Mussolini buonanima

Sergio Luzzatto

Sottratto all’abbraccio post-mortale di Domenico Leccisi, il corpo del duce ha conosciuto, dal 1946 al ’57, una lunga stagione di occultamento in nome della ragion di Stato. Per ordine della Presidenza del Consiglio (1) e con l’accordo del cardinale Schuster, la salma di Mussolini è stata custodita in una cappella del convento dei padri cappuccini di Cerro Maggiore, nei pressi di Milano: accomodazione conforme all’impegno assunto dal questore Agnesina con i trafugatori neofascisti, di dare al cadavere sepoltura segreta ma cristiana. (2) Durante undici anni, soltanto una ristrettissima cerchia di uomini politici, di autorità religiose e di funzionari statali ha saputo l’ubicazione esatta della tomba.

Negando alla famiglia Mussolini la restituzione della salma, il governo italiano ha inteso evitare che il sepolcro del duce divenisse, nel bene o nel male, luogo della memoria. Da un lato, i vertici istituzionali della Repubblica hanno voluto precludere agli epigoni di Mussolini la tentazione di fare del cimitero di Predappio la meta di pellegrinaggi neofascisti; d’altro lato, hanno voluto scongiurare il ripetersi degli oltraggi alla tomba perpetrati nel cimitero di Musocco tra 1945 e ’46. La strategia governativa non è bastata però a cancellare dalle memorie il ricordo della salma del duce: anzi, l’ignoranza dell’ubicazione del sepolcro da parte dell’opinione pubblica si è rivelata un elemento di stimolo dell’immaginario. Gli italiani hanno potuto liberamente fantasticare sopra il luogo suscettibile di custodire le spoglie mortali di Mussolini; l’assenza fisica del cadavere ne ha garantito – come vedremo (3) – l’ubiquità fantasmagorica.

Sbaglierebbe tuttavia chi volesse operare una reductio ad cadaver della vicenda postuma di Mussolini. Poiché non è stato soltanto attraverso il consumo delle notizie vere o false sopra le passeggiate del suo fantasma, (4) che gli italiani si sono confrontati con il problema della sopravvivenza simbolica del duce; né soltanto attraverso la gestione politica del suo retaggio da parte del Movimento sociale. Nell’Italia dell’immediato dopoguerra, la vitalità post-mortale di Mussolini è stata garantita anche da un’abbondante produzione pubblicistica e letteraria, non tutta minore. Oltre alla vena di oscuri libellisti nostalgici, il corpo del duce ha pungolato la fantasia di scrittori laureati. Chi voglia ricostruire la vita d’oltretomba di Mussolini non può quindi limitarsi a rintracciare, in archivio, i riflessi polizieschi o giudiziari delle avventure e disavventure della salma. Né può contentarsi di rispolverare, frugando tra le bancarelle dei librai, i frutti tipografici della passione neofascista. Deve misurarsi, in biblioteca, con alcuni classici della letteratura italiana contemporanea.

Durante il primo decennio repubblicano, la cultura antifascista ha preferito non indugiare sopra la «trista figura» di Mussolini. (5) Così, la cultura estranea ai valori della Resistenza ha avuto agio di svolgere quasi senza contraddittorio (6) il proprio racconto della vita, della morte e dei miracoli del duce. Multiforme nel genere, diseguale nella qualità, il discorso a più voci sul corpo di Mussolini è stato coerente nella sostanza. Prima di ritornare alle picaresche vicende della salma, è con questo discorso necrologico che dobbiamo fare i conti: perché in forme dirette o mediate, la necrologia ha veicolato un’ideologia.

1. Falsi testamenti

Lenin, Mussolini, Hitler, Mao: alla morte di leader tanto carismatici, la posterità si è interrogata sull’esistenza o meno di un loro testamento politico. Ma la questione si è presentata diversamente secondo che la morte del capo abbia coinciso con la fine del regime, come nell’Italia e nella Germania del 1945, oppure che il regime sia sopravvissuto al suo fondatore, come nell’Urss del 1924 e nella Cina del 1975. Nel caso dei due sistemi comunisti, la discussione sopra le ultime volontà del leader defunto ha assunto spiccato rilievo politico: il destino del paese si è giocato sulla maggiore o minore credibilità dei candidati alla successione come esecutori testamentari del capo scomparso. (7) Nel caso dei due regimi fascisti, l’esistenza di un testamento pubblico del dittatore, e a fortiori il suo contenuto, hanno rivestito tutt’al più un’importanza simbolica, non immediatamente politica. Nella Germania in rovine dell’«anno zero», la pubblicazione delle ultime volontà di Hitler ha offerto l’ennesima prova – ormai futile – della nibelungica intesa tra il Führer e il suo popolo. (8) Nell’Italia della Liberazione, l’accertamento delle ultime volontà di Mussolini è potuto sembrare tanto meno urgente in quanto il duce stesso aveva ripetutamente dichiarato il proprio rifiuto di trasmettere al paese qualsivoglia lascito testamentario. (9)

Peraltro, con il trascorrere dei mesi e degli anni dopo il 25 aprile 1945, molti italiani si sono interrogati con rinnovata curiosità sull’esistenza di un testamento di Mussolini. Non che la questione abbia finito con l’acquisire rilevanza politica, nella Repubblica nata dalla Resistenza: anche dopo la nascita del Msi, gli eredi diretti del patrimonio mussoliniano sono rimasti esclusi dai circuiti del potere degasperiano. (10) L’interesse per le ultime volontà del duce è maturato non tanto sul terreno della lotta politica, quanto su quello delle mentalità collettive. L’Italia dei tardi anni quaranta – culturalmente, l’Italia del rotocalco (11) – era un paese che guardava avanti, verso i miti del consumismo, e insieme si volgeva indietro, verso i riti del fascismo. (12) Come gli abitanti dell’immaginaria Laudomia di Calvino, così gli italiani dell’immediato dopoguerra avvertivano il bisogno, per sentirsi sicuri, di cercare al cimitero la spiegazione di se stessi: (13) anzitutto la spiegazione del proprio passato di fascisti. Peccato che dopo le rocambolesche vicende occorse alla salma di Mussolini nel 1946, nemmeno fuor di metafora vi fosse cimitero dove gli italiani potessero interrogare la tomba del capo. Nell’impossibilità di un dialogo virtuale con il duce morto, era forse possibile raccogliere elementi di spiegazione storica dall’ultimo monologo del duce vivo?

Per una decina d’anni dopo la morte di Mussolini, si è periodicamente riacceso, sulle colonne dei settimanali a rotocalco, il dibattito intorno all’autenticità di questo o quel documento che avesse valore di testamento del duce. Ma prima di far cenno a tali discussioni, occorre rendere conto di un testamento mussoliniano così scopertamente falso da non aver meritato neppure la critica dei filologi della domenica: quello pubblicato da Indro Montanelli nel 1947, sotto il titolo Il buonuomo Mussolini. Già all’indomani della Liberazione, con la miscela di invenzione e autobiografia contenuta in Qui non riposano, il giornalista del Corriere della Sera aveva attestato la propria sensibilità epigrafica e necrologica. L’anno seguente, Montanelli si era calato nei panni di Quinto Navarra, l’usciere del duce ai tempi d’oro di Palazzo Venezia: pubblicate nel 1946 e più volte ristampate, le Memorie del cameriere di Mussolini erano risultate dal lavoro di scrittura di due nègres prestigiosi quali Montanelli e Longanesi. (14) Lo sguardo retrospettivo dal buco della serratura aveva permesso di rappresentare il fascismo non come regime totalitario, ma come fiera delle vanità; Mussolini non come un terribile dittatore, ma semplicemente come il più fatuo degli italiani. (15) Ora, recidivo nel genere del pastiche letterario, Montanelli sceglieva di indossare gli abiti del duce in persona.

La finzione del Buonuomo Mussolini consisteva nel rendere pubbliche le disposizioni testamentarie che il duce morente aveva affidato a un buon parroco del Comasco, e che il parroco aveva rimesso al celebre cronista del Corriere della Sera: un centinaio di pagine cui i rotocalchi italiani offrivano immediata cassa di risonanza, (16) e che editori nazionali avrebbero continuato a ristampare fino a tempi recenti. (17) «Tutti noi – si leggeva nella premessa del libello – abbiamo sentito la mancanza di un testamento di Mussolini»: i nostalgici del fascismo per attingervi elementi di difesa, i corifei dell’antifascismo per rinvenirvi nuovi capi d’accusa. Tanto sospirato testamento, «eccolo», proclamava Montanelli con l’impudenza del toscanaccio, degno emulo di Curzio Malaparte. (18)

Il pastiche di Montanelli era lungi dal possedere le qualità stilistiche de La pelle, cui Malaparte andava allora lavorando. Ma di questo best-seller prossimo venturo, il libello montanelliano anticipava il paradossale messaggio. Nel finto testamento, Mussolini dichiarava infatti di avere volontariamente operato affinché l’Italia uscisse battuta dalla seconda guerra mondiale, perché gli italiani sono grandi non quando vincono ma quando perdono (Montanelli 1947: 32 sgg.). Anche Malaparte avrebbe scritto il suo romanzo-saggio sull’Italia sconfitta per argomentare che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori. (19) Opinionisti tra i più ascoltati nel paese, il giovane Montanelli (38 anni nel 1947, all’uscita del Buonuomo Mussolini) e il vecchio Malaparte (51 anni nel 1949, alla pubblicazione della Pelle) non condividevano soltanto le origini culturali strapaesane (20) e la facile vena del bastian contrario. Comune ad entrambi era il proposito di dar voce alla «cattiva coscienza d’Italia», (21) ponendo giornalismo e letteratura al servizio di un’ideologia definibile come l’anti-antifascismo. La battaglia di Malaparte e Montanelli rappresentava la versione patinata, borghese, della protesta volgare, plebea, dell’«Uomo Qualunque»: corrispondeva a una rivolta contro il mito della Resistenza e gli eccessi dell’Epurazione. Colpevoli di cosa, gli italiani che avevano creduto nel duce? Colpevole di cosa, Mussolini stesso? Paradossale o semiseria, istrionica o qualunquistica, la polemica post-fascista dei «maledetti toscani» rianimava il fantasma del duce sulla ribalta della Repubblica.

Lasciamo Malaparte – per adesso – e guardiamo al Montanelli del testamento mussoliniano. In poche decine di pagine, troviamo concentrati quasi tutti gli argomenti storici e politici che per mezzo secolo avrebbero alimentato l’arsenale dell’anti-Resistenza. Il 25 luglio 1943? Senza essere eroica, la decisione assunta da Grandi e Bottai di opporsi al duce in Gran Consiglio era stata coraggiosa: a ben vedere, l’unico gesto di coraggio contro il fascismo nell’intera storia del regime (Montanelli 1947: 92). I saturnali del 26 luglio? Poca roba, notava argutamente lo pseudo-Mussolini. Del resto, perché gli italiani avrebbero dovuto odiare il duce? «Di terribile, non aveva fatto altro che smorfie», mentre il suo governo era stato improntato alla «mitezza»: in vent’anni, appena qualche centinaio di confinati politici (Montanelli 1947: 97). Non per caso le uniche vittime del 26 luglio erano stati i simboli del regime disseminati nelle strade e nelle piazze d’Italia: perché i monumenti, i fasci littori, le targhe coi nomi fascisti costituivano gli ingredienti più odiosi di una dittatura all’acqua di rose (Montanelli 1947: 98). Quanto all’epilogo della sua carriera politica, dopo la liberazione dalla prigionia del Gran Sasso per opera degli aviatori nazisti, lo pseudo-Mussolini ammetteva di non riuscire a immaginare come sarebbe finito senza lo spericolato intervento di Skorzeny. Forse attore a Hollywood, secondo un perfido pronostico di Eduardo De Filippo; forse coimputato nel processo delle Nazioni Unite contro i criminali di guerra; «più probabilmente ancora, comandante di una banda di partigiani, a simiglianza di molti miei gerarchi» (Montanelli 1947: 98).

Nel 1947, il Mussolini di Montanelli giustificava la scelta di farsi capo della Repubblica sociale con il medesimo ordine di ragioni che la memorialistica saloina avrebbe trasmesso alla storiografia apologetica dei decenni successivi: si era trattato di un sacrificio personale, inteso a «salvare il salvabile nell’Italia occupata». Conoscendo la furia vendicatrice dei tedeschi, immaginando quanto crudele sarebbe stata la loro vendetta dopo il voltafaccia monarchico dell’8 settembre 1943, Mussolini si era interposto come «un paraurti» tra nazisti e italiani (Montanelli 1947: 100). Per seicento interminabili giorni, il duce aveva cercato di attutire l’effetto dei colpi prodotti sull’anima e sul corpo della nazione dai soldati della Wehrmacht e delle SS. Come il maresciallo Pétain nella Francia di Vichy, così il Mussolini di Salò si era uniformato alla legge morale che obbliga il vero statista a scegliere sempre e comunque la più difficile tra le opzioni possibili; aveva dunque accettato di andare incontro alla morte per risparmiarla ad infiniti altri connazionali. La sua decisione era stata tanto più tragica in quanto il duce si aspettava di essere ucciso «a furor di popolo». Alla fine di aprile del 1945, Mussolini aveva raggiunto Milano proprio affinché il cerchio del fascismo si chiudesse là dove egli l’aveva aperto nel 1919, perché la città del crucifige fosse la medesima dell’osanna (Montanelli 1947: 11).

Nelle ultime pagine del testamento, il finto Mussolini si scagliava contro l’idolo che il vero Montanelli avrebbe infaticabilmente attaccato – durante il decennio successivo – in articoli di giornale e rubriche di rotocalco, libri e libelli: l’idolo antifascista. Spiegava il duce che l’Italia post-bellica poteva evitare il peggio soltanto uscendo dalla «malinconica diatriba» del fascismo e dell’antifascismo (Montanelli 1947: 104-05). Lungi dall’intenerirsi davanti alle foto ingiallite degli esuli del Ventennio, occorreva diffidare di simili padri fondatori, «qualunque trascorso noi accettando più volentieri in un uomo che il fuoruscitismo». (22) Gli italiani non avevano ragione alcuna di vergognarsi della loro storia precedente la Resistenza. Men che meno del loro passato di fascisti: perché sin dai tempi di piazza San Sepolcro, il fascismo aveva rappresentato uno strumento atto ad impedire la metastasi europea del bolscevismo (Montanelli 1947: 105-06). Se mai Mussolini aveva commesso un delitto, era stato non già di instaurare il terrore fascista, ma di rinunciare a instaurarlo; il duce degli anni trenta aveva interpretato «un’operetta», mentre i tirapiedi italiani di Stalin si erano specializzati in tragedie (Montanelli 1955: 99 & 1947: 105). Peccava quindi di ingenuità chiunque faceva coincidere con la Liberazione l’inizio della vita democratica italiana: cadeva nella trappola predisposta dai comunisti per suggellare le loro nefandezze con il bel timbro del Cln (Montanelli 1955: 254).

