Eros e Priapo

Giorgio Pinotti

Abbozzo di un volume dedicato al «sostrato “erotico”» del catastrofico ventennio e redatto (fra il 1944 e il 1945) «con estrema libertà di linguaggio», Eros e Priapo è rimasto a lungo inedito. (1) Fino al 1967, Gadda ha strenuamente difeso dagli assalti degli editori quello che era insieme un’ingiuriosa invettiva e un segreto laboratorio sul tema del narcisismo – e di cui il Libro delle Furie, uscito su Officina nel 1955-’56, è il solo sviluppo d’autore. Mentre l’edizione Garzanti va considerata un’opera postuma, frutto di un fragile compromesso editoriale: Gadda permise che quel «vecchio relitto sgradevole e rozzo» (Gadda 1974c: 140) venisse esumato e si preoccupò solo di «edulcorarlo». Se non «da cima a fondo», come aveva un tempo auspicato, (2) almeno in parte: così Pirgopolinice da Spirochetato divenne Faccia Feroce, la sua livida bagascianza si sublimò in magnificenza, le madri affette da psicosi narcissica, già streghe cioè jene e troje, si ridussero a streghe, i moralisti, maiali e cretini assoluti in quanto eterosessuali assoluti, optarono per il più rassicurante statuto di moralisti integrali cioè cretini integrali, e io, «il pronome collo-ritto» (SGF I 641), si schermò dietro Alì Oco de Madrigal. Per il resto lo scrittore, ormai vittima di una «irreparabile condizione di senescenza» (Gadda 1988b: 106), lasciò fare. Permise persino che l’originaria organizzazione fosse stravolta da un’artificiosa alternanza di sezioni fornite ora di numero ora di titolo. Dobbiamo ritrovarla, sia pure virtualmente, quell’organizzazione scancellata, se vogliamo intendere la struttura, e il destino, di Eros e Priapo.

Il primo capitolo (SGF II 221-43), (3) «inlinitivo e propedeutico», funge da necessaria premessa metodologica, giacché il trattato si propone di svelare gli oscuri moventi della storia, seguendo il filo di quegli stati erotici latenti ignorati dalla «esimia dialessi». Ma il bersaglio è subito chiaro: Mussolini, non già il fascismo, Mussolini il Gran Somaro Nocchiero, tracotante e smargiasso, tonitruante e scacarcione, Mussolini il folle narcissico, l’ippopotamo egolatra e dis-etico,  reo di delirio esibitivo, fallocentrismo e virilità scenografica, Priapo Ottimo Massimo, Super Balano e Fava Unica agli occhi delle Sofonisbe fanatizzate, Mussolini oggetto di una repulsione fisica, e dunque Napoleone fesso e tutto culo, Mascellone, Furioso ingrognato, Faccia Feroce, Batrace Tritacco, Stivaluto, Trombone e Naticone ottimo massimo.

Il rapporto con le donne (osannanti) è al centro del II capitolo (SGF II 244-319) – o meglio libro, posto che il successivo esordisce: «Questo libro…». (4) Il maschio è «forma», la donna «materia» della specie: su questo fondamento, Mussolini ha imposto la sua immagine (cioè una «forma falsa»), facendo credere alle vispofarfalline di essere «il solo genitale-eretto disponibile sulla piazza». E loro, anime semplicette, hanno risposto in virtù di un meccanismo di «consustanziazione narcissica», incorporando l’idea-cetriolo nel loro cervello-utero e tramutandosi in belve pronte a «sospingere ’l sangue loro fraterno o filiale a la mortuaria medaglia». Divampano furia cieca e atra rancura, scaturite da «immedicabili traumi» (Gadda 1998: 20) che rinnovano quello primario (la prima guerra mondiale e la morte del fratello) e dall’«esperimento dei limiti del male» (Gadda 1983d: 153). Ma poiché il male «deve essere noto» occorrerà notificarlo in una lingua che segni il più violento scarto dalla norma: un « macaronico fiorentino» saturato di arcaismi della tradizione alta, «arcaismi differenziali» mutuati da Villani, Sacchetti, Machiavelli, Cellini, Bruno, pseudoarcaismi e tratti vernacolari moderni (Matt 1998). E tale scarto è reso ancora più straniante dal tasso altissimo di invenzioni lessicali, che si addensano proprio in questa prima parte, la «vituperante mussolineide» (Vela 1994: 187): si pensi a belliferante, ginecofesso, luteovaginale, mammillona, psico-fica, vagovulgismo e vispoteresia, che dicono l’atroce ferita della «vispoteresesca guerra delle Marie Luise» (Gadda 1998: 41), o ai nuovi lemmi dell’incontinenza verbale mussoliniana e del suo priapesco esibizionismo: balanare, coriandolare ed ejettatore, buccone, ebuccare, favismo, grifomorfo, proboscidato, prolazione e protuberazione. (5)

