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Il Castello di Udine
Carlo Linati
Molto mi meravigliai il giorno che Carlo Emilio Gadda mi confessò di non conoscere neppure una riga dell’opera di Carlo Dossi: avrei giurato invece, leggendo le prime cose sue, che egli s’atteggiasse ad amabile imitatore di lui, tanto m’era sembrato corresse fra i due scrittori una specie di legame di famiglia, una parentela di stile; m’ero dunque ingannato e quella flagrante affinità fra le due nature doveva essere o un’illusione mia o un altro tiro giocàtomi dallo spirito della nostra razza lombarda. Poiché accade qualche volta, anche in Lombardia, che due si ritrovino parenti senza saperlo.
Umorismo, sarcasmo, pittura minuziosa, amore all’excursus e alla avventura stilistica tuttavia arginata da buon gusto classico, un certo periodare tra il composito e il barocco, insistenza di un persiflage sugli usi e costumi della bonaria borghesia milanese, certe scappate nella pura fantasticheria e, sotto sotto, una disperazione di bravi uomini che starebbero a disagio pure in Paradiso: questi, a un di presso, sono i caratteri che accomunano i due lombardi. Ma vorrei aggiungere che anche le loro ascendenze non sono dissimili, che in ambedue potresti scorgere rieccheggiamenti di Jean Paul Richter: ma sopratutto, qua e là, un andamento di prosa machiavellica, l’estro degli scrittori di diceria del Cinquecento e qualcosa, forse, della maniera robusta e conclamante del Nolano. Ma Gadda, venuto in tempo di surrealismi ad oltranza, ha portato nel gioco una violenza di satira più decisiva, un maggior ardimento: e spesso si butta allo sbaraglio, prendendo d’infilata laberinti e precipizi periodali, da cui sovente è bello vederlo salvarsi con l’insòlita bravura di un onesto e scaltrito equilibrista.
Tutte qualità che erano già nel suo primo libro «La Madonna dei Filosofi», apparso tre anni fa; il quale, se non ebbe troppa fortuna editoriale, lo additava tuttavia come uno degli ingegni più sicuri delle nostre lettere. Coraggio ve n’era anche là. Certi abbozzi e figure, nelle manovre d’artiglieria, la rappresentazione di un cinema popolare milanese, un racconto di canzonatura borghese ed altri «pezzi» facevano di «La Madonna dei Filosofi» un libro che alcune signore dichiaravano illeggibile, ma ch’era invece ricco di anima, di estro, di amena foga stilistica. Poi apparve quel «San Giorgio in casa Brocchi» che rimane il miglior racconto del Nostro. La borghesia milanese (questo bersaglio preferito del Gadda) ebbe in quel racconto una caricatura indimenticabile, incisivamente portiana.
In quest’ultimo libro «Il Castello di Udine», il Gadda ha raccolto quanto meglio di suo era apparso su riviste e giornali negli ultimi anni. Ci piace subito constatare che la nostra aspettativa è stata esaudita. L’istinto dello scrittore s’è spiegato intero, spesso piacevolissimo e pieno di gioco. Gli auguriamo di darci in seguito un’opera integrale, dove queste sue doti di umorista umano e fantasioso convèrgano in un unico disegno, poichè qui siamo pur sempre tra fronde sparte e lunghi frammenti. Ma è certo che talune di queste pagine sono tra le più geniali e impetuosamente o caldamente rappresentative che ci sia accaduto di leggere. L’umorismo gaddiano, il più tipico, dà qui i suoi più aggiustati rintocchi. C’è vena e concettosità, vis comica, ed arguta osservazione d’uomini e cose: ma sopratutto c’è l’atmosfera e il senso e l’amore della buona classicità italiana: il tutto, vorrei aggiungere, trasfuso in quella solida onestà d’ingegnere lombardo che vuol essere italiano, italiano ad ogni costo, fino in fondo alle midolla, e sente la patria con amore bruciante.