Far discendere la marcia su Roma dalla vittoria dei bolscevichi a Pietrogrado; ridurre la crisi del fascismo al formato della congiura di palazzo; svilire la Resistenza al rango di stratagemma dei fascisti voltagabbana; riconoscere sul corpo del Mussolini di Salò le stimmate del martire; smascherare il carattere mistificatorio dell’unità ciellenista: quello coniugato da Montanelli era il paradigma del revisionismo storiografico presente e futuro. Dal punto di vista dei suoi avversari, l’operazione riusciva tanto più insidiosa in quanto il finto esecutore testamentario di Mussolini figurava come stella fissa nel firmamento pubblicistico della neonata Repubblica: inviato di punta del Corriere della Sera, collaboratore conteso dai maggiori rotocalchi italiani, colonna ideologica delle edizioni Longanesi e poi del periodico Il Borghese. (23) Il successo di pubblico di Montanelli negli anni della ricostruzione molto doveva alla sua capacità di rivolgersi – da «cattiva coscienza d’Italia» – alla coscienza degli italiani che erano stati fascisti, non volevano più esserlo, ma nemmeno volevano sentirsi in colpa per esserlo stati. In questo senso, il falso testamento trasmesso ai posteri dal Buonuomo Mussolini rischiava di nuocere alla causa dell’antifascismo più di un testo la cui circolazione restava confinata agli ambienti neofascisti: il Testamento politico di Mussolini, stampato a Roma nel 1948, che con migliori argomenti poteva venire considerato come espressivo delle ultime volontà del duce. (24)

Nella forma, la pubblicazione aveva i caratteri della reliquia. Si trattava infatti della riproduzione fotografica del testo dattiloscritto dell’ultima intervista di Mussolini, concessa al direttore del Popolo d’Alessandria nell’imminenza della fine: (25) testo «dettato corretto siglato da Lui», precisava il frontespizio. Nella sostanza, l’impresa para-testamentaria rifletteva la vacuità di una riproposizione meccanica della cultura saloina entro il nuovo contesto dell’Italia repubblicana. Giornalista di dubbia reputazione professionale, (26) l’intervistatore Gian Gaetano Cabella mostrava di avere affrontato la prova dell’incontro fisico con Mussolini oscillando tra fissazioni vetero-fasciste e pulsioni omoerotiche: la voce del duce aveva i «toni metallici» dell’uomo-macchina che gli italiani avevano imparato ad ammirare in piazza Venezia; la sua «bianca mano un po’ grassoccia» stava così vicino a quella di Cabella che quest’ultimo aveva dovuto «far forza per non accarezzarla» (Testamento politico: 2-3). Quanto all’intervistato, Mussolini aveva scelto di interpretare sino in fondo il ruolo del bue nazionale, pronto a sacrificarsi per il bene del paese. Di contro alle rappresentazioni infamanti della stampa antifascista del centro-sud – Mussolini servo dei tedeschi, Mussolini unicamente sollecito dell’amante, Mussolini con le valige pronte – il duce si era detto irremovibile al suo «posto di lavoro», là dove immancabilmente lo avrebbero trovato i vincitori. (27)

Difficile sfuggire alla tentazione del confronto tra propositi così fermamente espressi il 20 aprile 1945, e la realtà della settimana successiva: Mussolini in fuga travestito da soldato tedesco, con Claretta Petacci a fianco e l’oro della Banca d’Italia in saccoccia… Cabella non trovava in questo contrasto una buona ragione per rinunciare a rendere pubblica l’intervista. Ma appena tre anni dopo i fatti, il ricordo del miserevole epilogo di Dongo rimaneva troppo vivo nella memoria collettiva perché il Testamento politico di Mussolini conoscesse fortuna al di fuori delle conventicole neofasciste. Quand’anche lo stampatore romano Tosi avesse avuto la forza commerciale di diffondere il prodotto, l’immagine di un duce che attende a piè fermo l’arrivo dei vincitori sarebbe parsa bugiarda agli occhi della stragrande maggioranza degli italiani. Per converso, in un’Italia che la campagna elettorale del 1948 rivelava particolarmente attenta ai bisbigli di sacrestia, poteva ben circolare la favola di Mussolini convertito in extremis al cattolicesimo. Poteva sembrare plausibile l’idea che l’ultimo Mussolini fosse stato travolto dagli eventi perché indifferente agli eventi stessi: l’idea di un duce al seguito dei gerarchi piuttosto che alla loro guida, rassegnato piuttosto che invasato, irenico piuttosto che bellicoso, insomma povero cristiano piuttosto che tetragono fascista.

Due settimane prima del 18 aprile, la favola ha trovato in Oggi, rotocalco fra i più diffusi nel paese, un prezioso amplificatore. Giornalista con trascorsi saloini, Alberto Giovannini si è prestato a ritrarre il duce di Gargnano nelle vesti più edificanti possibili: quelle del catecumeno. (28) «Con il trascorrere degli anni, forse sotto i colpi del destino, Mussolini era diventato credente». Frequenti i colloqui del duce con padre Eusebio, il frate minore francescano che si trovava a capo dell’Ufficio assistenza spirituale delle Brigate nere; incontri durante i quali Mussolini «amava discutere a lungo di Dio». Secondo Giovannini, verso la metà di aprile del 1945 il duce aveva ingiunto a padre Eusebio di rimettere i suoi peccati. Colto di sorpresa, il frate si era inizialmente sottratto alla richiesta. Ma poi, vedendo l’espressione contrita di Mussolini, la famosa mascella umilmente affondata nel petto, la postura di un soldatino sull’attenti, padre Eusebio aveva levato le dita nel segno rituale: «Ego te absolvo…» (Giovannini 1948: 9). La scena madre del pentimento – che Alessandro Manzoni aveva negato a don Rodrigo – un Giovannini qualsiasi voleva concederla al duce, alla vigilia di un appuntamento elettorale decisivo per le sorti del paese! Di lì a poco, la testimonianza di un altro sacerdote avrebbe retrodatato il «ritorno a Dio» di Mussolini al tempo della prigionia nell’isola di Ponza. (29) Infine, ormai negli anni cinquanta, la favola della conversione sarebbe stata rilanciata dalla pubblicazione di un supposto testamento spirituale del duce, datato da Germasino (presso Dongo) il 27 aprile 1945.

Ancora oggi, chi visita il cimitero di Predappio si vede offrire una copia di questo testo in forma di brochure o di santino: (30) appena una ventina di righe, ma ricche di storia. (31) Già durante l’estate del 1946, frammenti del documento sono stati riprodotti dal settimanale romano Il Pubblico. L’anno seguente, le presunte ultime volontà del duce hanno fatto capolino sulle colonne di un periodico neofascista d’oltre Atlantico, Il Risorgimento di Buenos Aires. Nel 1951, l’intero documento ha circolato durante una messa in suffragio di Mussolini clandestinamente officiata nella chiesa di Sant’Agostino a Roma. La discussione pubblica sopra l’autenticità del testamento si è aperta nel gennaio del 1953, per iniziativa del curatore dell’Opera omnia mussoliniana Duilio Susmel; (32) e ha impegnato per un paio d’anni grafologi e sacerdoti, storici e reduci di Salò. Nel giugno 1953, il settimanale Epoca si è pronunciato per la «falsità assoluta» del documento. (33) Senza smontarsi, Susmel – divenuto collaboratore abituale del rotocalco mondadoriano – ha insistito nel sostenere che Mussolini si era «riaccostato a Dio nel momento del tracollo», rimandando al testamento di Germasino come alla prova inconfutabile della conversione. (34) Da allora, il documento è stato dato per buono dagli storici dilettanti, mentre gli studiosi seri ne hanno escluso l’autenticità.

Nel suo presunto testamento spirituale, Mussolini dichiarava di affrontare la morte rasserenato dal supremo conforto della fede: «Ho creduto nella vittoria delle nostre armi come credo in Dio, Nostro Signore». La fiducia del duce nell’Eterno era resa ancor più salda dai rovesci militari del paese; perché sul banco di prova della disfatta sarebbero risultate particolarmente visibili la forza d’animo e la grandezza morale dei buoni italiani. Il povero cristiano parlava una lingua congeniale al clima rugiadoso dell’Italia degasperiana: «Se questo è dunque l’ultimo giorno della mia vita, intendo che anche a chi mi ha abbandonato e a chi mi ha tradito vada il mio perdono» (Mussolini, Testamento: s.i.p). Così – da un finto testamento all’altro – l’immagine sanguigna del duce vivo trascolorava nell’immagine eterea del duce morto; il buonuomo Mussolini cedeva il passo a Mussolini buonanima.

2. Miti teatrali

Tra i sopravvissuti alla rovina del fascismo, almeno uno si era convertito veramente al cattolicesimo: Giuseppe Bottai. E lo aveva fatto senza attendere la venticinquesima ora: all’inizio degli anni quaranta, l’intenso dialogo con un sacerdote avvezzo a muoversi in partibus infidelium, don Giuseppe De Luca, aveva regalato al gerarca fascista la consolazione della fede. (35) Dopo l’inopinata risurrezione politica di Mussolini come capo della Rsi, Bottai aveva rischiato di pagare caro il suo voto contro il duce nella fatidica seduta del Gran Consiglio del 24 luglio 1943; soltanto la protezione della Santa Sede lo aveva sottratto alla vendetta di Mussolini. (36) Ma Bottai non si era contentato di nascondersi all’ombra dei palazzi vaticani. Nell’autunno del 1944, l’ex gerarca aveva inaugurato un severo cammino di espiazione arruolandosi nella Legione straniera e combattendo nella campagna di Francia e Germania. Per tre anni ancora dopo la fine della guerra, Bottai aveva servito da legionario in Africa settentrionale, prima che si creassero le condizioni per un suo ritorno in Italia: condizioni giuridiche, poiché l’ex gerarca voleva sfuggire alle forche caudine dell’Epurazione; condizioni politiche, poiché – unico fra i membri sopravvissuti del Gran Consiglio – egli non considerava necessariamente conclusa la propria carriera di uomo pubblico. (37)

Il travaglio post-fascista di Bottai viene riflesso nel suo diario di latitante e di legionario. Nettamente espressa la fierezza di essere stato fascista, l’orgoglio di avere consapevolmente obbedito a un comando della storia; ma altrettanto nettamente pronunciata la condanna del neofascismo, sterile scimmiottamento del modello originale. (38) Dal suo esilio di legionario, Bottai accoglieva senza indulgenza le notizie che gli pervenivano riguardo alle imprese cimiteriali di personaggi come Domenico Leccisi: «Questo neofascismo razzola tra tombe e epitaffi, […] pute cadaveri e corone sgualcite» (Bottai 1988: 546; 24 ottobre 1947). L’ex gerarca si guardava dal rinnegare l’amore per Mussolini che aveva animato la sua giovinezza, orientato la sua maturità e financo motivato la scelta del 24 luglio 1943, ribellione di un innamorato deluso. Rifiutava però di seguire i fondatori del Movimento sociale italiano nel culto assurdo di un «Mussolini redivivo»; poche prospettive gli apparivano anzi politicamente più perniciose che quella di un nuovo mito reducistico, di un fascismo da revenants (Bottai 1988: 547; 25 ottobre 1947).

Il nucleo teorico del diario consisteva nella formulazione di una critica che Bottai aveva concepito fin dal tempo della marcia su Roma, e lungamente rimuginato durante il Ventennio: l’assoluta dipendenza del regime dalla figura e dunque dalla «vita mortale» del capo. (39) Nella progressiva affermazione del mussolinismo, già il gerarca Bottai aveva rilevato il pericolo di un’involuzione teatrale del fascismo. Ad uso privato, Bottai si era appropriato di un cliché vecchio quanto l’antifascismo, quello del duce grande attore; secondo un appunto personale del 1940, la moltiplicazione dei Mussolini offerti all’applauso della gente aveva trasformato il duce in politico «da ribalta»: contadino, minatore, sportivo, soldato, uomo di mondo, operaio, «gran generico […] al modo dei teatranti». (40) D’altra parte, il crollo del regime dopo il fatale voto del Gran Consiglio era valso da prova a contrario del fascino di Mussolini (Bottai 1988: 460-61; 10 ottobre 1946). Come quadrare, allora, il cerchio di un fascismo che non si risolvesse in mussolinismo? Nei monasteri laziali dove si nascondeva tra 1943 e ’44, sui campi di battaglia lorenesi e alsaziani dove combatteva nel ’44-45, nelle guarnigioni magrebine dove espiava dal ’45 al ’48, il legionario Jacquier si arrovellava intorno al medesimo problema che aveva preoccupato il gerarca Bottai: l’antitesi fra intensità del carisma e stabilità del potere. (41)

Qui, il diario di Bottai interessa soprattutto per alcune pagine scritte in Algeria nel 1946 e pubblicate da Garzanti, subito dopo il rientro in Italia, nel libro di memorie Vent’anni e un giorno; (42) scusandosi per il «latinetto a buon mercato», Bottai le qualificava come un abbozzo di fenomenologia del fascismo «in corpore Mussolini» (Bottai 1977: 32). Di questo, infatti, si trattava: del tentativo di sviscerare, nel senso letterale della parola, i caratteri del fascino esercitato dal duce sopra gli italiani. Ma non prima di aver rinnovato un’estrema dichiarazione d’amore a Mussolini. Al suo corpo «non grande», eppure tale da suggerire una sensazione di enormità per «non so quale grandezza, non fisica soltanto, di quelle membra»; ai suoi occhi «di normale taglio», eppure colmi di uno sguardo «immenso, incontenibile»; alla sua voce «non grossa», eppure vibrante di «echi infiniti» (Bottai 1977: 25-26). La dichiarazione d’amore del Bottai legionario al defunto Mussolini conteneva – d’altronde – un primo abbozzo di fenomenologia del fascismo. Perché a differenza degli autori delle prime storie antifasciste del Ventennio, ciechi e sordi di fronte all’evidenza per cui il corpo del duce non era stato un corpo come un altro, (43) l’ex gerarca enfatizzava la natura corporale del regime fascista.