Forse consapevole della natura oltraggiosa e personale dell’invettiva, Gadda si provò a disciplinarla e a tradurla in forme più pacate e ragionative, degne di un «tiglioso e bombardato moralista» (SVP 904): nel trittico I miti del somaro (cui si apparenta Le genti), del 1944; nel coevo e incompiuto trattato sulle «latenze pragmatiche nelle donne “patriottiche”», Le Marie Luise e la eziologia del loro patriottaggio verbale; (6) e in un frammento di quest’ultimo, uscito nel 1945 (unico fra questi scritti) col titolo Teatro patriottico anno XX. Sdegno e furore troveranno sfogo altrove, nell’oltranza soprattutto scatologica di alcune favole (111, 129, 132, 134, 137, 138, 147, 184) del ciclo antiducesco. (7) E non stupisce che una di esse (SGF II 46-47) sia nata proprio sulle pagine dell’autografo di Eros e Priapo, dove si legge il primo getto dell’irresistibile lettera di Nasanda degli Strozzi, lettera qui fregiata della sentenza «che il Fava Maramaldo ha sempre ragione» e indirizzata dal «Rosmarino a Majano» all’amico Gianni: «ti aspetto sabato alle cinque a prendere il tè. Non mancare. Ci sarà la contessa Malafica, arrivata jeri da Roma».

Il III capitolo, o secondo libro (SGF II 320-74), non a caso il solo che Gadda abbia – sia pure parzialmente – ripreso e rielaborato (nel Libro delle Furie), depone il parossismo espressivo del precedente per delineare in chiave teoretica e freudiana l’anamnesi del narcisismo, tema chiave affrontato in quegli stessi anni, sul versante romanzesco, nel Pasticciaccio, e in particolare nel personaggio di Liliana (Amigoni 1995a: 78-82). Dopo un’introduzione di carattere generale sull’autoerotia e un excursus sul modello narcissico, Gadda muove verso ciò che più gli preme, verso il nucleo perturbante dell’«iperlubido di sé medesimi», squadernata nelle sue aberrazioni con la «lucida rabbia» che nasce da una dolente ferita. Decantandosi, l’anamnesi genererà l’irridente meditazione di Emilio e Narciso (1949) e L’egoista (1953) – e la «lucida rabbia» si trasferirà a don Ciccio, implacabile censore dell’«egoismo o egotismo un po’ da gallinaccio» di Remo Balducci (RR II 21) e livido nemico del biondo Narcisso Giuliano Valdarena.

Note

1. La citazione proviene da una lettera ad Alberto Mondadori del 25 novembre 1945 (Pinotti 1992: 995).

2. Lettera a Vittorio Sereni del 2 febbraio 1959 (Pinotti 1992: 1001).

3. In assenza di specifico rimando bibliografico si intende che la citazione proviene dal capitolo di Eros e Priapo di cui si va trattando.

4. «Libro»  Gadda lo definisce anche scrivendo a Leonetti e Roversi in vista della pubblicazione su Officina.

5. Ringrazio vivamente Luigi Matt, che mi ha consentito di consultare il suo contributo, Invenzioni lessicali gaddiane. Glossarietto di «Eros e Priapo», di imminente pubblicazione sui Quaderni dell’Ingegnere.

6. Le Marie Luise e Le genti sono apparsi per mia cura sui Quaderni dell’Ingegnere, 2, (2003), 29-54.

7. Si veda in particolare il commento di Vela alla favola 111 in Gadda 1990a: 163-65.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2004-2014 by Giorgio Pinotti & EJGS. First published in EJGS (EJGS 4/2004). EJGS Supplement no. 1, second edition (2004). Artwork © 2002-2014 by G. & F. Pedriali.

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