Il volume comprende anche una prosa narrativa «La Fidanzata di Elio». Vi si dice di un combattente spoletano che sta per impalmare una signorina milanese, modello di perfezioni domestiche e morali: la quale gli preparerà una vita «drappeggiata di linoleum e risfolgorata di nichelio». Poi tutto va a monte. Ma le chiacchiere intorno a questo matrimonio («che non si farà»), le macchiette che vanno e vengono per casa, le grettezze e le goffaggini di questa famiglia colpita sul vivo son tutte cose amenissime. Accanto a questo quadretto ambrosiano meglio risplende un affresco di vita popolare romana, pieno di frenetico colore «La festa dell’uva a Marino». Qui si descrive bacchicamente il tripudio di una sagra laziale, dove si celebrano i prodotti vinicoli della regione. Il vino scorre allegramente e gratis dalle cannelle di una fontana situata in mezzo al borgo. Era difficile far del nuovo in questo campo descrittivo puro, ma il Gadda, dipingendo alla brava la matta allegrezza della festa, e del chiasso e delle ubbriacature all’aperto, colorendo umoristicamente gesti, cose e frenesie, ha scritto pagine che possono stare a pari di altre simiglianti del Fucini, della Serao, e del D’Annunzio. È raro che Gadda non se la pigli con qualcuno, e anche a Marino egli pensa ad una certa radio che s’incarica di scombussolargli i nervi. Ma vedete: proprio da questa radio gli nasce una pagina di originale comicità: «Scaturiscono dalle interiora proprie del Musagete divine musiche, voci di becco, e rimbombano piene di un lirismo defecatorio nella contrada senza uva. Sento avanzarsi un toreador, sento una spagnola che strilla sino a mezzanotte, e un caprone che la rimbecca. Vanno avanti per ore ed ore, interrotti solo da quella dolce didascalia: Radio Roma-Napoli. Abbiamo trasmesso… Sì, cara, sì, lo so, gioia, che cosa avete trasmesso, lo so anche senza che me lo dichi. Una bella porcheria… Invecchiare, morire!... – penso dal sagrato a Marino, guardando terrorizzato l’autunno, – ma il Musagete non morirà mai! Cerco nel piano i taciti archi degli acquedotti, la scia dei fuggenti treni. Faticherò la mia vita, riposerò. E sopra il mio riposo strillerà la spagnola! Sopra i tìmpani del cittadino Gadda questa fetente spagnola, avrà vinto. Radio Roma-Napoli! Iracondo contro il garofano rosso e pazzo d’odio contro tutte le nacchere, medito sul sagrato della Sagra dell’uva, medito un tubo di dinamite. Me lo rimastico voluttuosamente, come una cicca consolatrice: ne penso accuratamente le dimensioni, venticinque centimetri, facciamo, anzi trenta. È un bel tubo no? Penso al diametro interno: quattro centimetri, un pollice e tre quarti; penso alla nuvola di calcinacci che farebbe, più gloriosa di quella del Tiepolo, con una sirena di pompieri in arrivo».
La gioia lirica del rievocare tipi, luoghi e situazioni è grande anche nei ricordi di guerra, raccolti sotto al titolo «Il Castello di Udine», che fanno le sue pagine più accorate e più belle. Tuttavia, pur sentendo di contrastare ad un giudizio pressochè generale, a quelle prose io preferisco, ancorchè alquanto involute, le tre altre che costituiscono l’ultima parte del libro «Polemiche e pace nel direttissimo», e che apparvero già nell’«Italia Letteraria». In esse lo scrittore s’è impegnato nella orchestrazione più stravagante e questo, in certo modo, mi dispensa dal dire in che consista propriamente il tema; chè, poi, me ne troverei alquanto imbrogliato. Descrizione e autobiografia, rievocazioni storiche ed avvenimenti di ferrovia, fatterelli moderni e polemiche letterarie: figure di popolo e caricature di borghesi; la stazione di Firenze e il latino papale: e poi «il macchinone che soffiava, soffiava, come un toro, dentro i piovaschi e le raffiche, per tirar su tutti, fino ad Arezzo, tutti i peccatori del treno…». Ironia, dispetto, attualità e storia trasfigurata: c’è questo e c’è dell’altro nelle tre prose fantasiose e composite del Gadda, dove si mescolano a rifascio, come nei rami del Piranesi, ortiche e capitelli: ciociare e campagne: rovine ed accattoni. Gadda dice invece ch’esse sono limpidissime. Ma noi aspetteremo ad acconsentirvi quando un po’ di tempo vi sarà passato sopra, a metter le cose a posto. Vero è che, io penso, in Inghilterra, anni sono il famoso poemetto di T.S. Eliot «The Waste Land» parve a tutta prima la cosa più matta e stravagante del mondo e fece ridere molti. Oggi è diventata poesia classica: anzi, se si vuole, perfino un po’ vecchierella.
Quanto a me, che non amo troppo affaticarmi sui misteri, mi accontento per oggi del Gadda che capisco, del mordente umorista dalle rappresentazioni e dalle battute c0sì felici. E nel volume le battute felici sono tante e tante e disseminate con così sapida mano!
Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3
© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. Previously published: C. Linati, Il Castello di Udine, in Circoli 4, no. 1 (1934): 81-84. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.
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