Scrittore nuovo

Bonaventura Tecchi

è Carlo Emilio Gadda, milanese, ingegnere, che dopo aver per alcuni anni esercitato lodevolmente l’ingegneria, a un certo punto ha buttato in aria leve, stantuffi e manovelle e s’è dedicato all’arte letteraria. Se dovessi indicare un carattere che a prima vista si scorge nel modo di scrivere di Gadda, direi che è appunto la novità, anzi una specie di bizzarria; ma aggiungerei sùbito che tale novità è sopratutto complessa e non facile, in poche parole, a definirsi.

Il libro, con cui il Gadda si presenta per la prima volta al pubblico, è piccolo di mole: appella sei o sette “pezzi”, di cui soltanto uno è una lunga novella. Nel primo è la descrizione umoristica di un teatro di provincia, nel secondo quella di alcune manovre di artiglieria, ma con riferimenti continui alla guerra vera. Seguono otto “studi imperfetti”, e cioè frammenti, assai brevi e lineari. Cinema non è che la descrizione dello stato d’animo dell’autore mentre si avvia al cinematografo e dell’ambiente di esso, avanti che cominci la rappresentazione. Il pezzo forte è l’ultimo, che dà il titolo al volume: La Madonna dei filosofi (Solaria, 1931).

Eppure, nonostante la piccolezza della mole, c’è già compiuta in queste pagine, la figura di uno scrittore, con le sue qualità ed i suoi difetti. Anzi, se parlando di scrittori giovani e moderni, la difficoltà è in molti casi quella di seguire un solco sottile in mezzo a un campo magro e asciutto, qui invece si tratta di scoprire il filo conduttore in una stoffa ricca e sontuosa, perchè in Gadda c’è gran dovizia esterna, cioè di materiale linguistico e visivo, ma non mancano neppure consistenza e complessità interne.

Badiamo un po’ alle forme della prima. Ecco un esempio: di un attore, in un teatro di provincia, è detto: «illustrò le forme più tipiche del verbo gire, coniugandolo al participio, all’imperfetto, al passato remoto e al trapassato imperfetto; propose alcuni esempi di quella parte del discorso detta dai grammatici interiezione, scegliendoli con gusto e opportunità fra i più rari della nostra letteratura, quali “orsù” e “ahi lassa”». – Chi è che scrive così? Non può essere, naturalmente, che un umorista, e i più infatti hanno definito umorismo l’arte di Gadda; e Carlo Linati, pensando alla forma di questo umore e alla sua sintassi, ha ricordato il Dossi e il Lucini. Carlo Emilio Gadda è lombardo, e questi riferimenti sono giusti; ma direi che nel suo umorismo e anche nel suo lombardismo diversi sono gli elementi che vi concorrono. Per esempio, in lui, lombardo, c’è un amore evidente per i toscanismi, anzi per le elocuzioni rare, che sentono un po’ della ricerca compiuta attraverso le pagine del lessico, e per le parole “in buona lingua”, giuste e appropriate: ma c’è insieme l’abile sfruttamento, quando gli capiti il destro, non solo del meneghino, con quelle rapide intrusioni e comiche traduzioni in “lingua” che chi conosce i milanesi avrà certo notato, ma anche di altri dialetti («la strada fra i castani selvatici e le schegge di roccia era malamente»: dove l’uso dell’avverbio: malamente è, come si sente, meridionale).

Dire che queste accortezze linguistiche sono soltanto in funzione di umorismo, è dir poco. C’è in Gadda una passione della precisione, della giustezza delle parole, alle volte sillabate con una specie di puntigliosità rabbiosa, che si spiega solo fino a un certo punto con la mentalità sua di tecnico e d’ingegnere. C’è anche cotesto, ma c’è dell’altro. Direi che quella ostinazione dell’esattezza, di prender possesso della realtà con le parole più giuste e appropriate, scopre una disposizione fondamentale della mente alla serietà, alla quadratura: le quali, solo in un secondo momento e improvvisamente, sono investite e scompigliate da un estro di bizzarria, da una specie di umore tra lunatico e rabbioso. Qui è la nascita dell’umorismo di Gadda: due degli elementi principali di essa, che formano una specie di binomio, apparentemente contradditorio, sono appunto questi: precisione e bizzarria. Gli effetti che ne derivano sono quasi sempre impreveduti: spesso originali e interessanti.

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Ma non direi tutta la verità, se non m’internassi di più nell’esaminare il modo come la fusione avviene, come i due elementi si proporzionano; e dalle loro sproporzioni nascono, secondo me, le manchevolezze di questo scrittore. Le quali non sono lievi.

Ho parlato della passione dell’esattezza. Si potrebbe far vedere anche meglio come questa passione arrivi alla puntigliosità grammaticale, con riferimenti a paradigmi e a forme della grammatica, e col rinforzo anche di note a piè di pagina. So bene che c’è anche lì un’intenzione di umorismo, come se l’autore, accortosi d’esser pignolo, ci rida su. Ma, messo fra le due tentazioni, quella dell’umorismo e quella della mania dell’esattezza, non so da quale parte Gadda mollerebbe... In ogni modo, quel che mi preme di notare è questo: che oltre l’esattezza del grammatico (la quale rivela l’uomo di buoni studi classici e che in un’altra novella, uscita posteriormente al volume: San Giorgio in casa Brocchi, ha dato un gustoso excursus su Cicerone e su altri classici latini), c’è in questo scrittore l’esattezza del chimico (delle parti inamidate della camicia di un signore in frack è detto: «le ridusse impresentabili, macerandole di acidi della serie aromatica e della serie grassa, di ammino-acidi, di composti albuminoidi varî e di altre sostanze azotate»), c’è l’esattezza del cultore di storia, quella dello studioso di filosofia, e non so quante altre... E in ognuna – ciò che prova la disposizione alla serietà di cui parlavamo – Gadda si sprofonda con un impegno tale, come se non più si trattasse di esercitare umorismo su una materia qualunque, ma di dover provare una competenza che gli sia stata richiesta.

