Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Giornalismo

Errico Centofanti

«I tre sostantivi della sua vita e della sua arte: giornale, guerra, prigionia», Pedullà dice di Gadda (Pedullà 1999a: 1). C’è del vero. Ma, scrive giornale per intendere diario. Poi, domanda: «Ogni libro gaddiano è un giornale?». Intende sempre diario. Chiunque, però, potrebbe legittimamente intendere anche quello che, a parer di Mazzini, «sembra il genere più efficace e più popolare d’insegnamento, che convenga alla moltiplicità degli eventi e alla impazienza de’ nostri tempi», (1) cioè un organo d’informazione.

Gadda, infatti, giornalista lo è e, nulla sottraendo al suo essere scrittore, giornalista lo è sempre, sebbene Ungarelli abbia sostenuto che «se c’era uno scrittore del tutto inadatto a collaborazioni giornalistiche questo era proprio Gadda» (Ungarelli 1993c: 46, 52). Ma lo diceva avendo in mente «l’allora esornativo limbo giornalistico della terza pagina», rituale rispetto al quale Gadda s’è sempre atteggiato in modo del tutto eterodosso, tant’è che lo stesso Ungarelli deve poi dare atto degli alti esiti ai quali perviene la doppia fatica di cui Gadda giornalista si faceva carico: «quella di una certificante scrittura corsiva e quella di una scrittura a tutto tondo appartenente ai momenti alti della sua tensione creativa».

Se giornalismo non è il mostro manipolatore degli avvenimenti, corruttore delle coscienze e «bordello del pensiero» che Balzac ci ha raccontato, se giornalismo vuol dire scrittura aderente ai fatti e ricerca della verità profonda delle cose, se giornalismo si qualifica per via di specificità tecnico-motivazionali piuttosto che squalificarsi a sottoprodotto letterario, allora sommo giornalismo sono Odissea e De Bello Gallico, sommo giornalista è stato Gadda, tutto Gadda, non soltanto quello formalisticamente riconducibile a modalità espressive e editoriali del giornalismo.

«La volontà di comprendere i miei simili e me stesso mi sospingeva all’indagine e a quella “registrazione di eventi” che forma, in definitiva, il racconto» (Intervista al microfono, SGF I 503). Infatti, «l’atto espressivo è il resultato, o meglio il sintomo, di quella polarizzazione che […] si determina fra l’io giudicante e la cosa giudicata: fra l’io rappresentatore e la rappresentata» (Come lavoro, SGF I 430). Motivazioni, queste, tanto ben piantate nell’oggettività da lasciarsi riproporre pari pari, a distanza di mezzo secolo, da un giornalista autorevole quale Piero Ottone, secondo il cui modo di vedere ci si lancia nel giornalismo per «il bisogno di raccontare […] il desiderio di rompere la solitudine […] la ricerca del contatto con la gente; la curiosità su quello che fanno gli altri; il narcisismo». (2) Tutto puntigliosamente gaddiano, ivi compresa la pulsione narcisistica.

Del resto, nomina sunt consequentia rerum. È su un giornale (Il Corriere delle Maestre del 19 Ottobre 1902) che Gadda, allora alle soglie del nono anno di vita, vede per la prima volta apparire pubblicamente un testo a sua firma. Quando finalmente esce il suo primo libro (La Madonna dei Filosofi, nel 1931), comincia a mettere da parte il titolo d’ ingegnere e, sebbene l’inveterata timidezza gli inibisca di proclamarsi scrittore tout-court, su un modulo militare, accanto alla domanda professione, confortato dalla sua recente iscrizione al recentemente istituito Albo dei Giornalisti, scrive trionfalmente «pubblicista-scrittore» (Roscioni 1997: 293). Tutta fatta di grandi giornalisti (Paolo Monelli, Orio Vergani, etc.), a parte Bacchelli, è la giuria che, con il Bagutta 1934 per Il castello di Udine, gli attribuisce il suo primo premio letterario. «Giornalista praticante» è la qualifica con cui nel 1950 la Rai, assumendolo al servizio letterario del Giornale Radio, gli assicura finalmente la sospirata opportunità di guadagnarsi da vivere soltanto con la scrittura.

Sempre su giornali appaiono le sue prime prove di testi creativi: nel 1921, su La Perseveranza un articolo riguardante questioni idroelettriche; nel 1923, in Argentina, su La Patria degli Italiani la ben nota recensione alle poesie di Ugo Betti e poi, dal 1926, decine e decine di articoli, ininterrottamente (uniche eccezioni il 1944 e il 1964) per quasi mezzo secolo fino alla morte. L’ultima cosa che esce, lui in vita, appare ancora su un giornale, L’Espresso, il 1° Aprile 1973, giusto cinquanta giorni prima dell’ultimo respiro.

