Gaddone

Carlo Linati

Per chi non lo conoscesse, si chiama così tra amici, per distinguerlo dal cugino Piero, poi perché è un bel omone alto, quadrato, dal passo franco e sonoro del professionista milanese che porta scarpe a doppia suola ed è avvezzo a camminare su ponti di fabbrica: spiccio, ingegneresco al cento per cento. Aggiungete un abbordarvi pronto e cordiale come di chi ama mettersi subito a tu per tu con voi, anche se ci versa un zinzino d’affannata cerimoniosità, scusandosi, per esempio, se da molto tempo non s’è fatto vivo, eccetera. Poi: «Posso offrirti un bicchierino di qualche cosa?». Nel bar si leva il cappello, è sudato: ed eccovi in pieno la sua bella testa dolicocefala di insubro dalla fronte troneggiante, l’occhio vivo infantile: la sua bella faccia di gentiluomo ambrosiano, come l’ha abbozzata il Messina sull’occhiello di Le Meraviglie d’Italia.

Questo Gaddone, di primo getto. Perché poi dietro quell’onesta facciata chi lo conosce da tempo scopre dell’altro: un Gadda emotivo, nervoso, sensibile, caustico, una mentalità appassionata per le cose dello spirito e, quasi come esercizio abituale, un’esecrazione per la tracasseria borghese. Scoprite che quest’ingegnere viene da Firenze e che invece di parlarvi di costruzioni, bilanci, realizzi, vi parla di Montale, Rosai, Landolfi e di tutta la frateria sovversiva di Giubbe Rosse.

Poiché quello che pochi sanno, tra i profani, si è che per gran tempo Carl’Emilio Gadda la sua vita l’ha spartita fra ingegneria e poesia. Laureatosi a pieni voti al Politecnico, ha esercitato in America, in Germania, in Francia, in Italia, ma duramente, si direbbe a contraggenio, ché un bel giorno trascinato pe’ capelli dalla sua innata passione ha piantato le biffe e s’è buttato di netto al filosofare. Lo trovate per sei mesi ingegnere stimatissimo presso il Vaticano, poi mandar al diavolo la ricca prebenda per rintanarsi in una camera ammobigliata, a scrivere un romanzo, cenando nella gargotta sul cantone. Poi, magari, bando alla letteratura e avanti di nuovo la trigonometria e gli affari... Quelli che rimangon male, si sa, son gli amici, che sono molti e gli vogliono bene. «Che n’è del Gaddone?». «Scomparso, nessuno ne sa più niente da sei mesi».

Non è il primo ingegnere letterato. Penso a Leonardo, a Leon Battista Alberti, a Georges Sorel, costruttore di ponti, a Valéry, matematico puro. Anzi io trovo che questi «tecnici» dispongono di un materiale infinitamente più ricco e più vasto del nostro di letterati puri, e anch’io molte volte leggendo i libri di Carl’Emilio gli ho invidiato l’imaginosa novità di alcune frasi, che solo lui in Italia può e sa scrivere: «il groviglio spiraloide degli anacoluti», «i droghieri grossi grumi di ortoclasio»...

Ho avuto occasione di fare qualche viaggio in auto con Gaddone e vi so dire come la sua compagnia è edificante e spassosa. Sulle prime, anni fa, quando tutti e due s’era nuovi a questo genere di viaggi, il timore di andare troppo forte o, diciamolo, la sua diffidenza per il mio noviziato di guida lo rendevano assai nervoso. Stava seduto al mio fianco con l’ombrello e l’impermeabile fra le ginocchia ed era amenissimo sentirgli impartire ogni cinque minuti consigli di prudenza: «Attenti al camion! Guarda quella vecchiaccia che vuol attraversare! Bada al bambino! Ma perché quel cretino di ciclista non tien la destra?…». Più spesso erano improperi, veri e propri, all’indirizzo dei badiali autocarri che ci venivano incontro. Come li detestava: «Bestioni! Margniffoni!» gridava loro tendendo i pugni. Il loro puzzo di nafta lo imbestialiva. Le loro moli dondolanti e minacciose gli strappavano varietà siffatte di contumelie che una era più pittoresca dell’altra e mi duole davvero di non averle raccolte a edificazione dei suoi ammiratori. Fu allora che ripensando alla ricchezza della sua aggettivazione compresi veramente come tal dono, meglio che dallo studio dei trecenteschi o secenteschi, come forse suppongono i suoi amici, venga a lui dal popolino milanese che tenne a balia «questo convoluto Eraclito di San Simpliciano». Il qual popolino milanese nell’appioppar soprannomi e titoli, specie se grassi e scurrili, non è chi lo pareggi su tutta la faccia della terra.

Bisogna abitar Milano e ascoltar per strada, tra San Gottardo e l’Alzaia, il linguaggio lutulento dei maneggioni, dei fattorini, dei locch, quella vivida creazione di parolacce che, nonostante l’imbarbarimento della città, vi è rimasta qua e là ancora superstite, per accorgersi come il genio del nostro grande Porta non è tramontato del tutto. E nulla me ne convince come il leggere in un vecchio librettuolo, che m’è capitato fra mano, un Sonett dove se dà del mincion in tanci moeud: un sonetto, con una coda sperticata, dove l’autore anonimo s’è divertito a schiccherare una quantità di titoli usati dai milanesi per prendersi in giro fra di loro. Saran un dugento, dico poco.