Nasce da qui un accumulo, un aggravio, un senso di peso, e, nel lettore, il desiderio che qualche cosa si allenti, si distenda con più leggerezza. L’effetto che deriva dall’insieme è singolare: e cioè che mentre tutte le parti, prese a sé, sono strigliate ed esatte, e, si direbbe quasi, classiche, l’insieme è barocco. Va bene che l’essenza di questo barocco è proprio quella bizzarria viva di cui abbiamo parlato, e che voler imporre delle regole ad essa, sarebbe come tagliare le ali alle rondini e l’unghie ai falchi. Sissignori: Gadda è anche in quelle sproporzioni, in quelle parentesi troppo lunghe, in quegli eccessi di esattezza. Ma è anche vero che ogni arte, sia classica che barocca, ha una sua disciplina interna, diversa in ogni caso, e che nell’arte di Gadda il bisogno di una maggiore semplificazione, di una disciplina, si sente.

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Anzi, senza voler fare i profeti e, naturalmente, senza poter precisare i particolari, questo bisogno di semplificazione è tanto necessario che si può prevedere la strada sulla quale Gadda troverà la sua soluzione. Poiché quella sua bizzarria non è soltanto viva, ma anche profonda. La stessa involontaria comicità, in cui l’autore viene a trovarsi e alla quale abbiamo accennato, dimostra che essa non è né cercata né forzata, ma che gli è naturale e quasi dolorosa. Questa bizzarria nasce da una contrarietà, da un trovarsi male in mezzo alla vita e non soltanto in mezzo all’esattezza ingegneresca, ma anche di fronte a tante birbonate e ingiustizie, che sono della vita di ogni giorno e di sempre. Insomma il fondo della bizzarria di Gadda è idealismo. Di qui nasce come spesso l’umorismo di lui‹, e› diventa satira, anche dei costumi e della società moderna; ma non mi pare che fino ad oggi egli abbia molto approfondito il suo aculeo in questo campo. Direi piuttosto che fino ad oggi la sua bizzarria è sopratutto malinconia. Malinconia di non poter avere certe cose, certi ideali, che egli non osa neppure nominare. C’è in Gadda, oltre quel contrasto che abbiamo descritto tra precisione e bizzarria, una curiosa fierezza, una scontrosità, un disprezzo quasi eccessivo del convenzionale; e insieme una ancor più curiosa paura delle forme esterne, di non essere abbastanza nella regola, un bisogno di avvertire chi gli sta vicino del perchè della trasgressione, che gli dà un’aria di timidità e d’impaccio. E ancora: accanto a una violenza verbale, che può arrivar quasi alla bestemmia, c’è in lui un attaccamento, nascosto, a sentimenti puri ed affettuosi. Ecco una reazione: «Maria non voleva ancora ridursi a credere che proprio il mondo e i cavalli e le case e i cigni dei giardini e le bimbe; che le guardie, i generali, i paralitici, i sacerdoti, i biglietti da cento, gli scrittori celebri, le pere e i capistazione, e la prosa degli scrittori celebri, e tutto, sia proprio un brutto sogno; no; sentiva bene dal più profondo dell’animo che qualche cosa di men che cretino ci doveva essere, che ci doveva essere qualche cosa di vero nel mondo anche a costo di inventarlo, di fabbricarselo con la fantasia, o con la volontà disperata...». Ed ecco un abbandono, non così bello come quello che già acutamente riferì Giuseppe De Robertis, ma esplicito: «Che devo fare? Quando cammino mi pare che non dovrei. Quando parlo, mi pare che bestemmio: quando nel mezzogiorno ogni pianta si beve la calda luce, sento che colpe e vergogne sono con me».

Basterà dunque che Gadda abbia maggior fiducia nella sua bizzarria, in quel suo umore tra lunatico e malinconico e che invece diffidi un po’ della mania della precisione e dell’esattezza esterna, perché la soluzione egli se la trovi davanti. L’unico torto di questo libro, è, secondo me, d’essersi buttato troppo all’esterno, di essersi compiaciuto di un umorismo fatto qualche volta di bravure e acutezze formali, sebbene la spinta anche a questo scopo non sia stata, come abbiamo cercato di far capire, né arbitraria né leggera. Ma noi non ripeteremo al Gadda le lodi che altri, sotto questo punto di vista gli hanno fatto. Diremo invece con vera fiducia che il giorno in cui egli si ricorderà di ciò che ha più nascostamente dentro – e potrà benissimo rimaner nel campo dell’umorismo – allora, data la ricchezza di mezzi esterni e di interiorità che abbiamo cercato d’illuminare, avremo senza dubbio uno degli scrittori più interessanti delle nuove generazioni.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3

© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. Previously published: B. Tecchi, Scrittore nuovo. In La Tribuna (4 November 1931): 3; then in Maestri e amici (Pescara: Tempo nostro, without date, but 1932), 197-205. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.

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