Talvolta, Gadda minimizza il valore del suo giornalismo: «Ho fatto due articoli piuttosto fessi» (Gadda 1974c: 54). Spesso, Gadda è oppresso dal poco tempo disponibile: «Ora tutti mi sono addosso e, per soddisfare a tutti, dovrei scrivere un articolo al giorno, io che sono il vero tipo adatto per scriverne uno al mese» (Gadda 1950f: 45). Sempre, Gadda si dichiara insoddisfatto: «Tutto sprofonda in un guazzo d’inchiostraccio stento e occasionale senza occasione» (Gadda 1950f: 45). Mai, Gadda s’aggiusta a scrivere scemenze: «Per tirare avanti e per guadagnare qualcosa, ho accettato di sobbarcarmi a qualche fatica pamphletaire, tecnico-propagandistica, cavandone gloria nessuna, denaro poco, e noia molta. La mia natura diligente e meticolosa ha reso inutilmente perfetta la fatica, e disastrosamente imperfetto il guiderdone» (Gadda 1983d: 129).

In Matematica e prosa, sebbene diluito in un ragionare riferito sopra tutto alle discipline matematiche e ingegneresche, scolpisce con folgorante essenzialità una plastica rappresentazione dei cinque comandamenti della Torah giornalistica. Pare quasi di vederlo, il Gaddus, nei panni del suo Ingravallo, che «raccolte a tulipano le cinque dita della mano destra, altalena quel fiore nella ipotiposi digito-interrogativa tanto in uso presso gli Apuli» (Pasticciaccio, RR II 57). Avete ben badato al 1°: Who?, al 2°: What?, al 3°: Where?, al 4°: When?, al 5°: Why? E infatti: 1°: «Includere tutto ciò che è da includere – nel predicato, nel soggetto – escludere tutto ciò che è da escludere»… 2°: «Ordinata disposizione del materiale simbolico»… 3°: «Nettezza forbita, chiarità consapevole ed esatta»… 4°: «Sicuro governo della sintassi»… 5°: «Scrupolo di una signiferazione veridica». Perché, sia chiaro, «sul groppone di chi scrive in prosa incombe […] l’ufficiatura di chiarezza». Infatti, qui s’affronta una cosa seria: «la disciplina dello scrivere, cioè dell’esprimersi nei termini propri d’una lingua». Dunque, «la disciplina sintattica cioè costruttiva non si può inosservare», come del resto la «limpidità vigorosa e precisa» (SVP 1155-157).

Signiferazione, signiferare e simili sono occorrenze ricorrenti in Gadda: signiferazione in particolare, cioè la ricchezza di significazione, come d’ordinario s’intende, che in Gadda però enfatizza il portar segno del radicale signifer con tutta la prorompente potenza dinamizzante del suffisso -azione. Per Gadda, raccontare un concetto non è sufficiente, occorre render conto dell’energia insita nelle idee che strutturano quel concetto: «l’elaborazione espressiva […] lavora sui fatti, sugli atti, sulle cose, sulle relazioni, sulla esperienza insomma» (Le belle lettere, SGF I 479).

è del resto Contini che coglie subito, fin dalla prima memorabile recensione del 1934, il senso di quella creazione in cui è impossibile rintracciare un sia pur unico «atto di scrittura non sollecitato dall’uomo». Contini ragiona sul Castello di Udine e la Madonna dei Filosofi e, tuttavia, enuclea i tratti fondamentali dell’intera signiferazione gaddiana, di quella scrittura che pare influenzata dalla tecnologia della comunicazione giornalistica, e che invece, nell’essere intrinsecamente e soltanto del Gaddus, è insigne qualità espressiva trasfusa nello specifico giornalistico: «tutta utile», generata dallo «sforzo testimoniale», sorretta da quel sempre controllatissimo «metodo disumano», eretto a proteggere lo scrittore dal «finire virtuoso e tecnicista», che conduce a esiti nei quali l’eleganza «non rimane gratuita» (Contini 1989: 4-5). Infatti, sottolinea Gadda, «non mi rivolgo al giornale con trascuratezza, tanto per fare: ma con il vivo desiderio di concretare qualcosa che sia giornalismo e, possibilmente, arte a un medesimo tempo». (3)

Infatti, Gadda (e, ormai, non ha più senso distinguere l’indistinguibile, cioè distinguere il giornalista dallo scrittore) mai riproduce la realtà; Gadda, attraverso il suo meticoloso indagare e l’avveduta selezione dei mattoni destinati al proprio cantiere, aggiunge realtà al suo e nostro dominio sensibile.

