Una visita a Gadda nell’aprile del 1965

Enrico Flores

L’appuntamento fissatomi da Gadda era stato preceduto da fitto scambio epistolare, sollecitato senza forzare, fatto passare quasi fra le righe, colta la sollecitazione dallo scrittore che s’era sulle prime schermito, fatto finta di non recevoir ma al contempo sollecito lui stesso, alla fine dichiarando: «Senza interrompere ora il Suo studio, cioè senza incomodo, Lei potrà eventualmente favorirmi di un incontro a Roma quando la stagione crudele della cosiddetta primavera (italica) mi avrà condonato i miei errori».

L’appuntamento con Gadda era molto generico. Gli avevo scritto che sul cadere della settimana speravo di essere da lui ricevuto a Roma. Ardua l’ascesa al colle di Monte Mario. A via Bernardo Blumenstihl – «un magnate ebreo» che aveva dato un certo incremento alla zona – al numero 19 la palazzina dove abita Gadda. La portiera, «la concierge» come la chiama G., sa già della venuta del giovane professore di Napoli. Ho un biglietto in cui chiedo udienza che mi rimane tra le mani inutilizzato. Con l’ascensore saliamo dal «professore». È la portiera che mi fa strada, che mi chiede se è la prima volta che vedo G. Trova anche il tempo di comunicarmi che G. È un uomo molto buono; parla con accento straniero.

Insomma, preceduto l’appuntamento da una sottile e ludica schermaglia cerimoniosa, d’ambo le parti. Che era ripresa al momento dell’incontro: preannunziata dallo scrittore la mia visita alla fedele ucraina concierge (così definita con il francese da signore inizio ’900), che mi avrebbe introdotto sul tardi di quella mattina fino all’appartamento. Bussò e dietro l’uscio appena dischiuso, una fetta d’aria scura, comparve il biancore dei capelli scarruffati seguiti da una voce scusantesi ripetutamente con forme di convenienza, e con forte cadenza lombarda: lo scrittore si era allora levato dal letto, chiedeva un po’ di tempo per riassettarsi. Grida, con forte vibrazione baritonale, che «si scusa, è molto malato», si tira indietro, parlotta con la portiera che nel frattempo abilmente s’è intrufolata dentro, laddove io per discrezione mi sono tirato un po’ indietro. Sono le 11 della mattina del 30 aprile 1965. Questo accenno di incontro è in carattere con l’uomo G., che è scomparso nei penetrali della casa.

L’ucraìna mi fece accomodare nel famoso studio dal lungo tavolo fratino, pochissime sedie e libri per ogni dove, alle pareti e sul tavolo (qualche titolo: Platone quasi tutto, nelle edizioni delle Belles Lettres con testo greco e traduzione in francese a fronte, Cicerone ed altri scrittori latini, filosofi in quantità, libri sul calcolo sublime, etnologia, geografia. Lo scibile umano è presente con un titolo in rappresentanza delle varie branche della cultura universale e onnivora di G.); un tavolo basso rinascimentale con lume che piomba dall’alto; mobilio modesto e un po’ logoro per l’uso, ma efficiente. La portiera mi intrattiene: appuro che è una sovietica dell’Ucraina.

Sopraggiunge G. con una veste da camera sovrapposta al pigiama. Il volto è scavato, segnato: non credo che soffra fisicamente molto, ma spiritualmente sì. L’occhio è lagrimoso, capelli quasi tutti bianchi, barba grigia dura e spessa, braccia dal lussureggiante pelo nero che fuoriesce dalla camicia, mani da intellettuale, affusolate, giovanili, unghie rosee ben curate. Ha qualcosa dell’incurvatura di spalle e dell’ondeggiare del capo di Toffanin, il padovano mio maestro di letteratura italiana e umanistica. Sorriso dolcissimo, rapido, direi roseo se non temessi di essere frainteso, quasi infantile. Continua a scusarsi. Siede nella poltrona: il colloquio ha inizio. Durerà fino alle 12,10 quando mi invita a pranzo. I primi approcci sono sulle generali. Mi riferisco ad alcuni temi del mio saggio. Li condivide. L’imbarazzo è grande da ambedue le parti. A poco a poco il ghiaccio si scioglie: s’alza e va a prendere il mio saggio. Insiste sulla sua gratitudine per la dedica. Deve averlo molto colpito.