Fin dal 1922 – spiegava Bottai – un intero progetto di società futura era stato caricato sulle spalle di Mussolini: spalle certo possenti, ma pur sempre spalle d’uomo e non d’Atlante, soggette alla fatica, ai contraccolpi, all’usura. Lo Stato fascista si era incarnato nel corpo del duce, a costo di un derisorio stravolgimento del canone politico organicista: «Non è più lo Stato che è l’uomo in grande, ma l’uomo che è uno Stato in piccolo». Secondo l’analisi di Bottai, il fascismo non aveva tuttavia fallito per questo. Il sistema era entrato in crisi quando gli ingredienti teatrali avevano prevalso sui corporali; e non tanto per volontà di Mussolini, quanto per volontà degli italiani. La gente vedeva il duce personaggio prima che persona: aveva dunque spinto un regime che non voleva essere rappresentativo a risolversi in rappresentazione. Le folle fasciste avevano trasformato il burattinaio in burattino. «Isolato dinnanzi a uno specchio», il duce era stato «forzato a rimirarsi, a contemplarsi, a atteggiarsi» (Bottai 1977: 27-32). Mussolini non aveva fatto altro che recitare un copione scritto da quaranta milioni di mussoliniani: questa la conclusione maturata dal sergente Jacquier nell’esilio, e prestamente pubblicata da Bottai al suo ritorno in Italia; conclusione che il lettore del diario sa esser stata sofferta e sincera. Ma si trattava anche di una conclusione comoda, che in un sol colpo affrancava sia il duce, sia gli italiani dalla responsabilità morale del fallimento del fascismo. Tutti colpevoli, nessun colpevole.

Quantunque nobilitata dal lavacro del convertito e dal sacrificio del legionario, l’interpretazione storica di Bottai finiva così per somigliare a quelle di tanti ex fascisti i cui memoriali – sospesi tra autobiografia, cronaca e storia – ingombravano le vetrine dei librai nell’immediato dopoguerra. In particolare, l’immagine del regime suggerita da Bottai coincideva con quella proposta da una vedette giornalistica del Ventennio, Paolo Monelli, in quel libro notevole per felicità di registro narrativo e acuità di giudizio storico, ma non per onestà intellettuale, che era Roma 1943. (44) Anche Monelli addebitava agli italiani la deriva del fascismo verso il mussolinismo, l’atrofia dello slancio ideale delle origini e l’ipertrofia del culto corporale del dittatore, insomma la degenerazione feticistica della rivoluzione fascista. Nella misura in cui identificava nella «teatralità» il tratto distintivo non soltanto del duce ma degli italiani, Monelli considerava Mussolini «tipico rappresentante di una grande parte di noi». Il gusto per l’uniforme, i distintivi, i titoli onorifici; l’abitudine di cambiare contegno quando osservati, particolarmente da una donna; l’impazienza di far sapere subito a tutti chi si è e che si fa; la smania di comparire al centro degli avvenimenti: altrettanti risvolti di carattere che Mussolini aveva condiviso con milioni di mussoliniani (Monelli 1993: 27-28).

Nell’Italia dell’immediato dopoguerra, ripensare il fascismo come pantomima era una tentazione tanto diffusa quanto ideologicamente ambigua. In effetti, l’agnizione che portava a riconoscere nel duce una «maschera riepilogativa, mandata dal destino a farci da specchio», (45) si prestava sia ad assolvere tutti gli italiani, sia a trascinarli tutti sul banco degli accusati. In un saggio del 1946, Tre imperi… mancati, Aldo Palazzeschi pareva far proprio il secondo programma:

Non esiste né mai è esistito il Duce, ma esiste questa immagine che è uno specchio fedele nel quale dovete guardarvi. Siamo noi che giorno per giorno gli abbiamo dato quelle mani e quella voce, quegli occhi e quelle mandibole; il Duce è una creazione nostra, è carne della nostra carne, è sangue del nostro sangue, e lo abbiamo creato in un’ora di vanità, di assenza e di esaltazione; guardatevi bene in questa immagine come dentro ad uno specchio, altrimenti non costruirete la nuova civiltà ma una nuova immagine vana e folle, la mistificazione di una civiltà. (46)

Lettore non sospetto di nostalgie per il regime fascista, Vittore Branca esprimeva disagio di fronte al libro di Palazzeschi e poneva, da recensore, alcune scomode domande. (47) Davvero la vicenda del Ventennio era riconducibile a un’azione drammatica tra il personaggio Mussolini e il popolo suo autore? Davvero la spiegazione del fascismo era contenuta per intero nel corpo lombrosiano del duce – «torace massiccio su corte ed esili gambe, delinquenza manifesta all’angolo dell’occhio e nella sproporzione delle mandibole» (Palazzeschi 1946: 10)? Nel 1946, Branca non parlava da studioso di letteratura promesso a una fulgida carriera universitaria; parlava da reduce della Resistenza. (48) Le domande ch’egli poneva a Palazzeschi ne implicavano un’altra, più sottile, più bruciante: davvero c’era differenza tra una condanna collettiva e un’assoluzione generale degli italiani?

«Se trova il libro di Monelli Roma 1943 e quello di Palazzeschi Tre imperi… mancati, direi che la potrebbero interessare, forse divertire»: tale, nella lettera a un’amica, il parere di Carlo Emilio Gadda (Gadda 1983d: 158; 14 gennaio 1946). Il quale esitava, invece, a mandare in libreria le pagine sul fascismo che andava vergando con foga inaudita. (49) Del saggio di Monelli, un uomo misogino come Gadda (50) doveva particolarmente apprezzare le allusioni al clima da basso impero del tardo fascismo, quando Mussolini – ormai succube di Clara Petacci – aveva permesso che la politica nazionale obbedisse agli umori e ai capricci della «brunetta ricciuta e popputa (proprio il suo tipo)» (Monelli 1993: 41 sgg.). Del libro di Palazzeschi, Gadda doveva prediligere le pagine dedicate allo «strano prurito» che le donne italiane avevano risentito davanti alla prorompente virilità del duce, felici di venire trattate come arpe cui era rimasta soltanto la corda centrale (Palazzeschi 1946: 14-15). In generale, accomunava Gadda e Palazzeschi una sensibilità che li lasciava indifferenti di fronte alle anime e ai corpi degli uomini e delle donne «normali», li rendeva mordaci davanti alla presunta grandezza degli individui «splendidi», e viceversa li faceva clementi verso i «buffi», le donne e gli uomini mancati o caduti. (51) Se non si tiene in conto questa pietà per le vittime della storia, si fatica a comprendere quanto Gadda ha scritto, retrospettivamente, sul capo del fascismo.

Nessuna immagine è più estranea alla vena post-bellica dello scrittore milanese che quella di Mussolini buonanima. A partire dall’inverno 1944-45, Gadda ha rivolto prima contro il vecchio di Salò, poi contro l’esposto di piazzale Loreto un’interminata e feroce logorrea; non «cadaverosi poemi», secondo la tradizione dei vati italiani denunciata già nella Cognizione (RR I 682), ma cadaverose invettive. Una storia del corpo morto di Mussolini non può dunque escludere Gadda dal novero dei propri personaggi. Le due versioni di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, dall’edizione su rivista del 1946 al bestseller garzantiano del ’57; Il primo libro delle Favole, uscito nel ’52; l’abbozzo di Eros e Priapo dato alle stampe nel ’55: durante l’immediato dopoguerra, nessuno scrittore italiano si è impegnato altrettanto nello sforzo di ricostruire le implicazioni corporali del mussolinismo, o addirittura le sue implicazioni genitali. In apparenza, guardando al regime fascista attraverso le lenti del fisiologismo (categoria interpretativa di Roscioni 1995: 109), Gadda ha elaborato un discorso storiografico sorprendentemente novatore, quasi un’anticipazione di certi odierni esercizi di body history. In realtà, il suo approccio si rivela tanto originale nella forma quanto convenzionale nella sostanza. Sebbene dannato, stramaledetto, il duce postumo di Gadda assomma i caratteri funzionali a un’interpretazione di comodo del ventennio fascista.

Inesauribile la serie di qualifiche che lo scrittore ha attribuito a Mussolini: ciascuna dotata di valore aggiunto, contributo alla decifrazione di quel pachidermico sistema di segni (52) che è per Gadda il corpo del duce. Basta accumularle secondo un banale ordine alfabetico per suggerire la ricchezza ermeneutica della prospettiva assunta da Gadda: (53) Amatissimo, Appestato Appestatore, Batrace, Bombetta, Caciocavallo, Ciuco Maramaldo, Cupo nostro, Defecato maltonico, Emiro col fez, Estrovertito, Ex-Bomba, Facciaferoce, Fava, Fava Marcia, Farabutto Impestato, Favente Genio, Fetente, Furioso Ingrogato, Ginocchio, Giuda in bombetta, Glorioso, Gradasso Ipocalcico, Grande Imago, Gran Pernacchia, Gran Somaro Nocchiero, Gran Tamburone del Nulla, Gran Tauro, Grugnone Sanguemarcio, Inturgidito Modellone, Maccherone fottuto di Predappio, Maldito, Marchese delle Caminate, Mascella d’asino Maltone, Mascellone ebefrenico, Merda, Merdonio, Minchiolini, Minchione Ottimo Massimo, Modellone Torsolone, Mugliante, Napoleone fesso e tuttoculo, Nero personaggio, Nullapensante, Paflagone inturgidito, Pirgopolinice, Poffarbacco, Predappio, Predappiogiuda, Predappiomerda, Priapo-Imagine, Primo Racimolatore e Fabulatore ed Ejettatore, Profeta forlimpopolo, Provolone, Pulcinella finto Cesare, Pupazzo, Rincoglionito Quirino, Scipione Affricano del due di coppe, Smargiasso impestato, Somaro, Sovrano Seminatore, Stivaluto, Super Balano, Tauro zefìreo, Testa di Morto, Trebbiatore, Tritacco, Trombone e Naticone ottimo massimo, Truce, Tuberone, Verbo sterile, Vigile dei destini…

Il torrenziale vituperio maschera appena una personale crisi di coscienza; come Bottai, anche Gadda parla di Mussolini da innamorato deluso. Il suo è il dramma del moralista che ha creduto nel fascismo (si era iscritto al Pnf sin dal 1921 – Roscioni 1997: 185) come opera meritoria di riqualificazione nazionale, (54) e non può assistere alla miseranda fine del regime senza avvertire indegna la propria stessa sopravvivenza (cfr. Gadda 1983d: 155). Uomo troppo profondo l’ingegnere milanese, e troppo personalmente segnato dalla tragedia della Grande Guerra, per avere aderito al fascismo in modo superficiale: per quanto il vitalismo delle camicie nere fosse riuscito estraneo al suo carattere (Roscioni 1997: 187), il borghese reduce dal Carso e da Caporetto aveva condiviso con la propaganda del regime la passione nazionalistica, l’esigenza d’ordine, le pulsioni xenofobe (Greco 1983: 65-67). Il disincanto era intervenuto alla fine degli anni trenta, davanti alle sanguinose campagne militari intraprese da Mussolini in Africa orientale (Pecoraro 1996: 166 sgg). I disastri della seconda guerra mondiale avevano fatto il resto, alimentando in Gadda un odio viscerale, divorante, paranoico per l’anima e il corpo del duce. Sentimento che potrebbe sembrare elementare o perfino ingenuo, se non contribuisse a spiegarlo l’evoluzione mentale di un uomo sessualmente irrealizzato e psicologicamente incline all’omoerotia; ossessionato – non per caso – dalla presunta sifilide di Mussolini, ritenuta fatale conseguenza del suo inverecondo attivismo sessuale. Ma i testi di Gadda riescono parlanti anche senza che si faccia ricorso, per intenderli, alla psicologia del profondo. Dall’insieme delle sue scritture postbelliche emerge un ritratto a tutto tondo del corpo del duce: il più irriverente dei ritratti possibili, eppure l’indispensabile supporto di un discorso morale e di un’interpretazione storica.

Vincendo la ripugnanza, guardiamo questo ritratto. (55) Secondo Gadda, il cranio «alopecico» di Mussolini somigliava indifferentemente a un «provolone» o a una testa di cavolo: era comunque un ricettacolo vuoto, poiché il duce mancava di encefalo. Il suo grugno suino risultava tipico del «nato scemo». Gli occhi erano quelli spiritati, basedowiani, del luetico all’ultimo stadio. Alle mascelle da ciuco facevano riscontro due mandibole da sterratore analfabeta. Il «buccale sfinctere» si chiudeva su labbra turpemente prolate in un broncio da idiota. Dentro la bocca, la lingua era «rossa e poi nera e poi rossa e nera, ma ognora di leccaculo». In fondo a due braccia cortissime, da rospo, le mani stavano abbarbicate in modo innaturale, parevano quelle di un morto o di un fantoccio di pezza. «Dieci detoni […] je cascavano su li fianchi come du rampazzi de banane», evidenziando le «merdosissime unghie sue». Il torace – che pure Mussolini amava esibire nudo nelle più varie occasioni – contava appena «du’ pelucchi (ch’altri n’ha un bosco) torno torno i capèzzoli». Gonfia e rilasciata la pancia, malamente trattenuta dal cinturone della divisa militare. «Pien di lebbre» il «genital fusto», la verga ulcerata dalla sifilide. Infine, i ginocchi irrigiditi del duce, le sue «gambe a ìcchese» e i tacchi tripli delle scarpe contribuivano a rendere specialmente goffo il mappamondo del sedere, «inappetibile a chiunque».

