Una archeologia pre-gaddiana

Filippo Milani

Maria Antonietta Terzoli, Alle sponde del tempo consunto. Carlo Emilio Gadda dalle poesie di guerra al «Pasticciaccio», Milano, Effigie, 2009, 149pp., ISBN 978-88-89416-81-5

In copertina un giovane Carlo Emilio Gadda ci osserva triste, diffidente e perplesso: fotografia emblematica della sua connaturata reticenza autobiografica. La scelta sembra provocatoria. Infatti nei saggi raccolti qui per la prima volta in un unico volume, Maria Antonietta Terzoli si addentra nel magma informe e frammentario che sta all’origine della scrittura gaddiana, spingendosi fino «alle sponde del tempo consunto», che Gadda stesso ha cercato di occultare, dissimulare e disseminare in tutta la sua opera, a partire dalle prime poesie di guerra fino ai romanzi della maturità. Il libro raccoglie otto saggi già pubblicati da Terzoli in rivista (alcuni proprio sull’Edinburgh Journal of Gadda Studies) che ricoprono un arco di 15 anni di studi gaddiani, dal 1993 al 2008, e prendono in esame vari aspetti dell’opera di Gadda: dai primi esercizi poetici fino al Pasticciaccio, ponendo particolare attenzione al ruolo svolto dalla scrittura poetica lungo tutta l’attività del prosatore.

Il titolo è prelevato direttamente dalla autoanalisi gaddiana sulla propria officina di scrittore, Come lavoro, nella quale l’ingegnere delinea con splendida metafora la funzione dalla scrittura nella sua vita: «il deflusso parallelo della mia vita e non vita ha reliquato, sì sì reliquato, frusaglia più o meno inutile, alle sponde del tempo consunto» (SGF I 427). La scrittura, dunque, si configura come relitto, frammento, «frusaglia» che, pur collocandosi ai margini di una vita, ne segue parallelamente il flusso e consente di non disperderne la difforme complessità, nemmeno i minimi casi. L’intento di Terzoli è infatti quello di andare a scavare e indagare proprio «alle sponde del tempo consunto» gaddiano, dove si addensano i fantasmi della scrittura: lo stretto legame che intercorre tra le prima prove poetiche, le pagine di diario e le prose sulla guerra; le lacerazioni biografiche che hanno lasciato cicatrici indelebili nello stile di Gadda (l’esperienza bellica, la prigionia, la morte del fratello); il rapporto tra il materiale iconografico in possesso di Gadda e le descrizioni di persone, cose e paesaggi (in particolare la famosa villa in Brianza); l’influenza della marginale scrittura poetica sulla maturazione ritmica della sua prosa; le ricognizioni topografiche e onomastiche nel Pasticciaccio. Tutte queste esplorazioni dell’opera gaddiana, in particolare della poco nota produzione in versi, gettano nuova luce negli anfratti del Gadda sconosciuto e consunto, alla ricerca della matrice (intesa qui anche in senso etimologico) della sua scrittura, localizzando i nodi da cui essa nasce, si sviluppa e si àncora attraverso un intricato gioco tra dissoluzione e salvezza.

Non a caso Terzoli ha scelto di intitolare il saggio d’apertura utilizzando una frase che si legge nel racconto Dal Castello di Udine verso i monti, e che condensa in modo emblematico il fulcro della scrittura gaddiana: «l’anima si governa per alfabeti» (RR I  147). Infatti tutta l’opera gaddiana si mostra come un immane tentativo di mettere ordine, governare, «organare» la propria anima e il mondo con la parola, le grammatiche e gli alfabeti, affrontando la dissoluzione del soggetto e la complessità del reale attraverso una proliferazione linguistica che non esclude alcuna possibilità per quanto contraddittoria possa apparire. Lo rivela Gadda stesso nei suoi Cahiers d’études,in una nota del 1924, ammettendo la sua difficoltà ad una qualsiasi rinuncia: «Mi rincresce, mi è sempre rincresciuto rinunciare a qualcosa che mi fosse possibile. È questo il mio male. Bisognerà o fondere, (difficilissimo) o eleggere» (SVP 396).

In questo senso deve essere letta la possibilità della poesia: un’attività che prende avvio negli incipitari esperimenti di scrittura e non abbandona mai lo scrittore, snodandosi parallela all’ombra della prosa e influenzandone fortemente le scelte linguistiche e sintattiche. L’esercizio poetico, infatti, occupa un arco temporale assai ampio: dal primo testo che risale presumibilmente al 1910 si arriva fino alla pubblicazione nel 1963 di Autunno, una poesia del 1931 già edita su Solaria, come possibile finale della Cognizione. Terzoli esamina con puntualità e precisione i debiti che la prosa deve alla sommersa e poco conosciuta attività poetica, soffermandosi in particolare sull’uso della rima e sui giochi combinatorio che Gadda sperimenta nella poesia per poi affinarli nel ritmo della prosa. Tra i modelli metrici individuati da Terzoli, oltre a Pascoli, un ruolo decisivo è svolto dall’amico e compagno di prigionia Ugo Betti, soprattutto con la pubblicazione del suo libro Il re pensieroso (per i tipi di Treves nel 1922), che raccoglie le poesie scritte durante la prima guerra mondiale e che Gadda sarà tra i primi a recensire. La poesia di Betti ha influenzato la poesia di Gadda non solo come modello metrico e retorico per i primi esercizi poetici del giovane Gadda, ma anche come occasione per la scoperta del valore della scrittura in condizioni di grave difficoltà. Infatti, come sottolinea Terzoli, durante il periodo di prigionia fu proprio il desiderio di scoprire che cosa scrivesse l’amico in segreto, nei momenti di solitudine, a spingere Gadda ad emularlo e a cercare nella scrittura una qualche possibilità di salvezza. È ancora Gadda nella commossa rievocazione dello scritto Compagnia di prigionia, compreso nel Castello di Udine, a fornire l’esatta esegesi della necessità di questa scoperta:

Volevo ad ogni costo sapere che cosa facesse Betti nelle ore della mattina, quando si involava solitario. […] Volevo sapere. Ma mi aveva proibito di disturbarlo […]. Dalla ineguale ricopertura delle righe vidi che eran dei versi […] e furono i suoi versi come un conforto, una risorgente speranza» (Compagnia di prigionia, in RR I 161-63).

