Verso Teramo

Al passo delle Capannelle ha principio o fine, secondo chi vada, una lunga bocca montana, sui milletré circa: donde, andando ad oriente com’io facevo, saluti rivolgendoti i colli, le acque, i campi signoreggiati dall’Aquila: che porta, negli occhi, la spera fulgidissima del sole. Se quelle terre le lasci, tu allora ne rimpiangi, dico da quell’altitudine e da quel valico, i nobili marmi, di mano di Francesco Ariscola e, posando, pensi: «Addio, bel ducato! con antichi argenti per la tua Croce, che ha gemme, lungo i cammini della neve, di turchesi rare, e faville: e ha stille di sangue in rubini!». Oh! il monte ora è freddo, è povero ed aspro. Neppur la capra vi vedi, nella gola del silenzio, non un pastore, non un capanno: la cantoniera è lontana: né il fischio, vi odi, di chi ti poteva chiamare con quel saluto. Poc’anzi i folti dei pini, nere falangi all’assalto, ci avevano accompagnato verso la solitudine: giovani e tozzi, come una fanteria compatta de’ Marsi e degli Apuli, all’assalto del monte. Le brigate forestali ne propagano la disciplina sull’erta, sulle calve piagge: il vento, ne’ suoi subissi, prorompe contro le centurie affiancate.

Quella gola recide, ed è un taglio assai netto, la doppia catena del Gran Sasso dai minori gioghi dell’ovest. La strada poi ridiscende, con l’andatura e l’ampiezza maestra che le conosciamo e bianco-neri segni dai margini, verso chiarità celesti, presagio dell’Adria, e brune o rosse terre. Gli uomini sono lontani. E ne deduce la gravità sola, mollemente, in direzione del mare, con cuscini scarlatti sotto la nostra agiatezza, spento il motore.

Da questa sassonia dovrebbe spicciar l’acqua, che poi diventa Vomano: pure, non dà notizie di sé.

I miei pensieri sostano, al valico, in una intensità dolorosa: lo squallore del deserto monte m’ha oppresso, le sue schegge! come rovina e fragore di gastigo sopra l’esile modo della vita, sopra il mio difficile andare. Rivedo il Patini, al riverbero della sua montagna la durezza del vivere, o il giallore e la febbre, che la morte ha spento: o l’amore e la verità, germinati dallo stanco e pur desiderabile viso delle donne, dalla miseria delle fascine come soma portate: quando un altro peso vorrebbe chiedere, per sé, ogni sostento. L’eredità eroica della vita e della pauperie discende d’anima in anima, di evento in evento: sull’ammattonato è la creatura a vagire, inconscia entro i cenci, presso la immobilità spenta e distesa del genitore: i cui panni hanno il color della febbre, il volto ha il colore della morte. «Bestie da soma», «l’erede», «vanga e latte»: i noti titoli della trilogia.

Fra convalli e silenzi, nel saliscendi continuo e nelle svolte della docilissima strada, corriamo ora il passaggio dal Vomano al Tordino. Bosco e bel cielo mi delizia sotto cui vadano i sogni con l’autobus: e quasi anche la fuga dei cavalieri, e delle donne di bianca gola, al trotto, con zendadi e perle sui raziocinanti cavalli, nei sentieri quadrupedati della foresta. Geme ivi forse la fontana incantata, dove bere è perdizione, e l’altra, dov’è salute d’amore. Teramo venne, dopo i borghi e i lumi della valle; entrativi a notte, quando già vi passeggiavano gli ufficiali del presidio e della tutela con tutta la gente, e dal bar della piazza, sotto il bel portico, s’intravedeva in un elisio di luce a girar manopole d’ebano il garzone a tutto vapore, d’attorno la cattedrale nichelata degli espressi.

E non immaginate quanto ami vecchie coltri bonarie dopo ogni giornata del mio vivere, e lo strapunto rosso coi fiocchi: non la rete metallica io voglio, sotto il materasso: perché la malvagia m’insacca: voglio il quarantottesco elastico a schiena d’asino con le molle a spirale, di cui germoglia la gratitudine, la preghiera, il buon sonno.

E, alla locanda del Giardino Incantato, ce li trovai.

Un’oleografia della Madonna bleu mi accompagnava, disteso in quella nuova sicurezza, verso il perdono e l’oblio: nel mentre che un ronzio dolce de’ timpani aveva principiato a fasciarmi il pensiero, iniziatosi il viaggio notturno della mia zucca.

Sulla mensola del caminetto di marmo finto era un candeliere d’ottone con copia di zolfanelli, per buona riserva all’elettrico. Il pulsante della pera di maiolica che per errore premetti e continuavo a premere in luogo della luce, non dava suono: continuava a tacere. Oh! sovvenente grazia! oh, angeli candidi! E voi, essenze della cherubica luce! Voi, di certo, avete pregato per me. Non suonavano neppur quelli degli altri. Nessun campanello suonava, in tutta la locanda del Giardino Incantato. Nessuno, al tocco dopo mezzanotte, poteva insevire tutt’a un tratto sulla pendula pera, nessuno, alle due della tenebra, poteva pretendere: «una brocca d’acqua calda!».

Dunque era dolce, era sicura la notte. L’acqua calda non sarebbe stata troppo fredda, secondo il solito: così la squilla non avrebbe reiterato il suo nobile imperio.

Tutte le mosche erano imbalsamate per sempre. Il sonno dell’eternità le teneva appese al soffitto, cioè quelle dieci o dodici ch’erano potute arrivare all’empireo, pieno di glicine e di convolvoli. Di bautte, di timpani, di nastri celesti. La camera era colma del suo silenzio: batteva quieta la luce sui muri bianchi, scialbati a calce: la trecciuola de’ conduttori li percorreva rattenuta da minuscoli isolatori di porcellana, che son detti, nei cataloghi, isolatori Milano. Due s’erano staccati dall’intonaco ed era lei a doverli reggere.

Il cassettone di noce, così muto e sanfedistico in sul primo levarmi il cappello, si benignava ora via via di emanare un suo vecchio e domesticissimo spirito, a mano a mano che m’assuefacevo all’odore, fra quella suppellettile del dolce silenzio. Era un odor buono del tempo, tarme, ispessi panni, lini e fiore di lavanda: mille bruscoli e briciole tenevano ancora, in profondo, i cassetti, quasi polverizzate ossa. Le pietose ossa dei lari.

Gli antichi padroni di quel mobile dovevano aver vissuto agiatamente, signorilmente, da giureconsulti e da fabbricieri del duomo: poi, forse, mutati gli anni del secolo, da liberali con prudenza: forse lo avevano venduto per quindici lire al bisnonno dell’attuale proprietario, essendoché bisognava loro del tamarindo e le ultime pasticche d’ipecacuana, poco prima dell’Olio Santo.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

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Framed image: Abruzzo – the people, the land (Teramo area); photograph by R. Almagià, in L’Italia (Turin: UTET, 1959), I, 613.

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