Quale risulta dal collage, l’orroroso ritratto non serve soltanto a sfogare la delusione sentimentale di Gadda, né soltanto a veicolarne la creatività linguistica o il gusto espressionistico. Lo scrittore si fa esegeta del corpo del duce per trarne una lezione etica che lo consoli della tragedia nazionale: a dispetto di quanto Mussolini aveva berciato, lo spirito non vince la materia (Come lavoro, SGF I 434; Eros, SGF II 271). Nelle ributtanti forme fisiche del duce e nella logica luciferina della sua caduta, Gadda riconosce il contrappasso di una mistica d’accatto. Gli apoftegmi del Primo libro delle Favole «sopr’al mortorio del Somaro» (SGF II 73) rappresentano Mussolini come soggetto ai bisogni corporali più degradanti (Andreini 1988: 65). Sommandosi, la scatologia e l’escatologia danno l’immagine di un duce morto costretto a replicare gli exploits del vivo entro un Averno a dominante escrementizia. Nella favola 111, lo spettro di Mussolini figura ridicolmente impegnato ad arringare una folla di pipistrelli: le mani sulla cintola nel vano sforzo di contenere le trippe debordanti, i piedi bilanciati per accentuare la rotondità delle natiche. Senonché, indifferenti alla mimica e all’oratoria del duce, i pipistrelli «la dogal cuticagna l’impisciavono, e scacazzavono sul capo calvo». Allora, dal culo di un Mussolini finalmente silenzioso, «quasi per divin decreto gli trombettò perepepè» (Primo libro, SGF II 35-36). In un’altra favola, Gadda descrive gli amplessi infernali del duce con la Morte. Scende nei dettagli, illustra la preferenza di Mussolini per le posizioni di coito più tipicamente ferine, ed assicura: «la Megera, come già la Clara, alla giumentesca bisogna s’acconciò». (56)

Peraltro, Gadda rifiuta di costringersi nel solco di una tradizione letteraria particolarmente ricca in Italia, quella dei morti che parlano e delle storie d’oltretomba; lo scrittore milanese intende bensì far letteratura, ma con gli eventi della storia piuttosto che con i voli della fantasia. Del percorso biografico di Mussolini, soprattutto sembra averlo colpito l’epilogo di Dongo: il duce in fuga con il salvadanaio della Banca d’Italia in una mano e la manina dell’amante nell’altra. Con milioni di connazionali, Gadda identifica nella scena una triade di significati: Mussolini codardo, Mussolini disonesto, Mussolini infedele. E subito lo scrittore si mette al lavoro per schiacciare il duce sotto il peso della prosa più dissacrante, facendolo morire una, dieci, cento altre volte. Al Mussolini del cancello di villa Belmonte, al morituro del 28 aprile 1945, Gadda risparmia la crisi di cacarella ch’egli attribuisce al duce dell’ambulanza, all’arrestato del 25 luglio 1943 (Come lavoro, SGF I 434; I tre imperi, SGF I 940): nondimeno, davanti al mitra di Valerio, il capo della Rsi non sa andare oltre un «“ma signor colonnello!”, allora che s’avvisò ch’era piombo». (57) Il tesoro sequestrato al duce rinvia al secondo peccato capitale iscritto nel copione dell’ultimo atto: l’essere scappato con l’erario dopo aver promesso tante volte di arrivare nudo alla meta; «gli rinvennero sterline d’oro nell’astinente borsa littoria, a Dongo quando da ultimo gli dissero finalmente le ragioni». (58) Infine, la presenza sulla scena dell’esecuzione di Claretta Petacci anziché di donna Rachele viene considerata da Gadda la miglior prova dell’ipocrisia della propaganda mussoliniana sulla «santità della famiglia» (Eros, SGF II 238, 248). Ma lo scrittore milanese non si contenta di seguire il duce fino a Dongo, né di scortarlo fino a piazzale Loreto; almeno un cenno – compiaciuto quanto criptico – egli dedica alle avventure posteriori della salma. «Se Dio volle, l’hanno appeso lui a un più degno lampione. E ora dissemina pollici marci per tutta terra», leggiamo in un testo del 1946 (Un testimone, SGF I 945-46). Evidentemente, Gadda ha tenuto a informarsi sul trafugamento di Musocco abbastanza per sapere che l’impresa di Leccisi era costata allo scheletro di Mussolini il distacco di qualche falange. (59)

In maniera rapsodica nel Pasticciaccio, in modo più sistematico in Eros e Priapo, Gadda si sforza di collocare la vicenda del corpo del duce nel contesto di un’interpretazione generale del periodo fascista. Le coordinate del suo discorso storico sono poche, ma chiare. «Colpa prima» di Mussolini era stata il narcisismo erotomane, la «priapesca […] vantardigia» (Eros, SGF II 275, 365). I maschi italiani avevano contratto dal duce identica sindrome: un’assurda vanagloria di contenuto sessuale prima ancora che politico (SGF II 244). Quel che è peggio, anche le donne italiane si erano scoperte una foia inestinguibile; dal menarca alla menopausa, tutte avevano vissuto nella speranza di sperimentare la smisurata virilità di Mussolini (SGF II 250, 271). La bramosia sessuale per il «rachitoide acromegàlico», che il racconto del Pasticciaccio riferisce al 1927, si era intensificata negli anni successivi:

Già principiavano invaghirsene, appena untate de cresima, tutte le Marie Barbise d’Italia, già principiavano invulvarselo, appena discese d’altare, tutte le Magde, le Milene, le Filomene d’Italia: in vel bianco, redimite di zàgara, fotografate dal fotografo all’uscire dal nartece, sognando fasti e roteanti prodezze del manganello educatore. Le dame, a Maiano o a Cernobbio, già si stralunavano ne’ su’ singhiozzi venerei all’indirizzo der potenziatore d’Italia. (Pasticciaccio, RR II 56)

La virulenza della polemica antifemminile di Gadda non va attribuita per intero ai risvolti più o meno patologici della sua misoginia. Serpeggiava nella cultura laica del dopoguerra l’idea che il fascismo andasse spiegato, tra l’altro, con la passione delle donne per il corpo del duce; più precisamente, con il nesso esistente tra l’ignoranza femminile e il priapismo mussoliniano. (60) Quando l’uscita del Pasticciaccio da Garzanti avrebbe regalato a Gadda il suo primo successo di pubblico, poche voci della sinistra si sarebbero sottratte al coro delle lodi per lamentare le suggestioni ideologicamente reazionarie del romanzo. (61) In linea di massima, la cultura antifascista avrebbe cercato di annettere Gadda alla propria tradizione. (62) Dalle colonne di Belfagor, Giulio Cattaneo avrebbe salutato come splendide le ingiurie del Pasticciaccio al duce defunto (Cattaneo 1957b: 650-07), mentre alcuni recensori comunisti sarebbero giunti a individuare nel capo del fascismo l’implicito colpevole del delitto di via Merulana. (63)

L’entusiasmo dell’intellighenzia di sinistra per la filosofia politica del Pasticciaccio la dice lunga sulla crisi della cultura antifascista negli anni cinquanta. In una stagione singolarmente propizia per la buonanima di Mussolini, anche gli sfoghi di Gadda sembravano valere da «salutare antidoto» a certe «farsesche nostalgie» (Cattaneo 1957b: 607). Eppure, lo scrittore milanese suggeriva un’interpretazione fuorviante e, in ultima analisi, consolatoria del fascismo. Perché la massima colpa del duce non consisteva nell’aver schizzato sulla folla di piazza Venezia lo sperma della sua retorica patriottica (Primo libro, SGF II 955; Eros, SGF II 242-43). Né si poteva assimilare l’Italia del Ventennio a uno stagno nel quale milioni di maschi latini si erano rispecchiati per verificare il gigantismo dei loro attributi virili. Meno che mai, l’Italia fascista era stata un bordello dove milioni di donne sospirose avevano atteso la visita di Mussolini. Riducendo il periodo fascista ad «era favista» (Eros, SGF II 307), Gadda annegava l’esperienza storica della dittatura in un mare magnum di liquidi seminali. Al di fuori dello stagno e dei bordelli, non cenacoli, non biblioteche, non prigioni. Oltre i corpi infoiati, non idee, non libri, non armi. Alla maniera genitale di Gadda, la storia del fascismo rendeva futile qualunque storia dell’antifascismo. D’altronde, mai lo scrittore milanese aveva nascosto, né nascondeva nel secondo dopoguerra la propria noia per i pontefici dell’opposizione al regime, i raddrizzatori di torti della Resistenza, gli idealisti della Repubblica: per le donne Prassedi dell’antifascismo, come sarebbe stato tentato di chiamarle (Ferretti 1987: 128-29; Pecoraro 1996: 134). Il dialogo ininterrotto con I promessi sposi aveva convinto Gadda a trascegliere quale alter ego – nell’ampia galleria di caratteri manzoniani – il personaggio di don Abbondio (Andreini 1988: 26 e 34 ).

Chi è senza coraggio non se lo può dare: dal fondo della sua guarnigione africana, il legionario Bottai ravvisava tracce di «necroscopica viltà» nel presente antimussoliniano di molti scrittori dal passato fascistissimo (Bottai 1988: 367-68). Ma a saperle ben leggere, le cadaverose invettive del laico Gadda proponevano un’interpretazione del Ventennio non dissimile da quella abbozzata nelle pietose memorie del cattolico Bottai. Mussolinismo e fascismo venivano ricondotti a un’esibizione di corpi: il corpo tronfio del capo e i corpi in fiore dei balilla, la cui moltiplicata bellezza il duce aveva sfoggiato come propria (Eros, SGF II 356). Al pari di Bottai, Gadda guardava alla vicenda storica della dittatura dalla prospettiva ingannevole della ribalta, riconoscendo in Mussolini un istrione e negli italiani dei pantomimi (Miti, SVP 920-22). Episodio meramente ottico e acustico il regime fascista; «protensione scenica», «protuberazione teatrata» (Miti, SVP 912; Eros, SGF II 354-55). Sotto la scorza del vituperio, Gadda addomesticava perfino il culto del coltello, che gli squadristi si erano compiaciuti di esibire al cinturone come un argenteo genitale: ne faceva uno dei tanti «miti teatrali» del fascismo (Pasticciaccio, RR II 72-73; Miti, SVP 905). Quasi che le camicie nere non avessero affondato davvero i loro pugnali nella carne dei refrattari.

3. Autopsie senza cadavere

Per anni dopo il 1945, Gadda ha insistito sopra il tema della lue di Mussolini, «scarlatta peste che gli escava il balano». (64) Una vecchia leggenda, questa della sifilide mussoliniana, (65) che la pubblicazione del referto autoptico non è bastata a dissipare. Al contrario, la favola ha trovato nuovo alimento nella decisione dell’Ufficio Sanità della 5a Armata americana di inviare un campione di tessuto cerebrale del defunto dittatore a Washington, per ulteriori accertamenti scientifici. Benché gli ufficiali sanitari statunitensi si siano impegnati a non rendere noti gli esiti delle loro ricerche in alcun tipo di giornale o rivista, (66) lungo un decennio abbondante le porzioni di cervello di Mussolini hanno costituito materia ricorrente di indiscrezioni da parte della stampa italiana. (67) L’immagine retrospettiva di un duce sifilitico all’ultimo stadio ha circolato abbastanza per promuovere la reazione indignata dei missini, che non potevano accettare – comprensibilmente – l’equazione tra il tardo fascismo e il delirio di un folle. L’ex ambasciatore di Salò nella Berlino del Terzo Reich ha garantito che il Mussolini repubblicano era stato uomo del tutto presente a se stesso; (68) un ex ministro della Rsi (che le malelingue dicevano figlio naturale del duce) ha qualificato le voci che volevano demente il Mussolini degli ultimi anni come un «luogo comune di dubbio spirito». (69) Ma quanto non è riuscito ai dissettori dell’università di Milano, tanto meno è riuscito agli epigoni del fascismo: numerosi italiani sono rimasti convinti che durante l’ultima fase della sua vita, il mal francese avesse privato Mussolini del pieno possesso delle sue facoltà mentali.

L’affabulazione intorno alla sifilide del duce rinvia a una dinamica storica generale, propria dei contesti post-totalitari: il disincanto collettivo rispetto alle qualità straordinarie del capo. Morto il leader, quale tentazione più ovvia che rovesciarne il mito, addebitando all’influenza di una tara invisibile quanto era stato attribuito in vita all’ineffabile evidenza del carisma? E nel secolo di Freud, quale ambito più logico per situare la difformità corporale (ergo mentale) del capo carismatico che i recessi della sua sessualità? Nella Germania postnazista, vi è stato chi ha preteso di spiegare il genocidio degli ebrei con una sifilide contratta dal giovane Hitler attraverso l’incontro carnale con una prostituta di origine israelitica. (70) Altri hanno discettato sopra i nessi tra la politica nazista e la menomazione fisica accertata dai medici russi in occasione dell’autopsia sul cadavere del Führer: la mancanza del testicolo sinistro. (71) In una pagina del diario romano di Corrado Alvaro, è dato di raccogliere echi del corrispettivo postfascista di queste esegesi genitali del nazismo: «C. insinua che il duce sarebbe stato fornito di un membro virile non sviluppato, B. gli replica di essersi preso la briga di misurarlo sul cadavere, e afferma che tutto l’apparato era di consistenza normale». (72) Va ricercata invece in un fortunato romanzo degli anni cinquanta, Il prete bello, l’ironica rivincita del neofascismo genitale. Goffredo Parise ha affidato al personaggio del cavalier Esposito – secondino in pensione, vedovo con quattro figlie da maritare – la rivendicazione dell’ipertrofica virilità di Mussolini: «lui l’aveva guardato attentamente, il Duce, in più d’una occasione, per sincerarsene, e […] si vedeva benissimo, anche a occhio nudo». (73)

La vita d’oltretomba di Benito Mussolini ha compreso pure questo: diagnosi a memoria, autopsie senza cadavere. L’esercizio non è stato praticato soltanto dai medici personali del duce; alti funzionari del disciolto regime, pubblicisti più o meno autorevoli, reduci del fascismo primigenio hanno intrapreso il cimento. I clinici hanno dovuto ammettere che tra le patologie di Mussolini non vi era stata l’infezione luetica. (74) Georg Zachariae, l’ufficiale medico tedesco che aveva curato il duce durante il periodo di Salò, ha presentato tuttavia un quadro apocalittico delle condizioni fisiche del paziente: pressione bassa, anemia secondaria, pelle secca e anelastica, fegato ingrossato, crampi allo stomaco, addome magrissimo nella parte inferiore, intestini rattrappiti, stitichezza acuta. (75) Il Mussolini di Salò, ha concluso il dottor Zachariae, era «una rovina di uomo»; niente di più probabile che il dolore fisico lo avesse sopraffatto nei momenti decisivi, facendogli prendere decisioni sbagliate (Zachariae 1948: 11). L’ex capo dell’Ovra, Guido Leto, ha giudicato la decadenza fisica del duce come la causa efficiente del 25 luglio 1943: il fascismo era morto per lisi, non per crisi. (76) Cesare Rossi – l’eminenza grigia del primo fascismo, (77) sacrificata sull’altare del delitto Matteotti – è sceso nei dettagli. In un libro intitolato Mussolini com’era. Radioscopia dell’ex dittatore, Rossi ha spiegato il decadimento mentale del duce con l’uso e l’abuso di afrodisiaci. (78) Per corrispondere alle divoranti esigenze sessuali di Clara Petacci, il maturo dittatore si era rassegnato a consumare tubetti su tubetti di Hormovir: «In questo […] risiede l’insospettata causa della tragedia mussoliniana, che è diventata poi la tragedia italiana» (Rossi 1947: 280). Fin negli espedienti di un vecchio impotente, il fascismo si era confermato tragedia corporale.

