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«La Madonna dei Filosofi»
Piero Gadda Conti
Una violenta amarezza, che talora si intenerisce in tonalità di un accoramento delicatissimo, mi sembra l’atmosfera poetica dalla quale è nato questo libro singolare di uno scrittore novissimo: Carlo Emilio Gadda.
Solo l’ultima prosa, e più lunga, del volume (Edizioni di Solaria, Firenze, 1931) ha respiro e vastità di racconto, restando l’altre nei territorii un po’ sfuggenti della variazione. In tutte, per improvvise cadute, si va da notazioni di una sobrietà, energia e potenza umoristica perfettamente raggiunte a pesantezze della più uggiosa ostinazione perifrastica.
Ecco, a proposito di un eroico adolescente, scomparso nel gran gorgo della guerra, una pennellata delicatissima e d’una mestizia trasparente: «gli anni passarono, e probabilmente quel ragazzo, con tutte le sue poesie e con tutto il pan francese che aveva addentato, si era disperso per tutta l’eternità». Si eseguisce un trio di Beethoven: «Era tanto il dolore, che le cavate ardenti e meravigliose si effusero piene di vita e di serenità nella notte». Un profilo di donna in automobile: «capelli castanei, quasi ramati, sfuggivano alla stretta del casco e il vento della corsa li gelava sopra la fronte e la gota, o voleva strappare e portarne a qualche lontano una ciocca: e al viso pallido davano nei moti ombre diverse, come celeri, fuggenti pensieri». Se il Gadda restasse sempre in questa sobrietà di tocco, dove la concisione non è ancora oscurità, anche il lettore posapiano lo seguirebbe sempre, conquistato. Ma c’è un guaio. Il nostro ha, esasperata, la paura dei luoghi comuni; prende i più intricati viottoli, pur di girar largo. Lo dichiara egli stesso, due volte, nello stesso racconto: «mi rincresce di cadere nel convenzionale»: ed il bello si è che questo convenzionale non fa la sua comparsa neppure in queste due preordinate circostanze. Ma esiste, ed il Gadda talora non se ne avvede, anche una convenzionalità uggiosissima, che consiste nel parlar difficile e perifrastico anche quando non ce n’è alcuna necessità. Scoppia un parapiglia in una sala di cinema suburbano? «La sindrome tipica delle frenosi collettive si manifestò nel magma». Mi pare un po’ troppo.
Carlo Linati, che, sempre vigile, aperto, generoso, ha il merito di avere segnalato per il primo «La Madonna dei Filosofi» dalle colonne di un quotidiano, metterebbe questo sfoggio di vocaboli geologico-psicopatici in conto all’umorismo. Ma l’umorismo, che è certamente una delle facoltà native del temperamento del Gadda, è fatto essenzialmente di misura: guai a sbagliare di un millimetro. Quando il nostro, in una digressione sullo stile neoclassico lombardo, ricordando i soldati delle campagne d’Italia, crea una epigrafe che, anche storicamente, rievoca molto bene quei tempi: «Di qui sono passati i liberatori!» era scritto in quel vuoto; poi, tra parentesi, «e le argenterie e le posate e le tele e le stoffe, chi le ha viste le ha viste», io sorrido alla frecciata ben diretta. Ma quando leggo: «I venti e i lampi per dove il cielo è più aperto e rotolandosi con lazzi loro lungo le guide ferrate e starnutendo i coboldi, genietti suscitatori del malessere umano, il di cui seme, raspando, lo cavano dalla stanca terra», sono costretto, mio malgrado, a confessare che il pensiero dell’autore è rimasto tenebroso, almeno per me. Si tratta, in questo ed in simili casi, di ricordi esoterici, di spunti di una mitologia individuale, che il Gadda si dimentica, o disdegna, di tradurre in linguaggio spiegato.