è un uomo buono, un poeta. Introduco l’argomento «accenti»: dice che è una sua nevrastenia. Ha dei vuoti mentali riguardo a titoli di sue opere e a nomi di persone in genere. Di fronte però a mie precise citazioni la memoria ritorna fresca serrata. Ignorava l’articolo di Pasolini. Ha letto Petronio ma non Apuleio. Della cena di Trimalchione allude alle voci e si richiama ad analoghe leccornie meridionali. È stato a Lagonegro. Alle prime battute mi dice che si dispiace di vedermi vestito a lutto, per la morte di mio padre. G. crede alla storia biologica degli individui. Parla di tradizioni familiari. La nostra conversazione è desultoria come questi appunti gettati giù febbrilmente due ore dopo esserci lasciati. Divagazioni linguistiche sui nostri cognomi: secondo G. comune ascendenza spagnola.

Non sembra aver molta stima dei suoi editori. Certe etichette del lancio pubblicitario dice che le rifiuta in ispirito. Non può però esimersi dal seguire le norme contrattuali. Di Pasquali, il maestro della filologia classica, vorrebbe leggere l’Orazio lirico e la Storia della tradizione: ma non ha i soldi per comprarseli… Ha conosciuto personalmente Pasquali che l’aveva soprannominato «il gigante labile». Si parla del Pasquali: questi chiamava la serva «ancella». Cita l’aneddoto della misoginia del Pasquali – la moglie aveva una relazione nota anche al marito –: in classe P. dice che non vuole «vergini», cioè studentesse. Una sola rimane perché non si considera tale.

A tavola nella conversazione elogi altissimi per Berto. Il male oscuro ha il titolo derivato da Gadda. L’ha colpito una certa satira di Berto. La conversazione è ad un livello abbastanza elevato. Ho la sensazione che gli spunti che la guidano li offro solo io: G. È passivo, continua a ripetere che è molto malato e stanco. I giudizi di G. in genere sono, all’inizio, violenti, recisi, categorici, poi a mia richiesta di ulteriori delucidazioni si schiarisce, sfuma ed attenua, quasi si pente. Crede in Dio perché ha citato il Signore. Sembra di origine modesta. Di Tecchi, già stato suo compagno di prigionia, condivide il mio giudizio che è sensibile ma formalmente rozzo. Insiste sul fatto che la fortuna lo aveva fatto nascere ricchissimo, latifondista del viterbese. Dice che gli si è attaccato, dice che Tecchi pare lamentarsi del fatto che pur avendo sofferto come G. («le stesse sofferenze») la sua opera non abbia avuto eguali riconoscimenti. Insiste su Tecchi e ricorda che la moglie rimase paralitica, dopo due anni di matrimonio, non potette assolvere ai suoi doveri di moglie.

Di Contini G. ha una stima altissima, ma respinge la individuazione critica della sua opera (linea maccaronea etc.). Attacchi violenti contro il demente Mussolini. Non vuol parlare né di politica né di cinema. L’ha scottato la trasposizione da Germi fatta del Pasticciaccio. È chiaramente anticomunista. È però al presente antifascista: Mussolini ha assassinato Matteotti. È pieno di premure nei miei riguardi. Ha preso a stimarmi ed a volermi bene oltre i miei meriti. Non vuol bere vino perché non ne bevo io (sono in questo mezzo musulmano, per il luogo di nascita). È un uomo patetico: io sono molto stanco, mi sembra strano star qui a parlare con G., anch’io ho degli attimi di dissolvenza nei quali le parole di G. cadono in me senza risonanza. Poi la conversazione riprende. È amico di Gabriele Baldini e di Pietro Citati. Teme la gente evidentemente, perché il concetto altissimo che ci si può fare, sulla pagina, dell’uomo G. possa non trovare riscontro nell’incontro con lui. Continua ad intermittenza a ripetere che è stanco e malato. Infelice fu la trasmissione in TV per l’Approdo. Ha paura anche che la gente scruti i suoi mali fisici. Mi fa, retrospettivamente, una tenerezza infinita. Deve aver sofferto moltissimo nello spirito se non nelle carni.

