Le meraviglie d’Italia di Carlo Emilio Gadda

Leone Traverso

L’inquietudine che agita lo spirito di Carlo Emilio Gadda e gli muove la mano a scrivere non sembra placarsi sulla pagina dove grafici di esattezza scrupolosa ne rendono i più alti salti e i più complicati réfoli, ma continua le sue vibrazioni oltre il margine, in quello spazio sospeso tra vita e opera che molti altri suoi confratelli d’indole più serena o povera o più dominati c’illudono di abolire quasi un vuoto inutile o pericoloso. Si direbbe anzi che da quell’intervallo di sabbie mobili egli avanzi spesso alla conquista di nuovi territori. È questo un aspetto assai curioso della sua originalità, il colore particolare della sua modernità. In altri le operazioni del vivere e dello scrivere appaiono staccate, senza via di comunicazione tra loro; in altri ancora fuse senza residui in un solo impeto. In Gadda una relazione ci colpisce tra i due atti, brusca, irregolare, ma tanto forte da esporne a un continuo rischio i risultati più generalmente interessanti pel pubblico i suoi libri. I quali però a quell’instabilità d’equilibrio volta per volta scampato debbono non solo la loro pungente attrattiva di «works in progress» ma la prima giustificazione.

A un uomo dedito come Gadda a una professione esatta il mondo potrebbe affacciarsi schematicamente, come un’equazione, complessa all’infinito sia pure, (di cui magari l’ultima incognita ronzasse risolubile per esempio nella mente d’un Dio matematico); a un letterato come lui memore d’étimo e tradizione le parole suonare come note, che il tocco d’un dito cavi, isolate, dalla tastiera. Lo studio insomma rispettoso dei dati di un mondo obiettivo e la conoscenza sicura della storia della lingua sembrerebbero murare l’uomo tra due pareti di nozioni impersonali immobile e sordo a ogni altro richiamo. Ma è appunto in questo giro stretto che Gadda dimostra che chi più sa più può e d’un tratto non solo riesce a liberarsene, ma a far monili delle sue catene. Sulla sua scienza tecnica e sulla sua perizia filologica conviene insistere perché son quelle appunto le leve e insieme i ceppi di questo suo ultimo libro, Le meraviglie d’Italia.

Le «meraviglie» che Gadda scopre non sono certo quelle più battute dal gran turismo e speculate dai più solenni scrittori nostri o di fuori; ma inedite meraviglie del nostro paesaggio e della nostra vita, tra le quali talora si muove visibile anche la figura dell’autore. (Nella sezione milanese, dove pagine vivaci combattono il cattivo gusto e l’«irregime» edilizio, quei ricordi di infanzia Una tigre nel parco ci rivelano in un acerbo gioco di controluce, certi elementi radioscopici dell’inquietudine cui si accennava in principio. Una chiave maggiore poi ce ne darà, completo, quel romanzo Cognizione del dolore di cui la rivista «Letteratura» ha pubblicato a puntate la prima parte: una specie di Ulysses nostrano, gaddiano).

Qui la sua attenzione non vuole aver l’aria di posarsi gratuita sugli aspetti più facili della realtà del nostro territorio e popolo per cavarne il «pezzo»: la scelta anzi parrebbe spesso determinata da un gusto virile e amaro dell’asprezza e impopolarità del tema, a volte da un impeto improvviso di simpatia (p.e. quella Mattinata ai macelli che è una cosa perfetta) subito dissimulata sotto un interesse tecnico. Dai laghi della memoria riaffiorano più liberamente gli anni americani, e lì godiamo le pagine più distese, di una musica sommessa e fuggente che ci fa rimpiangere la parsimonia di simili regali.