I cicalecci postumi sulle patologie di Mussolini meritano un’attenzione storiografica inversamente proporzionale alla loro attendibilità. Limitare l’analisi critica del Ventennio a un bollettino sanitario del duce equivaleva infatti a sottoscrivere un messaggio ideologico: la vittima di una sindrome è comunque una vittima. Che gli intellettuali discettassero pure, dall’alto delle loro cattedre, intorno al problema di sapere se il fascismo fosse stato la malattia morale di una classe dirigente oppure la malattia costituzionale di una compagine sociale; che gli allievi di Benedetto Croce incrociassero pure il fioretto con i seguaci di Gaetano Salvemini. (79) Gli opinionisti a buon mercato avevano di meglio da fare. Nel loro discorso, la tesi della corporeità morbosa di un regime (80) lasciava il posto alla tesi della corporeità morbosa del duce: qualcosa che molti italiani potevano più facilmente capire, e accettare. Autore di vari bestseller di divulgazione storica (oltre che ammiraglio in pensione e militante politico missino), Antonino Trizzino avrebbe atteso il 1968 per pubblicare la versione più articolata della favola: la sifilide del duce gli sarebbe servita per rivalutare l’intera esperienza del fascismo, tranne la conduzione militare della guerra mondiale ad opera di un Mussolini «sull’orlo della demenza». (81) Ma già nel 1950, un giornalista del prestigio di Paolo Monelli ha spinto alle estreme conseguenze logiche il gioco delle diagnosi sul corpo del duce. Effetti immancabili dell’ulcera duodenale – ha ricordato l’autore di Mussolini piccolo borghese – l’incertezza, la frustrazione, il dubbio continuo; effetti della lue mal curata, la megalomania, l’esasperata vanità, il desiderio di vendetta. Dunque, ha concluso Monelli,

inutile cercare giustificazione al carattere dell’uomo nell’ereditarietà, negli studi compiuti, nelle letture fatte, nell’ambiente in cui è vissuto; bastano questi due mali, l’uno dei quali dovuto ad un fortuito incontro con una donna, a spiegare tutto di lui, virtù e difetti, trionfo e martirio, decline and fall. (82)

Noi non sappiamo se Carlo Emilio Gadda abbia apprezzato Mussolini piccolo borghese quanto il volume precedente dello stesso autore, Roma 1943. Certo è che l’approccio interpretativo di Monelli, come quello di Gadda, eccedeva in fisiologismo. Penetrando nei recessi del corpo del duce, si restava alla superficie dell’Italia fascista.

4. Processi immaginari

In quella Rai dove Gadda presta servizio redazionale a partire dal 1950 (Gadda 1993c), uno scrittore ben più noto al grande pubblico, Giovanni Guareschi, ha varato la trasmissione radiofonica Signori, entra la corte. Ogni domenica pomeriggio, con la partecipazione degli attori della Compagnia di prosa di Radio Milano, la Rai manda in onda un «radioprocesso con giuria popolare»: processi immaginari, naturalmente, ma tali da sollevare negli ascoltatori – se dobbiamo credere al Radiocorriere – reali problemi di coscienza. (83) Il successo di pubblico conseguito dalla trasmissione di Guareschi rimanda al forte interesse per la cronaca nera e per la ricerca giudiziaria della verità, che accomunava gli italiani dopo vent’anni di veline e di silenzi di regime; una passione testimoniata altresì dalla fortuna commerciale di periodici quali Crimen, Reportage, Cronaca nera (Ajello 1976: 191). Non risulta che il programma di Guareschi abbia investito problemi di coscienza connessi alla figura storica di Benito Mussolini, anche perché la Rai dell’epoca degasperiana preferiva mantenersi discreta su fatti e personaggi del fascismo (Isola 1995: 106 sgg. e 255 sgg.). La menzione di questo programma radiofonico vale comunque da pretesto per evocare un piccolo fenomeno letterario di quegli anni, che direttamente pertiene alla vicenda postuma di Mussolini.

L’esecuzione sommaria di Giulino di Mezzegra non ha privato gli italiani soltanto delle ultime volontà del duce, così da spingere alcuni solerti libellisti alla redazione di finti testamenti. I fucili automatici di Audisio e Lampredi hanno privato gli italiani anche di un processo esemplare: dello spettacolo in cui Mussolini stesso aveva temuto di dover recitare nella bolgia infernale del Madison Square di New York, (84) e che i giuristi alleati hanno inscenato invece – contro i criminali di guerra nazisti – nella sobria cornice del Palazzo di giustizia di Norimberga. (85) Ovviamente, la privazione del processo a Mussolini è stata vissuta con animo diverso dai neofascisti e dagli antifascisti. Tra questi ultimi, rari sono stati, almeno a ridosso del 1945, quanti hanno osato deplorare pubblicamente che la fucilazione avesse reso impossibile il processo. (86) Ha prevalso negli ambienti antifascisti l’idea che la giustizia di Giulino fosse stata sommaria per necessità, a costo di togliere agli italiani la soddisfazione di uno smascheramento teatrale del «Cesare di cartapesta». (87) Negli ambienti neofascisti, viceversa, si è cristallizzata l’idea secondo cui i colpi di mitra frettolosamente esplosi dai partigiani comunisti avevano sottratto il duce a un processo dall’esito tutt’altro che scontato, nel corso del quale Mussolini avrebbe potuto dimostrare davanti al mondo la propria buona fede. (88) Recriminazioni sterili? Forse. Ma ancora una volta la fantasia ha saputo riscattare, in certi casi, il vuoto della realtà. Nell’assenza di una Norimberga italiana, alcuni scrittori si sono finti cronachisti di un immaginario processo contro il duce. (89)

Quando l’iniziativa della finzione letteraria è stata assunta da un autore dichiaratamente nostalgico quale Yvon De Begnac, ha prodotto qualcosa come la rielaborazione filo-mussoliniana di un capolavoro classico. Colui che era stato negli anni trenta il giovanissimo biografo ufficiale del duce (90) ha immaginato e pubblicato, in effetti, un Processo a Socrate sulle rive del lago di Como. (91) Rinunciamo a sorridere dell’impegnativo accostamento tra il maestro ateniese e quello predappiese: si trattava dell’approdo di un luogo comune della memorialistica saloina, secondo cui il vecchio Mussolini era stato assiduo lettore dell’Apologia di Platone, indifferentemente «in edizione Garzanti» (92) o «nel testo originale» (Zachariae 1948: 41). Guardiamo piuttosto agli argomenti che De Begnac metteva in bocca al suo Mussolini. Il Socrate del lungolago si attribuiva il merito storico di avere contrapposto la diga del fascismo italiano al fiume in piena del comunismo sovietico; riconosceva come un errore la propria rinuncia ad assumere in pieno le funzioni di tiranno; sosteneva di non essersi suicidato dopo l’8 settembre nella speranza di proteggere, da Salò, la vita dei suoi connazionali; dichiarava una macabra presa in giro la democrazia che pretendeva di condannarlo; si augurava di essere ricordato dagli italiani come uomo impolitico (De Begnac 1950: 60-93).

Gli argomenti dello pseudo-Mussolini di De Begnac corrispondevano ai punti fermi di una vulgata antiresistenziale relativamente diffusa nell’Italia dell’immediato dopoguerra: differivano poco – in fondo – dagli argomenti dello pseudo-Mussolini di Montanelli. Ma sommandosi alla mediocrità della casa editrice, il partito preso neofascista del finto reporter giudiziario attutiva l’impatto che il suo Processo era suscettibile di esercitare sopra l’opinione pubblica. Per quanto una rivista come Il Ponte definisse scandaloso il tentativo di presentare Mussolini come incarnazione del buon tiranno, (93) la causa antifascista aveva poco da temere dalla pubblicazione di messinscene come quella ricostruita da De Begnac: che dimostravano, tutt’al più, la capacità dei neofascisti di trasfigurare la realtà. (94) L’immaginazione di un finto processo contro il duce avrebbe potuto caricarsi di una forza ideologica altrimenti dirompente se fosse risultata dalla fantasia di uno scrittore estraneo al demi-monde dei pubblicisti neofascisti; tanto più se questo scrittore avesse scelto di inserire la simulazione tribunalesca all’interno di un controverso bestseller. L’ipotesi non sembri peregrina. Nella Pelle, libro fra i più letti e discussi del dopoguerra italiano, Curzio Malaparte ha effettivamente dedicato un capitolo – Il processo – all’immaginazione di una Norimberga italiana contro Benito Mussolini.

Il Malaparte del secondo dopoguerra era un uomo ossessionato dai cadaveri. (95) Era ossessionato, inoltre, da fantasie riguardanti il corpo del duce. Lo attesta una pagina del diario parigino (96) risalente all’ultima fase di redazione della Pelle, dove la vena materica del fascista di strapaese veniva ripresa ma cambiata di segno, e l’antico cantore di Mussolini facciadura si trasformava nel ritrattista di un autentico mostro umano. Il duce veniva rappresentato come una bestia piena di sangue flaccido o, forse, di siero di latte: «un’oca, un’enorme oca» degna del pennello di Bosch, di Brueghel o del doganiere Rousseau, dei loro animali grassi, gonfi, lenti, tardi, «quasi corpi in decomposizione». Implacabile, il Malaparte del diario indugiava lungamente non sul bue, ma sull’oca nazionale. Sulla testa di Mussolini, da sempre sproprozionata rispetto al corpo ma divenuta, con gli anni, enfia e deforme. Sugli occhi grandi e scuri, impressionanti soprattutto quando il duce, parlando, li roteava, così che il bulbo naufragava nel bianco «come quello di certe gazzelle in agonia, o di certe donne nel piacere». Sull’odore della pelle di Mussolini, «un odore di pelle di pollo bagnato», «l’odore dei cadaveri» (Malaparte 1966: 195-96; Parigi, novembre 1948).

Nella Pelle, Malaparte ha evitato di versare questa pagina di diario. (97) Ma la scena dell’immaginario processo contro il duce non è riuscita perciò meno morbosamente espressionistica. L’autore spiegava essersi riposato dalle fatiche della guerra civile – vissuta come giornalista al seguito dell’esercito alleato – nella piccola casa romana di un ostetrico suo amico. A causa della penuria di spazio, aveva dovuto dormire sopra un divano nello studio; ambiente pieno di libri e di strumenti di ostetricia, ma anche di boccali di vetro colmi di un liquido giallognolo: in ognuno di quei boccali era immerso un feto umano. Comprensibilmente, Malaparte aveva finito per trovare angosciante la compagnia dei piccoli mostri: «Poiché i feti son cadaveri, ma di specie mostruosa: son cadaveri mai nati e mai morti» (Malaparte 1978: 280). Una notte, l’ingrata compagnia si era fatta insopportabile promiscuità. I feti erano usciti dai boccali e avevano preso a muoversi per la stanza, arrampicandosi sulla scrivania, sulle sedie, addirittura sul letto dello scrittore febbricitante. Si erano poi raccolti al centro dello studio, sul pavimento; si erano disposti a semicerchio, «quasi un consesso di giudici», e avevano fissato Malaparte con i loro tondi occhi spenti. A un tratto, il capopopolo dei feti, un tricefalo di sesso femminile, si era rivolto ad alcuni mostricciattoli raccolti in disparte e aveva ordinato loro di far entrare l’accusato (Malaparte 1978: 281).

In questo paesaggio da incubo, sospeso tra la vita e la morte o la non-vita e la non-morte, Malaparte ha orchestrato l’apparizione di Mussolini. Ingresso descritto con sapienza manzoniana, come tenendo a mente la scena della madre di Cecilia (nelle intenzioni dell’autore, del resto, La pelle avrebbe dovuto intitolarsi La peste): (98)

Veniva innanzi lentamente, fra due di quegli sgherri, un feto enorme, dal ventre floscio, dalle gambe coperte di peli bianchicci e lucenti. […] La testa aveva gonfia, enorme, bianca, nella quale luccicavano due occhi immensi, gialli, acquosi, simili agli occhi di un cane cieco. L’espressione del viso era orgogliosa e, insieme, timida: come se l’antico orgoglio, e un timor nuovo di straordinarie cose, vi contendessero e, senza mai soverchiarsi a vicenda, vi si confondessero, così da creare un’espressione che aveva del vile e dell’eroico al tempo stesso.
Era un viso di carne (una carne di feto e insieme di vecchio, la carne di un feto di vecchio), uno specchio dove la grandezza, la miseria, la superbia, la viltà della carne umana splendevano in tutta la loro stupida gloria. […] E per la prima volta vidi la bruttezza del volto umano, lo schifo della materia di cui siamo fatti. (Malaparte 1978: 283)

Resistendo alla tentazione di trattare le pagine di Malaparte come un semplice pezzo di bravura, magnifica prosa bastante a se stessa, occorre leggere tra le righe, decriptare il messaggio. Perché l’autore della Pelle non voleva soltanto tener dietro al suo facile talento di letterato da terza pagina. Attraverso l’immaginazione del processo contro Mussolini, Malaparte – l’arcifascista degli anni venti, caduto in disgrazia negli anni trenta prima di improvvisarsi antifascista negli anni quaranta (99) – aveva qualcosa di importante da dire agli italiani. Riconosceva di avere lui stesso maledetto Mussolini quando il duce si era trovato, pettoruto e tronfio, all’apice della gloria in piazza Venezia; ma ora che era lì nel modesto studio di un ostetrico, «feto nudo e schifoso», si rifiutava di rider di lui. Anzi, più lo guardava, più Malaparte sentiva nascere in cuore un’«affettuosa compassione» per Mussolini. E la compassione si estendeva indifferentemente ai fascisti e agli antifascisti, ai saloini e ai resistenti, tutti accomunati dal fatale, meraviglioso destino della sconfitta. Davanti al consesso dei feti giudicanti, Malaparte indossava la toga di avvocato del mostro Mussolini e dei convitati di pietra al processo, gli italiani: «Un uomo, un popolo, vinti, umiliati, ridotti a un pugno di carne marcia, che cosa v’è di più bello, di più nobile al mondo?» (Malaparte 1978: 284).