Accenna sovente al dolore «come misura della realtà umana». Il mio occhio è forse impietoso: osservo tutto. L’occasione per me però è stata un qualcosa di più unico che raro. All’entrata nel tassì mi ha detto, di fronte ad una sua incertezza fisica, di non farvi caso. «Solo pochi anni prima», dice, era ancora pieno di forze. Pare che abbia sofferto di un’ulcera gastrica dalla quale però si è ripreso senza bisogno di operazioni. Accenna anche a disturbi recenti renali. Dopo la trattoria, strada facendo, tra le reciproche complimentose cerimonie per l’accompagnamento, vuole essermi di guida all’autobus. Poi ci ripensa ed opta per il tassì. Finalmente si lascia accompagnare sino a casa a mie spese, accenna al Caravaggio per il contrasto di luci ed ombre nella Cognizione.

Di me dice soprattutto che sono intelligente. Rifiuta perché troppo alto per lui il confronto da me fatto con la Ronda di notte di Rembrandt. Forse uscirà la conclusione. Fino a che punto la speculazione editoriale si è impadronita del nome di Gadda? E G. lascia intendere che di ciò si tratta: dice che a volte è preso dall’«angoscia» per il fatto che la gente spende soldi per i suoi libri (soprattutto i giovani). C’è in Gadda una specie di sospensione del giudizio sulla propria opera. È – io penso – intimamente consapevole del suo valore, ma è forse ancora frastornato dall’improvviso successo. Gadda è forse la solitudine fatta persona: il successo però forse ha acuito il suo spasimo ed immalinconito maggiormente il senso della precarietà di tutto. Sente che la vita gli vien meno. Con gli autisti ha qualche scatto, subito smorzato. È nel fondo un pessimista. Rimpiange di non aver potuto fare che studi irregolari. «Prima di morire» vorrebbe fare una «tabellina» delle ore che ha potuto effettivamente dedicare ai diletti studi. Di Tecchi dice ancora che se il riconoscimento non gli è venuto lo si deve ad una questione di «scrittura». È questo un termine che ricorre spesso nella sua conversazione: nelle prime battute addirittura si scusava con me del parlare familiare. Niente fiorito eloquio in sulle prime. Tratto tratto qualche buon termine fa capolino, di rado però: effettivamente credo sia molto, fondamentalmente stanco. Ormai pare aver rinunziato a qualsiasi lotta. È un periodo di angoscia? Si riprenderà? Sono anch’io così malandato che non so fin dove il crepuscolarismo gaddiano sia qualcosa che io ho avvertito più intensamente o un suo stato normale o meramente passeggero.

Il dialogo fra noi due scorre via lento, non direi meditato, più che altro a fatica (anche fisica). È anche questo un simbolo? Di Tecchi dice ancora che aveva la fissazione della sanità della stirpe, ma non ha avuto figli! Contini ha patito molto prima di arrivare in cattedra: i fascisti non approvavano che non si fosse sposato. Da qualche accenno sembrerebbe che le vicende economiche abbiano impedito a Gadda di farsi una famiglia tutta sua. Ha una grande venerazione per la memoria della madre «insegnante». Ha delle sorelle con figli. Dei figli di una di queste dice però che sono degli imbecilli che s’impancano a giudici di lettere («Vorrebbero capire Rimbaud, si figuri!»). Ricorda l’Argentina, dove ha lavorato, ma non mi sembra con nostalgia. «La nostalgia dell’Italia» dice «prendeva stando in Argentina»: al riguardo si esce a parlare della nostra emigrazione. Quella in Argentina fu prevalentemente piemontese e veneta: di E. De Amicis dice che il racconto Dagli Appennini alle Ande è il riflesso di fatti storico-sociali.

M’è capitato di fare qualche volta riferimento a dati sociologici in genere e ho visto in proposito una attenta sensibilità da parte di G. Questi è un essere veramente nobilissimo, al di là del velo di malinconica angosciata stanchezza trapela la vibrante passione di un uomo dedito alla cultura ed ai fatti del pensiero. In tassì s’era rammaricato per i miei scarsi guadagni: deve avere anche lui, in altri tempi, fatto la fame e sofferto per i ritardi negli studi provocati dalle necessità economiche. Di Devoto è stupito della capacità di svolgimento economico della base culturale (i milioni per il Vocabolario della Crusca!). Anche i lavori di Devoto su G. non sembrano essere allo scrittore molto soddisfacenti. Di Carlo Bo dà un giudizio alquanto negativo, perché in sostanza le sue analisi critiche non storicizzano né egli è attento al sostrato «culturale» (in senso gaddiano).