Le prime prove poetiche gaddiane, sotto l’influenza di Betti, sono caratterizzate da una forte attrazione per la rima e per i giochi fonici, come si trattasse del terreno adatto per testare le possibilità della lingua prima di applicarle alla prosa. Infatti Gadda conferma di possedere una notevole consapevolezza di quali siano i rischi di una prosa poetica portata all’estremo e di come, invece, la rima possa entrare nella prosa come fertile gioco retorico e ritmico: «scrivendo in prosa mi astengo dalla rima, salvo che per consapevole gioco; in questo, pratico il contrario dei prosatori italiani giovani che incoccano filza di rime a sette a sette» (SGF I 1119). Gadda, dunque, mette in opera le possibilità retoriche della lingua, acquisite attraverso la sperimentazione poetica, in maniera sempre misurata e controllata, senza lasciarsi prendere la mano da svolazzi poetici meramente estetizzanti.

Altro aspetto di notevole interesse per lo studio dell’opera gaddiana è il corpus di fotografie (pubblicate ora nel volume) che compongono la cosiddetta preistoria della Cognizione. Secondo Terzoli risulta assai probabile che Gadda abbia tenuto a portata di mano queste foto, durante la stesura della Cognizione, affinché sollecitassero e solleticassero la sua memoria: «il corpus di queste fotografie si presenta allora come insieme di frammenti memoriali privilegiati: mediazione mnemonica per oggetti e persone perdute, e insieme supporto materiale alla descrizione» (Terzoli 2009: 81). Puntualmente Terzoli rileva come sia le descrizioni paesaggistiche (la villa in Brianza, le campagne circostanti, il Resegone) sia i ritratti (la madre, la sorella, il fratello) che ritroviamo nella Cognizione siano vere e proprie trascrizioni delle foto della famiglia Gadda, mediate dall’inquietudine che caratterizza lo sguardo di Carlo Emilio-Gonzalo. Anche per il ritratto del protagonista della Cognizione, Gadda sembra tenere presenti le proprie fotografie come «ausilio alla descrizione» (Terzoli 2009: 84); infatti quando descrive la fisionomia di Gonzalo, Gadda in realtà sta commentando con fulminante ironia e senza pietà per se stesso la foto che lo ritrae in divisa da alpino (vedi Terzoli 2009: 85, foto 7): «il viso triste, un po’ bambinesco, con occhi velati e pieni di tristezza, col naso prominente e carnoso come d’un animale di fuorivia» (RR I 629). Le fotografie che accompagnano i saggi di Terzoli non sono solo un ricco patrimonio iconografico per ogni studioso che voglia affrontare l’opera di Gadda, ma svelano soprattutto la matrice della scrittura gaddiana, là dove le sconnessioni dell’anima si saldano con il rigore degli alfabeti: la scrittura come cicatrizzazione delle lacerazioni di una vita.

La materia affrontata in questo volume potrebbe essere definita, perciò, come una sorta di archeologia pre-gaddiana, ovvero come la complessa attività di scavo, recupero e conservazione dei materiali eterocliti che compongono l’officina dello scrivente Carlo Emilio prima che diventi Gadda scrittore. Si tratta di un compito arduo che Terzoli affronta con il rigore filologico di chi ha piena consapevolezza della fatica connessa all’analisi di questi magmatici materiali, avendola sperimentata in prima persona quando si è occupata della prima edizione critica delle poesie gaddiane, pubblicate per Einaudi (Gadda 1993a), per la quale ha dovuto risolvere non irrisori problemi di metodo nell’applicazione della filologia d’autore al caso particolare delle carte dell’ingegnere. Nell’archeologia pre-gaddiana, dunque, confluiscono sia testi inediti (poesie, appunti critici, pagine diaristiche) sia un cospicuo corpus di immagini fotografiche, che non solo accompagnano i testi ma ne sono parte integrante, veri e propri spunti del reale che si immettono nella scrittura in forme dissimulate e con parodiche pseudonimie (basti pensare a Resegone-Serruchòn o Lukones-Longone al Segrino).

Quello di Terzoli, così, è un volume doppiamente archeologico, perché contemporaneamente persegue l’obiettivo di scavare nei meandri dell’officina gaddiana, rovistando tra la polvere del «tempo consunto» di una vita e di una scrittura, e raccoglie per la prima volta insieme una serie di saggi che, rinviando continuamente gli uni agli altri, generano una stratificazione concettuale che conferma la bontà e la perseveranza di una analisi critica sempre puntuale e precisa. Esso fornisce, dunque, gli strumenti necessari per continuare a sondare i molteplici frammenti che si coagulano sotto il nome dell’ingegnere: il Gadda immerso nel doloroso flusso della sua biografia è il medesimo Gadda che si osserva ironico e dissimulato «alle sponde del tempo consunto», una consunzione necessaria che genera scrittura.

Quando richiudiamo il volume, lo sguardo di Gadda in copertina continua a fissarci triste, diffidente e perplesso, quasi certamente infastidito per essere stato scrutato così a fondo nella sua frammentaria intimità di uomo e di scrittore.

Università di Bologna

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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