Lievito lirico delle pagine è una specie di alta nostalgia di una vita libera e serena, nella quale i valori spirituali abbiano il loro equilibrato riconoscimento, ed una esacerbata polemica contro la soffocante miseria dei quotidiani vincoli piccolo-borghesi. «Maria, e ciò è un po’ l’onore, ed il merito delle creature, sentiva bene, dal più profondo dell’animo, come tutte forse le nobili e gentilissime donne della sua vecchia famiglia, che ci doveva essere qualcosa di vero nel mondo anche a costo di inventarlo, di fabbricarselo con la fantasia, o con una volontà disperata». (Ho tralasciato, per brevità, qualche inciso). A questo «vero» che è presumibilmente la vita profonda dei sentimenti e dei pensieri, tende «con una volontà disperata» il Gadda, oltre gli aspetti goffi e pacchiani della realtà borghese, provinciale e cittadina. In «Cinema» ed in «Teatro» troviamo appunto un ampio repertorio di acri notazioni umoristiche, talora appesantite da una insistenza un po’ pedantesca. Ma moltissime sono assai bene azzeccate, come gli strali alle «analfabetissime donne, sazie d’ogni cibo, sdraiate nelle fanfaronesche automobili de’ spaccamonti falliti» o, nella colorita descrizione di Corso Garibaldi, certe pennellate vegetali: «c’era il presentimento dei cocomeri patriottardi; bucce da marciapiede, care ai chirurghi».
Il Linati ha insistito sulle qualità di variazionista del Gadda, ed ha ricordato il Barilli, per la somiglianza di qualche estroso seicentismo. Ma va notato che, nel Barilli, gli svolazzi sono tutto: mentre nel Gadda v’è un impegno narrativo che non sempre s’accorda coi vagabondaggi delle variazioni. Altro è andare a spasso senza meta, e cogliere impressioni, come farfalle a volo; altro partire con un scopo e lasciarsi andare, un po’ troppo facilmente, a bighellonare strada facendo. Nel caso del Gadda spesso sono gli episodi che, ramificandosi e spadroneggiando, prendono la mano allo scrittore: e allora come non pensare che un più fermo controllo sarebbe riuscito provvidenziale?
Malgrado questi appunti, – che riguardano, piuttosto che difetti di talento, disdegno di scaltrezza comunicativa – l’imbattersi in questo volume dovrebbe rappresentare quell’evento non dimenticabile che è la scoperta di un indubbio, robusto ed originale temperamento d’artista. Al di là della pregnante densità di certa sintassi e dell’arbitrio di certi eterocliti vezzi verbali, si sente una vigorosa vena satirica, uno spirito di osservazione acuminato e vigilante, una memoria pronta a cogliere vivide associazioni sensoriali, e sopratutto un anelito lirico, personalissimo, che spesso scoppia in gagliardi impeti, alto, virile, doloroso.
Nel notevole e vasto racconto che conchiude, – dandogli il titolo, – il volume, le virtù ed i difetti dello scrittore si trovano portati a maggior maturazione e come ingranditi da una lente: è quindi più agevole studiarveli. Ci imbattiamo nella rievocazione (ventisette righe senza un respiro) di tutti i San Franceschi a tutt’oggi registrati dall’agiografia; e nell’abile pastiche filosofico settecentesco sul cavalier Digbens, respirante un’aura leibniziana: ma questi episodi stanno a sé, e non riescono a legarsi al racconto. Al quale appartengono invece, come dramatis personae, la viva e trepida e mesta figura di Maria e quella, soffusa d’un candido entusiastico alone d’adolescenza, del suo innamorato, ed il carattere dell’ingegner Baronfo, galantuomo nevrastenico, burbero e sentimentale, irretito dalle scenate di una donnaccia che gli attribuisce un figlio e dallo strepito pacchiano di una indimenticabile strada urbana, ma tuttavia anelante alla speculazione filosofica, ed al matrimonio borghese.
Dovrebbe bastare questo solo racconto; accanto al quale il più notevole, degli altri, ci sembra «Manovre di artiglieria», coll’ammirevole pezzo di bravura sul difficoltoso traino di un cannone – a creare una atmosfera di seria attenzione e di attesa fiduciosa attorno a questo scrittore, da parte di quanti scrutino con amore il nostro panorama letterario per cercarvi i segni del futuro.
Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3
© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. First published: P. Gadda Conti, «La Madonna dei Filosofi», in Domus 4 (July 1931): 56-57; then in Vocazione mediterranea (Milan: Ceschina, 1939), 269-75. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.
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