Trasparente il significato dell’operazione ideologica di Malaparte (quasi un rilancio dell’offensiva portata nel Buonuomo Mussolini da quel suo allievo meno còlto, meno brillante, ma altrettanto influente che era Indro Montanelli): la riduzione bozzettistica della Resistenza a granguignolesco carnaio dal quale i vinti uscivano paradossali vincitori. Ed esplicito, in Malaparte, il rigetto di qualsiasi interpretazione della guerra civile come lavacro di sangue, tragico eppur salutare rito di passaggio verso la maturità del paese Italia. «Quei morti, li odiavo. Tutti i morti», leggiamo nella Pelle (Malaparte 1978: 275). Quanto separava il Malaparte del 1949 dalla sinistra come dalla destra era il suo abbracciare un’etica della sopravvivenza, mentre ex resistenti e neofascisti coltivavano un’etica del sacrificio. Ma precisamente l’elogio della sopravvivenza può contribuire a spiegare lo straordinario successo di pubblico della Pelle, tanto più notevole in quanto ottenuto a dispetto di un’accoglienza severa da parte della critica, e senza l’appoggio commerciale di un grande editore. (100) Settantamila copie nei primi otto mesi successivi all’uscita dell’edizione italiana: il romanzo-saggio di Malaparte ha venduto dieci volte di più di quanto tirassero allora i Coralli einaudiani, venti volte di più della tiratura media di un titolo di narrativa. (101) Difficile pensare che tutti i lettori del bestseller fossero malati di voyeurismo cimiteriale o prenatale. Facile supporre che La pelle incontrasse fortuna anche presso i malati di anti-antifascismo. Era un libro fatto per piacere agli italiani della «zona grigia»; a quanti, dopo il tragico crollo del mito mussoliniano, non cedevano alle lusinghe del mito ciellenista.

Dopo l’arringa dell’avvocato Malaparte, il processo contro il duce si conclude senza un verdetto. Prima di lasciare il tribunale, il feto Mussolini ricorda «con voce dolcissima» gli ultimi momenti della sua incarnazione di uomo: «Mi hanno scannato, mi hanno appeso per i piedi a un uncino, mi hanno coperto di sputi». Dopo di che, due feti dall’aspetto di sgherri accompagnano fuori dall’aula un duce che si limita a «piangere dolcemente» (Malaparte 1978: 285). Anche questo lacrimoso non-finale doveva piacere a molti lettori della Pelle: a quegli italiani da Controriforma cui Malaparte aveva inteso prioritariamente rivolgersi quando ancora si chiamava Suckert (Mangoni 1974: 94 sgg.), e che a maggior ragione egli considerava interlocutori privilegiati dopo la sua conversione cristiana. Nel momento in cui sfuggiva alla realtà calvinistica del processo di Norimberga, all’alternativa brutale salvati/dannati, certa Italia post-fascista poteva ritrovare nel proprio codice genetico l’escamotage tipicamente post-tridentino del terzo luogo, insieme spaventoso e consolante. (102) Mussolini all’inferno? Mussolini in paradiso? Né l’uno né l’altro: Mussolini in purgatorio.

5. Colloqui d’oltretomba

Nell’Italia dell’immediato dopoguerra, si è pregato per Mussolini come per un’anima del purgatorio. (103) Anno dopo anno, all’anniversario della morte del duce, neofascisti pii quanto intraprendenti hanno organizzato messe clandestine di suffragio in absentia del cadavere. (104) Talvolta, l’affluenza di pubblico ha richiamato l’attenzione delle autorità: a Roma, nel 1947, il numero totale di partecipanti a tali messe è stato valutato dalle forze dell’ordine a varie centinaia di persone. (105) Quando, non paghi di intercedere per l’anima dell’illustre defunto, i fedeli si sono impegnati in gesti estranei alla liturgia cattolica quali l’appello fascista e il saluto romano, è capitato che la polizia procedesse ad alcuni fermi o addirittura ad arresti. (106) In genere, le forze dell’ordine hanno preferito lasciar fare, meritando per questo l’applauso della cosiddetta stampa indipendente. Nella sua rubrica sul settimanale illustrato Tempo, Vitaliano Brancati non ha perso l’occasione per sottolineare la felicità dei tempi degasperiani; secondo questo ex propagandista del regime, (107) l’indulgenza poliziesca per le messe nostalgiche era «il modo migliore di dimostrare che la debole democrazia teme l’anima di Mussolini mille volte meno di quanto il potente regime fascista temesse l’anima di Matteotti». Durante il Ventennio, ha ricordato Brancati, il semplice proposito di celebrare una messa in suffragio del martire di Fratta Polesine avrebbe giustificato la prigione non soltanto per colui che l’avesse formulato, ma anche per il suo compagno di scopone. (108)

Riferendo delle messe officiate in tre chiese di Roma per il secondo anniversario della morte del duce, il settimanale Oggi forniva un complemento d’informazione: la sera stessa del 28 aprile 1947, lo studio di un «famoso» avvocato romano era servito da teatro per una seduta medianica durante la quale era stato richiamato «lo spirito di Mussolini» (Senzaterra 1947: 9). Chi voglia far storia del corpo morto del duce è costretto a registrare anche questo: dopo i falsi testamenti e i miti teatrali, dopo le autopsie senza cadavere e i processi immaginari, ecco i colloqui d’oltretomba. Per meglio figurarci le forme della sopravvivenza spiritica di Mussolini, lasciamo trascorrere pochi anni dal 1947 e spostiamoci da Roma a Palermo. In una villa della periferia, ecco riunito presso un sedicente Professore un gruppo di catecumeni che il periodico neofascista locale I Vespri d’Italia definisce come provenienti dagli ambienti sociali più vari. La cerimonia si svolge in due fasi. Dapprima, il Professore invita i convenuti a rispondere a un questionario storico in quattro domande: quale il loro giudizio complessivo su Mussolini? giusta o sbagliata la conquista dell’Etiopia? opportuna o improvvida l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940? legale o illegale la Rsi? Nella seconda fase – immediatamente successiva – il Professore raccoglie gli ospiti della villa in un locale semibuio, e colloca presso l’unica lampada una gigantografia di Mussolini al balcone di Palazzo Venezia. Dalla stanza accanto, un grammofono diffonde allora la registrazione dei più celebri discorsi del duce. «Lo sguardo dei presenti è inchiodato alla grande fotografia. In tanto religioso silenzio le parole di Mussolini vibrano e mordono come schegge di vetro infisse nella carne». Spento il grammofono, il Professore rivolge agli iniziati il medesimo questionario storico della seduta precedente. Inutile dire che risulta netta l’evoluzione delle risposte in senso filo-fascista. (109)

L’importanza dello spiritismo nella vita post-mortale del duce non va esagerata. Stiamo parlando di poche decine o poche centinaia di italiani, nella mente dei quali la nostalgia politica per un leader malamente scomparso si accompagnava a un’innocente fascinazione per i fenomeni del paranormale. Succedeva che la vedova stessa del duce, nella modesta casa di Forio d’Ischia dove risiedeva in regime di domicilio coatto, esibisse «potenti qualità medianiche». Almeno una volta, nell’autunno del 1947, Rachele Mussolini ha riunito in tinello i figli e alcuni amici fidati, e ha chiesto alle gambe del tavolino di indicare il luogo in cui il questore Agnesina aveva nascosto la salma del marito; ma non ha ricavato dai battiti che l’indicazione (inesatta): P-A-V-I-A… Conosciamo l’aneddoto grazie alla testimonianza di un partecipante alla seduta spiritica che era stato, l’anno precedente, tra i fondatori del Movimento sociale italiano, e andava servendo da ghost writer delle memorie di Rachele: Giorgio Pini. (110) Si sbaglierebbe a trascurare del tutto questo versante della vicenda postuma di Mussolini: il ricorso all’evocazione dei trapassati e alla lievitazione dei tavoli la dice lunga sui caratteri originali del neofascismo post-bellico, ingenuo più che lucido, patetico più che insidioso, sentimentale prima ancora che politico.

Oltre al brivido delle sedute spiritiche, Rachele provava il sollievo di sogni rivelatori, altrettante sequenze di immagini che la vedova avrebbe finito col gettare in pasto alla curiosità dei lettori di rotocalchi. Come il sogno di un Mussolini miracolosamente giovane e sorridente, che dall’alto garantiva: «Qui non ci sono rancori, Rachele, […] per nessuno». (111) Ma il duce non popolava soltanto il paesaggio onirico della vedova. Che dire della Jolanda, la volgare affittacamere presso la quale Carlo Levi si è trovato ad alloggiare nella Roma del 1945? Mussolini era apparso in sogno anche a lei: «L’avesse visto, pallido, tristo, con una voce sofferente. Mi ha detto che gli hanno fatto dei torti, che l’avevano tradito, ma che lassù è un mondo migliore, e che di lassù ci avrebbe protetto». (112) Occorrerebbe, appunto, la penna (o il pennello) di Levi, per dipingere con pochi tratti l’universo «inesistente e esemplare» del neofascismo italiano nei tardi anni quaranta e nei primi anni cinquanta. (113) O almeno per descrivere il piccolo mondo dei neofascisti non direttamente impegnati nell’arena della politica: un mondo alla rovescia, dove si volava con la testa in giù e i valori si invertivano, come nel «poetico e cabalistico capolavoro» di Charlie Chaplin, Il dittatore (Levi 1996: 41). Occorrerebbe lo sguardo insieme acuto e indulgente che l’autore di Cristo si è fermato a Eboli sapeva posare specialmente su cose e persone del Mezzogiorno d’Italia, per restituire il senso di un neofascismo fatto di miracoli sperati e di falsi miracoli, di spiritismo e di gioco del lotto, di culto dei santi e di evocazione dei morti. (114)

Beninteso, non tutto il neofascismo era impolitico. Proprio la scomparsa del duce offriva agli epigoni la chance di rilanciare la mistica fascista, incompiuta finché aveva compreso la morte di tutti tranne che del capo. (115) Sintomatica al riguardo la campagna per il cosiddetto «Sepolto d’Italia», risalente all’autunno del 1950. (116) Si trattava di scovare, in ogni città e villaggio della penisola, un posticino in bella vista: il cantone di una strada, il muro di una cappella, lo zoccolo di un monumento abbandonato; e di allestirvi un altarino con fiori, candele, fotografie di Mussolini, immagini sacre. In poche parole, si trattava di edificare per il duce un simulacro di tomba. L’arte della devozione consisteva nel riuscire a tenere l’altarino sempre in piedi, curandolo senza posa o ricostruendolo dopo un’eventuale distruzione. Grazie alla solerzia dei neofascisti, Mussolini avrebbe avuto in tal modo non uno, ma innumerevoli sepolcri. «La Sua tomba è l’Italia», spiegava il giornale responsabile dell’iniziativa. (117) Come suggerendo l’idea – destinata a rivelarsi tutt’altro che peregrina alla prova dei fatti – secondo cui la vita d’oltretomba del duce sarebbe riuscita tanto più intensa quanto più lungamente il vero sepolcro fosse rimasto segreto: invisibile allo sguardo, onnipresente nel cuore.

Le sfortunate circostanze della vicenda post-mortale di Mussolini contribuivano dunque a pungolare la fantasia dei neofascisti; l’ignoranza del luogo di inumazione del suo corpo li stimolava a esprimere il lutto attraverso supporti diversi da quello della pietra tombale. Facendo di necessità virtù, il discorso epigrafico si sottraeva alla solidarietà col cadavere imposta dall’esistenza di un sepolcro. (118) Ritrovando una secolare tradizione letteraria di morti che parlano e di voci dall’aldilà, i «disperati del fascismo» (119) potevano rianimare il formidabile profilo del duce sulla grigia ribalta dell’Italia degasperiana, potevano liberamente ridare fiato alla voce baritonale del fu Benito Mussolini. Al pari del corpo morto del Führer, (120) il corpo morto del duce ha meritato così la sua dose di letteratura postuma: (121) prodotti a mezza strada tra la libellistica e la pulp fiction, immaginosi epitaffi piuttosto che coerenti manifesti politici.

La più singolare di queste creature letterarie, a firma di Piero Caliandro (uno pseudonimo?), è stata partorita a Milano nel 1952: Benito Mussolini senza il fascismo. 12 colloqui dall’al di là. Il libro si apriva su un’apostrofe rivolta dal duce al medico legale che aveva effettuato la sua autopsia: «O anatomo-settore, non sono fantasie di trapassati: qui conosco la verità; voi, invece, esaminate la materia putrescibile o indurita nel formolo e nell’alcool». Perché mai il professor Cattabeni era rimasto – nei giorni successivi alla dissezione – melanconico ed esacerbato? Un po’ per il comprensibile choc di aver lavorato su cotanto cadavere, un po’ per la rabbia di non avervi identificato i segni di un’ulcera degenerata in cancro, di un tumore cerebrale, di una sifilide all’ultimo stadio; per la delusione, insomma, di non aver trovato nel corpo del duce «qualcosa di grosso», da sottoporre alla scienza in vista di una cattedra universitaria e da consegnare al mondo come spiegazione istologica della politica di Mussolini. Si rinunciasse quindi a diffondere la leggenda di un duce «ammalato di cervello». Ci si rassegnasse all’evidenza per cui il fascismo era tuttora vitale, e prometteva all’Italia una stagione di riscatto: «Voi, anatomo-settore, insieme ai colpi del giustiziere, non avete estinto Mussolini, avete alimentato una fiamma che andava estinguendosi». (122) Seguivano decine di pagine senza capo né coda, concluse da un appello con cui il duce indicava la soluzione dei problemi italiani nell’avvento di un Partito nazionale patriottico, che avrebbe finalmente rimpiazzato la decrepita struttura piramidale dello Stato con una «costruzione arborea scientifica» della nazione (Caliandro 1952: 163-79).