L’è on babbuas, on goff, on tananan
On ciribira, on bacol, on marzocch,
On strambin, on bragon, on balandran,
On locch, tavan, tripee, gonzo, lifrocch...

E via di seguito, per due pagine.

Io quando pratico uno scrittore mi piace vedergli dietro tutta la sua opera. E dietro Carl’Emilio ecco La Madonna dei Filosofi, Il Castello di Udine, Le Meraviglie d’Italia, magnifico scenario. E tutti pezzi di lui stesso. Ripenso alle tante pagine in cui s’è rivelato quel suo spirito bizzarro acre pittorico all’estremo, quella sua colorita ferocia di canzonatura, quel suo ebrioso spirito tecnico che entra come un bisturi e va a fondo nelle carni della vita... Penso, per esempio, a quel suo ingegner Baronfo della Madonna dei Filosofi che si era preso delle legnate, poi, quasi per curarsi, voleva comprare d’occasione una grossa partita di libri di filosofia e di storia e «preso prima dalla voglia, o abulìa, poi dalla gola dell’occasione e della rarità, poi dal sospetto che solo a trasportarli ci sarebbe voluto Gondrand e chissà che polvere, che tanfo e che tarme ne venivan fuori, e a furia di sì e di no (la nevrastenia mescolata con la filosofia) scrisse, impostò, poi dubitò d’aver dimenticato il francobollo, poi se ne ricordò, poi se ne pentì, poi se ne riconsolò: e poi se ne pentì e si racconsolò ancora cinque o sei volte...». Com’è tutto lui, Gaddone, in questo va e vieni d’indecisioni e d’abulìa! Lui che, come il Dossi, sa cavare i suoi più bei pezzi dalla miniera dell’atrabile, lui che distilla il malumore e l’arrabbiatura per trame in essenza tripla bellissimi effetti di un barocchismo letterario quale, dacché son morti il Dossi e l’Imbriani, non ha oggi rivali in tutta la nostra letteratura!

L’affinità di Gadda col Dossi ha sempre intrigato e sorpreso me come altri, e mi meravigliò assai quel giorno ch’egli m’assicurò in coscienza di conoscere ben poco dell’autore di Desinenza in A: tanto a me era parso facile ravvisare nel Gadda un suo robusto pronipote: e non solo nel fatto stilistico ma nello spirito caustico, canzonatore che informa le pagine di ambedue, e sottilmente meneghino in ambedue, e quel malumore, quella satira, quel gusto della presingiro di uomini e cose: che, se mai, nel Dossi sono ancor più implacabili e senza respiro.

L’innovazione elocutiva del nostro Gaddone appare così rivoluzionaria e spesso così ben aggiustata che a Firenze han preso a adorarlo come una specie di Messia di un nuovo linguaggio. Van facendo laggiù intorno al Nostro una specie di danza derviscia con razzi e mortaretti, esaltando l’arditezza e la novità assoluta dei suoi solecismi, tecnicismi, lombardismi e pittoresche sgrammaticature. Da ultimo poi ci si son messi anche i linguaioli di mestiere i quali analizzando al microscopio le sue facoltà elocutive, han gridato al fenomeno. Tutto bene.

Noi quassù, però, che senza un po’ di descartismo non ce la facciamo, andiam più cauti. Non esageriamo. Gadda ha un grandissimo talento, ma ancora purtroppo non è uscito dal frammento, dall’articolo lungo, dal racconto: oltreché dobbiam convenire che spesso il suo arabesco è troppo insistente, il suo gioco bellissimo ma si prolunga spesso oltre il dovuto: con la sua capacità di scovar poesia nella tecnica egli mette su bellissimi blocchi di prose, ma spesso il lor pretesto è puramente descrittivo. E ci fa un po’ ridere vedere un suo libro commentato eruditamente come si trattasse di un testo raro della Sacra Scrittura. Ci siamo anche detti che se Gaddone si monta siamo perduti.

Ma non si montò, la sua ferma onestà di lombardo ancor una volta ha vinto. E lo dimostra l’ultimo suo libro Le Meraviglie d’Italia, forte di uno stile sobrio, efficacissimo, tutto cose, fatti, rendiconti e illuminazioni su l’Italia e uno dei più nobili e veri che su l’Italia siano giammai apparsi. Vi si schiera per entro tutto il travaglio dell’Italia nuovissima veduto da un tecnico di alto ingegno poetico: il macello, la borsa, la funivia, l’urbanistica, ricordi d’America e di mestiere, e miniere di carbone e di marmo, e lo splendore dei nostri mari.

Bellissimo libro da cavarne pezzi per antologia, da dare in pasto ai giovani per dimostrar loro veramente che cosa sia questa Italia emersa da tanto travaglio di popolo e d’ingegni!

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3

© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. Previously published: C. Linati, Gaddone, in L’Ambrosiano 21 (23 October 1942): 3; then in Il bel Guido e altri ritratti, ed. by G. Lavezzi & A. Modena (Milan: All’insegna del pesce d’oro, 1982), 78-84. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.

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