione, chiediamo aiuto perché il calcolo di insufficienti valutatori delle nostre energie e delle necessità del nostro spirito non prevalga sulla nostra fede.
Luogo d’onore e non d’ignominia ci dev’essere assegnato.

Tre studenti del Politecnico di Milano porgono a Gabriele D’Annunzio il loro deferente saluto. (1)

L’enfasi della richiesta (peraltro confermata dalle diverse dichiarazioni d’interventismo avanzate sotto l’egida dannunziana) (2) non deve tuttavia far pensare a un movente puramente occasionale, dal momento che l’opera di D’Annunzio accompagnerà fisicamente l’avventura gaddiana nella Grande Guerra, fino alla disfatta di Caporetto. Nel Natale del ’17, prigioniero, Gadda annotava nel Giornale:

Anche pensai oggi ai miei cari libri: lasciai in mano dei tedeschi le tre Laudi del D’Annunzio, le prose del Carducci (il testo mio durante il liceo, regalatomi da mia madre), i due Todhunter, i 2 Murani. (SGF II 688)

A guerra terminata, il modello dannunziano non manca di esercitare, dal punto di vista letterario, il proprio prestigioso magistero sulle intenzioni del giovane scrittore milanese. Per il Gadda delle Annotazioni per il secondo libro della Poetica, infatti:

Il D’Annunzio acre e marchionale del «Piacere» – del «Laus Vitae» che in epoca di piena democrazia […] dipinge il verdiccio pelo del bertone – del gran demagogo – il D’Annunzio ha un senso, una vendetta, uno sprezzo, un’anima sia pure superficiale ma certa e nitida e ferma. È un meraviglioso riferimento espressivo. (Gadda 1974: 356)

A pochi mesi dalla morte di D’Annunzio risale invece un fondamentale capitolo delle riflessioni gaddiane sul Vate. Il pretesto è offerto dalla biografia, non agiografica, di Tom Antongini, Vita segreta di Gabriele D’Annunzio, e dalle polemiche da questa suscitate – in un articolo apparso sull’Ambrosiano il 3 ottobre 1938 Gadda prende le difese di Antongini contro chi, come Corrado Alvaro, avrebbe desiderato un’immagine più edulcorata del Poeta:

L’aviatore del Carso, il trasvolatore di Vienna, il liberatore di Fiume, il poeta delle Laudi non mendicherà la nostra ben dosata reticenza. Perché aver tanta paura, noi, per Lui, che mai non ne ebbe? […] Era un marinaio che canta nel sole: e noi promuoviamolo a palombaro, nei fondali della «umanità» e del «tormento». Che non ci furono: perché se ne fregava dell’uno e dell’altra: il bello è questo. (3)

L’entusiasmo per l’opera del Pescarese sembrerebbe però definitivamente tramontato dopo poco più di un decennio, nel periodo che coincide con la frequentazione degli ambienti letterari fiorentini – così, in una lettera a Contini del 14 gennaio 1949, Gadda non riesce a frenare la propria irritazione:

Ho riletto le ultime cento pagine del «Fuoco» […] Deh! perché non un tuo saggio o almanco saggetto, essaietto, sulla inanità vacua di un simile elenco di gesti inutili? di inutili enunciati della fica-passa di Asolo e di più inutili del biscaretto invasato dal dio? Psicologicamente, un narcisso di terza classe che porta a spasso il pistolino ritto della sua personcina (unico personaggio in tutta l’opera: gli altri non esistono): certa sua prosa, una litania di scemenze. Nessun interesse narrativo, nessuna capacità di avvincere nemmeno la lettrice quattordicenne al racconto. Una pompa da Paflagone per far bere un bicchier d’acqua a Stelio, per fargli mangiare pochi fichi secchi. Il nano è «il barbaro enorme». La «grande tragica» è la sorca. (Gadda 1988b: 65)

La sensazione del distacco dall’esperienza dannunziana, al di là delle dichiarazioni non sempre univoche dello stesso Gadda, è tuttavia mitigata dalle ricognizioni che si possono effettuare nell’opera dell’autore lombardo. La Cognizione, in particolare, offre diversi spunti riconducibili al magistero dannunziano, dalla strutturazione per leit-motive ai numerosi riferimenti, non sempre sottoposti ad un uso parodico o contrastivo, alle Prose di romanzi (e specie al Trionfo della morte).

Sempre nella Cognizione, poi, spicca la figura di Caçoncellos, il poeta maradagalese dalle vistose sembianze dannunziane, i cui vizi, tuttavia, appaiono in molti casi riconducibili anche ad altri aspetti della letteratura italiana poco congeniali a Gadda, come il futurismo o certo carduccianesimo esaltatore del Risorgimento. Permane inoltre (magari in contraddizione con certi giudizi del periodo fiorentino) la pubblica ammirazione per l’uomo e per l’autore: come in Eros e Priapo, dove Gadda, pur dichiarandosi «non […] idolatra […] di Gabriele» si mostra disposto a riconoscergli «meriti grandi o grandissimi, con fraterno o filiale e vero e commosso affetto» (SGF II II 328). E ancora Divagazioni e garbuglio, pubblicato nel 1968, dove le dannunziane Città del silenzio vengono definite «nobile silloge» (SGF I 1224), parere che conferma la predilezione per il libro dell’Elettra, che nella Meditazione Gadda aveva dichiarato di conoscere (sia pure attraverso l’interposta persona del critico) «quasi per intero a memoria» (SVP 697).

La scrittura gaddiana non ha insomma lesinato il suo tributo all’esperienza dannunziana, anche se la critica, probabilmente fuoviata da etichette «troppo rudemente collocative», ha troppo spesso liquidato il riferimento al Pescarese sotto la specie univoca della parodia. Solo in anni recenti il complesso rapporto fra Gadda e D’Annunzio ha ricevuto parte dell’attenzione che meritava. Ma certamente c’è ancora molto da lavorare.

Università di Pisa

Note

1. Si cita da A. Andreoli, Vate, portaci al fronte, «Domenica» Supplemento a Il Sole-24 ore, 18 novembre 2001, p. 1.

2. Fra cui si ricordi almeno quella del Castello di Udine: «Ho partecipato con sincero animo alle dimostrazioni del ’15, ho urlato Viva D’Annunzio, Morte a Giolitti» (RR I 142).

3. Grandezza e biografia: A proposito della «Vita segreta», SGF I 831. Cfr. T. Antongini, Vita segreta di Gabriele D’Annunzio (Milano: Mondadori 1938), e la polemica recensione di C. Alvaro, I segreti di D’Annunzio, su La Stampa del 28 agosto 1938.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2020 by Antonio Zollino & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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