Altri colloqui d’oltretomba venivano pubblicati da Marco Ramperti: giornalista discretamente famoso nell’Italia del 1950, con un passato remoto di critico teatrale del Secolo e dell’Ambrosiano e un passato prossimo di portavoce saloino, condannato al carcere durante l’Epurazione per propaganda antisemita. (123) In Benito I imperatore, Ramperti muoveva da un postulato controfattuale; immaginava che nell’aprile 1945, i paesi dell’Asse avessero vinto la guerra mondiale grazie al tempestivo impiego della bomba atomica, e che Mussolini fosse ritornato a Roma per farsi trionfalmente incoronare successore di Augusto. Il libro corrispondeva perciò al monologo di un duce «vittorioso e imperatore, anziché sconfitto e impiccato». (124) In sostanza, era una torrenziale filippica contro l’antifascismo, frutto bacato del tradimento monarchico dell’8 settembre, tragico carnevale di belle parole, bugiarda bandiera di un branco di assassini (Ramperti 1950: 9-45). Ma l’ombra del morto per antonomasia si allungava su prodotti letterari altrimenti colti e raffinati che il Benito I imperatore di Ramperti. Segnatamente sui fascicoli del Borghese, il quindicinale di informazione politica e culturale fondato da Leo Longanesi nel corso dello stesso 1950: dove ogni pretesto riusciva buono per contrapporre alla signora Democrazia («noiosissima zia») (125) il vulcanico artefice del Ventennio delle illusioni. Di illusioni si era trattato; di quelle però che nobilitano la vita, o almeno danno un senso alla giovinezza: trasformare un paese, vincere una guerra. (126) Sicché Longanesi poteva odiare il fascismo per il male che aveva causato all’Italia, e insieme riconoscere nel duce l’unico statista dell’Italia moderna che avesse chiesto agli italiani qualcosa di serio. (127)

Il fondatore del Borghese merita di figurare nella storia di Mussolini buonanima soprattutto per un libro da lui pubblicato nel 1952, Un morto fra noi. Saggio rappresentativo della filosofia che Longanesi condivideva con tanti suoi affezionati lettori: la logica cinica del si-salvi-chi-può, la morale scettica del chi-è-senza-peccato-scagli-la-prima-pietra. (128) Saggio evocatore, al contempo, del genere di storiografia che il periodo fascista gli sembrava meritare: una storiografia fondamentalmente pietosa, ansiosa di conservare gli aspetti minimi di un passato che era pur stato condiviso da tutti gli italiani. (129) Nella chiusa del volume, Longanesi raccontava di avere recentemente ritrovato la propria vena di pittore, esaurita da anni. E di aver dipinto un vecchio castello aggrappato ad una roccia selvaggia. Quale la sua sorpresa, qualche notte più tardi, nello scoprire illuminata una finestra del maniero! Eppure, Longanesi si diceva sicuro di non averla nemmeno disegnata, quella finestra, sicuro che nel castello non abitasse nessuno. La notte successiva, al buio, l’artista era tornato a scrutare il quadro, e nuovamente aveva visto palpitare la luce della finestra: qualcuno certamente camminava nella stanza, come in certe notti insonni a Palazzo Venezia… «Poi, udii un latrare di cani, lontano». Il vento soffiava sulle rocce, nello squallido chiarore di una luna che Longanesi negava di aver dipinto. Infine, l’alba era sorta su quel paesaggio maledetto. «Poi ho udito un grido, un grido straziante, terribile, che usciva dalla finestra. La luce si è spenta e dai crepacci della roccia ho visto scendere sottili rigagnoli di sangue». (130) Secondo ogni evidenza, il fantasma ducesco di Longanesi era stato divorato dai cani.

Università di Genova

Note

1. Non tutti i risvolti della vicenda post-mortale di Mussolini sono documentati nelle carte consultabili presso l’Archivio centrale dello Stato. In particolare, risulta vuoto il fascicolo: Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1944-47, 1.7 / 36191-5, Mussolini, trafugamento salma. Stando a un appunto manoscritto sulla copertina del fascicolo, il contenuto dell’incartamento è stato riportato in Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1955-57, 1.7.14274, Mussolini, trafugamento salma. Io ho potuto vedere quest’ultimo fascicolo – mai versato all’Archivio centrale dello Stato – a Palazzo Chigi (grazie al cortese interessamento del prof. Paolo Prodi, del prof. Arturo Parisi, del gen. Giovanni Marrocco e della sig.ra Paola Tempesti): salvo constatarne il carattere gravemente lacunoso. Dall’insieme della ricerca archivistica si ricava l’impressione, o piuttosto la certezza, che parte delle carte relative alla salma siano andate disperse.

2. Come precisato nel documento firmato da Vincenzo Agnesina e controfirmato da Rachele Mussolini il 30 agosto 1957, in occasione della restituzione della salma di Mussolini alla famiglia: vedi A. Pensotti, La restituzione dei resti di Mussolini nel drammatico racconto della vedova (Roma: Dino Editore, 1972), 81.

3. Vedi infra, Capitolo sesto, pp. 176 sgg.

4. Secondo il titolo immaginoso dell’articolo di J. Nicholson, Italy: Musso’s Ghost Walks, in Picture Post (July 12, 1952): 27.

5. Come annunciava Cesare Pavese all’artista padovano Tono Zancanaro, a proposito dei programmi culturali della casa editrice Einaudi: vedi C. Pavese, Lettere 1945-1950 (Torino: Einaudi, 1966), 17 (da Torino, 13 giugno 1945).

6. Un’eccezione che conferma la regola è data dal libro (pubblicato postumo) di G. Dorso, Mussolini alla conquista del potere (Torino: Einaudi, 1949).

7. Vedi M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin (Bari: Laterza, 1969; ed. or., New York: Pantheon Books, 1968); E. Collotti Pischel (a cura di), L’eredità di Mao Tse-Tung. Un primo bilancio (Milano: Giuffrè, 1978).

8. Vedi H. Trevor Roper, Gli ultimi giorni di Hitler [1947] (Milano: Rizzoli, 1994), 212 sgg.; D.M. McKale, Hitler: The Survival Myth (New York: Stein and Day, 1981), 25.

9. Segnatamente, sulla tomba del fratello Arnaldo: «io non ho fatto, né farò testamenti di alcun genere, né spirituali, né politici, né profani. Inutile quindi cercarli» – B. Mussolini, Vita di Arnaldo [1932], in Opera omnia (Firenze: La Fenice, 1961), vol. XXXIV, 190.

10. Vedi P. Ignazi, Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano (Bologna: Il Mulino, 1989), 62-67.

11. Vedi D. Forgacs, L’industrializzazione della cultura italiana (1880-1990) (Bologna: Il Mulino, 1992; ed. or., Manchester: Manchester University Press, 1990), 191-92.

12. Enfatizzando l’importanza dei miti consumistici, gli storici hanno corso il rischio di minimizzare la rilevanza dei riti post-fascisti: si veda, tipicamente, l’introduzione di Christopher Duggan all’opera collettiva di C. Duggan e C. Wagstaff (a cura di), Italy in the Cold War. Politics, Culture and Society, 1948-58 (Oxford-Washington: Berg, 1995), 7 sgg.

13. Vedi I. Calvino, Le città invisibili [1972] (Torino: Einaudi, 1984), 147.

14. Vedi I. Montanelli e M. Staglieno, Leo Longanesi (Milano: Rizzoli, 1984), 273.

15. Vedi Q. Navarra, Memorie del cameriere di Mussolini (Milano: Longanesi, 1946), 134 sgg.

16. Vedi, in particolare, la recensione entusiastica di E. Rusconi, Qui non riposano, in Oggi (13 maggio 1947).

17. Si veda la raccolta pubblicata come I. Montanelli, I libelli (Milano: Rizzoli, 1975 e 1993).

18. I. Montanelli, Il buonuomo Mussolini (Milano: Edizioni Riunite, 1947), 9.

19. Si vedano i Documenti autobiografici pubblicati in appendice di C. Malaparte, La pelle [1949] (Milano: Mondadori, 1978), 295.

20. Vedi A. Asor Rosa, La cultura, in R. Romano e C. Vivanti (a cura di), Storia d’Italia, vol. IV/2, Dall’Unità a oggi (Torino: Einaudi, 1975), 1502 sgg. e 1568-575.

21. C. Malaparte, Maledetti toscani (Firenze: Vallecchi, 1956), 37.

22. I. Montanelli, Lettere a Longanesi (e ad altri nemici) (Milano: Longanesi, 1955), 254.

23. Vedi N. Ajello, Il settimanale di attualità, in V. Castronovo e N. Tranfaglia (a cura di), La stampa italiana del neocapitalismo (Roma-Bari: Laterza, 1976), 215.

24. Vedi Testamento politico di Mussolini, dettato corretto siglato da Lui il 22 aprile 1945 (Roma: Tosi, 1948).

25. Sulle circostanze dell’incontro, vedi A. Zanella, L’ora di Dongo (Milano: Rusconi, 1993), 35-36.

26. Vedi G. De Luna, I «quarantacinque giorni» e la Repubblica di Salò, in V. Castronovo e N. Tranfaglia (a cura di), La stampa italiana dalla Resistenza agli anni sessanta (Roma-Bari: Laterza, 1980), 70. Sulle successive iniziative di Cabella come falsario al servizio della causa neofascista, vedi P.G. Murgia, Ritorneremo! Storia e cronaca del fascismo dopo la Resistenza (1950-1953) (Milano: Sugarco, 1976), 156.

27. Testamento politico: 9. Identica vena viene attestata da un’altra intervistatrice saloina del duce: M. Mollier, Pensieri e previsioni di Mussolini al tramonto (Milano: Tipografia Colombi, 1948).

28. A. Giovannini, Mussolini ordinò al frate di assolverlo, in Oggi (4 aprile 1948): 9.

29. L.M. Dies, Istantanea mussoliniana a Ponza (Roma: s.e., 1949), 12.

30. Vedi B. Mussolini, Testamento (Predappio: Ferlandia, s.d.), s.i.p.; vedi anche Ultimi pensieri del Duce (s.l., s.d.).

31. Vedi D. Susmel, Il testamento di Mussolini, in Epoca (15 maggio 1955): 22.

32. Vedi N. Orsini, Mussolini a Dongo non credeva di morire, in Epoca (24 gennaio 1953): 13.

33. G. P., Dove è finito il diario di Mussolini?, in Epoca (14 giugno 1953): 19.

34. D. Susmel, C’è una Maria che sa come finì il camioncino fantasma, in Epoca (28 marzo 1954): 58-59; Susmel 1955: 22-26.

35. Vedi L. Mangoni, In partibus infidelium. Don Giuseppe De Luca: il mondo cattolico e la cultura italiana del Novecento (Torino: Einaudi, 1989), 298 sgg.; G. Bottai e G. De Luca, Carteggio 1940-1957 (Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 1989).

36. Vedi G.B. Guerri, Giuseppe Bottai, un fascista critico (Milano: Feltrinelli, 1976), 242.

37. Guerri 1976: 253. Un indizio delle velleità di rentrée politica di Bottai veniva dall’orchestrazione di un ampio servizio di Oggi sulla sua esperienza di legionario: vedi G. Vecchietti, Nasce Andrea Battaglia legionario di seconda classe, in Oggi (25 gennaio 1948, e le quattro puntate successive, pubblicate nei numeri seguenti del settimanale).

38. G. Bottai, Diario 1944-1948 (Milano: Rizzoli, 1988), 507 (11 febbraio 1947).

39. Bottai 1988: 51 (15 febbraio 1944), 174 (24 giugno 1945), 498 (31 gennaio 1947). Su Bottai critico del mussolinismo, vedi L. Mangoni, L’interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo (Roma-Bari: Laterza, 1974), 117.

40. G. Bottai, Diario 1935-1944 (Milano: Rizzoli, 1982), 212 (29 luglio 1940); su queste pagine, vedi R. De Felice, Mussolini il duce, vol. II, Lo Stato totalitario, 1936-1940 (Torino: Einaudi, 1981), 257-58.

41. Riprendo qui le categorie di P.G. Zunino, L’ideologia del fascismo. Miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime (Bologna: Il Mulino, 1985), 210.

42. Vedi Bottai 1988: 316-19 (15 marzo 1946). E vedi, con lievi ritocchi di stile, Vent’anni e un giorno (24 luglio 1943) [1949] (Milano: Garzanti, 1977) 25-32.

43. Dimostravano un totale disinteresse per la natura carismatica del regime, ad esempio, L. Salvatorelli e G. Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista (Torino: Einaudi, 1956 – stampata già nel 1952 come opera a dispense, sotto il titolo di Storia del fascismo. L’Italia dal 1959 al 1945, dalle Edizioni Novissima di Roma).

44. La cui prima edizione (più volte ristampata) venne pubblicata presso Migliaresi, Roma 1945; e che io citerò dall’edizione Einaudi, Torino 1993.

45. Cito da un corsivo a firma Il Pontiere, La maschera, in Il Ponte (maggio 1945): 254-55.

46. A. Palazzeschi, Tre imperi… mancati. Cronaca (1922-1945) (Firenze: Vallecchi, 1946), 264.

47. La recensione di Branca è pubblicata su Il Ponte (ottobre 1946): 178-80.

48. Sulla sua esperienza resistenziale, vedi V. Branca, Ponte Santa Trinita. Per amore di libertà, per amore di verità (Venezia: Marsilio, 1987), 13 sgg.

49. Dieci anni dopo, lo scrittore milanese avrebbe parlato dell’«incontenibile ed esplosiva urgenza del mio animo 1945-1946» (Il pasticciaccio, SGF I 507).

50. I caratteri (e i limiti) della misoginia di Gadda sono stati rilevati dall’insieme della critica. Spunti specialmente perspicui in Calvino 1995: I, 1081.

51. Secondo la terminologia impiegata da Gadda stesso, recensendo il saggio di Palazzeschi (Tre imperi, SGF I 935).

52. Riprendo qui, piegandola ai fini della mia interpretazione, una formula di Pedullà 1997a: 15.

53. L’elenco seguente si basa (con varie aggiunte ed alcune omissioni) sopra la voce «Mussolini Benito» contenuta in BI 176-77.

54. Vedi P.G. Zunino, Musicisti e letterati nell’Italia del fascismo. Nuove ricerche, nuove fonti, in Rivista storica italiana (1987): 513.

55. Quanto segue è tratto dai Miti del somaro, SVP 922; Tre imperi, SGF I 940; Il primo libro delle Favole, SGF II 43, 70; Pasticciaccio, RR II 55, 265; Eros e Priapo, SGF II 225, 242, 243, 263, 268.

56. Primo libro, SGF II 43-44 (favola 134). La lettura più profonda delle Favole come rappresentative della scrittura giudiziaria gaddiana è stata proposta da Pecoraro 1998a: 73-77.

57. Primo libro, SGF II 71. Il Mussolini di Gadda risulta direttamente ricalcato sopra quello descritto da Walter Audisio in uno dei suoi memoriali sugli eventi di Dongo: «Tremava, livido dal terrore, e balbettava con quelle grosse labbra in convulsione: “Ma…, ma…, ma, ma, signor colonnello…”» – W. Audisio, Giustizia per il popolo italiano, in l’Unità (29 marzo 1947).

58. Fatto personale… o quasi, SGF I 496. Lo «sgraffignamento di parpagliole d’oro» viene evocato da Gadda anche in una lettera coeva (datata Firenze, 19 marzo 1947) a Domenico Marchetti (Gadda 1983c: 51).

59. Vedi supra, Capitolo terzo, pp. 103-04. La forte impressione suscitata su Gadda dal trafugamento di Musocco sembra ulteriormente attestata da una lettera coeva a Gianfranco Contini: «Spero riprendere presto e ultimare Eros e P. = (direi che il libro comincia a diventare necessario, anche storicamente)» (Gadda 1998: 39; lettera da Firenze, 30 aprile 1946).