C’è una delle acute osservazioni di Dombroski che chiarisce icasticamente come la disciplina giornalistica sia strutturalmente innervata nella tecnica narrativa di Gadda: «la descrizione non viene a identificarsi né con una digressione né con una contemplazione statica […] per la semplice ragione che in Gadda non esistono trame, non v’è un centro da cui il narratore possa digredire. Nella sua narrazione, la descrizione del mondo costituisce di per sé il racconto» (Dombroski 2002a: 16).

Già precedentemente, e come a lungo farà anche successivamente, ma in particolare in quegli anni ’30 per lui fondamentali sotto tanti profili, biografici e artistici, Gadda con forte determinazione fa affidamento sull’attività giornalistica, perché «stretto tra una professione di ingegnere e una professione di scrittore […] sembra cercare un’alternativa […] in un’esperienza che di entrambe quelle professioni di fatto partecipa» (Ferretti 1987: 59). Lo fa, beninteso, con tetragona fedeltà alla propria cosmogonia etica, cioè mai derubricando a marchetta il lavoro di giornalista, nel quale, come sempre per lui, «si intrecciano laboratorio espressivo, competenza ingegneresca e quello che Gadda sente come un possibile ruolo sociale e un’etica responsabilità di divulgatore e propagandista». Egli stesso lo precisa: «il mio ideale non è però l’articolo meramente tecnico, ma l’articolo a sfondo umano». (4)

Chiaramente, in quello sfondo umano Gadda mira a trasfondere «il dolore dell’uomo che concepisce la vita come realtà, sorretta da un fine morale» (Apologia, SGF I 685). In quella tensione etica e in quel rigore professionale Gadda s’invera costantemente, scrivendo alto per i giornali, non dissimilmente da quando la sua scrittura ha quali destinatarie le pagine di un libro. Del resto, egli riusa, ritaglia, reintarsia, rimodella e riassembla instancabilmente per i giornali quel che era stato pensato per confluire in un volume, e viceversa. Si tratta di quell’irrefrenabile e ingarbugliato andirivieni di lacerti scrittorî che ha fatto e farà estenuare i sacerdoti dell’ectodica gaddiana, che di fatto impedisce di stabilire netti confini tra il giornalista e lo scrittore, che, in definitiva, altro non è se non una messinscena letteraria dell’ingarbugliato viaggio esistenziale di Carlo Emilio Gadda.

Sarà così fino all’ultimo, sempre. Imprimendo sempre un’inconfondibile gaddità, una disincantata tragicità, nel giornalismo o in altro che sia, perché, nel momento del «distacco dalla luce di conoscenza», la scrittura è «forse l’ombra, forse il sogno d’un’azione» (Ultima rimeditazione, SGF I 1212-213). E il sogno d’un’azione non può risultare generico, impreciso, ridicolo, come dirà nell’ultima elaborazione teorica riguardante la scrittura giornalistica:

Non tutti i verbi sono utilmente coniugabili in tutti i tempi, modi e persone. È questa una superstizione grammaticale da cui dobbiamo cercare di guarirci. Il verbo rappattumarsi genera uno sgradevole e male assaporato ti rappattumi (seconda singolare indicativo presente), il verbo agire genera, al primo udirlo, un incomprensibile agiamo (prima plurale indicativo presente) […] Tali mostri sono figli legittimi della coniugazione, ma la legittimità dei natali non li riscatta dalla mostruosità congenita. (Norme per la redazione, SGF I 1091)

Direttore Archivio di Sant’Aquila

Note

1. Giuseppe Mazzini, Scritti editi ed inediti, vol. II (Imola: Galeati, 1907), 76.

2. Piero Ottone, Preghiera o bordello (Milano: Longanesi, 1996), 12.

3. Carlo Emilio Gadda, Minuta autografa di lettera a Ermanno Amicucci, 2 Ottobre 1934, Fondo Gadda, Gabinetto Vieusseux, Firenze.

4. Minuta autografa, cit.

* L’autore calorosamente ringrazia Maria Luigia Ceccotti e Manuela Sassi per la preziosa collaborazione.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2004-2020 by Errico Centofanti & EJGS. First published in EJGS (EJGS 4/2004). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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