Studiosamente egli evita l’idillio (come si difende con un pudore che mostra le unghie dal patetico); e dove gli nasce spontanea una prosa più pacata e sorridente, quasi se ne scusa in principio, come ne Le tre rose di Collemaggio: «Lasciatemi sostare nel mio sogno e nella mia devozione, se pure urgano il tempo e le cose. Lasciatemi qui…» dove ha cura di agghindare il suo dire, ma leggermente, di fioretti e modi antiquati, quasi per rifarsi il verso in falsetto. La sua onestà di gentiluomo lombardo ha scrupolo di infilare imperiosamente impressioni, che gli sembrerebbero ingiustificate senza un buon sostegno di notizie esatte e anche di cifre; agguerrito lavoratore, s’adombrerebbe se nessun ostacolo gli difficoltasse il cammino. Di qui quel tono spesso generosamente aggressivo anche verso sè stesso dove manchi altro avversario, che non è civetteria, o soltanto civetteria letteraria, ma una specie di incitamento a sè stesso e richiamo all’erta. D’altra parte anche i vincoli della sua scienza spesso l’impazientiscono; e se ne sbarazza a un tratto, agilmente. È in questi ingorghi e frangenti che la sua prosa spumeggia più arzente. Verrebbe quasi da scambiarlo per un temperamento, come si dice, polemico; e non è. Forse le sue inquietudini risalgono più lontano delle occasioni che si propone; e tutto il suo sforzo tenderebbe a conciliare qualità acquisite e impulsi nativi in contrasto. La sua pagina prende così un sapore patetico (in una accezione un po’ diversa dall’usuale), nei migliori momenti drammatici. E i dati obiettivi allora diventano bersaglio al suo umore di scrittore memore e inventivo, che sceglie e scaglia le parole come frecce appuntite per il colpo più preciso. C’è infatti sempre un punto in cui la sua commozione incide violenta sulle cose, assumendole a pretesto delle proprie reazioni liberate. S’avverte allora una frattura improvvisa, un impennamento, nello slancio di adeguare le parole al risentimento senza però staccarsi dall’oggetto che le provoca. E anche la fantasia presto si anima e vibra i suoi razzi colorati, mentre gli aggettivi più pregnanti s’aggrappano di sorpresa ai sostantivi attoniti nella loro solidità; il verbo teso e secco scocca infallibile; un breve inciso dall’aria innocente ti aspetta al varco per lo sgambetto finale. Anche spesso in quel tumulto due sostantivi disparatissimi s’attaccano fusi da una lineetta in un’istantanea lotta a corpo a corpo, minotauromachia.

Scrittore apparentemente bon enfant, e brigantesco; capace di candide ingenuità e delle più nere malizie; qualche volta accanito a minuzie pignole; sorvegliatissimo, di rari abbandoni ma deliziosi.

Tanti altri autori, il lettore li deve aspettare paziente alla prossima svolta preveduta; Gadda invece lo precede sempre, se lo trascina dietro, felice della sua corsa, magari stordito dai giri sempre nuovi della frase o dubbioso di certi rapidi passaggi nel buio. Uomo di cultura classica, è ossesso di cose modernissime, e tecniche; ricco di una sensibilità acuita fino al dolore, tien pronto a difesa certo risolino da non fidarsene; sapiente di parole antiche e recentissime, accozza le parole con una sprezzatura che rasenta a volte l’insolenza.

Movendo da un disagio iniziale, i suoi capitoli hanno l’aria d’un ampio sfogo – e se qualche volta alla fine si sente ancora quel respiro un po’ affannoso, quasi insaziato di stragi (stragi, si intende, bianche, secondo tutte le regole dell’arte) consoliamoci che dov’è respiro è vita se anche veramente – per deviare il senso a un verso del Petrarca – «piaga per allentar d’arco non sana».

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3

© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. Previously published: L. Traverso, «Le meraviglie d’Italia» di Carlo Emilio Gadda, in La Nazione (28 October 1939): 3; then in Studi urbinati di storia, filosofia e letteratura 45 (1971), nos. 1-2 (Studi in onore di Leone Traverso), I: 223-26. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.

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