Importantissimo: «Gli scapigliati», parole testuali, «li ho conosciuti solo dopo la stesura della Cognizione». Ha letto Carlo Linati. Il Gonzalo della Cognizione è alto (cf. p. 181 «l’alta figura di lui»): è un dato autobiografico. Gadda ad un certo punto con sincera modestia ha detto che, in fin dei conti (questo il senso generale), le sue cose non sono che autobiografiche: forse troppo scalpore sul suo nome, egli pensa. Sovrana modestia del genio! G. ha fatto alla Rai una recensione a Berto: pare che si siano dispiaciuti perché fu troppo entusiasta di Berto. Anche Gadda come Gonzalo non fuma (cf. Cognizione p. 188). Gadda sembra lettore infaticabile: una parte del tavolo era piena degli ultimi acquisti. Pare conosca benissimo il francese (spesso cita qualche termine con tono nuancé). Il tedesco mi ha detto che non lo legge molto speditamente. Qualche termine spagnolo fa capolino (fada=fatta). Gli ho detto della prossima conferenza in quel di Benevento: mi ha chiesto se incontrerò ostilità (è stato alquanto contrastato si vede). Dice di sé che è un uomo d’ordine: alle origini considerò il fascismo come il male minore (è anticomunista), ma l’assassinio di Matteotti deve averlo posto all’opposizione. Intuiva che Mussolini avrebbe portato l’Italia alla rovina. Ne sembra traumatizzato: ha certo avuto delle nevrosi per motivi familiari e civili. Dall’amicizia recentemente instaurata con me gli nasce la considerazione che «troppo tardi ha conosciuto delle persone» delle quali essere amico. Sembra quindi che almeno in questi ultimi tempi abbia avuto qualche calore di umano affetto (ma sempre disinteressato? mi chiedo).

Delle «cicale franarono» G. dice che voleva mettere in evidenza lo scoscendimento. Quando ci siamo salutati, nel riaccompagnarlo a casa con il tassì, «Mi chiami Gadda» ha detto come ultime parole rifiutando il titolo di Maestro. Aveva tenuto per qualche istante la mia mano nella sua. Faticoso per me ricostruire tutto ciò: ancora una volta ho la sensazione del farsi in brandelli della mia memoria. Sono come parti staccate di ricordi che affiorano, alla coscienza, tratto a tratto per assimilazione e associazione d’idee. La pronunzia di Gadda risente del Nord ma ha assimilato anche molto del centro Italia. A casa, scusandosi per l’indiscrezione, mi aveva chiesto che speranze avessi per la mia carriera. Anche al Nord c’è la mafia accademica. Avendo capito che sono molto impegnato culturalmente e scolasticamente mi ha detto un paio di volte «mi lasci stare», cioè che non valeva perdere tempo con i suoi scritti: è sempre pieno di premure e di modestia. Ha un lieve sorriso quando gli dico che la lettura della Cognizione è stata per me una «sublimazione».

G. dà molta importanza ai dati della memoria: della Divina Commedia conosce un terzo a memoria più quasi tutto il sesto dell’Eneide. Cicerone dava importanza alla memoria per la formazione culturale: sono anch’io d’accordo. Introduco il discorso su Malaparte: lo stima e commisera la sua morte in seguito a tumore. È rimasto colpito dal fatto che io abbia messo in evidenza il suo errore etimologico: «patatine inficiate», questo me lo dice a tavola dopo poco che sono arrivati gli spaghetti con le vongole. G. ha un libretto sul quale segna parecchie cose: vi ha fatto e rifatto la minuta della dedica al suo regalo delle Meraviglie d’Italia. Voleva scrivere «alta stima» ma poi dice che gli sembrerebbe di lodare se stesso per l’importanza data ad alta. Ripiega alla fine sul «riconoscente affetto» scritto direttamente: c’è stato anche un momento in cui voleva sapere da me cosa dovesse scrivere (vuoto mentale…). Roma come al solito mi ha dato l’impressione di essere una putaine. L’ho detto anche a G. che sembra d’accordo.

Università di Napoli

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-11-6

© 2004-2026 by Enrico Flores & EJGS. First published in EJGS (EJGS 4/2004).
artwork © 2004-2026 by G. & F. Pedriali.

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