60. Vedi A. Rossi-Doria, Diventare cittadine. Il voto alle donne in Italia (Firenze: Giunti, 1996), 45.

61. Tra le rare, la voce di A. Bocelli, Gadda nel pasticcio, in Il Mondo (22 ottobre 1957): 8; e soprattutto quella di Cases 1987: 41-69.

62. Vedi G.C. Ferretti, «Officina». Cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta (Torino: Einaudi, 1975), 35-36.

63. In particolare, Rino Dal Sasso e Adriano Seroni: vedi G.C. Ferretti, Una stagione di narrativa (Rassegna del 1957), in Belfagor (1958): 93. Questa ipotesi interpretativa viene ora rilanciata, con dovizia di argomenti, da Pecoraro 1998a.

64. Cito da una versione sacrificata del manoscritto di Eros e Priapo, pubblicata da G. Pinotti (SGF II 1008).

65. Risalente almeno al 1919: vedi G.B. Guerri, Fascisti. Gli italiani di Mussolini; il regime degli italiani (Milano: Mondadori, 1996), 19.

66. Si veda il documento ufficiale americano del 4 maggio 1945 riportato in A. Cappellini, Sono emigrati in America dieci grammi del cervello di Mussolini, in Oggi (28 novembre 1948): 6.

67. Secondo quanto denunciato da M. Lupinacci, Porzioni di cervello, in Epoca (14 agosto 1955): 45.

68. Vedi F. Anfuso, Da Palazzo Venezia al lago di Garda (1036-1945) [1950] (Bologna: Cappelli, 1957), 403.

69. P. Romualdi, Fascismo repubblicano [1945-46] (Milano: Sugarco, 1992): 142.

70. Vedi R. Rosenbaum, Explaining Hitler, in The New Yorker (1º maggio 1995): 53.

71. Vedi A. Bullock, Hitler e Stalin. Vite parallele (Milano: Garzanti, 1995; ed. or., New York: Knopf, 1992), 492.

72. C. Alvaro, Quasi una vita. Giornale di uno scrittore (Milano: Bompiani, 1950), 387 (Roma, primavera 1946); commentava lo scrittore: «Non credevo che il nostro culto priapico arrivasse a tanto».

73. G. Parise, Il prete bello [1954] (Milano: Mondadori, 1986), 111.

74. Vedi A. Pozzi, Come li ho visti io. Dal diario di un medico (Milano: Mondadori, 1947), 218 sgg.

75. Vedi G. Zachariae, Mussolini si confessa. Rivelazioni del medico tedesco inviato da Hitler al duce (Milano: Garzanti, 1948), 10.

76. Vedi G. Leto, Ovra, fascismo, antifascismo (Bologna: Cappelli, 1952), 96.

77. Secondo la definizione di M. Canali, Cesare Rossi. Da rivoluzionario a eminenza grigia del fascismo (Bologna: Il Mulino, 1991).

78. C. Rossi, Mussolini com’era. Radioscopia dell’ex dittatore (Roma: Ruffolo, 1947), 279.

79. Tracce di tali dibattiti in N. Valeri, Il fascismo interpretato, in Il Mondo (5 luglio 1952): 3; R. Vivarelli, Lettera agli amici del «Ponte», in Il Ponte (aprile-maggio 1955): 750-54.

80. Secondo la categoria crociana, finemente analizzata da P.G. Zunino, Interpretazione e memoria del fascismo. Gli anni del regime (Roma-Bari: Laterza 1991): 132-36.

81. A. Trizzino, Mussolini ultimo (Milano: Bietti, 1968), 108.

82. P. Monelli, Mussolini piccolo borghese [1950] (Milano: Garzanti, 1983), 229.

83. Vedi G. Isola, Cari amici vicini e lontani. Storia dell’ascolto radiofonico nel primo decennio repubblicano (1944-1954) (Firenze: La Nuova Italia, 1995): 74.

84. Vedi B. Mussolini, Storia di un anno. (Il tempo del bastone e della carota), in Opera omnia (Firenze: La Fenice, 1961), vol. XXXIV, 398.

85. Vedi T. Taylor, Anatomia dei processi di Norimberga (Milano: Rizzoli, 1993; ed. or., New York: Knopf, 1992), 148.

86. Fra questi pochi, A. Natoli, Testamento incompiuto. «Benito Mussolini. Storia di un anno», pubblicato in appendice di Cassius [pseudonimo di M. Foot], Il processo di Mussolini (New York: Edizioni «Il Mondo», 1945), 114.

87. Secondo l’immagine di Gec [pseudonimo di E. Gianeri], Il Cesare di cartapesta. Mussolini nella caricatura, (Torino: Grandi edizioni Vega, 1945).

88. Si veda, per esempio, A. Tamaro, Due anni di storia, 1943-1945 (Roma: Tosi, 1948-1950), vol. III, 632.

89. Antesignano nella finzione, il giornalista antifascista inglese Michael Foot, autore fin dal 1943, con lo pseudonimo Cassius, di The Trial of Mussolini: un testo inizialmente tradotto in italiano con intenzioni dichiaratamente antifasciste (vedi Cassius 1945); poi ripreso da altri, in una nuova edizione, con fini ideologicamente più ambigui, come attestato dalla modificata traduzione del titolo: Cassius, Un inglese difende Mussolini (Milano: Edizioni Riunite, 1946).

90. Vedi Y. De Begnac, Alla scuola della Rivoluzione antica: vita dei Mussolini dalle origini al dicembre 1904 (Milano: Mondadori, 1936); La strada verso il popolo: vita di Mussolini dal gennaio 1905 al dicembre 1909 (Milano: Mondadori, 1937); Tempo d’attesa: vita di Mussolini dal gennaio 1910 al 24 maggio 1915 (Milano: Mondadori, 1937). Oltre ai materiali di lavoro pubblicati in Taccuini mussoliniani (Bologna: Il Mulino, 1990).

91. Si tratta del terzo capitolo di un’opera monumentale: Y. De Begnac, Palazzo Venezia. Storia di un regime (Roma: Editrice La Rocca, 1950), 45-99.

92. G. Dolfin, Con Mussolini nella tragedia. Diario del Capo della segreteria particolare del duce, 1943-44 (Milano: Garzanti, 1949), 89.

93. Si veda la recensione di Enzo Collotti, in Il Ponte (maggio 1951): 532.

94. Secondo il giudizio critico (di qualche anno più tardo) di G. Vaccarino, Benito Mussolini dinanzi ad alcuni suoi biografi [1957], in Problemi della Resistenza italiana (Modena: S.t.e.m., 1966): 304.

95. Lo ammetteva lui stesso: vedi C. Malaparte, Diario di uno straniero a Parigi (Firenze: Vallecchi, 1966), 141 (Chamonix, 22 marzo 1948).

96. Malaparte ha lavorato alla Pelle dalla casa di campagna di Daniel Halévy, alla periferia di Parigi, dove soprattutto ha risieduto fra 1947 e ’49 – vedi G.B. Guerri, L’arcitaliano. Vita di Curzio Malaparte (Milano: Bompiani, 1980), 229.

97. Il diario parigino sarebbe stato pubblicato postumo, ma Malaparte lo aveva scritto e rielaborato in vista di un’edizione da vivo: vedi E. Falqui, Nota bibliografica (Malaparte 1966: 311).

98. Un titolo al quale Malaparte aveva rinunciato dopo la pubblicazione, nel 1947, de La peste di Albert Camus (vedi Guerri 1980: 237).

99. Per un gustoso ritratto di Malaparte che fa anticamera da Palmiro Togliatti nella Napoli liberata, per accreditarsi (insieme a Longanesi) come sincero comunista, vedi M. Valenzi, C’è Togliatti! Napoli 1944: i primi mesi di Togliatti in Italia (Palermo: Sellerio, 199), 44-45.

100. Sulle circostanze della nascita delle edizioni Aria d’Italia, espressamente fondate in vista della pubblicazione della Pelle e quasi per intero di proprietà dello stesso Malaparte, vedi Guerri 1980: 241.

101. Ricavo le cifre delle tirature, rispettivamente, da A. Todisco, Malaparte ha scoperto che gli uomini hanno un naso, in Settimana Incom (20 maggio 1950): 23; e da G.C. Ferretti, L’editore Vittorini (Torino: Einaudi, 1992), 123 e 260.

102. Vedi M. Vovelle, Les âmes du purgatoire ou le travail du deuil (Paris: Gallimard, 1996), 93-116; G. Zarri, Purgatorio «particolare» e ritorno dei morti tra Riforma e Controriforma: l’area italiana, in Quaderni storici no. 50 (1982): 411 sgg.

103. Secondo il testo di un santino che circola da decenni negli ambienti neofascisti, intitolato Visione!…, Benito Mussolini apparve a una certa Madre Speranza di Gesù alla fine del 1955, mentre questa si trovava a Fermo (in provincia di Ascoli Piceno): chiese perdono delle sue colpe ed evitò così la condanna eterna, ma «fu destinato a un lungo purgatorio». Dopo trenta messe in suffragio, il duce apparve di nuovo a Madre Speranza, mentre «sfavillante di gioia volava al cielo».

104. Nel primo anniversario della morte, la polizia si è soprattutto interessata ad una «messa apparentemente dedicata defunto ignoto ma intenzione altamente rivolta suffragio Benito Mussolini» officiata nella cattedrale di Nicastro, in provincia di Catanzaro: vedi Archivio centrale dello Stato, Ministero degli Interni, Gabinetto P. S., Ufficio cifra, Telegrammi in arrivo, vol. 1946/15.

105. Vedi P.G. Murgia, Il vento del Nord. Storia e cronaca del fascismo dopo la Resistenza (1945-1950) (Milano: Sugarco, Milano 1975): 268-69.

106. Vedi G. Senzaterra, Quatti quatti i fedeli tentarono di svignarsela, in Oggi (13 maggio 1947): 9.

107. Vedi supra, Capitolo primo, p. 19. Sulle palinodie di Brancati, si veda il feroce giudizio emesso in occasione della sua morte da O. Vergani, Misure del tempo. Diario 1950-1959 (Milano: Leonardo, 1990), 312 (27 settembre 1954). Vedi inoltre N. Tripodi, Intellettuali sotto due bandiere (Roma: Ciarrapico, 1981), 44-47.

108. V. Brancati, Messe in suffragio, in Tempo (24-31 maggio 1947): 8.

109. Ricavo quanto precede dall’articolo Messa nera, nella rubrica Taccuino del settimanale Il Mondo (14 aprile 1951): 2 (che riporta una cronaca dal titolo Ho incontrato Mussolini, in un numero di poco precedente de I Vespri d’Italia).

110. Le memorie inedite di Giorgio Pini (già biografo di Mussolini, direttore del Resto del Carlino, sottosegretario del ministero degli Interni della Rsi) sono conservate tra le sue carte depositate l’Archivio di stato di Bologna (vedi pp. 201-02 del testo dattiloscritto). Le memorie di Rachele, redatte da Pini sulla base di un brogliaccio preparato dalla vedova con l’aiuto di un’amica, sono state pubblicate come R. Mussolini, La mia vita con Benito (Milano: Mondadori, 1948).

111. R. Mussolini, In sogno lo rivedo sempre giovane, in Oggi (7 novembre 1957).

112. C. Levi, L’orologio [1950] (Torino: Einaudi, 1989), 226.

113. C. Levi, La serpe in seno [1952], in Belfagor (31 gennaio 1996): 33.

114. Levi 1996: 33. Questo bel testo, con altri, è stato ripubblicato per cura di Sandro Gerbi in C. Levi, Il bambino del 7 luglio. Dal neofascismo ai fatti di Reggio Emilia (Cava dei Tirreni: Avagliano, 1997).

115. Vedi M. Tarchi, Cinquant’anni di nostalgia. La destra italiana dopo il fascismo (Milano: Rizzoli, 1995), 40.

116. Vedi E. Forcella, Il labaro in soffitta, in Il Mondo (4 novembre 1950): 7.

117. Cit. in E. Forcella, L’ora dei cimiteri, in Il Mondo (13 aprile 1954).

118. Sul nesso storico tra iscrizioni epigrafiche e forme di sepoltura, vedi A. Petrucci, Le scritture ultime. Ideologia della morte e strategie dello scrivere nella tradizione occidentale (Torino: Einaudi, 1995), 63 sgg.

119. Riprendo la definizione da un discorso (risalente al 1940) di Niccolò Giani, il fondatore e direttore della Scuola di Mistica fascista: cit. in D. Marchesini, La scuola dei gerarchi. Mistica fascista: storia, problemi, istituzioni (Milano: Feltrinelli, 1976), 120.

120. Vedi A. Rosenfeld, Imagining Hitler (Bloomington: Indiana University Press, 1985).

121. Impiego la categoria nel senso argomentato da G. Ferroni, Dopo la fine. Sulla condizione postuma della letteratura (Torino: Einaudi, 1996), segnatamente 62 sgg.

122. P. Caliandro, Benito Mussolini senza il fascismo. 12 colloqui dall’al di là (Milano: Agenzia Rateale Editoriale, 1952), 9-22.

123. La pena prevista, 17 anni di carcere, era stata poi drasticamente ridotta: vedi R.P. Domenico, Processo ai fascisti (Milano: Rizzoli, 1996; ed. orig. Chapel Hill: University of North Carolina Press, 1991), 209.

124. M. Ramperti, Benito I imperatore (Roma: Sciré, 1950), 8.

125. Cito dal componimento non firmato, Lirica, in Il Borghese (15 maggio 1950): 160.

126. Si veda l’articolo non firmato (ma visibilmente longanesiano), Le colpe del morto, in Il Borghese (1° gennaio 1951): 3.

127. Secondo l’equilibrato giudizio formulato su Longanesi da Pietro Nenni, Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956 (Milano: Sugarco, 1981), 432 (30 maggio 1948).

128. Vedi A. Asor Rosa, Il giornalista: appunti sulla fisiologia di un mestiere difficile, in C. Vivanti (a cura di), Gli intellettuali e il potere (Torino: Einaudi, 1981), 1243 sgg.

129. Vedi M. Mila, Il fenomeno Longanesi [1948], in Scritti civili (Torino: Einaudi, 1995), 280.

130. L. Longanesi, Un morto fra noi (Milano: Longanesi, 1952), 281-86.

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ISSN 1476-9859

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framed image: detail (modified) from a picture of Mussolini’s body hanging from a petrol station at piazzale Loreto, 29 April 1945 (Archive Publifoto).

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